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Peppe Sini del "Centro di ricerca per la pace e i diritti umani" di Viterbo  scrive al Presidente Gentiloni

vorrei invitare lei e il governo a riconsiderare e recedere dalle misure adottate con il recente decreto cosiddetto Minniti approvato dal Parlamento attraverso un voto di fiducia di entrambe le Camere.

Con quel decreto infatti si introducono nell'ordinamento giuridico italiano - e in un ambito di importanza cruciale - alcuni elementi propri di un regime di apartheid.

Orbene, l'Italia è una repubblica democratica, e una repubblica democratica è del tutto incompatibile con l'apartheid, ovvero con l'istituzionalizzazione della diseguaglianza di diritti tra le persone in considerazione della loro origine etnica e provenienza territoriale: l'apartheid è il razzismo eretto a sistema politico, l'apartheid è un crimine contro l'umanità.

Nel nostro paese negli scorsi decenni già molte gravi violazioni dei diritti umani sono state commesse da governi esplicitamente composti da forze politiche filomafiose, razziste e neofasciste: con l'antilegge Bossi-Fini e con il famigerato "pacchetto sicurezza" in particolare, ma non solo; decisioni feroci che sono costate - e costano tuttora - sofferenze infinite a milioni e milioni di persone innocenti.

Ma il governo che lei presiede invece di abrogare quelle insensate crudeli misure apportatrici di sciagurate violenze tragicamente sta facendo un passo ulteriore lungo la china che porta alla barbarie: giacché non solo intende realizzare nuovi campi di concentramento, non solo intende intensificare le deportazioni, ma addirittura crea tribunali speciali e nega alle persone migranti qui giunte fondamentali garanzie giuridiche: istituendo un antidiritto fondato sulla discriminazione etnica.

Così si crea un regime di apartheid.

Non credo che lei e i suoi ministri (ed i parlamentari che vi hanno rinnovato la fiducia pur sapendo che così avallavano quelle specifiche misure) vi siate resi conto di ciò che state facendo, ma ciò che state facendo è esattamente questo.

*

Egregio Presidente del Consiglio dei Ministri,

verrei meno a un fondamentale dovere di cittadino e di essere umano se non mi adoperassi per tentare di persuaderla e persuadervi a recedere da quella decisione al più presto.

Ed in assenza di una vostra tempestiva resipiscenza non resterebbe che adire tutte le vie legali e tutte le forme nonviolente d'impegno civile per contrastare l'instaurazione in Italia di un regime di apartheid; ovvero per difendere la legalità costituzionale e i diritti umani nel nostro paese già profondamente vulnerati.

Ho scritto questa lettera nella forma più breve, molte argomentazioni avrei potuto aggiungere ma la sostanza è tutta qui: che le misure previste nel decreto testé avallato dalle Camere violano lo stato di diritto, la costituzione repubblicana, la democrazia e i diritti umani; che quelle misure introducono nel nostro paese sostanziali elementi di apartheid.

Vogliate pensare al male che esse provocheranno a innumerevoli innocenti.

Vogliate pensare al male che esse faranno al nostro paese.

Vogliate pensare alle vostre stesse coscienze.

Tornate indietro.

 

L'apartheid è un crimine contro l'umanità.

 

12 Aprile 2017


Impatti climatici dell'agricoltura e azioni per mitigarli

Report di Greenpeace

Segnaliamo questo interessante report che indica come si potrebbero mitigare gli effetti devastanti sul clima della produzione agricola industriale. QUA


Le politiche "soft" dei democratici contro gli immigrati

Il pacchetto Minniti calpesta i diritti

Patrizio Gonnella   Il Manifesto 12.02.2017

Migranti e sicurezza. Contro le ordinanze dei sindaci e le nefandezze del decreto anche noi ci appelleremo ai giudici e alla rule of law

Siamo vicini alle elezioni. E il governo spera di racimolare consensi con la solita sbobba su sicurezza e immigrazione. Ieri sono state approvate una serie di misure, perlopiù vessatorie. Esprimono una idea della sicurezza palesemente classista. Migranti, poveri, persone con problemi vari, sono il target di misure detentive o comunque limitative della libertà personale. Un mix pericoloso. L’ennesimo pacchetto sicurezza che arriva dal fronte democratico. Ne avevamo già visti più di uno. Nessuno utile a sconfiggere culturalmente o politicamente le destre.

Nonostante i Centri di identificazione ed espulsione (Cie) abbiano data prova vergognosa di sé, il governo prova a gonfiarli nei numeri fino a contenere 1.600 migranti in via di identificazione. Anche la durata massima di permanenza si estende: 135 giorni contro gli attuali 90. Per provare a convincere gli scettici, i Cie cambiano però nome. Il fatto che non si chiamino più Cie, ma Centri per il rimpatrio (Cpr), non ne cambia però la natura illiberale e la loro profonda ingiustizia. Inchieste istituzionali, governative, non governative, internazionali, giornalistiche ne hanno nel tempo ampiamente smascherato la natura intrinsecamente violenta.

I migranti sono un problema. Per velocizzare i tempi per il riconoscimento del diritto di asilo, nel decreto si fa quel che non si deve, ovvero si toglie un grado di giudizio, l’appello, per chi ha visto la propria istanza rigettata in primo grado. Ma l’asilo non è trattabile al pari di una questione condominiale. Attiene alla vita e non può essere parzialmente degiurisdizionalizzato.

In sintonia culturale regressiva sono le norme presenti nel decreto sicurezza; sono conferiti poteri di ordinanza ai sindaci con misure che limitano la libertà di movimento. Misure simili erano state giudicate incostituzionali non molto tempo fa dalla Consulta. Misure che furono volute dall’allora ministro degli interni Roberto Maroni con il quale l’attuale ministro degli interni è in perfetta continuità normativa e simbolica. Cambia solo il linguaggio per indorare la pillola.

Ma di progressista in tutto questo non c’è niente. Come non c’è nulla di democratico nel vietare a persone non condannate in via definitiva la frequentazione di certi luoghi. Sono vere e proprie misure di prevenzione messe nelle mani dei sindaci che così si potranno rifare una verginità dopo aver lasciato le città senza autobus, sporche e prive di servizi di welfare. Possiamo immaginarne l’uso che ne potrà fare qualche sindaco sceriffo leghista del nord. Lo griderà ai quattro venti. E la destra capitalizzerà elettoralmente. Infine nel decreto c’è una misura indegna che è la più indecente di tutte: le sanzioni contro coloro che fanno accattonaggio. Dunque i poveri cadono sotto la scure di un governo che ha come maggior azionista il partito democratico. Sin dal ’700 nobili e guardie si scagliavano contro mendicanti e vagabondi.

Il mondo intero si indigna contro il Muslim Ban di Donald Trump. Eppure, come denuncia il Financial Times, il governo italiano adotta una linea morbida. Quasi, quasi, visti i decreti di ieri, può definirsi un governo amico.

Trump se l’è presa contro i giudici che, azionati dall’American Civil Liberties Union, hanno bloccato il suo decreto.

Contro le ordinanze dei sindaci e le nefandezze del decreto anche noi ci appelleremo ai giudici e alla rule of law. Dunque chiediamo di segnalarcele per consentirci di contestarle per via giurisdizionale.


Osservasalute il report del 2016

Diminuisce l'aspettativa di vita

LEGGI QUA


Riprendiamo il 2017 con una lettera ai parlamentari di Padre Alex Zanotelli

A SOSTEGNO DELL'APPELLO "UNA PERSONA, UN VOTO" PER IL RICONOSCIMENTO DEL DIRITTO DI VOTO A TUTTI I RESIDENTI IN ITALIA

Gentile parlamentare,

poiché nelle prossime settimane il Parlamento sarà impegnato nella definizione della nuova legge elettorale le saremmo assai grati se volesse adoperarsi affinché nel dibattito che porterà ad essa sia introdotto il tema del riconoscimento del diritto di voto ai milioni di persone presenti in Italia cui attualmente tale diritto non è riconosciuto essendo nate altrove.

Come è a tutti noto vivono stabilmente in Italia oltre cinque milioni di persone non native, che qui risiedono, qui lavorano, qui pagano le tasse, qui mandano a scuola i loro figli che crescono nella lingua e nella cultura del nostro paese; queste persone rispettano le nostre leggi, contribuiscono intensamente alla nostra economia, contribuiscono in misura determinante a sostenere il nostro sistema pensionistico, contribuiscono in modo decisivo ad impedire il declino demografico del nostro paese; sono insomma milioni di nostri effettivi conterranei che arrecano all'Italia ingenti benefici ma che tuttora sono privi del diritto di contribuire alle decisioni pubbliche che anche le loro vite riguardano.

L'occasione è propizia perché si pervenga finalmente a riconoscere loro il diritto di voto:

a) con legge ordinaria per quanto concerne le elezioni amministrative (nelle quali peraltro fin dal secolo scorso il diritto di voto è già riconosciuto agli stranieri provenienti da altri paesi dell'Unione Europea);

b) con legge costituzionale per quanto concerne le elezioni politiche.

Come è noto, esistono già significative esperienze di altri paesi cui far riferimento, e in Italia un prezioso dibattito in materia (con particolar riferimento ai profili non solo giuridici, ma anche politici ed etici) è iniziato negli ultimi decenni del Novecento, ovvero da quando l'Italia da paese di emigrazione si è progressivamente trasformata in paese di crescente immigrazione.

 

E' ben noto che il fondamento della democrazia è il principio "una persona, un voto"; l'Italia essendo una repubblica democratica non può continuare a negare il primo diritto democratico a milioni di persone che vivono stabilmente qui.

 

6 gennaio 2017


In ricordo di Thomas Sankara assassinato il 15 ottobre 1987

QUA


Riforma costituzionale e ambiente

8 ottobre 2016 - di ReteClima Torino

E' in corso la campagna sul referendum costituzionale che si terrà il prossimo 4 dicembre 2016.

In prima approssimazione parrebbe che la riforma costituzionale proposta dal Governo non coinvolga i problemi inerenti l’ambiente ed il clima ma se si approfondisce la lettura del nuovo Titolo V ed in particolare l’articolo 117 paragrafo 2 si scopre che Lo Stato ha legislazione esclusiva su una alcune materie importanti.

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Il caso Cucchi

6 ottobre 2016 - di Redazione

Così la nuova perizia medica ha stabilito che Stefano Cucchi sarebbe deceduto per morte improvvisa da epilessia, evento possibile ma rarissimo e non verificabile autopticamente. La morte per altre cause non è stata esclusa e la perizia parla apertamente di frattura delle vertebre, confermando quindi ciò che la famiglia sostiene da sempre. Del resto che Stefano sia stato sottoposto a pestaggio è anche piuttosto evidente dalle immagini diffuse.

Siamo solidali con Ilaria Cucchi di cui ammiriamo il coraggio e la determinazione nella ricerca della verità.


Guardiane della terra

Un altro manifesto per la salute delle donne

non solo fertility day per saperne di più clicca sull'immagine

22 settembre 2016


Pensioni: il furto di stato

di Umberto Franchi

E' veramente insostenibile la spesa pensionistica in Italia?

15 settembre 2016

 

In Italia negli ultimi 30 anni hanno "riformato" per ben 8 volte le pensioni... non c'è stato governo di destra o di sinistra che non abbia smontato mattone per mattone la struttura portante del sistema pensionistico conquistato con le lotte operaie e studentesche dell'autunno caldo del 1969. Il fine è stato quello di far sparire un diritto sancito dagli articoli 36 e 38 della Costituzione:  chiudere il ciclo lavorativo della propria vita con dignità e serenità. Per questo fine si sono inventate bugie clamorose sul costo pensionistico più alto d'Europa, statistiche mistificanti, falsi buchi di bilancio dell'INPS, fondi privati e pubblici aperti o chiusi, false illusioni...

Oggi si perpetua l'ultima truffa chiamata APE ( anticipo pensioni) dove il lavoratore che ha pagato tutti i contributi e potrebbe andare in pensione in modo dignitoso, deve invece aspettare fino a 67 anni di età (legge Fornero) oppure andare  con 3 anni e 7 mesi di anticipo dando  alle  banche ed assicurazioni per tutta la vita (20 anni) una parte della propria pensione : su una pensione di 1500 euro mensile circa 300 euro al “prestito bancario”

Ma perchè si sta perpetrando anche questo misfatto?

Prima considerazione:

- l'ultima legge   anticostituzionale ( quella Fornero), ha preso a pretesto il buco dell'INPS per portare  la realtà pensionistica allo sfacelo dove le pensioni con il nuovo calcolo contributivo sono di entità inferiori del 60 % rispetto al precedente calcolo retributivo, dove l'allungamento dell'età pensionabile in prospettiva supererà i 70 anni di età.; dove i lavoratori che avevano maturato il diritto di andare in pensione con 40 anni di contributi devono aspettare antri 5/6 anni anche se svolgono attività pesanti ed usuranti.

 Inoltre  la riforma ha creato 480.000 lavoratori “esodati”, per oltre la meta di essi non c’è  la possibilità di andare in pensione, non avranno ammortizzatori sociali e nemmeno la possibilità di trovare un altro lavoro, generando casi di disperazione suicida come quello di Giuseppe  Bulgarella “un suicidio sulla coscienza di Monti”.

Il governo sostiene che la scelta dell'APE è obbligata altrimenti sarebbero serviti 10 miliardi che sarebbero andati  ad incrementare  il buco dell'INPS ? 

Ma perchè chi governa non dice da cosa  dipende oggi il deficit dell'INPS ?

Il motivo è questo :

 La legge n. 201 del 2011  ha stabilito l'unificazione tra gli istituti pensionistici dei lavoratori dei settori privati (INPS) con quelli dei settori statali e pubbliche amministrazioni ( Inpdap ed Enpas);

a fine anno anno 2011 le casse dell'INPS che riscuotevano i contributi pensionistici  sia dalle imprese private  che dai lavoratori, erano attive di 10 miliardi, ma a seguito l'unificazione con Inpdap e Enpas, l'Inps  ha iniziato ad andare in deficit, non perchè le pensioni dei lavoratori erano troppo alte ma a causa dei mancati pagamenti dei contributi pensionistici a carico sia degli Enti Locali che dello Stato. Cioè lo stato commette un furto, perchè anziché fare pagare i contributi (come alle imprese private) o ripianare il deficit degli Enti locali e della macchina statale che non hanno pagato i contributi assicurativi ai propri dipendenti, preferisce (di fatto) farli pagare ai lavoratori riducendo le prestazioni pensionistiche ed aumentando l'età pensionabile !

Nell'anno della fusione (2011) l'INPDAP aveva già 23,7 miliardi di euro di contributi non pagati dallo stato.

Quindi va sottolineato che lo stato, attraverso il governo Monti- Fornero e, dopo, con Renzi, prende a pretesto il deficit fittizio per ridurre le pensioni ed aumentare l'età pensionabile dei lavoratori del settore privato dove le casse INPS erano in attivo.

