Comunicato

Comunichiamo la nostra partecipazione al Transition Fest organizzata da ARCI in Villa Bombrini  il 5 – 6 – 7 luglio dalle ore 19.30 alle 23.30

Saremo presenti con un nostro gazebo per presentare e raccogliere le firme sulla petizione al Presidente della Camera per chiedere l'applicazione del regolamento Seveso alle infrastrutture di trasporto, e sulle leggi di iniziativa popolare sulla scuola e per togliere il pareggio di bilancio dalla Costituzione.

Vi aspettiamo!


Newsletter 26 giugno 2018

Aiutiamoli a casa loro o sarebbe meglio uscire da casa loro?

 

Secondo i dati dell'UNHCR nel 2017 il numero di persone costrette a fuggire nel mondo a causa di guerre, violenze e persecuzioni ha raggiunto il nuovo record di 68,5 milioni. Di questi 25.4 milioni sono rifugiati che hanno lasciato il proprio paese a causa di guerre e persecuzioni, A determinare tale situazione sono state in particolare la crisi nella Repubblica Democratica del Congo, la guerra in Sud Sudan e la fuga in Bangladesh di centinaia di migliaia di rifugiati rohingya provenienti dal Myanmar. I paesi maggiormente colpiti sono per lo più i paesi in via di sviluppo.

Solo una piccola parte di questo esodo biblico arriva in Italia, nel 2017 i nuovi ingressi sono stati 227 mila.

E' del tutto evidente che cifre di queste proporzioni non possono essere contenute semplicemente costruendo muri, ma il famoso "aiutiamoli a casa loro" è stato fino ad ora tradotto in "teniamoli a casa loro" attraverso la concessione di molto denaro a chi promette di bloccarne il flusso, dalla Turchia alla Libia, e la chiusura di porti e frontiere. In realtà l'unico modo per aiutarli veramente a casa loro sarebbe quello di mettere in discussione un sistema di economia globale e finanziaria che è predatoria e priva di regole ma controlla il potere politico mondiale. Come scrive Raniero la Valle "Siamo di fronte ad un fenomeno che sbaglieremmo a non riconoscere come un evento rivoluzionario......Una rivoluzione la si può prendere a cannonate, ma quasi mai funziona. Oppure la si può assumere e gestire con la politica, con il diritto e con il cuore".

Riportiamo di seguito due articoli che ci danno alcune indicazioni delle cause di questo esodo.

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AIUTIAMOLI A CASA LORO, STOP FONDI AVVOLTOIO

Articolo pubblicato da Il Manifesto il 16 giugno 2018

di Marco Bersani

 

Mentre col cuore siamo a bordo dell'Acquarius e con la mente sogniamo una manifestazione nazionale che abbia come striscione di apertura: “Stranieri, non lasciateci soli con questi italiani”, ecco un modo immediato e concreto di “aiutarli a casa loro”: fare come in Belgio e dire un chiaro stop ai Fondi avvoltoio.

E' di questi giorni la notizia della sentenza della Corte Costituzionale belga che, respingendo il ricorso di NML Capital, fondo avvoltoio con base alle isole Cayman e di proprietà del colosso statunitense Elliott (recentemente entrato nel capitale sociale di Tim), conferma la legge approvata all'unanimità dal Parlamento belga nel 2015. La legge applica una raccomandazione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite che “impegna gli Stati a implementare quadri giuridici che restringano le attività predatrici dei fondi avvoltoio nelle loro giurisdizioni”; in particolare, impedisce ai fondi di ottenere rimborsi superiori al prezzo di acquisto dei titoli bloccando di fatto ogni possibilità di speculazione.

Ma cosa sono i fondi avvoltoio e come operano?

Tecnicamente si tratta di fondi di investimento specializzati in “investimenti in difficoltà” ma gli addetti ai lavori li chiamano “vulture funds”, ovvero fondi avvoltoio, perché se iniziano a volteggiare su una società è perché sentono l'odore delle carogne, siano esse i crediti in sofferenza delle banche o le compagnie industriali sull'orlo della bancarotta. Una delle attività su cui si sono specializzati, sempre con le medesime modalità, è l'acquisto a prezzo scontato del debito pubblico di Stati in default, per poter poi citarli in giudizio ed ottenere il rimborso integrale del valore nozionale del debito e degli interessi conseguenti.

