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La nuova Agenzia USA di Protezione Ambientale targata Trump

L'inquinamento fa bene ai bambini.

18 novembre 2017

Questa la convinzione di un consigliere di Trump, sostenuto anche da alcuni membri del nuovo consiglio scientifico dell'Agenzia di Protezione Ambientale (EPA), l'ente a cui il presidente a dichiarato guerra fin dai primi giorni del suo insediamento e che ora ha nuovi funzionari.

Robert Phalen è diventato membro del Science Advisory Board, ovvero il Consiglio Scientifico dell'Epa, e nel 2012 dichiarò che "L'aria moderna è un po' troppo pulita per una salute ottimale" "L''aria pulita non fa bene ai bambini, i cui polmoni hanno bisogno di un po' di agenti irritanti per imparare a contrastarli". A dimostrarlo sarebbe l'aumento dei casi di asma in parallelo alla diminuzione dell'inquinamento.

Michael Dourson, direttore per l'ufficio della sicurezza chimica e per la prevenzione dell'inquinamento dell'Epa ritiene che "I bimbi resistano meglio agli agenti chimici"

Nel 2002 Dourson, allora consulente per aziende come Dow Chemical e CropLife America firmò uno studio nel quale spiegava come l'esposizione agli agenti chimici non danneggi i bambini di oltre sei mesi più di quanto faccia male agli adulti. Anzi, i piccoli potrebbero essere addirittura più resistenti. Lo studio era finanziato dalle stesse aziende chimiche per cui lavorava.

"L'ozono fa bene", lo sostiene Michael Honeycutt, che del Science Advisory Board è il presidente. "Non ho visto dati che suggeriscano che un abbassamento dei livelli di ozono producano benefici per la salute", affermò nel 2014, "anzi, ho visto dati che dimostrerebbero il contrario". L'esposizione all'ozono è considerata un fattore di rischio per asma e malattie cardiache, ma anche se fosse, per Honeycutt non c'è da preoccuparsi, perché "gli americani spendono almeno il 90% del loro tempo dentro casa". Anche l'ingestione di mercurio non sarebbe un problema. La prova? "I giapponesi mangiano più pesce degli americani e stanno benissimo".

"Il silicio non uccide"

Infine, secondo William Wehrum, capo dell'ufficio EPA che si occupa di aria e radiazioni, "Il silicio non uccide, le persone sono nate per avere a che fare con la polvere. La gente passa un sacco di tempo in ambienti polverosi e ciò non li uccide". 

Insomma, con consiglieri del genere, non è il caso di riporre troppe speranze in una marcia indietro di Trump sull'uscita dall'accordo di Parigi sul clima.

(Tratto da Francesco Russo AGI - FONTE)


Io sto con Riace

La RETE DEI COMUNI SOLIDALI (RECOSOL) - ww.comunisolidali.org - ha diffuso un appello a sostegno di RIACE, un piccolo paese della Locride che rischia di veder morire il progetto di accoglienza, riconosciuto in tutto il mondo come esempio di solidarietà.   

L’anno 2017 sarà ricordato dalle tante persone, associazioni, cooperative ecc che hanno potuto conoscere in questi anni l’esperienza di Riace anche come un anno di passaggio importante per la possibile continuità del progetto di accoglienza. Un progetto nato nel 2001 quando ancora non si chiamava Sprar, ma Pna (Piano Nazionale Asilo). In questi sedici anni Riace ha saputo uscire dall’ isolamento storico di un territorio particolare come la Locride e imporsi sul piano nazionale e ultimamente internazionale diventando un vero punto di riferimento sull’ accoglienza migranti. La formula adottata è stata semplice e geniale allo stesso tempo: trasformare in positivo quello che per altri viene vissuto come un problema. Un borgo che si stava spopolando rinato grazie alla presenza dei migranti che hanno riportato vita. Scuole e servizi mantenuti aperti, attivi, grazie ai tanti bambini presenti. Una piccola economia che riprende slancio. Per fare questo sono state utilizzate formule innovative che per sedici anni sono rientrate nelle caratteristiche del progetto e anzi, sono diventate un modello: I “bonus” e le borse lavoro. 