Seconda considerazione:

anche Nel 2016 l'INPS prevede di chiudere in rosso di 11,2 miliardi, ma perchè? Sempre per la stessa ragione della mancati riscossione dei crediti che l'INPS vanta nei confronti dello stato a cui va aggiunta tutta la questione dell'assistenza.

Come sappiamo tutti i lavoratori dipendenti, alimentano le casse dell’INPS con una esosa trattenuta mensile sulla busta paga. Quindi i soldi che l'INPS gestisce sono di chi lavora e non dello Stato, ed il medesimo non dovrebbe metterci le mani.  Invece, i soldi che vengono versati dai lavoratori all’INPS, e che  dovrebbero essere utilizzati solo per le pensioni, a causa di una legge dello stato, vengono utilizzati per pagare anche il TFR del Pubblico Impiego ed il TFR, più tre mensilità (all’80%), ai lavoratori delle aziende fallite  senza avere  la copertura necessaria alle liquidazioni dei dipendenti.

Non è vero che la spesa per le pensioni in Italia è insostenibile perchè è più alta che nei paesi esteri …  Chi afferma questo non dice che : 

1. La pensione in Italia è calcolata sulla la cifra lorda e il pensionato restituisce allo stato circa il 27% della propria pensione  tramite l'IRPEF, mentre il calcolo in tutti gli altri Paesi Europei (Francia, Germania, Gran Bretagna) viene effettuato sulla pensione al netto delle trattenute fiscali.

2. Se calcoliamo le entrate per contributi e le uscite per le pensioni l’INPS ha un utile di circa 27 miliardi l'anno.

3. Il costo delle aziende in crisi che licenziano e mettono i lavoratori in mobilità, o in prepensionamento, (liberandosi così di lavoratori ultra-cinquantenni considerati anziani) viene addebitato all’INPS.

4. L’INPS si fa carico anche delle spese per l’assistenza ai portatori di handicap, non autosufficienti e addirittura della cassa di previdenza dei dirigenti aziendali che a suo tempo fallì.

I costi utilizzati per i pagamenti del TFR, dei lavoratori in mobilità, dei prepensionamenti, ed anche gli interventi di assistenza, negli altri Paesi Europei (sempre citati da chi vuole tagliare le pensioni) fa carico allo Stato, in Italia all’INPS !

Ora a lor signori del governo non bastano tutte  queste vergogne. Essi evidentemente non ritengono le pensioni come un diritto costituzionale riguardante la retribuzione differita,  ed hanno  il coraggio di togliere circa il 25% della pensione a chi deciderà l'anticipo (massimo di 3 anni e 7 mesi) tramite la restituzione del prestito bancario. Non solo, hanno tolto la perequazione semestrale con l'adeguamento al costo della vita a chi detiene  una pensione lorda superiore a tre volte il minimo (1.100 euro netti mensili), poi hanno modificato con un decreto una sentenza della Corte Costituzionale che obbligava il governo a rendere il maltolto, rimborsando loro una elemosina. Ma la decisione ancora più grave sta ne fatto che il governo Renzi sta pensando di abolire le pensioni di reversibilità concesse ai coniugi dei pensionati deceduti, pensioni che sono finanziate dai contributi versati. Su questo, quindi,  il governo si appresterebbe ad operare un altro vero furto di Stato !

Ora dobbiamo domandarci, se i conti dell’INPS sono comunque in attivo, se lo Stato spende in assistenza i soldi che i lavoratori hanno dato all’INPS per la propria pensione, se  la logica economica ed occupazionale vorrebbe che i lavoratori andassero in pensione prima lasciando i posti ai lavoratori disoccupati e non il contrario…. Perché i pensionati dovrebbero accettare il taglio delle proprie pensioni tramite la non rivalutazione al costo della vita? Perché chi ha maturato 40 anni di  contributi per andare in pensione dovrebbe accettare un taglio del 25% ?  Perché i lavoratori Italiani dovrebbero andare in pensione più tardi con pensioni decurtate tramite il contributivo?

La risposta è politica: anche il Governo Renzi vuole fare cassa con i soldi della “povera gente”, senza mettere veramente in discussione, tagliandoli, pensioni ed i redditi vitalizi d'oro, ed i grandi patrimoni.


Alziamoci in piedi per una democrazia ecologica

Un manifesto prodotto dal movimento francese Nuit Debout e tradotto in italiano dagli studenti per l'ambiente

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14 settembre 2016


LE ALTERNATIVE AL LIBERISMO SI DISCUTONO NELLA TANA DEL LUPO

12 agosto 2016 - Riflessioni a 360° sul Forum Sociale Mondiale che si sta svolgendo a Montreal - dal blog di Vittorio Agnoletto

“Queste sarebbero le nazioni che pretendono di darci lezioni di democrazia? In verità  l’occidente ha paura del confronto sulle idee e sulle nostre proposte. Noi siamo portatori di idee non di bombe” Questa la dura reazione di Aminata Traore’, attivista dei diritti umani, già  ministra della cultura del Mali. Sono oltre 250 gli attivisti e i dirigenti sindacali e dei movimenti sociali ai quali è stato rifiutato il visto per entrare in Canada per partecipare a Montreal al 12° Forum Sociale Mondiale. Nonostante una dichiarazione di protesta firmata da centinaia di associazioni di tutto il mondo non è pervenuta alcuna reazione da parte del governo canadese che mostra assoluta indifferenza alle critiche ampiamente riprese dai media.

Il numero esiguo di rappresentanti del sud del mondo sta modificando sensibilmente l’andamento del Forum; non c’è  dubbio che il tentativo di costruire, attraverso il primo Forum realizzato nel nord del mondo, un ponte tra le emergenze sociali dei due emisferi abbia subito un arresto. Tuttavia questo non significa il fallimento del Forum che si sarebbe trasformato in una “scommessa persa” come viene sostenuto ad esempio da Sara Gandolfi sul Corriere, uno dei pochi media mainstream di casa nostra che ha scritto sull’argomento. Anzi, paradossalmente questa obbligata e imposta pausa di riflessione, può aiutarci a riprendere il cammino con maggior forza.

Il Forum si  trasforma

Il Forum nato a Poro Allegre 15 anni fa, nel 2001, pur dentro un approccio globale, leggeva il mondo attraverso uno sguardo al cui centro c’era il rapporto nord/sud con i temi della solidarietà  e della cooperazione internazionale, la denuncia delle politiche del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale in Africa, tutto questo letto con una forte sensibilità terzomondista. Sullo sfondo la discussione e l’analisi si ampliava al crescente dominio della finanza e al ruolo delle nuove istituzioni internazionali quali il WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Oggi la drammatica crisi sociale ed economica che investe tutto il mondo e in particolare modo l’emisfero nord-occidentale ci obbliga, se vogliamo essere realisti e credibili anche per i nostri concittadini, a puntare lo sguardo innanzitutto sui nostri territori, a sforzarci di trovare soluzioni idonee ad affrontare la pesante realtà del nostro quotidiano con proposte capaci di porre al centro anche nelle nostre nazioni i temi della redistribuzione della ricchezza, della giustizia sociale, della democrazia reale e quindi dell’accesso libero e generalizzato al sapere e alle nuove tecnologie.

Nel 2001 il 20% della popolazione possedeva l’80% della ricchezza, oggi l’8,7% possiede, secondo Credite Suisse l’85% della ricchezza globale. Questa concentrazione del potere economico sempre più nelle mani di pochi testimonia certamente un ulteriore impoverimento dei Paesi del sud del mondo, ma anche i tanti &sud& che si sono sviluppati nel ricco nord del pianeta.

Questo non significa assolutamente ignorare la catastrofe economica, sociale ed umanitaria che travolge intere regioni del mondo, ed infatti i temi dell’emigrazione, dei rifugiati, dell’accaparramento delle risorse, delle terre e dell’acqua hanno grande spazio nelle discussioni che si sviluppano qui a Montreal. Significa avere uno sguardo globale ma partendo dalla consapevolezza della propria situazione.E questo oggi è l’unico modo serio per poter contribuire a modificare la situazione anche nel sud del mondo. Il Forum che si sta svolgendo a Montreal ci può,  seppure con i suoi limiti, aiutare a compiere questo percorso.

Da “Occupy Wall Street” al Forum

I soggetti che oggi hanno organizzato il Forum sono molto diversi da quelli che lo hanno fondato nel 2001: allora i protagonisti indiscussi erano la CUT, il grande sindacato brasiliano, i Sem Terra e via Campesina, le grandi organizzazioni contadine diffuse in America Latina, in Africa e in Asia; in collaborazione, ma in seconda fila, con Attac, l’organizzazione nata nel nord del mondo, in Francia, con l’obiettivo di tassare le speculazioni finanziarie. Era la fotografia di due attraversamenti, quello a cavallo dell’Equatore e quello tra i due millenni.  

Questa complessità permane tutta ed infatti  qui nel Forum vi sono importanti incontri sugli accordi commerciali internazionali tra via Campesina, e le organizzazioni dei coltivatori del Quebec e perfino le associazioni dei nativi di queste terre; ma gli organizzatori di questo Forum hanno alle spalle un’altra storia: provengono da “Occupy Wall Street”, dalle lotte studentesche contro la privatizzazione del sapere e per un web libero, dalla lotta contro i grandi oleodotti, contro le pipeline, dall’impegno per un’energia pulita, contro un modello di sviluppo energivoro fondato sui combustibili fossili.

Cambiare il pianeta partendo dalla nostra condizione

Sono giovani tra i 20 e i trent’anni, frequentano assiduamente il mondo del web, non portano sulle loro spalle il ‘900 ma conoscono, hanno sperimentato da sempre, il dominio della finanza e dei mercati sulle loro vite e hanno piena consapevolezza dell’assenza di una qualunque tutela sul loro futuro. Conoscono forse meno la storia coloniale, ma sanno tutto del WTO, del TTIP, degli accordi TRIPs sulla proprietà intellettuale e sui medicinali, organizzano campagne per la chiusura dei paradisi fiscali e per la messa al bando nella finanza dei derivati.

Frequentano le università ed hanno trascinato centinaia di loro professori al Forum dove li troviamo impegnati in dibattiti complessi. Cresciuti in un mondo dominato dalle multinazionali, hanno chiuso rigidamente la porta a qualunque offerta di sponsorizzazione avanzata da compagnie telefoniche, da catene distributive ecc.; consapevoli dell’importanza del ruolo delle istituzioni – sia da un punto di vista democratico che nella redistribuzione della ricchezza e nella gestione del welfare, il sistema di sicurezza sociale – hanno fatto di tutto per coinvolgerle nella preparazione e nella partecipazione ai dibattiti.

Ecco perché  pur con tutti i limiti, il Forum che si sta svolgendo a Montreal, rappresenta comunque un’opportunità per chi, anche nel nord del mondo, non rinuncia a cercare delle alternative al dominio del sistema liberista.

Una pausa di riflessione con un profondo lavoro su noi stessi, per riprendere, con maggior forza un percorso condiviso con tutti coloro ai quali, qui a Montreal, è  stata chiusa la porta in faccia.

6 settembre 2016


L'Apartheid di Israele, due articoli da Il Manifesto

L'Apartheid di Israele

Asini in catene nella Valle del Giordano

Asini in catene nella Valle del Giordano

Cisgiordania occupata. Israele mette in vendita 40 asini confiscati ai palestinesi. La misura, spiega, serve a limitare gli incidenti stradali. Ma per i proprietari il provvedimento è parte della strategia per limitare le risorse dei palestinesi a favore delle colonie

Michele Giorgio

 

«Quaranta asini in vendita». Quando i proprietari palestinesi hanno visto sui giornali locali l’annuncio che l’esercito israeliano aveva messo in vendita i loro docili animali da trasporto, sono rimasti senza parole. Erano convinti di poterli riavere nel giro di qualche giorno. Invece i comandi militari israeliani hanno deciso di usare il pugno di ferro contro gli asini, accusati di essere la causa di numerosi incidenti stradali nella zona di Gerico, sulla statale che corre lungo la Valle del Giordano, da e per il Lago di Tiberiade. Ma anche su altre strade usate dai coloni ebrei per raggiungere i loro insediamenti. Gli animali, lasciati incustoditi, invaderebbero la carreggiata mettendo a rischio chi è alla guida.

«I nostri asini saranno messi all’asta, è profondamente ingiusto» si lamenta Arif Daraghmeh, capo del Consiglio che riunisce 26 frazioni del distretto di al Maleh. «Non è la prima volta che ci sequestrano gli animali – spiega – ma ora vogliono venderli e farci pagare una multa di 2000 shekel (circa 500 euro) per ognuno di essi. Dicono che quei soldi servono a coprire le spese per la cattura e il mantenimento degli asini». Non sente ragioni il Cogat, l’organismo di coordinamento delle attività di Israele nei Territori occupati. Fa sapere che gli asinelli, ancora tanti usati da agricoltori e pastori palestinesi, «si sono rivelati un grave pericolo» per la sicurezza degli automobilisti israeliani (coloni e turisti). Secondo il Cogat gli incidenti stradali sarebbero diminuiti del 90% da quando sono stati compiuti i sequestri. «Non siamo a conoscenza di così tanti incidenti stradali», ribatte da parte sua Daraghmeh, «piuttosto sospettiamo che i sequestri dei nostri asini non siano altro che lo sviluppo della politica israeliana di renderci la vita impossibile, di toglierci le nostre fonti di reddito e costringerci ad andare via, ad abbandonare le nostre terre». Con lui concordano un po’ tutti i palestinesi.

Che la vendita all’asta dei miti animali, che da migliaia di anni accompagnano il lavoro dell’uomo, sia parte di una strategia più ampia di Israele di “transfer” silenzioso della popolazione palestinese, non è facile da provare. Allo stesso tempo da alcuni anni a questa parte la Valle del Giordano – un terzo della Cisgiordania occupata – è al centro di una intensa politica israeliana di confische di terre, di demolizioni di case e strutture palestinesi, definite “illegali”, e di espansione delle colonie ebraiche. Le distruzioni di case palestinesi si sono intensificate negli ultimi tempi a Fasayil e in altri piccoli 28 villaggi palestinesi. Questa fascia di terra fertile e desertica allo stesso tempo, attraversata dal Giordano – un ruscello per gran parte dell’anno eppure è uno dei fiumi più famosi al mondo – permette il controllo del confine con la Giordania e l’accesso a risorse d’acqua vitali per irrigare i terreni agricoli. Acqua che finisce in buona parte alle colonie. Un palestinese che vive nella Valle del Giordano ha disponibili appena 20 litri di acqua al giorno, un quinto della quota stabilita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Israele non ha mai nascosto di voler mantenere il controllo della Valle del Giordano in qualsiasi compromesso territoriale con i palestinesi. Anche per questo motivo è fallito, due anni fa, il tentativo del Segretario di stato americano John Kerry di portare israeliani e palestinesi ad un accordo.