L'esempio più famoso riguarda il default argentino, quando alla fine del 2001, il governo Kirchner dichiarò bancarotta e avviò una drastica riduzione del debito di circa il 70% (l'operazione si chiama tecnicamente concambio, ovvero la sostituzione delle obbligazioni in default con nuovi titoli a rendimento inferiore e a scadenza differita). Solo il 7% dei creditori non accettò la nuova offerta. Fu a quel punto che arrivarono i fondi avvoltoio -NML Capital in primis- che acquistarono i bond argentini a prezzi stracciati, fecero causa al governo argentino, presso la corte distrettuale di New York, e la vinsero. L'operazione fruttò ai fondi avvoltoio profitti del 1600%. D'altronde il motto di Paul Singer, miliardario e proprietario del fondo Elliott, è “mettere pressione sulla preda”.

Ma innumerevoli sono le situazioni in cui questa formula si è ripetuta, mettendo in ginocchio interi Stati e popolazioni: basti pensare alla Repubblica del Congo che, nel 2002, dovette pagare ai fondi Kensington e FG Hemisphere l'equivalente di 7 punti percentuali di Pil e circa un quarto della propria spesa pubblica.

La sentenza della Corte Costituzionale belga è dunque fondamentale per la lotta contro i creditori illegittimi, che a livello internazionale è da anni attiva e che ha già ottenuto importanti risoluzioni: dalla cosiddetta Addis Abeba Action Agenda adottata dall'ONU nel 2015 alla recente risoluzione del Parlamento Europeo (17 aprile 2018) che chiede espressamente agli Stati membri dell'Unione Europea di legiferare contro le speculazioni dei fondi avvoltoio, ispirandosi direttamente alla legge belga.

Ecco un modo immediato per “aiutarli a casa loro”: approvare un provvedimento normativo il cui testo è disponibile con un semplice copia-incolla e il cui costo sarebbe oltretutto pari a zero.

Missione forse impossibile per chi ha fatto della forza coi deboli e della debolezza coi forti la propria cifra di governo.

Con Valencia nel cuore.

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LE VERE RAGIONI DELL'EMIGRAZIONE DALL'AFRICA, IL FURTO DI TERRA

di Silvestro Montanaro

Pubblicato sul sito https://raiawadunia.com

L’Unione europea ha appena deciso di triplicare i fondi per la gestione dei migranti: la somma messa a bilancio passerà dagli attuali 13 miliardi di euro (anni 2014-2021) ai futuri 35 miliardi di euro (anni 2021-2027).

Prima di compiere l’analisi dei costi preventivati, dove i soldi vanno, per fare cosa, dobbiamo sapere cosa noi prendiamo dall’Africa, e cosa restituiamo all’Africa. Se noi aiutiamo loro oppure se loro, magari, danno una mano a noi.

Conviene ripetere e magari ripubblicare. Quindi partire dalle basi, dai luoghi in cui i migranti partono.

Roberto Rosso, l’uomo che dai jeans ha ricavato un mondo che ora vale milioni di euro, ha domandato: “Come mai spendiamo 34 euro al giorno per ospitare un migrante se con sei dollari al dì potremmo renderlo felice e sazio a casa sua?”.

Già, come mai? E perchè non li aiutiamo a casa loro?

Casa loro? Andiamoci piano con le parole. Perchè la loro casa è in vendita e sta divenendo la nostra. Per dire: il Madagascar ha ceduto alla Corea del Sud la metà dei suoi terreni coltivabili, circa un milione e trecentomila ettari. La Cina ha preso in leasing tre milioni di ettari dall’Ucraina: gli serve il suo grano. In Tanzania acquistati da un emiro 400mila ettari per diritti esclusivi di caccia. L’emiro li ha fatti recintare e poi ha spedito i militari per impedire che le tribù Masai sconfinassero in cerca di pascoli per i loro animali. La loro vita.

E gli etiopi che arrivano a Lampedusa, quelli che Salvini considera disgraziati di serie B, non accreditabili come rifugiati, giungono dalla bassa valle dell’Omo, l’area oggetto di un piano di sfruttamento intensivo da parte di capitali stranieri che ha determinato l’evacuazione di circa duecentomila indigeni. E tra i capitali stranieri molta moneta, circa duecento milioni di euro, è di Roma. Il governo autoritario etiope, che rastrella e deporta, è l’interlocutore privilegiato della nostra diplomazia che sostiene e finanzia piani pluriennali di sviluppo. Anche qui la domanda: sviluppo per chi?