I bonus – uno strumento locale per consentire ai migranti di usufruire di un potere di acquisto (fra gli esercenti che hanno accettato questo sistema sulla fiducia), per una dignità di scelta e autonomia e supplire così gli storici ritardi dei contributi pubblici. 

Le borse di lavoro hanno consentito di riavviare un tessuto economico e dare una risposta lavorativa a quelle famiglie di richiedenti asilo che intendevano fermarsi a Riace, costruire un futuro e un radicamento. Le botteghe artigianali del paese (ceramica, ricamo, vetro, tessitura ecce cc), sono state una risposta forte che ha permesso la coesione sociale.

Due elementi fondamentali per il progetto Riace che ora (dopo sedici anni di attività) sembra messo in discussione.  Se il suo azzeramento verrà confermato di fatto sancirà la fine e la chiusura del progetto stesso. Progetto, vogliamo ricordarlo che è stato da stimolo per tutti i progetti nati in seguito nella Locride e in Calabria, progetto che è diventato modello e copiato in tutta Italia. Progetto che ha sempre risposto di SI, alle telefonate di emergenza umanitaria della Prefettura, dove richiedevano posti di accoglienza –Qui e Ora- senza attendere carte, timbri, assegnazione… La Rete dei Comuni Solidali fin da subito è stata a fianco del sindaco di Riace, veicolando in ogni dove e con ogni mezzo il progetto “pilota” di accoglienza. Molte le iniziative organizzate fra queste il Riaceinfestival www.riaceinfestival.it per raccontare anche sul piano della comunicazione e della cultura la trasformazione avvenuta. Innumerevoli i premi i riconoscimenti, fra questi: Nel 2008 Win Wenders ha voluto girare a Riace il corto “Il Volo” Nel 2010 il sindaco di Riace per la “capacità di tenere insieme l’antico e il moderno” è stato inserito dal World Mayor Prize fra i 23 finalisti del premio come miglior sindaco del mondo, al terzo posto insieme al sindaco di Città del Messimo e Mumbai. Nel 2014 Riace è stato presentato sul sito di Al Jazzera Nel 2015 il sindaco Domenico Lucano è stato premiato a Berna dalla Fondazione per la Libertà e i diritti umani. Nel 2016 il magazine americano Fortune ha reso pubblica la classifica delle persone più influenti del mondo. Il sindaco di Riace, è stato inserito al quarantesimo posto della classifica dei 50 leader per il suo impegno in favore degli immigrati e del loro inserimento sociale. Nel 2017 è stata girata una fiction dalla Rai e dalla produzione Picomedia con Beppe Fiorello che andrà in onda a gennaio 2018 La rivoluzione che Domenico Lucano e tutti gli operatori e i riacesi che ci hanno creduto sono riusciti a portare nel piccolo paese ha una valenza enorme non solo per tutta la Calabria ma per tutta l’Italia. Non è solo un esperimento da far conoscere e moltiplicare ma una vera speranza in questa estate 2017 dove il lavoro delle Ong viene messo in discussione e dove “l’inumano” (come scrive Marco Revelli) rischia di diventare il nostro pane quotidiano, affinché: “ l’Altro sia ridotto a Cosa, indifferente, sacrificabile, o semplicemente ignorabile. Che la vita dell’altro sia destituita di valore primario e ridotta a oggetto di calcolo”.

Chiediamo dunque che venga ristabilita la priorità umana nei confronti della burocrazia. Il progetto Riace merita un futuro non solo per la comunità riacese ma per tutti noi. Ci sono strane ombre che si addensano sul progetto Riace, che non è un semplice progetto SPRAR o CAS.

Chiediamo che le ispezioni e le visite di monitoraggio vengano svolte in maniera obiettiva e serena per meglio comprendere il lavoro degli operatori. Il Sindaco è in attesa da diverso tempo di conoscere l'esito di due visite ispettive della Prefettura di Reggio Calabria che nonostante le richieste formali non sono mai arrivate.

Chiediamo, infine, al Governo Italiano e, per esso, il Ministero dell'Interno e la Prefettura di Reggio Calabria di volere confermare il sostegno finanziario fornito all'esperienza di Riace, anche con riferimento alle pratiche dei bonus e delle borse lavoro, senza delle quali gran parte di quell'esperienza è destinata a disperdersi in breve tempo. 