Dopo il 1967 l’Esercito israeliano ha trasformato il 18 per cento della Cisgiordania in aree di addestramento militare in cui vivono attualmente anche 6.200 palestinesi, molti dei quali proprio della Valle del Giordano che rientra (ad eccezione del distretto di Gerico) nella “Area C” della Cisgiordania, il 60% del territorio palestinese sotto il controllo pieno di Israele. Circa 176.500 ettari sono interdetti ai palestinesi, perché “zone militari”. L’allargamento di queste aree nella Valle del Giordano e la confisca di terre palestinesi permette la crescita delle colonie ebraiche dove attualmente abitano meno di 10mila israeliani, un numero che nei piani della destra al potere dovrà lievitare nei prossimi anni. Di pari passo crescono le demolizioni di case (centinaia negli ultimi anni, secondo i dati dell’Onu), le restrizioni alle attività agricole e ai trasferimenti di residenza nella Valle per i palestinesi che vivono in altre località della Cisgiordania.

«La trasformazione di aree delle Cisgiordania in terre demaniali è una strategia applicata da anni ed è volta a favorire l’espansione delle colonie», spiega Drod Ektes, un ricercatore israeliano che da anni osserva gli sviluppi della colonizzazione, in riferimento alla legge del periodo ottomano per la confisca delle terre non coltivate che Israele applica, a sua discrezione, nei Territori palestinesi occupati. «Con le recenti confische di terre palestinesi avvenute a ridosso di Gerico – aggiunge Ektes – il premier Netanyahu ha mandato un ulteriore messaggio rassicurante ai coloni sulla politica del suo governo e un altro alla comunità internazionale per chiarire una volta di più le intenzioni di Israele nella Valle del Giordano».

 

il manifesto, 6/8/16

 

In carcere "terroristi" di 12 anni

In carcere i “terroristi” di 12 anni

Israele/Territori Occupati. Saranno incarcerati i bambini palestinesi che, secondo Israele, si renderanno colpevoli di violenze. La "Legge dei Giovani" è stata approvata a inizio settimana dalla Knesset.

Michele Giorgio

 

La parlamentare del Likud Anat Berko ha ottenuto ciò che voleva. Anche i bambini di 12 anni saranno incarcerati per “atti di terrorismo”. Bambini palestinesi naturalmente. È a loro che Berko ha pensato quando, assieme alla sua collega del partito nazionalista-religioso Casa Ebraica e ministra della giustizia Ayelet Shaked, ha promosso la cosiddetta “Legge dei Giovani”, approvata a inizio settimana dalla Knesset con 32 voti favorevoli, 16 contrari e un astenuto. «A chi è stato ucciso con un coltello non importa se il bambino che lo ha colpito ha 12 o 15 anni – ha commentato Berko – questa legge nasce per necessità. Affrontiamo una ondata di terrorismo e la gravità degli assalti (palestinesi) richiedeva un linea più aggressiva anche verso i minori».

«Nessun terrorista camminerà in strada libero» titolava l’altro giorno Arutz 7, l’agenzia di stampa della destra israeliana, rappresentando una buona fetta dell’opinione pubblica. La legge non fa riferimento esplicito ad alcun gruppo. Lo scopo però è quello di colpire i palestinesi di Gerusalemme responsabili nei mesi scorsi, durante la nuova Intifada, dell’uccisione o del ferimento di israeliani. Gran parte degli aggressori, spesso adolescenti, sono stati uccisi sul posto dalla polizia. Berko e Shaked sono state spinte ad agire dal caso di un ragazzino palestinese, Ahmad Manasra, che lo scorso anno ha accoltellato e ferito gravemente un coetaneo israeliano in una colonia ebraica alla periferia di Gerusalemme. Al momento dell’aggressione Manasra aveva 13 anni non poteva andare in prigione. Così il procedimento nei suoi confronti è stato rallentato fino al compimento del 14esimo anno di età, in modo da permettere alla corte di condannarlo ad pesante pena detentiva per tentato omicidio. Berko e Shaked hanno insisto e ottenuto condanne anche per i 12enni. In Cisgiordania invece i giudici (militari) israeliani hanno già condannato ragazzi palestinesi molto giovani al carcere per “atti di terrorismo”. Tra questi una bambina di 12 anni rimasta in cella per quattro mesi e liberata lo scorso aprile.

 

Nell’ultimo anno e mezzo il governo del premier Netanyahu e la Knesset hanno approvato provvedimenti e leggi che inaspriscono le misure e le pene per gli “atti di terrorismo” che in Israele includono anche il lancio di pietre contro persone e autoveicoli (20 anni di carcere per chi lo fa intenzionalmente, dieci anni se non viene provata la volontarietà del gesto). Il condannato rischia di perdere, assieme alla sua famiglia, anche la residenza e l’assistenza sociale. Tra le poche voci che in Israele si sono levate contro la “Legge dei Giovani” ci sono il centro B’Tselem per la tutela dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati e Acri, l’Associazione per i diritti civili. «Imprigionare i minorenni vuol dire negare loro la possibilità di una vita migliore», ha protestato B’Tselem. Da parte sua Acri, che un anno fa aveva chiesto a governo e parlamento di non abbassare la soglia di età in cui si va in prigione, ha chiesto l’attivazione di programmi educativi e sociali per i minori colpevoli di atti di violenza.

 



Solidarietà a Nicoletta Dosio, anima del movimento NoTAV della ValSusa

2 agosto 2016

VERGOGNOSO PROVVEDIMENTO DELLA MAGISTRATURA TORINESE CONTRO NICOLETTA DOSIO. 

Il giudice di Torino ha emesso contro Nicoletta Dosio, da sempre una delle anime del movimento NoTav, un pesante provvedimento di restrizione della libertà personale. A Nicoletta è stato notificato l'obbligo di soggiorno a Bussoleno con  il divieto di lasciare il territorio del comune e,  dalle 18 alle 8 del mattino,  il domicilio coatto nella propria abitazione. Questo per non aver ottemperato all'obbligo di firma.

Il provvedimento è stato assunto per la manifestazione  a Chiomonte del 28 giugno 2015.

Credo di non avere conosciuto altre persone dolci e pacate, pur nella loro fermezza e determinazione, come Nicoletta. Difficile pensare che possa essere così pericolosa e negativa da meritare restrizioni di tale portata alla propria libertà. La sua colpa, evidentemente, è quella di resistere e di usare la forza delle idee contro la prepotenza del potenti. Di fronte a questo il pensiero non può che andare ai tanti, troppi, uomini che non ricevono gli stessi duri trattamenti anche dopo aver minacciato le proprie compagne, alla impunità di chi si arricchisce speculando e gettando decine di persone nella disperazione, a chi violenta il territorio seminando morte e devastazione che si abbatteranno sulle future generazioni, ai mafiosi, corrotti e corruttori che nel nostro paese continuano a farla franca.

Esprimiamo solidarietà e vicinanza a Nicoletta ed a tutti gli attivisti NoTAV, recentemente descritti come pericolosi quanto i terroristi dell'ISIS.


Nizza: perché?

Una riflessione di Sergio Dalmasso

18 luglio 2016

LEGGI QUA


Martedì 19 giugno contro gli espropri all'Agriturismo La Sereta

La lettera di Roberto e Barbara

15 luglio 2016

Coloro che si oppongono a tutto ciò, i famosi “terroristi” NoTAV, rappresentano per noi la parte sana e reattiva di una società senza bussola, ponendosi come anticorpi di un sistema malato.

Smettiamola di chiederci se e quanto serve opporsi ma chiediamoci se è giusto ed agiamo di conseguenza.

 

Martedi 19 luglio giornata di resistenza agli espropri.

Intendono effettuarli alla Sereta, dove serve un terreno boschivo di nostra proprietà per fare una strada ed uno sfiatatoio in corrispondenza del tunnel e a Pozzolo Formigaro dove esiste un terreno che 101 persone hanno acquistato collettivamente per rendere più difficile l'esecuzione dell'esproprio e dove convergeranno la maggior parte dei no tav piemontesi e di fuori.

Esiste una definizione, NIMBY (acronimo inglese per Not In My Back Yard, lett. "Non nel mio cortile") per chi si mobilita contro una certa cosa quando viene toccato direttamente in prima persona. Per noi è successo esattamente il contrario: ci siamo opposti a questa opera e mai e poi mai avremmo pensato che sarebbero venuti a coinvolgerci direttamente.  Anche noi cercheremo di impedire che tale esproprio avvenga. Si tratta di un atto simbolico e sostanziale, al di là delle implicazioni , con cui vogliamo testimoniare la nostra avversità, sia a quella che hanno chiamato “una presa di possesso temporanea rinnovabile”, sia all'opera in sé. 

Ci è stato chiesto perchè.

Questa la risposta.

Da sempre c'è chi in nome del dio denaro ha piegato al proprio interesse chiunque si trovasse davanti ad intralciarlo: intere popolazioni sono state annientate in nome di questa forma di monoteismo, ed intere nazioni sono sorte sulle macerie di altre. Diciamo che in questi casi ci sono state moltitudini che hanno tratto vantaggio a spese di altre. In questo caso si tratta di vantaggi di pochi a danno di una moltitudine. 

Si dice che questa opera sia di importanza strategica, ma forse non tutti sanno che:

non è vero che si arriverà prima a Milano perchè a Milano non ci si arriva affatto ma si arriva ad scalo merci in mezzo alla Pianura Padana in provincia di Alessandria.

Si dice che serve per incrementare il trasporto merci su rotaia, ma da quando sono stati presentati i progetti la necessità di tale incremento è in calo, ed anche se fosse stato vero il contrario, esistonoaltre linee sottoutilizzate che, con una spesa infinitamente minore, potrebbero essere disponibili.

Inoltre il trasporto su rotaia, quello che serve, quello dei pendolari che tutti i giorni devono andare a scuola e a lavorare, viene pesantemente tagliato.

Ma “ l'Europa lo vuole!” si ripete , come un mantra. Non è vero! Proprio in questo mese laCommissione Europea ha deciso di non stanziare neanche un euro, ribadendo il concetto di quanto

sia strategica l'operazione...strategica per chi?

Più di 6 miliardi di euro, provate a immaginarli...provate a immaginare cosa si potrebbe fare con questa cifra pazzesca, sarebbe un esercizio utile; vi forniamo qualche indicazione di chi ci ha già provato:

6 cm di terzo valico: un anno di pensione

100 m 1 anno di libri di testo per 40.000 studenti delle superiori

500 m 7 treni pendolari completi ( 1 locomotiva + 5 carrozze a 2 piani)

1 km 1 anno di tasse universitarie per 100.000 studenti

2,5 km ospedale da 600 posti letto, 18 sale operatorie e 180 ambulatori

2,9 km bonifica dell'ILVA di Taranto

Le nostre montagne hanno subito fin troppi scempi e ora un'altra devastazione è in corso. Noipensiamo che queste montagne vadano lasciate in pace e, se una vocazione economica ci deve essere, questa deve essere quella di favorire e salvaguardare una piccola agricoltura, da anni abbandonata. Carne e latte di qualità al posto degli allevamenti intensivi e al posto della chiusura della centrale del latte di Genova. Servono tante piccole opere , esattamente il contrario della logica che manda in visibilio i fautori della crescita del traffico merci. Una logica che è una delle cause della chiusura di tante piccole attività sparse sul territorio, e che, in compenso, ci rifornisce di cibi scadenti che arrivano dall'altra parte del mondo. Poi siamo tutti capaci di piangere lacrime di coccodrillo alla prossima alluvione e allora ci ricorderemo per qualche giorno della salvaguardia del territorio e dell'importanza della presenza dell'uomo che con il suo lavoro previene incendi e dissesti idrogeologici. 

A quella gente che si dedica a ricavare dalle grandi opere il rilancio della propria economia più che quello che occorre alla collettività, si accompagna la distrazione e la connivenza di troppe persone. L'elenco degli indagati in queste magnifiche opere è più lungo del terzo valico. Le parti politiche impegnate a sostenerli sono una vergogna collettiva.

La notizia del nostro rifiuto di dare vitto e alloggio, nella nostra struttura, a ditte coinvolte nell'impresa ci ha portato il piacere della simpatia di tanti attivisti no­tav, ma, nello stesso tempo, ci ha fatto tristemente constatare come quello che dovrebbe essere normale logica conseguenza risulti un fenomeno raro.

Coloro che si oppongono a tutto ciò, i famosi “terroristi” no tav, rappresentano per noi la parte sana e reattiva di una società senza bussola, ponendosi come anticorpi di un sistema malato. E smettiamola di chiederci se e quanto serve opporsi ma chiediamoci se è giusto ed agiamo di conseguenza.

Roberto e Barbara della Sereta

E ci chiedono perchè siamo contrari...

APPUNTAMENTI : a Pozzolo (comitati piemontesi e di fuori regione) sul lato sinistro della strada provinciale 211 della Lomellina in direzione Tortona a Fraconalto (comitati liguri e “amici” dell'agriturismo) davanti all'Agriturismo La Sereta: dalle 18 del giorno prima campeggio libero e dalle 7 di mattina, in entrambe le località.

 


Il video dei lavoratori Ericsson

Mentre l'azienda si rifiuta di partecipare ad un tavolo di trattativa il governo latita ma partecipa agli eventi pubblici della stessa Ericsson.


Intervista de Il Fatto Quotidiano al sociologo Domenico De Masi

Ripresa economica? Le parole di governanti ed economisti sono criminali.

Leggi QUA l'articolo

15 luglio 2016


Eleonora Forenza 

COMUNICATO STAMPA

Su TTIP e CETA il Ministro Calenda prende in giro il Parlamento e, quindi, gli italiani

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18 giugno 2016


Liguria pride 2016

L'Altra Liguria aderisce


L'Altra Liguria sottoscrive l'appello NoOil di Padre Alex Zanotelli

8 giugno 2016

Sono già trascorsi sei mesi dal vertice sul clima di Parigi(COP21), nel quale i potenti del mondo si erano accordati di tenere la temperatura del pianeta sotto un grado e mezzo per evitare il disastro ecologico. L’accordo raggiunto era stato osannato come “l’accordo del secolo”.