L’Italia intera conta 31 milioni di ettari. La Banca mondiale ha stimato, ma il dato è fermo al 2009, che nel mondo sono stati acquistati o affittati per un periodo che va dai venti ai 99 anni 46 milioni di ettari, due terzi dei quali nell’Africa subsahariana. In Africa i titoli di proprietà non esistono (la percentuale degli atti certi rogitati varia dal 2 al 10 per cento). Si vende a corpo e si vende con tutto dentro. Vende anche chi non è proprietario. Meglio: vende il governo a nome di tutti. Case, villaggi, pascoli, acqua se c’è. Il costo? Dai due ai dieci dollari ad ettaro, quanto due chili d’uva e uno di melanzane al mercato del Trionfale a Roma. Sono state esaminate 464 acquisizioni, ma sono state ritenute certe le estensioni dei terreni solo in 203 casi. Chi acquista è il “grabbatore”, chi vende è il “grabbato”. La definizione deriva dal fenomeno, che negli ultimi vent’anni ha assunto proporzioni note e purtroppo gigantesche e negli ultimi cinque una progressione pari al mille per cento secondo Oxfam, il network internazionale indipendente che combatte la povertà e l’ingiustizia. Il fenomeno si chiama land grabbing e significa appunto accaparramento della terra.

I Paesi ricchi chiedono cibo e biocombustibili ai paesi poveri. In cambio di una mancia comprano ogni cosa. Montagne e colline, pianure, laghi e città. Sono circa cinquanta i Paesi venditori, una dozzina i Paesi compratori, un migliaio i capitali privati (fondi di investimento, di pensione, di rischio) che fanno affari. E’ più facile trasportare una tonnellata di cereali dal Sudan che le mille tonnellate d’acqua necessarie per coltivarle. E allora la domanda: aiutiamoli a casa loro? Siamo proprio sicuri che abbiano ancora una casa? Le cronache sono zeppe di indicazioni su cosa stia divenendo questo neocolonialismo che foraggia guerre e governi dittatoriali pur di sviluppare il suo business. In Uganda 22mila persone hanno dovuto lasciare le loro abitazioni per far posto alle attività di una società che commercia legname, l’inglese New Forest Company. Aveva comprato tutto: terreni e villaggi. I residenti sono divenuti ospiti ed è giunto l’avviso di sfratto… Dove non arriva il capitale pulito si presenta quello sporco. La cosiddetta agromafia. Sempre laggiù, nascosti dai nostri occhi e dai nostri cuori, si sversano i rifiuti tossici che l’Occidente non può smaltire. La puzza a chi puzza…

Chi ha fame vende. Anzi regala. L’Etiopia ha il 46 per cento della popolazione a rischio fame. E’ la prima a negoziare cessioni ai prezzi ridicoli che conosciamo. Seguono la Tanzania (il 44 per cento degli abitanti sono a rischio) e il Mali (il 30 per cento è in condizioni di “insicurezza alimentare”). Comprano i ricchi. Il Qatar, l’Arabia Saudita, la Cina, il Giappone, la Corea del Sud, anche l’India. E nelle transazioni, la piccola parte visibile e registrata della opaca frontiera coloniale, sono considerate terre inutilizzate quelle coltivate a pascolo.

Il presidente del Kenya, volendo un porto sul suo mare, ha ceduto al Qatar, che si è offerto di costruirglielo, 40mila ettari di terreno con tutto dentro. Nel pacco confezionato c’erano circa 150 pastori e pescatori. Che si arrangiassero pure!

L’Africa ha bisogno di acqua, di grano, di pascoli anzitutto. Noi paesi ricchi invece abbiamo bisogno di biocombustibile. Olio di palma, oppure jatropha, la pianta che – lavorata – permette di sfamare la sete dei grandi mezzi meccanici. E l’Africa è una riserva meravigliosa. In Africa parecchie società italiane si sono date da fare: il gruppo Tozzi possiede 50mila ettari, altrettanti la Nuova Iniziativa Industriale. 26mila ettari sono della Senathonol, una joint-venture italosenegalese controllata al 51 per cento da un gruppo italiano. Le rose sulle nostre tavole, e quelle che distribuiscono i migranti a mazzetti, vengono dall’Etiopia e si riversano nel mondo intero. Belle e profumate, rosse o bianche. Recise a braccia. Lavoratori diligenti, disponibili a infilarsi nelle serre anche con quaranta gradi. E pure fortunati perchè hanno un lavoro.

Il loro salario? Sessanta centesimi al giorno.



Newsletter

19 giugno 2018

La storia di Patrice Lumumba

In questi ultimi giorni a tener banco è stata la vicenda dell'Aquarius, con il suo carico di disperazione umana, respinta dall'Italia e approdata ieri a Valencia. I dibattiti, le parole, sono state tante, tantissime e, come è uso ormai in questi tempi bui, l'Italia si è divisa tra chi approva Salvini (e Toninelli), difendendolo oltre ogni ragionevole dubbio, e chi lo avversa in ogni modo. Si direbbe che i primi prevalgano, dato che quasi il 60% degli italiani sarebbe d'accordo con la chiusura dei porti italiani alle navi delle ONG.                                                                

Pare che nessuno si chieda come mai così tanti giovani scelgano di spendere i risparmi di una vita di tutta la famiglia in un viaggio disperato alla ricerca di una vita migliore. Si sente spesso parlare di giovani ricchi, ben pasciuti e viziati, che arrivano in Italia perchè sanno che sarà loro offerto gratuitamente il paese del bengodi, non sapendo, o dimenticando, che spesso questi giovani lasciano la loro famiglia bambini ed arrivano nel nostro paese adulti, dopo anni di sofferenza, prigionia, torture, schiavitù. La lasciano alla ricerca di una vita migliore per se stessi e per chi lasciano indietro e, grazie alle miopi politiche italiane ed europee, non hanno altro modo che ottenere lo status di rifugiati.  

