Rccolta fondi per Riace

Il tre agosto 2018 la nostra iniziativa per far conoscere la realtà di Riace, bel progetto di accoglienza ed integrazione a cui si stanno tagliano i finanziamenti. Pochi giorni dopo la Rete dei Comuni Solidali ha lanciato una raccolta fondi.

Comunichiamo che abbiamo deciso di devolvere alla causa la metà di quanto ricavato, pari a 140€. Grazie a tutti i partecipanti che hanno permesso questo bel risultato.


Comunicato Stampa

#IoStoConRiace

5 agosto 2018

Riace è un bel esempio di accoglienza ed integrazione, un paesino di 200 anime della Locride, rinato grazie alla lungimiranza del Sindaco Domenico Lucano, che ha saputo fare tesoro dei principi di solidarietà e fratellanza per rilanciare la demografia e l'economia di un paese che era destinato a morire. Riace è un CAS  ed uno SPRAR, e come tale accoglie migranti e richiedenti asilo, ma anziché dare i finanziamenti a terzi li utilizza direttamente per finanziare progetti, ristrutturare case, riaprire attività. 35€ per ciascun immigrato sono tanti e tante sono le cose che si possono fare a beneficio dell'intera comunità, i riacesi lo hanno capito ed hanno accolto gli immigrati a braccia aperte. Così il paese si è ripopolata, le botteghe hanno riaperto e sono rinate attività che ora danno lavoro a circa 80 persone.

Nessuno in Italia si è accorto di quell'esperienza straordinaria iniziata 20 anni fa finchè, nel 2016, la rivista Fortune non ha inserito Mimmo Lucano nella lista dei 50 uomini più influenti al mond,. Wim Wenders ne ha fatto un cortometraggio presentato al Festiva di Berlino, RAI Fiction ha prodotto un film mai andato in onda, insomma le luci si sono accese su una realtà fino ad allora ignorata. Ma quelle luci hanno messo in evidenza che l'Utopia è Possibile, basta il coraggio di credere nelle nostre idee, qualcosa di inammissibile nel mondo del pensiero unico, così sono iniziati i guai, tra inchieste, quattro ispezioni e ormai due anni di blocco dei finanziamenti. Oggi Riace è a rischio, e c'è da chiedersi come mai invece campi di "accoglienza" come quello di San Ferdinando a Rosarno non ricevano le stesse attenzioni ma possano continuare indisturbate ad alimentare la tratta del lavoro nero con il loro carico di dolore e miseria.

Ma la rete di solidarietà si stringe intorno a Riace ed al suo Sindaco, ora in sciopero della fame per protestare contro una palese ingiustizia. Salvini lo aveva definito uno zero ma in questi giorni tanti zero si incontrano al Riaceinfestival, organizzato dalla Rete dei Comuni Solidali (di cui no, Genova non fa parte), con la partecipazione, tra gli altri, di Padre Alex Zanotelli ed Ada Colau, Sindaco di Barcellona, parole di speranza e di resistenza.

Anche noi, nel nostro piccolo, stiamo portando in giro la storia di Riace, per farla conoscere ed apprezzare a quante più persone possibile, anche noi vogliamo esprimere solidarietà a quel piccolo paese, ai suoi abitanti, al suo Sindaco e siamo pronti a fare il possibile per salvaguardare l'Utopia Possibile di un mondo migliore.

L'Altra Liguria

Danilo Zannoni

Antonella Marras

Coordinatori

www.altraliguria.it

altraliguria@libero.it


Comunicato

Comunichiamo la nostra partecipazione al Transition Fest organizzata da ARCI in Villa Bombrini  il 5 – 6 – 7 luglio dalle ore 19.30 alle 23.30

Saremo presenti con un nostro gazebo per presentare e raccogliere le firme sulla petizione al Presidente della Camera per chiedere l'applicazione del regolamento Seveso alle infrastrutture di trasporto, e sulle leggi di iniziativa popolare sulla scuola e per togliere il pareggio di bilancio dalla Costituzione.

Vi aspettiamo!


Newsletter 26 giugno 2018

Aiutiamoli a casa loro o sarebbe meglio uscire da casa loro?