Il 22 aprile, con una solenne cerimonia al Palazzo di Vetro a New York, i capi di Stato di 175 nazioni hanno firmato ‘L’accordo di Parigi’ , per combattere il surriscaldamento del Pianeta. “Una giornata storica” l’ha definita Ban Ki Moon. Anche Renzi a nome dell’Italia ha firmato quell’accordo.Eppure , in questi mesi, abbiamo visto in questo paese ben poco che esprimesse la volontà politica per un cambiamento di rotta. Nessun dibattito politico sul clima in Parlamento. Nessuna legge in vista per mettere al bando petrolio e carbone.Anzi abbiamo assistito a un aumento di trivelle per mare e per terra. Renzi stesso ha invitato i cittadini a non andare a votare per il Referendum sulle trivelle a mare (17 aprile), che ha rivelato come il popolo italiano sia lontano dal capire che il petrolio deve rimanere sotto terra. Non solo, ma anche i media non aiutano il popolo a capire la gravità della crisi ecologica. Ma anche il mondo politico italiano non sembra interessato ad approfondire questo problema. Ne è un segnale chiaro l’assenza quasi totale di questo tema nell’attuale campagna elettorale. Non ho sentito da nessuna parte l’impegno ad andare verso le emissioni zero o sganciarsi progressivamente dai combustibili fossili. Bisogna riconoscere che, a sei mesi dallo ‘storico’ accordo di Parigi, ben poco si è mosso in Italia. Lo ammette anche Via Campesina:”L’accordo di Parigi è totalmente insufficiente per affrontare la problematica del riscaldamento globale.” Infatti l’accordo non contiene nulla di vincolante per gli stati, non fa nessun riferimento ai fossili(petrolio e carbone) e prevede la revisione nel 2023.

La speranza quindi non può che venire dal basso , dalla cittadinanza attiva, da una combinazione di resistenza,resilienza e buone pratiche E’ l’indicazione che ci viene da Via Campesina:”La società civile non può restare passiva e deve raddoppiare i propri sforzi per andare oltre il trattato di Parigi e realizzare misure effettive reali, concrete contro il cambiamento  climatico.” In molti paesi i movimenti per la giustizia climatica stanno proponendo e rivendicando l’urgenza di un impegno per tenere il petrolio, carbone e gas naturale sottoterra.

Invece ho la netta impressione che , dopo il vertice di Parigi, la società civile italiana sia rimasta silenziosa ‘aspettando Godot…’. Ho la stessa impressione della chiesa italiana, dove ben poco sembra muoversi in questo campo, nonostante la sferzata data da Papa Francesco con la sua enciclica Laudato Si’.

E’ mai possibile che migliaia di attivisti negli USA, Inghilterra, Australia, Sudafrica, Indonesia abbiano partecipato nelle prime due settimane di maggio alla più grande campagna mondiale di disobbedienza civile contro i combustibili fossili, chiamata Break Free, mentre in Italia non si muove foglia?

La situazione climatica è grave. Il 2015 è stato l’anno più caldo della storia. “La porta dei due gradi centigradi si sta per chiudere- ha detto Fatih Birol di IEA(Agenzia Internazionale Energia). Nel 2017 si chiuderà per sempre!”

Solo un movimento popolare unitario, un’onda verde , capace di unire le forze sia religiose che laiche, potrà forzare il governo italiano a prendere decisioni. E’ quanto ci suggerisce Papa Francesco in Laudato Si’:” Poiché il diritto si dimostra insufficiente a causa della corruzione, si richiede una decisione politica sotto la pressione della popolazione. La società attraverso ong e associazioni intermedie deve obbligare  i governi a sviluppare normative, procedure e controlli rigorosi. Se i cittadini non controllano il potere politico non è possibile un contrasto ai danni ambientali.”(179)

La cittadinanza attiva deve forzare il nostro governo e il parlamento a una legge  che ci sganci progressivamente dall’uso dei combustibili fossili(soprattutto petrolio e carbone) e punti alle energie rinnovabili, specie il solare, che non deve essere nelle mani delle multinazionali, ma delle comunità locali. Inoltre deve esigere dal governo un piano nazionale per l’energia.

Per realizzare questo, la cittadinanza attiva deve mettere in campo una serie di azioni non-violente, come fa il movimento internazionale Break Free  ,contro le trivellazioni, le centrali a carbone, le raffinerie.. (sit-in, occupazioni, blocchi ferroviari…).

Infine la cittadinanza attiva deve lanciare una grande campagna di Disinvestimento (Fossil Free) da quelle banche che investono sia sul carbone che sul petrolio. Se vogliamo ottenere dei risultati dobbiamo colpire le banche(oggi il vero potere!), togliendo i nostri soldi, non solo a titolo personale, ma soprattutto a livello istituzionale, come parrocchie o comuni. E’ una campagna internazionale già in atto che ha portato negli USA 180 istituzioni all’impegno di ritirare i propri investimenti, per un valore di 50 trilioni da banche che investono in combustibili fossili, tra cui anche il Consiglio Ecumenico delle Chiese(WCC) e la Federazione Mondiale Luterana. Perfino i Rockefeller  hanno deciso di ritirare i loro soldi, iniziando da quelle banche che investono nei due elementi che inquinano di più(carbone e shale). Tra le banche che più investono in carbone (cito quelle più comuni): Deutsche Bank, BPN Paribas, UBS, Unicredit , HSBC e tante altre (vedi il rapporto Bankrolling Climate Change.

“Le persone coscienziose-afferma Desmond Tutu- devono rompere contro banche che finanziano l’ingiustizia del cambiamento climatico”.

Se parrocchie come comuni, diocesi come regioni decideranno di ritirare i propri soldi da quelle banche che finanziano i combustibili fossili, otterremo molto in fretta chiare scelte da parte del nostro governo per salvare la Madre Terra.

Tutto questo lo possiamo ottenere se le realtà di base, sia laiche che religiose, formeranno un forte movimento popolare per salvare e fare pace con la nostra amata Madre Terra.

E’ un impegno etico fondamentale per tutti noi.

Diamoci da fare perché vinca la Vita!

LEGGI IL TESTO

8 giugno 2016


STOP-TTIP

Per saperne più scarica il dossier informativo

QUA


Rapporto Osservasalute 2015 Diminuisce l'aspettativa di vita degli italiani

28 aprile 2016

 

Questo in sintesi il risultato più eclatante di un corposo documento che valuta tutti gli aspetti legati alla salute dei cittadini, dalla produzione dei rifiuti all'incidenza delle malattie.

Per i più coraggiosi a questo link ci si può registrare per accedere a tutti i documenti

 http://www.osservasalute.it/index.php/home

 

Noi inseriamo in una pagina speciale un po' di articoli informativi

 CLICCA PER ENTRARE

 


Pubblicato il 27 marzo 2016 | di Giacomo Russo Spena, Steven Forti

di Giacomo Russo Spena e Steven Forti *   (26 marzo 2016)

A Barcellona l’attuale sindaca, ex occupante di case e proveniente dai movimenti sociali, sta attuando un reale cambiamento rompendo la dicotomia pubblico/privato – aprendo al “comune” – e sperimentando nuove forme di partecipazione. Senza tessere di partito, figlia degli Indignados, si pensa per lei già ad un ruolo oltre la Catalogna. E molti, in Italia, guardano con interesse al suo modello.

Al primissimo incontro erano pochi, seduti in circolo con le sedie. Eppure andavano ripetendo: “Dobbiamo vincere le elezioni”. L’ambizione, la vocazione maggioritaria, l’idea di raggiungere il governo. Tre pilastri fondamentali, dalla genesi di Barcelona en Comù, la lista che ha vinto le elezioni comunali a Barcellona nel maggio del 2015. Un progetto nato con un altro nome, Guanyem Barcelona – che significa “vinciamo, conquistiamo Barcellona” – e che è stato voluto fortemente da Ada Colau. La pasionaria degli Indignados.

L’ex occupante di case, 42 anni, sposata con l’economista Adrià Alemany e madre di un figlio di 5 anni, si è formata da noi: una breve parentesi Erasmus a Milano. Con il movimento No Global ha iniziato la sua militanza a tempo pieno e, dopo il G8 di Genova 2001, si è fatta promotrice a Barcellona dei primi cortei pacifisti contro le guerre preventive di Bush. Quel popolo arcobaleno che il New York Times etichettò nel 2003 come la seconda superpotenza al mondo, dopo gli Usa. È fronteggiando il dramma abitativo e, nel 2009, con la nascita della Plataforma de Afectados por la Hipoteca (PAH, Piattaforma delle vittime dei mutui) che diventa una leader di movimento conosciuta tanto da essere considerata dalle istituzioni “un soggetto pericoloso”.

Tra febbraio e marzo del 2014, Colau e le poche persone che erano al suo fianco organizzano degli incontri a porte chiuse. Si partecipa solo su invito. Venti, massimo trenta persone che aumenteranno con il passare delle settimane. Non saranno mai più di una cinquantina. Qualcuno, a sentire le loro conversazioni, li avrebbe presi per pazzi quando, in un numero esiguo e senza soldi, blateravano di governare la seconda città della Spagna e invece la storia ci racconterà altro.

Un gruppo ristretto formato essenzialmente da Ada Colau e dal suo nucleo duro, persone di fiducia da sempre, capitanato dal compagno Adrià Alemany e da Gerardo Pisarello, Jaume Asens e Gala Pin, tutti e tre attualmente assessori nella giunta comunale di Barcelona en Comú. Un nucleo duro che proviene dalle lotte sociali, dalla Plataforma de Afectados por la Hipoteca (PAH) e dall’Observatori DESC, che sta per Osservatorio sui Diritti Economici, Sociali e Culturali. E che poco a poco va allargandosi, includendo altre persone strettamente vincolate ai movimenti e alcune persone di prestigio legate al mondo universitario.

In tutta questa fase, i partiti non sono invitati e stanno a guardare, interessati, ma anche scettici. Sanno che devono contare sui movimenti dopo l’esplosione degli Indignados; sono coscienti che si devono trovare punti di incontro, allo stesso tempo sono gelosi della propria autonomia. “Non ci interessa unire la sinistra né creare sommatorie tra soggetti, ma creare qualcosa di nuovo e diverso”, afferma il gruppo di Colau che controllerà sempre la situazione, gelosa di non farsi scippare il progetto. Ma le riunioni sono vere: si parla, si discute animatamente, ci si confronta.

Tutti d’accordo nel dire che il percorso politico dovesse nascere dal basso rompendo il sistema partitico esistente, ormai in crisi, e rinnovando le modalità autorappresentative e minoritarie dei movimenti classici: “La logica movimentista e attivista, con le sue pratiche e il suo linguaggio, è fine a se stessa ed è necessario superarla, aprirsi alla società e intercettare tutti i cittadini colpiti dalla crisi. E, soprattutto, avere l’ambizione di vincere e porsi la questione di voler governare” affermavano all’unisono. Una campagna elettorale travolgente che ha visto la partecipazione di migliaia di persone. Un programma scritto nelle piazze attraverso affollate assemblee nei quartieri e l’utilizzo della Rete. Vera esperienza di tecno-politica. E senza alcun grande finanziatore alle spalle, né le tanto odiate banche: trasparenza e crowdfunding. Una proposta radicale, a leggere il programma.

Il 13 giugno 2015, un anno dopo, Ada Colau, attivista sociale ed ex occupante di case, diventava la nuova sindaca. La piazza Sant Jaume, davanti all’Ayuntamiento, era gremita e festante. “Non lasciatemi sola. Il futuro di Barcellona è nelle vostre mani”, le sue prime parole. Dai movimenti alle istituzioni. Il giorno successivo bloccava da primo cittadino uno sfratto opponendo resistenza passiva alle forze dell’ordine. Dopo otto mesi la ritroviamo nei quartieri più poveri della città, nelle assemblee territoriali, per ascoltare le richieste e confrontarsi direttamente coi cittadini. Un rapporto costante con le persone: “Mi interessa unire la gente, l’importante è condividere obiettivi e metodi per raggiungerli” va ripetendo Colau, da un barrio all’altro.

Democrazia, trasparenza e diritti sono i pilastri del cambiamento coi quali ha vinto le elezioni amministrative con la sua Barcelona en Comú, una lista civica nata dal basso e sostenuta da movimenti, in primis, e dai partiti come Podemos, gli ecosocialisti di Iniciativa per Catalunya Verds (ICV), i comunisti di Esquerra Unida i Alternativa (EUiA), il piccolo Procés Constituent e i verdi di Equo.

Non un’operazione politicista né una mera sommatoria, ma una “convergenza tra diversi”, un processo costruito orizzontalmente secondo il criterio una testa un voto. Un’intuizione che parte da lontano, partorita già nella primavera del 2014 da alcuni attivisti sociali e pensatori. Tra questi il politologo Joan Subirats: “In Spagna c’è stato un grande ciclo di mobilitazione che ha modificato lo scenario del Paese – afferma lo studioso – Barcelona en Comú non sarebbe esistita senza il 15M perché ha a che vedere con un cambiamento della coscienza politica e della mentalità, soprattutto con un fenomeno di politicizzazione della società. Nel biennio 2011-2013 gli Indignados sono riusciti ad identificare la natura del problema in PP e PSOE i quali, pur differendo su alcune questioni valoriali, negli anni hanno applicato le medesime politiche di austerity e i criteri imposti dall’Europa”.

Così la grande rabbia, quel “non ci rappresentano” che porterà a chiedere democrazia reale e la rottura dello storico bipartitismo iberico. Barcelona en Comú intravede lo spazio politico e si pone il problema del governo, da subito. “Fin dal primo incontro – ricorda Subirats – ci siamo dati l’obiettivo di vincere, non ci interessava l’ennesimo partito di sinistra del 6-7 per cento ma prendere il potere a Barcellona. Bisognava occuparsi delle istituzioni e recuperarle per metterle al servizio della gente e aggiornare il sistema democratico”. La divisione non è più tra destra e sinistra ma tra basso contro alto. Un progetto ambizioso. E nuovo.

L’Italia era vista come un modello. Il nome Barcelona en Comú è figlio del movimento referendario per l’acqua pubblica che ha sancito il trionfo del comune come categoria per spezzare la dicotomia privato/pubblico. E poi l’esperienza arancione dei sindaci Doria, Pisapia, Zedda e De Magistris. Ora, in realtà, sono in contatto soltanto con il primo cittadino di Napoli.

Alle elezioni del 2015 l’occasione per unire le realtà sociali della città: associazioni, comitati, reti territoriali e singoli cittadini. In tale processo, aperto, i partiti assumono un ruolo secondario: su 11 eletti in consiglio 6 provengono dalla società civile, 5 dai partiti (1 da Podemos, 3 da ICV, 1 da EUiA).

L’analisi elettorale evidenzia come Barcelona en Comú ottenga un “voto di classe”, ovvero vette di consenso alte soprattutto nei quartieri abbandonati e degradati di Barcellona.