 

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Comitato savonese acqua bene comune

Comunicato Stampa

18 agosto 2017

Preoccupati rispetto a ciò che è successo e a ciò  che abbiamo potuto leggere e ascoltare in merito, ci rivolgiamo ai nostri sindaci, gli unici che hanno la possibilità di decidere le azioni future, per sottolineare alcuni punti riguardo alla bocciatura del 3° ATO SAVONESE, punti che chiediamo loro di ricordare quando sarà il momento di fare delle scelte relative alla gestione del servizio pubblico dell’acqua.

 

1.  L’atto di costituzione  del 3° ATO Savonese è avvenuta secondo modalità che la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittime in quanto non è possibile modificare la dimensione degli ATO con legge regionale ma occorreva intervenire con una delibera amministrativa (art. 147 del d.lgs n. 152 del 2006 e art. 3-bis d.l. 138/2011)

2.    La scelta di una dimensione territoriale di un  ATO  diversa da quella provinciale è possibile , ma solo motivando la scelta con riferimento a ragioni di diversità territoriale, socio economica e salvaguardando l’efficienza del servizio. NULLA E’ STATO PRODOTTO IN MERITO .

3.  L’ATO 2 delle Bormide è stato costituito in tempi precedenti l’entrata in vigore della legge nazionale, per questo motivo non corre alcun pericolo.

4.    La l.r. che istituisce il 3° ATO è del 23/9/2015, il ricorso della Presidenza del Consiglio è stato depositato il 26/11/2015  e l’atto di costituzione della Regione Liguria viene presentato FUORI DAI TERMINI

 

 

Ciò che ci lascia quantomeno  perplessi è come mai nessun amministratore regionale, nessun dirigente, nessun politico si sia reso conto degli errori che venivano messi in atto  (nonostante la nostra segnalazione) e come mai dopo la sentenza n. 137 6/6 - 13/7/2017 della Corte Costituzionale che dichiara l’illegittimità di quella scelta ci si ostini a volerla riproporre. Ricordiamo che l’art. 137 della Costituzione dichiara l’inappellabilità alle sentenze della Corte stessa.

 

Il Comitato Savonese Acqua Bene Comune ha acquisito in 15 anni molte competenze e difende  solo il principio che l’acqua è sinonimo di democrazia. Per questo ci permettiamo di sottoporvi ancora le nostre proposte.

 

 

1.     Noi riteniamo che gli ATO, come istituiti per legge nazionale, non siano esattamente  “ottimali” ma a quella legge ci si deve  attenere e, per non rischiare commissariamenti, è necessario che i Comuni dichiarino a breve in quale ambito intendono  essere inseriti, senza perdere ulteriore tempo e senza ricercare soluzioni fantasiose che nulla hanno a che vedere con la difesa del principio che il diritto all’acqua è un diritto umano universale, privo di rilevanza economica (come alcuni comuni della provincia hanno inserito nello Statuto).

2.   Crediamo che le due spa pubbliche - Ponente Acque e Consorzio Depurazione Acque - debbano confluire in una unica società, possibilmente una Azienda Speciale Consortile - l’unico tipo di società soggetta al diritto pubblico e non privato.

3.    Chiediamo che le amministrazioni comunali  si aprano al confronto e alla partecipazione indicendo consigli comunali aperti per informare i cittadini di quello che sta succedendo e per discutere delle scelte da farsi.

 

 

Certi che la questioni abbia una valenza rilevante per il futuro dei nostri territori e, quindi, della vostra attenzione e volontà di pubblicare sui vostri mezzi di comunicazione, inviamo cordiali saluti.

 

p. il Comitato Savonese acqua Bene Comune

 

Alberto Dressino

Roberto Melone


Peppe Sini del "Centro di ricerca per la pace e i diritti umani" di Viterbo  scrive al Presidente Gentiloni

vorrei invitare lei e il governo a riconsiderare e recedere dalle misure adottate con il recente decreto cosiddetto Minniti approvato dal Parlamento attraverso un voto di fiducia di entrambe le Camere.