Ma la storia dell'Africa potrebbe anche dare qualche risposta ai motivi di questa ricerca, ed è una storia terribile da quando, all'inizio dell'500 le navi dei negrieri cominciarono a deportare schiavi nei campi di cotone degli Stati Uniti, per arrivare ai tempi nostri, quando le multinazionali occidentali invadono l'Africa per sottrarre le loro risorse, alimentando dittature e guerre tribali, sfruttando lavoratori e devastando interi territori.

Allora proviamo a raccontarle queste storie, per conoscerle, capire, e far capire, un fenomeno che non si fermerà finchè non fermeremo questo modello di sviluppo predatorio.

Il nostro contributo di oggi è proporre la storia di Patrice Lumumba, nato il 2 luglio 1925 e assassinato il 17 gennaio 1961, fu uno dei presidenti africani colpevoli, come Thomas Sankara, di non essere a disposizione delle multinazionali. Lumumba partecipò alle lotte di indipendenza del Congo, allora colonia Belga, e quando questa venne concessa diventò primo Ministro, era il 23 giugno 1960. Le autorità belghe però, e soprattutto le compagnie minerarie, non pensavano ad un'indipendenza piena ed intera e una buona parte dell'amministrazione e i quadri dell'esercito restarono belgi. Lumumba sfidò l'ex potenza coloniale decretando l'africanizzazione dell'esercito. La sua politica anticolonialista, antimperialista e filocomunista, che mirava a diminuire il potere e l'influenza delle tribù e ad una maggiore giustizia sociale e autonomia del paese, non era accettabile e il Belgio rispose inviando truppe nella regione mineraria del Katanga e sostenendo la secessione. Lumumba venne destituito il 14 settembre 1960, ma le sue idee continuavano a rappresentare un pericolo e in dicembre il generale Mobutu, con un colpo di Stato, lo fece arrestare. Il 17 gennaio 1961, insieme a due suoi fedeli, Lumumba venne trasferito in Katanga e giustiziato, i resti delle vittime furono fatti a pezzi e fatti sparire nell'acido. Molti dei suoi sostenitori furono giustiziati nei giorni seguenti, pare con la partecipazione di mercenari belgi. (Fonte: Wikipedia).

 

La storia è raccontata nel film di Raoul Peck (regista haitiano di  "Il giovane Karl Marx"), girato nel 2000, "Lumumba".

Ricordare un’assassinio eseguito dai poteri occidentali, e quindi in parte anche da noi, quando tutti parlano degli effetti delle migrazioni, tralasciando le cause, rende il film rivoluzionario (cit. La Bottega dei Barbieri, blog).

Il film completo in lingua francese sottotitolato in inglese


Comunicato stampa

Genova, 31 maggio 2018

Apprendiamo con rammarico che, ancora una volta, i lavoratori impiegati in grandi comparti devono subire le politiche dei tagli di posti di lavoro a seguito di cessioni aziendali. I manager, seguendo la solita logica del profitto, non si fanno scrupoli a licenziare decine di lavoratori anche se nemmeno gli indicatori economici, come nel caso del punto vendita di Mercatone Uno di Rivarolo, ne indichino  la necessità.

In Valpolcevera l'industrializzazione pesante ha lasciato segni sotto il profilo ambientale e della salute, mentre la successiva deindustrializzazione ha lasciato aree abbandonate al degrado e da bonificare, e pesanti ripercussioni sociali.  A questo  non sono seguiti investimenti a sostegno dell’economia locale o dei servizi alla persona, in quanto si è preferito puntare su ulteriori pesanti servitù come quelle  determinate dalle grandi opere.

Ora, i tagli al personale che stanno subendo i lavoratori di questo punto vendita, specchio di quanto sta accadendo in altre aziende di Genova, e la mobilitazione per scongiurare la possibilità  di altri licenziamenti da parte di Nidec Asi che vede i lavoratori della Ex Ansaldo ASI,  in presidio  in solidarietà con i lavoratori vicentini che saranno licenziati,  non possono che vederci solidali con la loro lotta in difesa dei posti di lavoro , della dignità dei lavoratori e delle loro famiglie .