 

Secondo i dati dell'UNHCR nel 2017 il numero di persone costrette a fuggire nel mondo a causa di guerre, violenze e persecuzioni ha raggiunto il nuovo record di 68,5 milioni. Di questi 25.4 milioni sono rifugiati che hanno lasciato il proprio paese a causa di guerre e persecuzioni, A determinare tale situazione sono state in particolare la crisi nella Repubblica Democratica del Congo, la guerra in Sud Sudan e la fuga in Bangladesh di centinaia di migliaia di rifugiati rohingya provenienti dal Myanmar. I paesi maggiormente colpiti sono per lo più i paesi in via di sviluppo.

Solo una piccola parte di questo esodo biblico arriva in Italia, nel 2017 i nuovi ingressi sono stati 227 mila.

E' del tutto evidente che cifre di queste proporzioni non possono essere contenute semplicemente costruendo muri, ma il famoso "aiutiamoli a casa loro" è stato fino ad ora tradotto in "teniamoli a casa loro" attraverso la concessione di molto denaro a chi promette di bloccarne il flusso, dalla Turchia alla Libia, e la chiusura di porti e frontiere. In realtà l'unico modo per aiutarli veramente a casa loro sarebbe quello di mettere in discussione un sistema di economia globale e finanziaria che è predatoria e priva di regole ma controlla il potere politico mondiale. Come scrive Raniero la Valle "Siamo di fronte ad un fenomeno che sbaglieremmo a non riconoscere come un evento rivoluzionario......Una rivoluzione la si può prendere a cannonate, ma quasi mai funziona. Oppure la si può assumere e gestire con la politica, con il diritto e con il cuore".

Riportiamo di seguito due articoli che ci danno alcune indicazioni delle cause di questo esodo.

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AIUTIAMOLI A CASA LORO, STOP FONDI AVVOLTOIO

Articolo pubblicato da Il Manifesto il 16 giugno 2018

di Marco Bersani

 

Mentre col cuore siamo a bordo dell'Acquarius e con la mente sogniamo una manifestazione nazionale che abbia come striscione di apertura: “Stranieri, non lasciateci soli con questi italiani”, ecco un modo immediato e concreto di “aiutarli a casa loro”: fare come in Belgio e dire un chiaro stop ai Fondi avvoltoio.

E' di questi giorni la notizia della sentenza della Corte Costituzionale belga che, respingendo il ricorso di NML Capital, fondo avvoltoio con base alle isole Cayman e di proprietà del colosso statunitense Elliott (recentemente entrato nel capitale sociale di Tim), conferma la legge approvata all'unanimità dal Parlamento belga nel 2015. La legge applica una raccomandazione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite che “impegna gli Stati a implementare quadri giuridici che restringano le attività predatrici dei fondi avvoltoio nelle loro giurisdizioni”; in particolare, impedisce ai fondi di ottenere rimborsi superiori al prezzo di acquisto dei titoli bloccando di fatto ogni possibilità di speculazione.

Ma cosa sono i fondi avvoltoio e come operano?

Tecnicamente si tratta di fondi di investimento specializzati in “investimenti in difficoltà” ma gli addetti ai lavori li chiamano “vulture funds”, ovvero fondi avvoltoio, perché se iniziano a volteggiare su una società è perché sentono l'odore delle carogne, siano esse i crediti in sofferenza delle banche o le compagnie industriali sull'orlo della bancarotta. Una delle attività su cui si sono specializzati, sempre con le medesime modalità, è l'acquisto a prezzo scontato del debito pubblico di Stati in default, per poter poi citarli in giudizio ed ottenere il rimborso integrale del valore nozionale del debito e degli interessi conseguenti.

L'esempio più famoso riguarda il default argentino, quando alla fine del 2001, il governo Kirchner dichiarò bancarotta e avviò una drastica riduzione del debito di circa il 70% (l'operazione si chiama tecnicamente concambio, ovvero la sostituzione delle obbligazioni in default con nuovi titoli a rendimento inferiore e a scadenza differita). Solo il 7% dei creditori non accettò la nuova offerta. Fu a quel punto che arrivarono i fondi avvoltoio -NML Capital in primis- che acquistarono i bond argentini a prezzi stracciati, fecero causa al governo argentino, presso la corte distrettuale di New York, e la vinsero. L'operazione fruttò ai fondi avvoltoio profitti del 1600%. D'altronde il motto di Paul Singer, miliardario e proprietario del fondo Elliott, è “mettere pressione sulla preda”.