La candidatura di Colau è, infatti, prima in sei dei dieci municipi della città (Nou Barris, Sant Martí, Sant Andreu, Horta-Guinardó, Sants-Montjuic e Ciutat Vella), quelli che hanno il reddito più basso. A Nou Barris, dove Convergència i Unió (CiU), partito catalanista di destra che ha governato la città nell’ultima legislatura, non raccoglie nemmeno il 10%, Barcelona en Comú raggiunge il 33,8%. A Ciutat Vella il 35,3%, a Sant Martí il 29,4%. Sono i quartieri più colpiti dalla crisi e dove più si è lavorato, non solo durante la campagna elettorale, ma dall’estate precedente, con assemblee, incontri, riunioni. Un lavoro sul territorio, costante e continuo, che ha dato i suoi frutti. Riavvicinare le persone alla politica, renderle partecipi, farle decidere su tutto. E il calo dell’astensionismo è evidente proprio qui: a Sant Andreu, Sant Martí, Nou Barris e Horta-Guinardó la partecipazione è aumentata dell’8 e del 9% rispetto al 2011, più che in altri quartieri.

Ma quello per Barcelona en Comú è stato anche un voto generazionale. Tra i giovani Ada Colau sbaraglia gli avversari. Gli under 25, ossia i figli della crisi e degli Indignados, non hanno avuto dubbi quando sono andati a votare. Lo hanno fatto maggioritariamente per la lista guidata dall’ex portavoce della PAH, che nel 2011 era nelle piazze occupate. Ma anche la lost generation dei trentenni, con lauree, master e dottorati ma senza la prospettiva di trovare un posto di lavoro, come mai in passato ha votato in massa per Barcelona en Comú. Questi sono alcuni degli elementi che hanno permesso il successo alle elezioni comunali del 24 maggio 2015.

Anche il ruolo decisivo di Colau è innegabile. La portavoce degli ultimi. La donna che da anni si batte per la democrazia e i diritti sociali. La leader storica della PAH. Il valore aggiunto. Qualcuno già ipotizza per lei un futuro come leader nazionale. Non a caso, già si sta adoperando per andare oltre il municipio di Barcellona perché, in alcuni ambiti, le decisioni vengono stabilite a livelli più alti. “Noi ad esempio ci siamo dichiarati ‘Barcellona città libera dal TTIP’, il trattato di libero commercio, perché pensiamo che sia un attentato alla nostra sovranità. Ne va della nostra democrazia. In Europa dobbiamo costruire alleanze a partire dai movimenti, dalle persone, dai municipi e dalle città, bisogna ricostruire un’altra Europa, quella reale, contro quella dei tecnocrati e dell’austerity”.

Per tale motivo ha firmato l’appello sul Piano B, e la democratizzazione dell’Europa, di Yanis Varoufakis, e siglato un accordo tra il Comune catalano e quelli di Lampedusa e Lesbo per dare una risposta alla crisi dei rifugiati. Spyros Galinos, sindaco dell’isola greca, e Giuseppina Nicolini, sindaca di Lampedusa si sono incontrati a Barcellona con Colau lo scorso 15 marzo. Nicolini è stata insignita anche del Premio per la Pace assegnato dall’Associazione delle Nazioni Unite in Spagna e dalla Provincia di Barcellona. “L’accordo UE-Turchia è immorale e illegale – le parole di Colau –. L’Europa sta sbagliando, il governo spagnolo sta sbagliando ed è complice della morte e la sofferenza di migliaia di persone”.

Secondo l’accordo, Barcellona offrirà appoggio tecnico, logistico, economico e anche politico affinché “si senta la voce delle città che vogliono che il Mediterraneo sia uno spazio comune di cultura, arte e scienze e non un enorme cimitero”, come ha dichiarato Colau. Il Comune catalano manderà a Lampedusa e a Lesbo esperti nei servizi di accoglienza ai migranti per dare inizio non a “un’alleanza paternalista o assistenziale, ma a un’alleanza tra città che non si rassegnano a un’Europa disumanizzata”.

La sindaca di Barcellona ha affermato che “gli Stati europei non si sono dimostrati all’altezza e non hanno applicato il diritto d’asilo, mentre i cittadini, le città e i popoli europei sì che sono stati all’altezza e hanno saputo dare una risposta non solo etica e politica, ma anche materiale e pratica” alla crisi dei rifugiati, ricordando che a Barcellona oltre 4 mila persone hanno offerto ospitalità nelle proprie case nei mesi scorsi.

Il governo spagnolo non sta dando nessuna risposta: finora sono solo 18 i rifugiati accolti. “Barcellona ha fatto tutto il possibile, ma non è sufficiente”, ha ricordato ancora Colau. “Abbiamo incrementato i fondi di cooperazione, abbiamo dichiarato Barcellona “Città rifugio”, abbiamo creato un mail del Comune per raccogliere le offerte di aiuto dei cittadini, abbiamo lanciato un bollettino a cui si sono iscritte oltre 3 mila persone”. Ora sono stati approvati altri fondi di 200.000 euro da destinarsi alle organizzazioni umanitarie che operano nelle zone colpite dalla crisi dei rifugiati. E Barcellona, oltre che con Lesbo e Lampedusa, collaborerà anche con Madrid, Atene, Amsterdam e Helsinki per formare un gruppo di lavoro su strategie di integrazione di rifugiati e migranti.

Adesso comunque arrivano, per lei, le prime difficoltà, un conto è l’opposizione di piazza un altro governare una città stritolata dai vincoli imposti da quest’Europea. Cosa ancor più difficile quando si governa in minoranza: Barcelona en Comú ha 11 consiglieri su 41, e la maggioranza in Consiglio è di 21.

Non mancano le prime difficoltà con Colau che, qualche settimana fa, ha dovuto fronteggiare un tumulto, lo sciopero degli impiegati del servizio pubblico. Il programma è in effetti impegnativo. “I movimenti sociali devono rimanere autonomi e credo che il conflitto sia il perno di una democrazia – sentenzia Colau -. Bisogna essere ambiziosi e utopici per realizzare il cambiamento, è necessario avere ideali per riuscire a fare il massimo possibile”. Barcelona en Comú, un’esperienza che in Italia si studia e ammira, a sinistra. E pensare che una volta erano gli spagnoli che guardavano noi.

* questo testo è un’anticipazione di un libro su Ada Colau che uscirà a breve per edizioni Alegre a firma sempre dei medesimi autori


IREN

Recentemente l'Azienda partecipata, multiutility che gestisce, tra l'altro, il servizio idrico, ha presentato il suo piano industriale al consiglio comunale, con una serie di diapositive più da spot pubblicitario che altro

QUA il documento di IREN e alcune valutazioni del Comitato Acqua Bene Comune

pubblicato il 17 marzo 2016


Piste ciclabili

Comitato Albamare chiede pista tra Valleggia e Vado L.

pubblicato il 6 febbraio 2016

LEGGI


L'INTERVENTO DI GIOVANNI COCCHI SULLA SCUOLA - BOLOGNA 9 GENNAIO 2015

Vorrei iniziare con una considerazione che a  me pare ovvia: la scuola è lo specchio della società, dalla Cina alla Finlandia. La scuola è tanto più o meno democratica  quanto la società è tanto più o meno democratica. In Italia, durante il Fascismo c’era una scuola  autoritaria, a pensiero unico, destinata alla formazione elitaria di pochi. Era una scuola dittatoriale, dove il Preside chiamava direttamente gli insegnanti, per primi quelli che si erano distinti in guerra, quelli abituati ad obbedir tacendo, una scuola che cacciava i prof che non giuravano fedeltà al pensiero unico fascista. 

La Resistenza e la nascita repubblicana delinearono il paradigma e l’orizzonte di una scuola veramente pubblica, “organo vivente”  e costituzionale di una società democratica: una scuola di tutti e per tutti, palestra del confronto tramite la  libertà d’insegnamento. 

La nostra carta costituzionale, forse la più bella del mondo, dedica alla scuola articoli meravigliosi. Stabilisce che ci devono essere scuole statali e gratuite per tutti perchè tutti devono poter studiare e che tutti i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno il diritto di raggiungere i più alti gradi degli studi. E proprio per questo la Repubblica ha il  compito di rimuovere tutti gli ostacoli che  limitano la libertà e l'eguaglianza ed impediscono il pieno sviluppo della persona umana. E perché non si ripetessero mai più arbitri e pensiero unico, fu scritto che ogni assunzione deve essere “trasparente” ed imparziale” e che l'insegnamento deve essere libero, non come privilegio dell’insegnante, ma a garanzia dello studente, perché solo nel confronto delle libere opinioni c’è la possibilità di un apprendimento consapevole e non di un indottrinamento.

Dunque, per la nuova “Repubblica”, una scuola pubblica, inclusiva, gratuita,laica, pluralista, imparziale e trasparente; e adeguatamente ed equanimemente  sostenuta, con l’obiettivo di assicurare ad ogni giovane cittadino, da Sondrio a Mazzara del Vallo, le medesime opportunità per la propria formazione. 

Dunque un progetto meraviglioso ed ambizioso che voleva chiudere per sempre con un passato terribile ed ignobile e disegnare un orizzonte pieno di diritti, eguaglianza e libertà.

Prima la scuola non era così e neanche dopo, per molti anni, fu ancora così. Quando ho iniziato ad andare a scuola io, molti miei compagni venivano subito bocciati e dispersi, il figlio del dottore avrebbe fatto il dottore e quello dell’operaio l’ operaio.  La mia maestra, quando facevamo gli asini, minacciava di cacciarci nell’ultima aula in fondo a destra,  terribile e misteriosa e con la porta sempre chiusa: l’aula dei “mongoloidi”, la chiamava. 

Per fortuna, mentre stavo crescendo, diventavano sempre più quelli che si mobilitavano perché quella scuola cattiva e classista cambiasse e si avvicinasse al dettato costituzionale.

Così fui poi tra i primi, per fortuna, a frequentare la scuola media unica obbligatoria che superava la distinzione istituita dal Fascismo tra la scuola media d'élite e scuola di avviamento professionale, destinata a coloro che non dovevano proseguire negli studi. E nel 1968 la scuola materna statale riconosceva finalmente alle mamme la possibilità di lavorare lasciando i piccoli in una scuola vera, pubblica, laica e non identitaria. E nel 1971 la scuola elementare a tempo pieno, con le compresenze, per lavorare in gruppo ed aiutare chi rimaneva indietro. 

Nel 1974 un altro tassello fondamentale: a seguito di uno sciopero generale – non della scuola, ma di tutta la società  a dimostrazione di quanto la scuola fosse considerata, diremmo oggi “un bene comune” - vengono istituiti gli “organi collegiali”: la società, i genitori eleggono i loro rappresentanti nei Consigli d’Istituto, il governo della scuola diventa democratico e partecipato. 

E nel 1977 finisce finalmente la “segregazione” dei ragazzi disabili: non più separati, concentrati e nascosti come “una vergogna” in classi differenziali, ma fonte di ricchezza e crescita per i compagni. E una valutazione formativa si sostituisce ai giudizi numerici e “incatenatori” nei confronti degli alunni più piccoli. 

Io ho avuto la fortuna di cominciare ad insegnare in quegli anni, in quel clima, in quella scuola, che ha poi saputo raggiungere nella sua punta più avanzata, le elementari, i primi posti nel mondo; in quella scuola in cui - dati OCSE - ancora oggi, ma probabilmente non ancora per molto, il fattore socio economico incide molto meno che in paesi come la Francia, il Belgio e la Germania, avvicinandosi invece a Paesi virtuosi come la Finlandia e la Svezia.  Ci sono stati dunque tre decenni in cui la scuola faticosamente, ma progressivamente, stava avvicinandosi a quella disegnata dai padri costituenti. 

Ma a partire dalla fine degli anni Novanta è cominciata un’inversione di tendenza sempre più accentuata.

Nel 2000, le“Norme per la parità scolastica”, paradossalmente col primo governo di “sinistra”, aggirano il dettato costituzionale del “senza oneri per lo stato”. Al Ministero dell’Istruzione viene tolta la parola “pubblica”, primo forte segnale simbolico di tutto ciò che seguirà, e  la politica scolastica passa nelle mani del Ministro delle Finanze: comincia la spoliazione l’immiserimento. Dapprima coperti con fantasiose costruzioni “d’antan” - il grembiulino,  la maestra unica - cui seguono tagli micidiali da 10 miliardi e 150.000 tra insegnanti e bidelli, che hanno portato a classi sovraffollate ed insicure, integrazione e alfabetizzazione impoverite e a tantissime ore di insegnamento in meno; sommandole tutte, pari a due anni in meno di istruzione.

E’ di nuovo tempo tempo di grandi mobilitazioni.  Chi lavora nella scuola e chi manda i figli a scuola - ancora INSIEME, ancora una volta in nome del “bene comune” scuola - non ci stanno. Un frutto straordinario di quelle reazioni è stata proprio la Lip, la Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica,  che voleva portare ad un ulteriore evoluzione quei tre decenni innovativi: possibilità del tempo pieno per tutti,  valutazione formativa, nuovi programmi, una più lunga scolarizzazione (dai 6 ai 18 anni), l’abbassamento a 22 del numero degli alunni per classe, vera accoglienza e integrazione degli immigrati, dei disabili, di chi è in difficoltà,  risorse certe e adeguate (6% del Pil), estensione della partecipazione democratica … solo per richiamare alcuni dei punti  qualificanti di quella proposta di legge, che è stata la nostra bandiera alternativa alla pessima  scuola di Renzi e che è comunque nostra ferma intenzione ripresentare.

Ma nonostante le proteste l’attacco alla scuola pubblica non si ferma ed anzi si fa più raffinato: non avviene più solo dentro ma anche fuori dalla scuola, perchè l’esperienza ha insegnato che occorre separare la scuola dalla società, se no non si riesce a procedere. Così parte una poderosa campagna di delegittimazione degli insegnanti agli occhi della società: chi mai arriverà poi in soccorso di insegnanti dipinti come privilegiati, fannulloni, incapaci, che addirittura si fanno umiliare dai loro studenti su youtube? 

In aggiunta, perdita dopo perdita, taglio dopo taglio, i genitori che sono entrati a scuola negli ultimi anni non sanno cosa hanno perduto; per loro la scuola è quella che c’è adesso: Invalsi,“oggettività”, e la foglia di fico dell’informatica.

Una scuola via via più impoverita che Renzi - nascondendone le vere cause e attribuendone invece la colpa agli insegnanti - ha gioco facile a definire “non funzionante” e dunque da rinnovare completamente. Ed ecco allora la “Buona scuola”, che sotto lo slogan/panacea dei: “ Tre  miliardi, il più grande investimento sulla scuola e 100.000 nuovi insegnanti” nasconde il ricatto delle assunzioni se e solo “in cambio” della fine del nostro ruolo di promozione sociale, della nostra libertà, della nostra autonomia, della “sovranità” nostra e dei genitori.

Per smontare quello spot basterebbe un dato per tutti, scritto nero su bianco senza alcuna vergogna nel Def: questo governo che urla “Riprendiamo ad investire sulla scuola!” è lo stesso che abbasserà in 5 anni  la spesa per l’ istruzione, portandola dal 3,7 al 3,5 del PIL spedendoci definitivamente all’ultimo posto nella classifica europea.  