Con quel decreto infatti si introducono nell'ordinamento giuridico italiano - e in un ambito di importanza cruciale - alcuni elementi propri di un regime di apartheid.

Orbene, l'Italia è una repubblica democratica, e una repubblica democratica è del tutto incompatibile con l'apartheid, ovvero con l'istituzionalizzazione della diseguaglianza di diritti tra le persone in considerazione della loro origine etnica e provenienza territoriale: l'apartheid è il razzismo eretto a sistema politico, l'apartheid è un crimine contro l'umanità.

Nel nostro paese negli scorsi decenni già molte gravi violazioni dei diritti umani sono state commesse da governi esplicitamente composti da forze politiche filomafiose, razziste e neofasciste: con l'antilegge Bossi-Fini e con il famigerato "pacchetto sicurezza" in particolare, ma non solo; decisioni feroci che sono costate - e costano tuttora - sofferenze infinite a milioni e milioni di persone innocenti.

Ma il governo che lei presiede invece di abrogare quelle insensate crudeli misure apportatrici di sciagurate violenze tragicamente sta facendo un passo ulteriore lungo la china che porta alla barbarie: giacché non solo intende realizzare nuovi campi di concentramento, non solo intende intensificare le deportazioni, ma addirittura crea tribunali speciali e nega alle persone migranti qui giunte fondamentali garanzie giuridiche: istituendo un antidiritto fondato sulla discriminazione etnica.

Così si crea un regime di apartheid.

Non credo che lei e i suoi ministri (ed i parlamentari che vi hanno rinnovato la fiducia pur sapendo che così avallavano quelle specifiche misure) vi siate resi conto di ciò che state facendo, ma ciò che state facendo è esattamente questo.

*

Egregio Presidente del Consiglio dei Ministri,

verrei meno a un fondamentale dovere di cittadino e di essere umano se non mi adoperassi per tentare di persuaderla e persuadervi a recedere da quella decisione al più presto.

Ed in assenza di una vostra tempestiva resipiscenza non resterebbe che adire tutte le vie legali e tutte le forme nonviolente d'impegno civile per contrastare l'instaurazione in Italia di un regime di apartheid; ovvero per difendere la legalità costituzionale e i diritti umani nel nostro paese già profondamente vulnerati.

Ho scritto questa lettera nella forma più breve, molte argomentazioni avrei potuto aggiungere ma la sostanza è tutta qui: che le misure previste nel decreto testé avallato dalle Camere violano lo stato di diritto, la costituzione repubblicana, la democrazia e i diritti umani; che quelle misure introducono nel nostro paese sostanziali elementi di apartheid.

Vogliate pensare al male che esse provocheranno a innumerevoli innocenti.

Vogliate pensare al male che esse faranno al nostro paese.

Vogliate pensare alle vostre stesse coscienze.

Tornate indietro.

 

L'apartheid è un crimine contro l'umanità.

 

12 Aprile 2017


Impatti climatici dell'agricoltura e azioni per mitigarli

Report di Greenpeace

Segnaliamo questo interessante report che indica come si potrebbero mitigare gli effetti devastanti sul clima della produzione agricola industriale. QUA


Le politiche "soft" dei democratici contro gli immigrati

Il pacchetto Minniti calpesta i diritti

Patrizio Gonnella   Il Manifesto 12.02.2017

Migranti e sicurezza. Contro le ordinanze dei sindaci e le nefandezze del decreto anche noi ci appelleremo ai giudici e alla rule of law

Siamo vicini alle elezioni. E il governo spera di racimolare consensi con la solita sbobba su sicurezza e immigrazione. Ieri sono state approvate una serie di misure, perlopiù vessatorie. Esprimono una idea della sicurezza palesemente classista. Migranti, poveri, persone con problemi vari, sono il target di misure detentive o comunque limitative della libertà personale. Un mix pericoloso. L’ennesimo pacchetto sicurezza che arriva dal fronte democratico. Ne avevamo già visti più di uno. Nessuno utile a sconfiggere culturalmente o politicamente le destre.