Ma innumerevoli sono le situazioni in cui questa formula si è ripetuta, mettendo in ginocchio interi Stati e popolazioni: basti pensare alla Repubblica del Congo che, nel 2002, dovette pagare ai fondi Kensington e FG Hemisphere l'equivalente di 7 punti percentuali di Pil e circa un quarto della propria spesa pubblica.

La sentenza della Corte Costituzionale belga è dunque fondamentale per la lotta contro i creditori illegittimi, che a livello internazionale è da anni attiva e che ha già ottenuto importanti risoluzioni: dalla cosiddetta Addis Abeba Action Agenda adottata dall'ONU nel 2015 alla recente risoluzione del Parlamento Europeo (17 aprile 2018) che chiede espressamente agli Stati membri dell'Unione Europea di legiferare contro le speculazioni dei fondi avvoltoio, ispirandosi direttamente alla legge belga.

Ecco un modo immediato per “aiutarli a casa loro”: approvare un provvedimento normativo il cui testo è disponibile con un semplice copia-incolla e il cui costo sarebbe oltretutto pari a zero.

Missione forse impossibile per chi ha fatto della forza coi deboli e della debolezza coi forti la propria cifra di governo.

Con Valencia nel cuore.

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LE VERE RAGIONI DELL'EMIGRAZIONE DALL'AFRICA, IL FURTO DI TERRA

di Silvestro Montanaro

Pubblicato sul sito https://raiawadunia.com

L’Unione europea ha appena deciso di triplicare i fondi per la gestione dei migranti: la somma messa a bilancio passerà dagli attuali 13 miliardi di euro (anni 2014-2021) ai futuri 35 miliardi di euro (anni 2021-2027).

Prima di compiere l’analisi dei costi preventivati, dove i soldi vanno, per fare cosa, dobbiamo sapere cosa noi prendiamo dall’Africa, e cosa restituiamo all’Africa. Se noi aiutiamo loro oppure se loro, magari, danno una mano a noi.

Conviene ripetere e magari ripubblicare. Quindi partire dalle basi, dai luoghi in cui i migranti partono.

Roberto Rosso, l’uomo che dai jeans ha ricavato un mondo che ora vale milioni di euro, ha domandato: “Come mai spendiamo 34 euro al giorno per ospitare un migrante se con sei dollari al dì potremmo renderlo felice e sazio a casa sua?”.

Già, come mai? E perchè non li aiutiamo a casa loro?

Casa loro? Andiamoci piano con le parole. Perchè la loro casa è in vendita e sta divenendo la nostra. Per dire: il Madagascar ha ceduto alla Corea del Sud la metà dei suoi terreni coltivabili, circa un milione e trecentomila ettari. La Cina ha preso in leasing tre milioni di ettari dall’Ucraina: gli serve il suo grano. In Tanzania acquistati da un emiro 400mila ettari per diritti esclusivi di caccia. L’emiro li ha fatti recintare e poi ha spedito i militari per impedire che le tribù Masai sconfinassero in cerca di pascoli per i loro animali. La loro vita.

E gli etiopi che arrivano a Lampedusa, quelli che Salvini considera disgraziati di serie B, non accreditabili come rifugiati, giungono dalla bassa valle dell’Omo, l’area oggetto di un piano di sfruttamento intensivo da parte di capitali stranieri che ha determinato l’evacuazione di circa duecentomila indigeni. E tra i capitali stranieri molta moneta, circa duecento milioni di euro, è di Roma. Il governo autoritario etiope, che rastrella e deporta, è l’interlocutore privilegiato della nostra diplomazia che sostiene e finanzia piani pluriennali di sviluppo. Anche qui la domanda: sviluppo per chi?