E’ fondamentale capire il vero obiettivo celato sotto l’apparenza così compassionevole delle nuove risorse e delle nuove assunzioni: la residua  “distruzione”  del progetto fondativo di una scuola di tutti e per tutti. 

Con l’approvazione della 107, un’approvazione con voto di fiducia blindato e sordo addirittura alla più grande mobilitazione mai vista nel mondo della scuola, l’ancora costituzionale è stata levata e la barca comincia a veleggiare verso un orizzonte lontanissimo dal dettato costituzionale, un sistema simile a quello statunitense: scuole private a go go per chi potrà permettersele, poche scuole pubbliche d’eccellenza nei quartieri bene delle città, tante scuole senza speranza nelle periferie povere. Nelle prime - finanziate dai privati, con la selezione degli insegnanti migliori - verranno formate le classi dirigenti. Nelle seconde una forza lavoro, flessibile e disponibile, a basso costo; scuole dove non si perda più tempo a formare coscienza critica, cittadinanza, alta specialità,  ritenuti costi non più “sostenibili” né necessari. Fine delle pari opportunità per i ragazzi con la fine dell’unitarietà del sistema scolastico e della parità di trattamento delle scuole. Fine della libertà  della libertà  e della dialettica d’insegnamento, minati dalla chiamata diretta e dai premi ai più meritevoli individuati in modo insindacabile da un Dirigente insindacabile. Fine della “sovranità” democratica e del governo democratico della scuola, fino ad ieri in mano agli organi collegiali - Consiglio  d’Istituto ed al Collegio docenti - che oggi sono completamente esautorati dal potere monocratico conferito al Dirigente.  

Una scuola che non ha più al suo centro parole di pedagogia e didattica, ma solo altre attribuibili alla sfera del “mercato”: finanziamenti, privati, sponsor, competizione, organizzazione aziendale, catena di comando,  staff, selezione meritocratica e controllo del personale. 

Quella di  Renzi è una scuola che torna ad essere quella contro cui si batteva Don Milani: quella che riproduce il sociale con le sue disparità di classe e di zona, quella che rinuncia alla suo compito di ridistribuzione delle opportunità. La Buona scuola, la scuola buona è quella della Costituzione, quella così faticosamente conquistata, quella che ancora oggi prova ad esistere e resistere. Quella che vuole imporci Renzi è cattiva, cattivissima; un ulteriore passo verso l’ingiustizia.

Vorrei concludere da dove ho iniziato: dalla  considerazione della scuola come specchio della società.

La rivolta democratica del ’68 è stata la cornice che ha poi permesso quei tre decenni positivi di cui parlavo all’inizio. Senza il ’68, che presa avrebbe avuto la denuncia di Don Milani, quanto del suo messaggio sarebbe stato raccolto?

E la scuola apparecchiata oggi - con la sovranità assolta ad un uomo solo al comando, il disimpegno delle risorse pubbliche a favore dell’intervento dei privati, l’orizzonte delle charter school, l’abnorme espansione  dell’avviamento/alternanza al lavoro – non sono forse lo specchio di un Stato sempre più neoliberista e “presidenziale”?

Se la scuola è lo specchio della società, non è possibile cambiare la scuola solo agendo al suo interno. Se la scuola è lo specchio della società – prima, insieme e con ancor più determinazione - per cambiare la scuola e renderla davvero democratica  dovremmo provare a cambiare la società. La “Buona scuola”, il Jobs act, l’Italicum, la riforma costituzionale sottendono tutte un’unica ideologia autoritaria: un uomo solo al comando, un solo partito al comando . Dunque la  posta in gioco è drammatica e non riguarda solo chi nella scuola ci lavora, ma l’intero Paese e la sua tenuta democratica.  

Se è così,  la risposta alla domanda delle domande - Che fare?- è di una semplicità disarmante: unire le forze, combattere ogni settarismo, rinunciare alle nostre piccole appartenenze, costruire un unico fronte di resistenza democratica.  

Il 5 settembre, proprio da qui, da Bologna, , da un incontro nazionale della scuola cui hanno partecipato anche il Coordinamento per la democrazia costituzionale, la coalizione sociale, gli ambientalisti, è partita l’idea, l’appello, la volontà di costruire insieme  una grande tornata referendaria sociale che ridia ai cittadini la parola che è stata loro tolta.

 

Il prossimo 7 febbraio a Napoli (siete tutti invitati) decideremo insieme i quesiti ed il Comitato del referendum sulla scuola.

 

Infine un’ultima domanda, una responsabilità ancora più forte e pressante. Citando ancora una volta Don Milani: “la politica è sortirne insieme”. Insieme. Saremo all’altezza, ne saremo capaci?


Più di un'impronta, è inziato l'Antropocene?

Science,  8 gennaio 2016

L’Antropocene è funzionalmente e stratigraficamente distinto dall’Olocene

Waters CN et al.

L’attività umana sta lasciando un’impronta pervasiva e persistente sulla terra. E’ in corso un acceso dibattito sull’ipotesi che questa impronta possa essere sufficiente a segnare l’inizio di una nuova era geologica nota come Antropocene (da antropos=uomo e kainos=nuovo). In questo lavoro revisioniamo i marcatori antropogenetici dei cambiamenti funzionali nel sistema terra attraverso l’analisi dei materiali stratigrafici. La comparsa di materiali da manufatti nei sedimenti, inclusi alluminio, plastica e cemento, coincide con un picco globale nelle emissioni da radionuclidi e nel particolato da combustibili fossili. I cicli di carbonio, azoto e fosforo sono stati pesantemente modificati nell’ultimo centinaio di anni. L’aumento del livello dei mari e dei cambiamenti climatici indotti dall’uomo sono superiori a quelli registrati nel tardo Olocene (l’era geologica attuale). Cambiamenti biotici includono la diffusione in tutto il globo di specie (prima confinate in specifiche aree climatiche) e l’accelerazione nel ritmo di estinzione (di specie  animali e vegetali).

Tutti questi indici combinati rendono l’Antropocene distinguibile stratigraficamente da Olocene ed epoche anteriori.


COMITATO ALBAMARE

LETTERA ALL'ASSESSORE BERRINO SULL'ORARIO TRENITALIA

pubblicato il 10 dicembre 2015


Assessore alle Politiche dell'Occupazione, Trasporti, Turismo e Personale della Regione Liguria Giovanni Berrino,

a settembre lanciammo l’allarme orario dei treni nel ponente savonese, allarme causato dal nuovo orario invernale di Trenitalia. 

Le chiedemmo anche un appuntamento per parlarne, e Lei gentilmente ci ricevette: ci assicurò che l’orario funzionava bene. Ma la lettura di tutte le proteste che si sono sollevate da Varazze ad Albenga, alla Valbormida da parte di pendolari, studenti, normali cittadini ed amministratori, è una conferma che questo orario dà qualche nuova opportunità, per la provincia di Imperia ed anche per la città di Savona, di viaggi più veloci verso Genova, a scapito di un servizio meno puntuale e frequente per tutte le stazioni intermedie. 

Poichè i treni non hanno frequenze molto elevate, e la soppressione della fermata anche di un treno provoca buchi di orario insopportabili per un servizio accettabile. Ad esempio anche la stazione di Quiliano-Vado ha delle sofferenza di orario: tale stazione serve i comuni di Quiliano e Vado ed anche di Bergeggi, per un bacino di utenti di circa 17.000. 

Queste persone sono costrette ad andare a prendere il treno a Savona in auto perchè poi non hanno un treno di ritorno. Sono solo sei chilometri, ma trafficati, ed anche il parcheggio a Savona è difficile: quanto pesa questo per il pendolare sia sul tempo totale di viaggio che sullo stress? Molto! 

Ed allora ci perdoni, Assessore, se siamo nuovamente sul problema! Ma capiamo benissimo le Sue difficoltà a tentare di risolvere il problema con gli eterogenei mezzi ferroviari a disposizione: l’orario è un po’ un colabrodo, per cui accontentando alcuni se ne scontentano altri. Mescolare treni veloci, che saltano stazioni, con altri che le fanno tutte è molto difficile. Sarebbero necessari il doppio binario ed anche la possibilità di sorpasso sul binario in contromano come avviene in certi paesi esteri: quì le regole lo vietano. 

Ma se mettiamo sulla stessa linea treni a velocità differenti il risultato non può che essere che il treno veloce rallenti alla velocità del treno che gli sta davanti, oppure che il treno più lento si fermi in una stazione per farsi sorpassare dal treno più veloce. Il risultato è quanto è avvenuto finora: un servizio scadente sia in termini di velocità che di frequenza. 

Ed allora il problema si può risolvere solo, a nostro avviso, ritoccando di poco gli orari precedenti, per non creare scompensi, ma pensare velocemente e decisamente al futuro. Realizzare quello che noi nel 2009 chiamammo “Metropolitana Ligure”: tutti treni di ottime prestazioni metropolitane e tutti uguali tra di loro, così non si disturbano tra di loro. 

Concetto rivoluzionario? No, concetto utilizzato da tutte le metropolitane del mondo. Treni ad alta capacità di accelerazione e frenatura, ed ottima disposizione di porte e spazio interno, in modo da permettere la più veloce discesa e successiva salita dei passeggeri. 

Assessore faccia un piano di rinnovo totale del parco treni, acquistando nuovi treni metropolitani, e vendendo quelli attuali e sostituendoli con quelli di tipo metropolitano. Il risultato non sarà immediato, ma efficace e duraturo.

Con treni metropolitani si risparmiano 1,5 minuti a stazione, 20 minuti da Savona a Genova, 30 minuti da Ventimiglia a Savona.

Un risultato non “immediato” ma sicuramente efficiente per il ponente ligure: Assessore ci pensi!

Grazie per l’attenzione e 

 
Comitato Casello Albamare
il Presidente
Paolo Forzano

COMUNICATO STAMPA

Comitato casello Albamare

 all'Assessore ai Trasporti della Regione Liguria, Giovanni Berrino, un invito a promuovere la mobilità a due ruote.

pubblicato il 30 novembre 2015

Egregio Assessore Berrino,

a Savona e dintorni abbiamo molti comprensori, uno per comune, per gestire le bici pubbliche: sarebbe meglio avere un comprensorio un po' più grande, Savona e comuni limitrofi per gestire in modo unitario un parco biciclette pubbliche, così da incentivare chi, ad esempio, va da Albissola a Savona e viceversa, o chi da Savona vuole fare un giro nei dintorni.

Poichè ci sono anche salite che sono impegnative, ad esempio le strade di accesso all’ospedale, sarebbe interessante avere anche bici elettriche.
Ma sulle bici elettriche sarebbe anche necessario un incentivo pubblico all’acquisto come avviene ad esempio a Parigi, dove ho visto un incentivo del 33%, ma anche prezzi più accessibili che in Italia. 

Le chiedo quindi, Assessore, se è possibile creare un incentivo regionale all’acquisto di biciclette elettriche così come avviene a Parigi, perchè sarebbe sicuramente uno stimolo molto positivo.

Un altro punto importante sono le piste ciclabili che sono poche e mal connesse: anche quì sarebbe necessario un intervento della regione per stimolare e finanziare la progettazione e la realizzazione di piste ciclabili, ma sarebbe anche necessario un semplice intervento legislativo per permettere alle due ruote, così come avviene in Francia ed in molte altre città europee ed italiane,  l’uso delle corsie bus.

La ringrazio per l’attenzione e porgo

Cordiali Saluti


Comitato Casello Albamare
il Presidente
Paolo Forzano


Parigi: lavoratori del mondo unitevi!

Per salvare il clima.

E i vostri diritti

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Pubblicato il 9 dicembre 2015


VANDANA SHIVA 

invia un intenso e toccante messaggio di pace in preparazione della conferenza sul clima di Parigi

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LETTERA DEL COMITATO CASELLO ALBAMARE ALL'ASSESSORE BERRINO
pubblicato il 5 dicembre 2015
Egregio Assessore Berrino,

il nostro comitato è attivo da molti anni su tutti i problemi di mobilità del savonese. 
Il 6 aprile 2009 in Sala Rossa Comune di Savona organizzò un convegno “Metropolitana Ligure” per chiedere a tutti gli invitati del settore:
Paolo Forzano, presidente Comitato Casello Albamare 
Enrico Vesco, assessore regionale ai trasporti regione Liguria
Maurizio Oberti, direttore Marketing Stadler, società svizzera che produce treni metropolitani
Silvano Roggero - Direttore Regionale Trenitalia Liguria
Giuseppe Arena, Arenaways operatore ferroviario metropolitano TO-NO-MI-PV-AL-TO
Bruno Sessarego presidente AMT GE
Franck-Olivier Rossignolle AD Transdev Italia
Paolo Marson presidente ACTS SV
se e’ possibile creare un servizio di trasporto efficiente utilizzando le infrastrutture ferroviarie esistenti.
Erano stati altresì invitati, ed hanno partecipato, molti consiglieri regionali, parlamentari e rappresentanti delle organizzazioni economiche e turistiche.
Il punto posto all’attenzione si basava sull’osservazione che le infrastrutture sono costose e difficili da realizzare, mentre il materiale ferroviario e l’automazione possono, a costi contenuti ed in tempi brevi, dare risposte molto efficaci. 
Partendo dall’assunto che i treni in esercizio sono vecchi, lenti, obsoleti mentre esistono treni con forte accelerazione e potente frenata e che consentono tempi di salita e discesa facilitati da pianale basso uniforme e porte larghe e che, inoltre, su una stessa linea è bene avere treni delle stesse caratteristiche, proponemmo di considerare e discutere una nostra proposta.
La proposta era quella di sostituire tutti i treni obsoleti con efficienti mezzi di tipo metropolitano, invitammo all’uopo Maurizio Oberti, direttore Marketing Stadler società svizzera che produce treni metropolitani, ad illustrarci le caratteristiche di tali treni.
La nostra regione ha frequentissime stazioni, si può dire che è di fatto una metropolitana: pertanto perchè non usarla come tale? Il vantaggio? Il risparmio di circa un minuto e mezzo nel tempo di percorrenza per ogni fermata, almeno 20 minuti in meno tra Savona e Genova.
Le chiediamo quindi un incontro per confrontarci con Lei su questo tema, che è attuale ancora oggi.
In attesa di poterla incontrare, 
porgo
cordiali saluti
 
Comitato Casello Albamare
il Presidente
Paolo Forzano

TRE APPELLI PER TRE PERCORSI

Un'utile analisi di Franco Turigliatto

pubblicato il 27 novembre 2015

Mentre il governo ha varato la nuova legge di stabilità che, in piena continuità con le politiche liberiste, è segnata dalla negazione dei diritti e dei bisogni dei lavoratori, dalla distruzione della sanità pubblica e del welfare e da ingenti regali alle imprese e ai padroni, senza che si stia delineando una risposta sociale e sindacale adeguata sul piano dei contenuti e delle convergenze unitarie, forti discussioni sono in corso nelle forze delle sinistre.