Nonostante i Centri di identificazione ed espulsione (Cie) abbiano data prova vergognosa di sé, il governo prova a gonfiarli nei numeri fino a contenere 1.600 migranti in via di identificazione. Anche la durata massima di permanenza si estende: 135 giorni contro gli attuali 90. Per provare a convincere gli scettici, i Cie cambiano però nome. Il fatto che non si chiamino più Cie, ma Centri per il rimpatrio (Cpr), non ne cambia però la natura illiberale e la loro profonda ingiustizia. Inchieste istituzionali, governative, non governative, internazionali, giornalistiche ne hanno nel tempo ampiamente smascherato la natura intrinsecamente violenta.

I migranti sono un problema. Per velocizzare i tempi per il riconoscimento del diritto di asilo, nel decreto si fa quel che non si deve, ovvero si toglie un grado di giudizio, l’appello, per chi ha visto la propria istanza rigettata in primo grado. Ma l’asilo non è trattabile al pari di una questione condominiale. Attiene alla vita e non può essere parzialmente degiurisdizionalizzato.

In sintonia culturale regressiva sono le norme presenti nel decreto sicurezza; sono conferiti poteri di ordinanza ai sindaci con misure che limitano la libertà di movimento. Misure simili erano state giudicate incostituzionali non molto tempo fa dalla Consulta. Misure che furono volute dall’allora ministro degli interni Roberto Maroni con il quale l’attuale ministro degli interni è in perfetta continuità normativa e simbolica. Cambia solo il linguaggio per indorare la pillola.

Ma di progressista in tutto questo non c’è niente. Come non c’è nulla di democratico nel vietare a persone non condannate in via definitiva la frequentazione di certi luoghi. Sono vere e proprie misure di prevenzione messe nelle mani dei sindaci che così si potranno rifare una verginità dopo aver lasciato le città senza autobus, sporche e prive di servizi di welfare. Possiamo immaginarne l’uso che ne potrà fare qualche sindaco sceriffo leghista del nord. Lo griderà ai quattro venti. E la destra capitalizzerà elettoralmente. Infine nel decreto c’è una misura indegna che è la più indecente di tutte: le sanzioni contro coloro che fanno accattonaggio. Dunque i poveri cadono sotto la scure di un governo che ha come maggior azionista il partito democratico. Sin dal ’700 nobili e guardie si scagliavano contro mendicanti e vagabondi.

Il mondo intero si indigna contro il Muslim Ban di Donald Trump. Eppure, come denuncia il Financial Times, il governo italiano adotta una linea morbida. Quasi, quasi, visti i decreti di ieri, può definirsi un governo amico.

Trump se l’è presa contro i giudici che, azionati dall’American Civil Liberties Union, hanno bloccato il suo decreto.

Contro le ordinanze dei sindaci e le nefandezze del decreto anche noi ci appelleremo ai giudici e alla rule of law. Dunque chiediamo di segnalarcele per consentirci di contestarle per via giurisdizionale.


Osservasalute il report del 2016

Diminuisce l'aspettativa di vita

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Riprendiamo il 2017 con una lettera ai parlamentari di Padre Alex Zanotelli

A SOSTEGNO DELL'APPELLO "UNA PERSONA, UN VOTO" PER IL RICONOSCIMENTO DEL DIRITTO DI VOTO A TUTTI I RESIDENTI IN ITALIA

Gentile parlamentare,

poiché nelle prossime settimane il Parlamento sarà impegnato nella definizione della nuova legge elettorale le saremmo assai grati se volesse adoperarsi affinché nel dibattito che porterà ad essa sia introdotto il tema del riconoscimento del diritto di voto ai milioni di persone presenti in Italia cui attualmente tale diritto non è riconosciuto essendo nate altrove.

Come è a tutti noto vivono stabilmente in Italia oltre cinque milioni di persone non native, che qui risiedono, qui lavorano, qui pagano le tasse, qui mandano a scuola i loro figli che crescono nella lingua e nella cultura del nostro paese; queste persone rispettano le nostre leggi, contribuiscono intensamente alla nostra economia, contribuiscono in misura determinante a sostenere il nostro sistema pensionistico, contribuiscono in modo decisivo ad impedire il declino demografico del nostro paese; sono insomma milioni di nostri effettivi conterranei che arrecano all'Italia ingenti benefici ma che tuttora sono privi del diritto di contribuire alle decisioni pubbliche che anche le loro vite riguardano.