L’Italia intera conta 31 milioni di ettari. La Banca mondiale ha stimato, ma il dato è fermo al 2009, che nel mondo sono stati acquistati o affittati per un periodo che va dai venti ai 99 anni 46 milioni di ettari, due terzi dei quali nell’Africa subsahariana. In Africa i titoli di proprietà non esistono (la percentuale degli atti certi rogitati varia dal 2 al 10 per cento). Si vende a corpo e si vende con tutto dentro. Vende anche chi non è proprietario. Meglio: vende il governo a nome di tutti. Case, villaggi, pascoli, acqua se c’è. Il costo? Dai due ai dieci dollari ad ettaro, quanto due chili d’uva e uno di melanzane al mercato del Trionfale a Roma. Sono state esaminate 464 acquisizioni, ma sono state ritenute certe le estensioni dei terreni solo in 203 casi. Chi acquista è il “grabbatore”, chi vende è il “grabbato”. La definizione deriva dal fenomeno, che negli ultimi vent’anni ha assunto proporzioni note e purtroppo gigantesche e negli ultimi cinque una progressione pari al mille per cento secondo Oxfam, il network internazionale indipendente che combatte la povertà e l’ingiustizia. Il fenomeno si chiama land grabbing e significa appunto accaparramento della terra.

I Paesi ricchi chiedono cibo e biocombustibili ai paesi poveri. In cambio di una mancia comprano ogni cosa. Montagne e colline, pianure, laghi e città. Sono circa cinquanta i Paesi venditori, una dozzina i Paesi compratori, un migliaio i capitali privati (fondi di investimento, di pensione, di rischio) che fanno affari. E’ più facile trasportare una tonnellata di cereali dal Sudan che le mille tonnellate d’acqua necessarie per coltivarle. E allora la domanda: aiutiamoli a casa loro? Siamo proprio sicuri che abbiano ancora una casa? Le cronache sono zeppe di indicazioni su cosa stia divenendo questo neocolonialismo che foraggia guerre e governi dittatoriali pur di sviluppare il suo business. In Uganda 22mila persone hanno dovuto lasciare le loro abitazioni per far posto alle attività di una società che commercia legname, l’inglese New Forest Company. Aveva comprato tutto: terreni e villaggi. I residenti sono divenuti ospiti ed è giunto l’avviso di sfratto… Dove non arriva il capitale pulito si presenta quello sporco. La cosiddetta agromafia. Sempre laggiù, nascosti dai nostri occhi e dai nostri cuori, si sversano i rifiuti tossici che l’Occidente non può smaltire. La puzza a chi puzza…

Chi ha fame vende. Anzi regala. L’Etiopia ha il 46 per cento della popolazione a rischio fame. E’ la prima a negoziare cessioni ai prezzi ridicoli che conosciamo. Seguono la Tanzania (il 44 per cento degli abitanti sono a rischio) e il Mali (il 30 per cento è in condizioni di “insicurezza alimentare”). Comprano i ricchi. Il Qatar, l’Arabia Saudita, la Cina, il Giappone, la Corea del Sud, anche l’India. E nelle transazioni, la piccola parte visibile e registrata della opaca frontiera coloniale, sono considerate terre inutilizzate quelle coltivate a pascolo.

Il presidente del Kenya, volendo un porto sul suo mare, ha ceduto al Qatar, che si è offerto di costruirglielo, 40mila ettari di terreno con tutto dentro. Nel pacco confezionato c’erano circa 150 pastori e pescatori. Che si arrangiassero pure!

L’Africa ha bisogno di acqua, di grano, di pascoli anzitutto. Noi paesi ricchi invece abbiamo bisogno di biocombustibile. Olio di palma, oppure jatropha, la pianta che – lavorata – permette di sfamare la sete dei grandi mezzi meccanici. E l’Africa è una riserva meravigliosa. In Africa parecchie società italiane si sono date da fare: il gruppo Tozzi possiede 50mila ettari, altrettanti la Nuova Iniziativa Industriale. 26mila ettari sono della Senathonol, una joint-venture italosenegalese controllata al 51 per cento da un gruppo italiano. Le rose sulle nostre tavole, e quelle che distribuiscono i migranti a mazzetti, vengono dall’Etiopia e si riversano nel mondo intero. Belle e profumate, rosse o bianche. Recise a braccia. Lavoratori diligenti, disponibili a infilarsi nelle serre anche con quaranta gradi. E pure fortunati perchè hanno un lavoro.

Il loro salario? Sessanta centesimi al giorno.