Queste dinamiche di confronto e scontro si sono espresse in particolare in tre appelli politici, tutti segnati dal rigetto delle politiche liberiste e di opposizione al governo Renzi, ma caratterizzati anche da progetti politici assai diversi su molti aspetti.

Noi ci siamo, lanciamo la sfida

Il primo, “Noi ci siamo, lanciamo la sfida” (quello che ha dietro di sé il grosso delle forze a sinistra del PD e che dispone già di una buona rappresentanza parlamentare), si è costituito intorno a Sel e ai fuoriusciti dal PD, a cui si stanno unendo il PRC e la maggioranza di quel che resta de l’Altra Europa, avendo come prospettiva l’apertura di un processo costituente per un nuovo soggetto politico che dovrebbe concludersi nell’autunno del 2016 avendo come scadenza ravvicinata l’assemblea nazionale del prossimo gennaio.

Il progetto politico, pur nella genericità dei contenuti dell’appello, è molto chiaro: è un progetto timidamente antiliberista, democratico che ha come centralità le elezioni e la competitività su questo terreno con il PD di Renzi e con il Movimento 5 Stelle (lasciando tuttavia alcuni spazi di interpretazione e di alleanza nelle prossime elezioni comunali di primavera nelle grandi città). Viene rigettato Renzi, ma non il vecchio centro sinistra che sarebbe stato distrutto dall’attuale primo ministro. Siamo di fronte a una proposta riformista moderata, fortemente istituzionalista, con significativa presenza anche di vecchi soggetti storici di queste posizioni, molte volte responsabili nell’aver gestito le politiche dell’austerità in governi passati. La costituzione anticipata del gruppo alla Camera di Sinistra italiana costituisce una pesante ipoteca sugli equilibri interni a questa coalizione e segnala anche i movimenti e i contrasti ancora ben presenti tra i soggetti interessati al nuovo soggetto.

E’ una proposta certo legittima, ed è fatto positivo che settori se pur minoritari si stacchino dal PD; essa trae la sua maggiore forza dal desiderio di unità e di alternatività elettorale di quel che resta del popolo della sinistra, ma anche di tanti cittadine/i deluse/i e preoccupate/i per il corso degli avvenimenti.

Ma è una visione sbagliata e non condivisibile; è una strategia di tipo riformista sia sul piano nazionale che su quello europeo; non fa i conti con la gravità e la violenza dell’attacco delle forze dominanti, soprattutto non si pone i compiti della costruzione dei movimenti e di lotte adeguate per contrastarle, scelta che comporterebbe anche un ben diverso approccio nei confronti delle direzioni sindacali che in questi anni, e anche in questo autunno, nulla hanno fatto e stanno facendo di serio per contrastarle.

Il problema oggi non è tanto la conquista di una forte rappresentanza parlamentare (che certo non va disdegnata e che va utilizzata), ma aiutare i lavoratori e le lavoratrici a ricostruire un fronte di classe e di lotta. Proprio anche per questo la prospettiva anticapitalista non è presente nei propositi dello schieramento, l’orizzonte resta l’attenuazione delle spinte reazionarie del sistema capitalistico attuale e la speranza della riapertura di una nuova epoca keynesiana. Veramente troppo poco rispetto alle dinamiche dello scontro economico e sociale in atto e al nuovo periodo storico in cui siamo entrati nel corso degli ultimi venti anni.

Per questo anche le vicende greche, che costituiscono un banco di prova delle strategie di tutte le forze politiche della sinistra sia sul piano nazionale che internazionale, non sono richiamate; anzi, è noto che la stragrande maggioranza di queste forze ha sostenuto le scelte di capitolazione del governo Tsipras nell’accettare e gestire il terzo memorandum imposto alla Grecia.

I limiti strategici del progetto dovrebbero porre interrogativi a una forza come Rifondazione, che a parole si propone come anticapitalista (sappiamo che nella pratica le cose sono andate e vanno diversamente), e che non può pensare di risolvere il problema affermando formalmente che nell’operazione unitaria resta la sua “identità comunista”, ed anche, come ha ribadito il suo recente Comitato politico nazionale, il suo essere partito distinto, quasi che questa identità comunista non debba presupporre scelte concrete di pratiche e di politiche anticapitaliste e di rottura con il sistema.

Queste considerazioni critiche non pregiudicano per nulla la nostra disponibilità a ricercare l’unità d’azione con queste forze su diversi terreni per costruire le resistenze sociali e il contrasto alle politiche padronali, punto di partenza per qualsiasi politica anche solo parzialmente alternativa, ogni volta che se ne presenti l’occasione.

No Euro, no UE, no NATO

Il secondo appello “NO EURO, NO UE, NO NATO” presenta caratteristiche assai diverse e intende collocare la sua azione nella definizione di una piattaforma sociale per il lavoro, la democrazia, la pace. Esso è promosso in particolare da Giorgio Cremaschi, dalla Rete dei comunisti e da dirigenti dell’USB, oltre che da diversi compagni che da tempo hanno posto al centro della loro proposta politica l’uscita dall’Euro.

Al centro del testo c’è un forte denuncia della natura reazionaria dell’Unione Europea, dei suoi trattati iugulatori, del liberismo selvaggio, del dominio della finanza e del potere del capitalismo che produce disoccupazione e sfruttamento senza fine e quindi l’affermazione della non riformabilità dell’Unione Europea stessa e la necessità di rompere i vincoli europei.

Non possiamo che condividere questi contenuti e quindi essere del tutti disponibili a convergenze unitarie nelle iniziative e nelle lotte concrete. Per altro ci sono compagne e compagne che proprio in questa ottica hanno firmato sia il documento in oggetto che l’Appello antiliberista e anticapitalista che la nostra organizzazione sostiene.

Solo che il contrasto nei confronti dell’Unione Europea ha un angolo di approccio, anzi un perno su cui tutto il progetto e la proposta politica ruotano: la parola d’ordine centrale dell’uscita dall’euro su cui chiamare a raccolta e alla mobilitazione le forze disponibili. La questione monetaria diventa l’elemento determinante e causale di tutte le vicende europee; la proposta fondamentale diventa il passaggio o il recupero della vecchia moneta e la presunta riconquista della sovranità monetaria e nazionale.

Non siamo d’accordo con questa centralità; è una semplificazione, che lancia un messaggio riduttivo ai lavoratori e che rischia di non far comprendere appieno ed anzi di mascherare la portata della posta in gioco e la natura dello scontro che la classe lavoratrice deve affrontare.

Questo non significa che nel corso dello scontro di classe, come è stato per altro in Grecia, non possa rendersi necessaria questa misura concreta economica, insieme ad altre, per cercare di porre fine alle politiche di austerità. Le nostre posizioni sull’Europa sono espresse nel testo politico “Anticapitalismo, il nostro piano A”proposto per il dibattito del primo congresso della nostra organizzazione (e in particolare nel capitolo su L’Unione europea).

L’esperienza greca delle ultime elezioni, per altro ci indica anche che Unità popolare ha pagato un duro prezzo non essendo riuscita a non farsi schiacciare nella scelta semplificata di: “euro o dracma”.

Il rischio è di non riuscire a chiarire tutto quello che c’è dietro di sostanziale e sociale, cioè le scelte di classe della borghesia e la necessità di una lotta anticapitalista e non di ripiegamento sulle vecchie certezze ed equilibri di classe del passato. Alcune frasi sembrano rieccheggiare formule degli anni ’50 del PCI.

Per noi al centro devono stare la lotta all’austerità, il rifiuto delle politiche padronali, la denuncia del sistema capitalista in quanto tale, a partire, per quanto riguarda oggi l’Italia, dalla battaglia nelle prossime settimane contro la legge di stabilità. Questo orientamento presuppone che sul piano strategico e della proposta di azione non ci sia solo la denuncia del carattere reazionario dell’Unione Europea e la necessità di respingere i suoi trattati infami, ma anche di costruire un altro progetto continentale, di unire le forze anticapitaliste in una azione di solidarietà internazionalista, di una comune battaglia per un’Europa delle lavoratrici e dei lavoratori.

Non si tratta certo di pensare che ci sia una dinamica unica, un “giorno X”, in cui tutti i paesi si mettano in movimento, ma di lavorare per costruire il massimo di convergenze e di iniziative unitarie dei movimenti di classe e delle forze anticapitaliste unitarie, di realizzare le fratture là dove e quando queste si rendono possibili ed intorno ad esse costruire la solidarietà e la presa in carico delle esperienze più avanzate di lotta.

La rinuncia del governo Tsipras di operare queste rotture e la conseguente sconfitta delle classi popolari greche, costituisce una sconfitta per tutto il movimento di classe in Europa e peserà a lungo.

C’è un altro elemento del testo che presenta molte ambiguità: la corretta denuncia del carattere imperialista delle potenze occidentali e della Nato, loro strumento politico e militare, costituisce l’alfa e l’omega della sua analisi internazionale; ad essa non si affianca però la non meno necessaria denuncia del ruolo di grande potenza imperiale della Russia di Putin. Tanto meno vengono colti e interpretati i bisogni delle masse, che in tutti i paesi devono prevalere sulla reazione pavloviana del “il nemico del mio nemico è il mio amico”.

L’ambiguità lascia intravedere una posizione campista che per altro si esprime pienamente in alcuni siti dei promotori dell’appello per cui Assad diventa non un dittatore sanguinario da combattere ma un valido interlocutore di un presunto campo antimperialista…

“Gli dei accecano coloro che vogliono perdere” è il caso di dire; con questi approcci politici strategici che traggono la loro logica dalle vecchie eredità staliniane, anche la riaffermazione anticapitalista risulta essere più di facciata che nei reali contenuti.

Noi siamo contro la Nato e contro Putin, conto Assad e contro l’Isis.

Appello antiliberista e anticapitalista

Pensiamo invece che il terzo testo (promosso da alcuni settori de l’Altra Europa, da aree di Rifondazione, da Sinistra Anticapitalista e da diverse componenti sindacaliste di classe e da soggettività sociali) sia quello che più di tutti provi ad affrontare i nodi dello scontro di classe: è riassunto in due termini: antiliberista e anticapitalista. Antiliberista, di rigetto dell’austerità, come punto di partenza per contrastare le politiche dominanti della borghesia; anticapitalista perché queste politiche sono l’essenza del capitalismo; si deve lavorare per sviluppare un movimento che contesti e combatta questo assetto economico, politico sociale ed istituzionale che oggi minaccia il futuro delle classi lavoratrici sul nostro continente (e non solo in Europa).

Questa posizione esprime un bilancio preciso delle vicende greche e della sconfitta subita per arrivare alla conclusione che bisogna battere il neoliberalismo costruendo una prospettiva strategica alternativa al capitalismo, cioè un progetto di transizione al socialismo per usare una terminologia desueta, ma molto chiara.

Il testo, nella consapevolezza che si potranno produrre nuovi forti contraddizioni e movimenti di lotta in Europa, insiste sul fatto che occorre un “nuovo slancio di solidarietà e di azione anticapitalista”. E qui la divergenza nei fatti con il secondo appello è molto forte perché si precisa che cosa significa realmente internazionalismo. Esso “si esprime avendo sempre come punto di riferimento le classi popolari, i lavoratori e le lavoratrici dei diversi paesi, i precari, gli inoccupati e i disoccupati, i nuovi schiavi, le loro lotte per i diritti democratici e sociali; il punto di partenza è la comprensione dei loro bisogni e il sostegno alle mobilitazioni che promuovono per difendere i loro interessi in piena autonomia e in forte contrapposizione rispetto ai governi che rappresentano le classi dominanti”.

Così come sono indicati con chiarezza gli assi di riferimento e di lotta della classe lavoratrice, ma anche i contenuti e l’importanza degli altri movimenti sociali: ”Di fronte alla debolezza dell’opposizione alle politiche neoliberiste l’obiettivo diventa quello di costruire un ampio fronte, una coalizione o forum delle opposizioni, sociali, politiche e dei variegati movimenti sociali, studenteschi, ecologisti, femministi: poiché ci sono comuni interessi e evidenti convergenze tra questi soggetti, non è quindi impossibile avere luoghi di confronto permanente fra tutti/e coloro che, collettivamente e individualmente, desiderano battersi contro la xenofobia, il neoliberismo ed il capitalismo”.

Per questo si insite anche su un processo di iniziativa sindacale unitaria per costruire un sindacalismo di classe: “Pensiamo che le realtà di classe interne alle confederazioni e quelle esterne, il sindacalismo di base, debbano provare a superare diffidenze e contrapposizioni reciproche e trovare la strada dell’unità d’azione nell’ottica di una pratica di attività intersindacale di classe a partire dal basso nei luoghi di lavoro e, in prospettiva, di creare le condizioni per l’autorganizzazione ed anche per costruire delle nuove forme consiliari nei luoghi di lavoro, che ripristino la democrazia e il controllo diretto dei lavoratori e lavoratrici sui processi produttivi”.

Infine c’è una proposta forse modesta, ma precisa per contrastare i processi di involuzione moderata delle forze della sinistra in Italia, espresse nel nuovo soggetto unitario in costruzione, che coinvolgerà all’interno delle posizioni classiche moderate del riformismo italiano anche parte di forze, come Rifondazione, che, tra alti (pochi) e bassi (molti), avevano cercato di superarle.

L’obiettivo dell’appello antiliberista ed anticapitalista è la costruzione di un dialogo di tutte quelle forze che hanno come orizzonte un percorso anticapitalista partendo dai contenuti antiausterità e dall’internità al conflitto sociale, senza che questo rimetta in discussione le loro appartenenze politiche, sociali e sindacali.

Una proposta più definita politicamente, soprattutto più chiara nei suo contenuti di lotta al sistema capitalista, l’indicazione di ricominciare a discutere della prospettiva del socialismo in un momento in cui le tante barbarie in atto, quelle dei vecchi e dei nuovi imperialismi e quelle che sembrano uscire da secoli passati, ma del tutto calate nella realtà presente, minacciano il futuro dell’umanità.

 


L’AMIANTO E LE RIGHE SULLE MAPPE

Da sempre il treno è considerato "un mito di progresso" da parte di politici che lo cavalcano con svariati obiettivi: ma che succede quando poi le righe tracciate sulle mappa diventano espropri, rivoluzione del territorio, rischio di grandi depositi di amianto da smaltire?


OPINIONE - Non c'è nulla di più facile che tirare linee rette su una carta geografica. Lo diceva Gaetano Salvemini. L’Italia era quella dei primi del Novecento: un paese agricolo e arretrato. Il treno, parafrasando un celebre cantautore, era un mito di progresso. Per molti politici, nuove linee ferroviarie e opere civili erano un indispensabile corollario di discorsi retorici; promesse di un futuro mirabolante all'insegna dello sviluppo edell'industrializzazione. 