L'occasione è propizia perché si pervenga finalmente a riconoscere loro il diritto di voto:

a) con legge ordinaria per quanto concerne le elezioni amministrative (nelle quali peraltro fin dal secolo scorso il diritto di voto è già riconosciuto agli stranieri provenienti da altri paesi dell'Unione Europea);

b) con legge costituzionale per quanto concerne le elezioni politiche.

Come è noto, esistono già significative esperienze di altri paesi cui far riferimento, e in Italia un prezioso dibattito in materia (con particolar riferimento ai profili non solo giuridici, ma anche politici ed etici) è iniziato negli ultimi decenni del Novecento, ovvero da quando l'Italia da paese di emigrazione si è progressivamente trasformata in paese di crescente immigrazione.

 

E' ben noto che il fondamento della democrazia è il principio "una persona, un voto"; l'Italia essendo una repubblica democratica non può continuare a negare il primo diritto democratico a milioni di persone che vivono stabilmente qui.

 

6 gennaio 2017


Fidel Castro

13 agosto 1926 -26 novembre 2016

"Per non lottare ci saranno sempre moltissimi pretesti in ogni epoca e circostanza, ma mai, senza lotta, si potrà avere la libertà"

Cuba

La Repubblica di Cuba è un arcipelago dei Caraibi, posto tra il mar dei Caraibi, il golfo del Messico e l'oceano Atlantico. Verso nord si trovano gli Stati Uniti e Bahamas, a ovest il Messico, a sud le isole Cayman e la Giamaica, e a sud-est Haiti. 

Capitale: L'Avana

Area: 109.884 km²

Popolazione: 11,27 milioni 

Fulgencio Batista prese il potere con un golpe militare il 15 gennaio 1935 con il sostegno degli statunitensi e dominò la vita politica del paese fino al 1959 attraverso il sostegno a Presidenti deboli che lui stesso condizionava.  Nel 1944, volendo darsi un'immagine di democratico, indisse le elezioni presidenziali pur non potendovi partecipare perché la costituzione proibiva un terzo mandato presidenziale. Fu eletto Grau che già era stato presidente e governò dal 1944 al 1948 e dopo di lui Pio Socrates. Si caratterizzarono entrambi come governi violenti e corrotti.

Alle elezioni del 1952, prospettandosi la vittoria di un candidato sgradito, Batista, con l'appoggio delle grandi compagnie statunitensi dello zucchero, e di Washington, prese il controllo dell'isola con un colpo di Stato. Gli Stati Uniti riconobbero subito il suo governo.

Batista svendette il 90% delle miniere di nichel e delle proprietà terriere, l'80% dei servizi pubblici, il 50% delle ferrovie a ditte americane, Cuba divenne la capitale del gioco d'azzardo e della prostituzione, ospitando anche esponenti della mafia americana che si impadronirono di alberghi, case da gioco e di prostituzione, sfruttando il turismo statunitense.

In ricordo di Thomas Sankara assassinato il 15 ottobre 1987

QUA


Riforma costituzionale e ambiente

8 ottobre 2016 - di ReteClima Torino

E' in corso la campagna sul referendum costituzionale che si terrà il prossimo 4 dicembre 2016.

In prima approssimazione parrebbe che la riforma costituzionale proposta dal Governo non coinvolga i problemi inerenti l’ambiente ed il clima ma se si approfondisce la lettura del nuovo Titolo V ed in particolare l’articolo 117 paragrafo 2 si scopre che Lo Stato ha legislazione esclusiva su una alcune materie importanti.

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Il caso Cucchi

6 ottobre 2016 - di Redazione

Così la nuova perizia medica ha stabilito che Stefano Cucchi sarebbe deceduto per morte improvvisa da epilessia, evento possibile ma rarissimo e non verificabile autopticamente. La morte per altre cause non è stata esclusa e la perizia parla apertamente di frattura delle vertebre, confermando quindi ciò che la famiglia sostiene da sempre. Del resto che Stefano sia stato sottoposto a pestaggio è anche piuttosto evidente dalle immagini diffuse.

Siamo solidali con Ilaria Cucchi di cui ammiriamo il coraggio e la determinazione nella ricerca della verità.


Guardiane della terra

Un altro manifesto per la salute delle donne

non solo fertility day per saperne di più clicca sull'immagine

22 settembre 2016


Pensioni: il furto di stato

di Umberto Franchi

E' veramente insostenibile la spesa pensionistica in Italia?

15 settembre 2016

 

In Italia negli ultimi 30 anni hanno "riformato" per ben 8 volte le pensioni... non c'è stato governo di destra o di sinistra che non abbia smontato mattone per mattone la struttura portante del sistema pensionistico conquistato con le lotte operaie e studentesche dell'autunno caldo del 1969. Il fine è stato quello di far sparire un diritto sancito dagli articoli 36 e 38 della Costituzione:  chiudere il ciclo lavorativo della propria vita con dignità e serenità. Per questo fine si sono inventate bugie clamorose sul costo pensionistico più alto d'Europa, statistiche mistificanti, falsi buchi di bilancio dell'INPS, fondi privati e pubblici aperti o chiusi, false illusioni...

Oggi si perpetua l'ultima truffa chiamata APE ( anticipo pensioni) dove il lavoratore che ha pagato tutti i contributi e potrebbe andare in pensione in modo dignitoso, deve invece aspettare fino a 67 anni di età (legge Fornero) oppure andare  con 3 anni e 7 mesi di anticipo dando  alle  banche ed assicurazioni per tutta la vita (20 anni) una parte della propria pensione : su una pensione di 1500 euro mensile circa 300 euro al “prestito bancario”

Ma perchè si sta perpetrando anche questo misfatto?

Prima considerazione:

- l'ultima legge   anticostituzionale ( quella Fornero), ha preso a pretesto il buco dell'INPS per portare  la realtà pensionistica allo sfacelo dove le pensioni con il nuovo calcolo contributivo sono di entità inferiori del 60 % rispetto al precedente calcolo retributivo, dove l'allungamento dell'età pensionabile in prospettiva supererà i 70 anni di età.; dove i lavoratori che avevano maturato il diritto di andare in pensione con 40 anni di contributi devono aspettare antri 5/6 anni anche se svolgono attività pesanti ed usuranti.

 Inoltre  la riforma ha creato 480.000 lavoratori “esodati”, per oltre la meta di essi non c’è  la possibilità di andare in pensione, non avranno ammortizzatori sociali e nemmeno la possibilità di trovare un altro lavoro, generando casi di disperazione suicida come quello di Giuseppe  Bulgarella “un suicidio sulla coscienza di Monti”.

Il governo sostiene che la scelta dell'APE è obbligata altrimenti sarebbero serviti 10 miliardi che sarebbero andati  ad incrementare  il buco dell'INPS ? 

Ma perchè chi governa non dice da cosa  dipende oggi il deficit dell'INPS ?

Il motivo è questo :

 La legge n. 201 del 2011  ha stabilito l'unificazione tra gli istituti pensionistici dei lavoratori dei settori privati (INPS) con quelli dei settori statali e pubbliche amministrazioni ( Inpdap ed Enpas);

a fine anno anno 2011 le casse dell'INPS che riscuotevano i contributi pensionistici  sia dalle imprese private  che dai lavoratori, erano attive di 10 miliardi, ma a seguito l'unificazione con Inpdap e Enpas, l'Inps  ha iniziato ad andare in deficit, non perchè le pensioni dei lavoratori erano troppo alte ma a causa dei mancati pagamenti dei contributi pensionistici a carico sia degli Enti Locali che dello Stato. Cioè lo stato commette un furto, perchè anziché fare pagare i contributi (come alle imprese private) o ripianare il deficit degli Enti locali e della macchina statale che non hanno pagato i contributi assicurativi ai propri dipendenti, preferisce (di fatto) farli pagare ai lavoratori riducendo le prestazioni pensionistiche ed aumentando l'età pensionabile !

Nell'anno della fusione (2011) l'INPDAP aveva già 23,7 miliardi di euro di contributi non pagati dallo stato.