Anche oggi, con le dovute differenze, politici e amministratori locali sembrano nutrire un’immensa passione per le rette tracciate sulle mappe.
Il difficile inizia quando le linee ferroviarie vanno davvero realizzate. 
Come tutti sappiamo, non è solo un problema di soldi e risorse da trovare. E' anche un problema di limiti fisici che il territorio ti impone: torrenti da attraversare, ostacoli da aggirare, montagne da scavare, detriti da scavo (il cosiddetto smarino) da spostare e ricollocare in apposite cave.
E quando le montagne rischiano di essere piene di milioni di metri cubi di rocce ricche di amianto che poi tocca smaltire, ecco che le cose si fanno ancora più complicate.
E pensare che era così facile tirare una riga retta sulla mappa. Il pennarello ha una bella punta morbida, l'inchiostro sgorga lucido e abbondante lasciando un lungo segno sulla carta, come la bava di una lumaca, ma più elegante: lì c'è Genova, qui attraversiamo l'Appennino, qua facciamo il retroporto, poi puntiamo a nord, oltre le Alpi, attraverso l'Europa, verso l'infinito e oltre.

Mentre il politico o il tecnico di turno fanno scorrere il pennarello sulla mappa, tra parchi e valli abitate, la loro immaginazione è rapita dal futuro. I loro occhi vedono container di merci scaricati dalle navi e caricati su grandi convogli ferroviari. E, in un orgasmo futurista, la mente si perde a calcolare il volume delle merci e le ricadute positive sul territorio.


E chi si oppone? Ma chi? Quei quattro teppisti dei No Tav? Gli abitanti dei paesotti e delle cittadine interessate dal tracciato? Nemici del progresso malati incurabili della sindrome di Nimby, manipolati da terroristi senza scrupoli che non hanno interesse allo sviluppo del territorio, ma solo a destabilizzare per motivi ideologici, eccetera eccetera.
Suona bene vero?
Ma quando si palesa il rischio dell'amianto tutti questi bei discorsi suonano di colpo stonati.Specialmente in una provincia come la nostra, dove se ne conoscono fin troppo bene gli effetti devastanti sulla salute delle persone. Se in giro per l'Italia capita ancora di imbattersi in persone che non conoscono, non capiscono o minimizzano il rischio amianto, nella provincia di Alessandria è difficile sottovalutare il problema di fronte ai cittadini.
E così ieri, ad Alessandria, la questione amianto nei cantieri del terzo valico dei Giovi è esplosa durante l'incontro in Prefettura tra membri della Commissione lavori pubblici del Senato, i Presidenti delle regioni Piemonte e Liguria, i direttori di Arpa delle due regioni ed i Sindaci del territorio. Ci sono ancora infatti dubbi e incertezze sulle differenti metodologie adottate da Arpa e Cociv, il consorzio di imprese per la realizzazione dell’opera, in merito al rilevamento delle rocce contenenti amianto. 
La notizia che ieri il Sindaco di Alessandria Rita Rossa abbia chiesto all’Arpa di fare chiarezza e abbia ritirato la disponibilità del Comune all’utilizzo delle cave sul suo territorio ci fa tirare un sospiro di sollievo. 

Tutti in attesa del verdetto dell’Arpa, quindi: amministratori locali e, soprattutto, cittadini. Già, dimenticavamo, quando si tirano rette sulla carta geografica si rischia di tirarle anche sulle vite delle persone. Proprio questo bisogna essere ancora più attenti, per evitare di lasciarsi prendere la mano.
Ora ai cittadini non resta che aspettare le risposte dell'Arpa. E vigilare perché alle parole degli amministratori locali seguano i fatti.
Perché spesso le righe tracciate sulle mappe non si lasciano cancellare tanto facilmente.

 

11/11/2015

 

Emiliano Bottacco redazione@alessandrianews.it


Lettera aperta all'Assessore all'ambiente della Regione Liguria Giacomo Giampedrone

Di Federico Valerio per Zero Waste Italy

Pubblicato il 3 novembre 2015

Egregio Assessore

da quanto ha riportato La REPUBBLICA del 26 ottobre, lei sollecita i comuni Liguri a realizzare otto biodigestori per chiudere, una volta per tutte, il ciclo dei materiali post consumo prodotti dai liguri e da coloro che questa regione ospita come turisti e villeggianti.

Ovviamente siamo lieti che anche la nuova amministrazione regionale confermi la bocciatura agli impianti di termovalorizzazione, ma per il trattamento della frazione di scarti più problematica, le circa 500.000 tonnellate annue di residui biodegradabili prodotti dai Liguri, sarebbe opportuno fare un ragionamento più articolato: perchè solo biodigestori?

Sappiamo la risposta: i biodigestori permettono di trasformare gli scarti organici in biogas, ricco in metano, la cui combustione permette a sua volta di produrre elettricità che, grazie agli incentivi dei "certficati verdi" che gli italiani, a loro insaputa, pagano sotto forma di tasse con la bolletta della luce, garantisce sicuri e lauti guadagni, per lo meno fino a quando questa tassa continuerà ad essere pagata.

Tuttavia  la contropartita di questa scelta sarà quella di creare otto nuove fonti inquinanti: le emissioni dei motori endotermici alimentati a biogas ( in particolare ossidi di azoto, formaldeide e polveri sottili),  che andranno ad impattare nelle località che ospiteranno questi impianti (località probabilmente con una qualità dell'aria già compromessa)  e  un notevole spreco energetico, in quanto più del 70 % del contenuto energetico del biogas trasformato in elettricità sarà disperso in atmosfera, sotto forma di calore non utilizzato.

Dalle scarse informazioni disponibili si può anche ipotizzare che, a causa della scarsa attenzione al loro potenziale agronomico, le grandi quantità di residuo solido di questi impianti (il digestato) invece di arricchire i nostri uliveti e le nostre serre, sotto forma di compost, andrà sprecato in una discarica o bruciato in qualche cementificio.

Eppure le caratteristiche orografiche della nostra Regione e in particolare la presenza di tanti comuni sparsi nell'entroterra avrebbero dovuto suggerire alla Regione sull'opportunità di privilegiare un'altra tecnica biologica, che ha il difetto di non essere sovvenzionata, ma ha il vantaggio di essere più semplice da realizzare e gestire e di non avere particolari problemi di economia di scala.

Parliamo del compostaggio che, in circa tre mesi, trasforma gli scarti organici in terriccio profumato di bosco e questo sia su un balconcino dei nostri centri storici, insieme ai vasi di geranei, sia in impianti industriali, compatibili con aree urbane e che si possono realizzare in 15 mesi.

Mi permetto di ricordare che la promozione del compostaggio domestico , con il progetto "Compostiamoci Bene", è stato il fiore all'occhiello dell'assessore Franco Orsi e della sua giunta regionale di destra,  grazie al quale , a partire dal 2003, in Liguria si sono attivati migliaia di impianti di compostaggio domestico che, da subito, hanno tolto dal circuito dei rifiuti gran parte degli scarti organici di tutte le famiglie liguri che hanno adottato questa pratica e che amano il giardinaggio.

E le potenzialità del compostaggio domestico, quale metodo per la gestione degli scarti biodegradabili, sono tutt'altro che trascurabili in quanto  le statistiche nazionali stimano pari al 20% del totale le famiglie italiane dedite al giardinaggio e quindi naturalmente predisposte anche al compostaggio.

Pertanto le potenzialità del compostaggio domestico, nella sola Genova, riguarderebbero circa 82.000 famiglie, 120.000 abitanti: le sembrano pochi?

E alla luce di questi fatti, quali piani la Giunta Toti ha in programma per rilanciare il compostaggio domestico?

Ci sono poi molte opportunità di realizzare nella nostra Regione  anche impianti di compostaggio a servizio di numerosi Comuni, specialmente quelli dell'entroterra, che potrebbero dotarsi di piccoli impianti di compostaggio, presenti sul mercato, da mettere a servizio di aziende agricole, campeggi, strutture alberghiere, condomini con giardini, parchi.

Avete in programma un regolamento regionale che dia certezze per le loro autorizzazione?

Se volesse, la Regione Liguria potrebbe anche incentivare il compostaggio industriale e l'uso agricolo del compost prodotto, inserendo nel Piano Regionale di sviluppo rurale incentivi economici  a chi utilizza compost per la sua produzione agricola o floro vivaistica.

E' una scelta politica già fatta da diverse altre regioni, pensa che gli agricoltori liguri non gradiranno?

Veniamo infine ai biodigestori.

Sappiamo che questa tecnica può essere preferita al compostaggio quando ci sono difficoltà a trovare aree di superfice idonea e quando il territorio non offre adeguata disponibilità di potature e legname da utilizzare, sotto forma di cippato, come strutturante per il compostaggio.

Queste sono le condizioni del comune di Genova che, conseguentemente,  ha scelto la digestione anaerobica  per il trattamento dei suoi scarti organici, ma in una modalità decisamente innovativa che ci auspichiamo sia seguita dalle altre province Liguri.

Il biodigestore genovese sarà affiancato da una biocella dove il digestato  prodotto dal biodigestore (legalmente un rifiuto) , sarà trasformato in compost che, anche dal punto di vista legale, potrà essere utilizzato a scopo agricolo, in quanto di elevata qualità, grazie alla raccolta differenziata Porta a Porta che AMIU si appresta a realizzare su tutta la città.

Penso che le possa interessare il fatto che AMIU stia studiando la possibilità che il cippato di legno che serve a produrre compost, possa derivare dalla regolare pulizia di torrenti, versanti collinari e dai nostri parchi urbani; un classico  "tre piccioni con una fava": soluzione a basso impatto alla produzione di scarti biodegradabili, prevenzione ai danni alluvionali, efficace lotta ai gas clima-alteranti grazie all'uso agricolo del compost che funziona da "spugna" per l'anidride carbonica in atmosfera.

Un'altra rilevante caratteristica del digestore genovese è che non brucerà in loco il biogas, ma lo raffinerà a metano ( bio-metano) puro per il 97% e quindi del tutto assimilabile al metano fossile che ci arriva dalla Libia e dalla Ucraina.

Nel piano previsto a Genova, il metano così prodotto sarà utilizzato per autotrazione, a cominciare dai mezzi AMIU ( compresi gli autocompattatori) per poi estendersi anche al parco automezzi AMT, e la sostituzione del gasolio con il biometano comporterà certamente un miglioramento della qualità dell'aria, miglioramento che, come le è noto, è auspicabile per la salute di tutti i Liguri.

Cosa pensa a riguardo la Regione Liguria?  Non sarebbe il caso di orientare in questo modo anche le altre province, comprese quelle che hanno progetti di biodigestori già avviati ma che potrebbero benissimo introdurre queste importanti innovazioni, in corso d'opera?

Un cordiale saluto

dr. Federico Valerio
Zero Waste Italy


L'ambiente inquinato degli stati d'Europa

un articolo di Guido Viale sul vertice per il clima di Parigi pubblicato da Il Manifesto

pubblicato 8 novembre 2015

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AMIANTO: COMUNICATO DOPO IL DIBATTITO CON LA SINDACO.


Un centinaio di persone hanno varcato le porte di Palazzo Balbi a Campomorone dietro lo striscione: Co.Civ ci avvelena con l'amianto e voi ne siete complici.
Dopo due ore di dibattiti con la Sindaco ed alcuni membri della Giunta,siao giunti a queste conclusioni:
Lo scavo della finestra Cravasco è fermo perchè la galleria è entrata in rocce amiantifere, attualmente c'è smarino contenente amianto abbancato in cantiere a Cravasco. 
Lo smaltimento dovrebbe avvenire in questi giorni, il sito di stoccaggio individuato per lo smarino amiantifero, catalogato come rifiuto pericoloso, si trova in Piemonte, a Orbassano. 
La sindaco ha garantito che lo scavo della galleria riprendera' solo quando le procedure previste dalla norma di legge saranno attuate.
Le procedure per scavi in rocce amiantifere prevedono la suddivisione in 3 tronconi della galleria, filtri particolari, ....tutta una serie di lunghe, complesse e costose procedure al fine di isolare tutto quello che è entrato in contatto con la zona contaminata. 
Il cantiere quindi deve restare fermo per un periodo molto lungo.
Attualmente in galleria non esiste alcuno di questi dispositivi quindi, gioco forza, il materiale amiantifero già estratto ha potuto disperdersi nell'aria. 
I controlli sulle procedure ed i monitoraggi del cantiere sono e saranno nelle mani di ARPAL, ASL e Co.civ stesso. 
Attualmente i dati dei rilevamenti sono esclusivamente in mano a questi enti, la sala ha richiesto alla Sindaco che solleciti gli organi competenti, affinchè siano liberi, on-line e fruibili da tutti. 
Mentre la Sindaco ha espresso totale fiducia sugli enti incaricati, la sala ha posto tutta una serie di quesiti che hanno smontato ogni certezza sull'efficacia dei controlli.
ARPAL è costituita senza dubbio da personale formato e qualificato, tuttavia è un ente Regionale che deve controllare gia' normalmente un territorio vastissimo con un numero esiguo di tecnici. 
Ogni qual volta si è verificato un danno ambientale in un cantiere Terzo Valico (...e ce ne sono stati molti...) ARPAL non è riuscita MAI a intervenire in maniera efficace e Co.Civ non è mai stato sanzionato. 
In piu' non si puo' negare che salendo la “Gerarchia” di ARPAL ci si avvicini ad un organo sempre piu' politico e sempre meno tecnico, la Regione Liguria (centro destra o centro sinistra che differenza fa!) è stata e resta il maggior (..ormai forse l'unico...) promotore del Terzo Valico. 
Sui controlli che Co.Civ si effettua da solo, non possiamo dimenticarci che Co.Civ è costituito per lo piu' dalle stesse aziende di Cavet, il consorzio TAV del mugello, i cui vertici sono stati recentemente condannati per reati legati proprio allo smaltimento illecito di terre da scavo, oltre che per i noti e irreparabili disastri ambientali del Mugello.
Non crediamo che i tecnici di ARPA Toscana fossero in malafede, siamo convinti, e lo diciamo da anni, che controllare il malaffare legato all'Altra velocità sia impossibile.
In questa cornice, di fronte ad una problematica seria e pericolosa come l'amianto, la sala ha espresso, piu' volte, disappunto per le effimere basi su cui la Sindaco ha fondato la proprie rassicuranti conclusioni.
Questa prima giornata contro l'amianto del Terzo Valico si è conclusa tra le urla di rabbia e le preoccupazioni per le posizioni espresse dall'Amministrazione Comunale.
Un ultimo quesito lo poniamo noi: chissà se tutta questa storia dell'amianto e del relativo business dello smaltimento non sarà il “la” per far aumentare i costi del Terzo Valico?




AGORA' DELL'ACQUA E DEI BENI COMUNI

Per il diritto all'acqua per il diritto al futuro!

ROMA 7-8 novembre

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Articolo di Guido Viale sul vertice di Parigi sul clima

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