Quindi va sottolineato che lo stato, attraverso il governo Monti- Fornero e, dopo, con Renzi, prende a pretesto il deficit fittizio per ridurre le pensioni ed aumentare l'età pensionabile dei lavoratori del settore privato dove le casse INPS erano in attivo.

Seconda considerazione:

anche Nel 2016 l'INPS prevede di chiudere in rosso di 11,2 miliardi, ma perchè? Sempre per la stessa ragione della mancati riscossione dei crediti che l'INPS vanta nei confronti dello stato a cui va aggiunta tutta la questione dell'assistenza.

Come sappiamo tutti i lavoratori dipendenti, alimentano le casse dell’INPS con una esosa trattenuta mensile sulla busta paga. Quindi i soldi che l'INPS gestisce sono di chi lavora e non dello Stato, ed il medesimo non dovrebbe metterci le mani.  Invece, i soldi che vengono versati dai lavoratori all’INPS, e che  dovrebbero essere utilizzati solo per le pensioni, a causa di una legge dello stato, vengono utilizzati per pagare anche il TFR del Pubblico Impiego ed il TFR, più tre mensilità (all’80%), ai lavoratori delle aziende fallite  senza avere  la copertura necessaria alle liquidazioni dei dipendenti.

Non è vero che la spesa per le pensioni in Italia è insostenibile perchè è più alta che nei paesi esteri …  Chi afferma questo non dice che : 

1. La pensione in Italia è calcolata sulla la cifra lorda e il pensionato restituisce allo stato circa il 27% della propria pensione  tramite l'IRPEF, mentre il calcolo in tutti gli altri Paesi Europei (Francia, Germania, Gran Bretagna) viene effettuato sulla pensione al netto delle trattenute fiscali.

2. Se calcoliamo le entrate per contributi e le uscite per le pensioni l’INPS ha un utile di circa 27 miliardi l'anno.

3. Il costo delle aziende in crisi che licenziano e mettono i lavoratori in mobilità, o in prepensionamento, (liberandosi così di lavoratori ultra-cinquantenni considerati anziani) viene addebitato all’INPS.

4. L’INPS si fa carico anche delle spese per l’assistenza ai portatori di handicap, non autosufficienti e addirittura della cassa di previdenza dei dirigenti aziendali che a suo tempo fallì.

I costi utilizzati per i pagamenti del TFR, dei lavoratori in mobilità, dei prepensionamenti, ed anche gli interventi di assistenza, negli altri Paesi Europei (sempre citati da chi vuole tagliare le pensioni) fa carico allo Stato, in Italia all’INPS !

Ora a lor signori del governo non bastano tutte  queste vergogne. Essi evidentemente non ritengono le pensioni come un diritto costituzionale riguardante la retribuzione differita,  ed hanno  il coraggio di togliere circa il 25% della pensione a chi deciderà l'anticipo (massimo di 3 anni e 7 mesi) tramite la restituzione del prestito bancario. Non solo, hanno tolto la perequazione semestrale con l'adeguamento al costo della vita a chi detiene  una pensione lorda superiore a tre volte il minimo (1.100 euro netti mensili), poi hanno modificato con un decreto una sentenza della Corte Costituzionale che obbligava il governo a rendere il maltolto, rimborsando loro una elemosina. Ma la decisione ancora più grave sta ne fatto che il governo Renzi sta pensando di abolire le pensioni di reversibilità concesse ai coniugi dei pensionati deceduti, pensioni che sono finanziate dai contributi versati. Su questo, quindi,  il governo si appresterebbe ad operare un altro vero furto di Stato !

Ora dobbiamo domandarci, se i conti dell’INPS sono comunque in attivo, se lo Stato spende in assistenza i soldi che i lavoratori hanno dato all’INPS per la propria pensione, se  la logica economica ed occupazionale vorrebbe che i lavoratori andassero in pensione prima lasciando i posti ai lavoratori disoccupati e non il contrario…. Perché i pensionati dovrebbero accettare il taglio delle proprie pensioni tramite la non rivalutazione al costo della vita? Perché chi ha maturato 40 anni di  contributi per andare in pensione dovrebbe accettare un taglio del 25% ?  Perché i lavoratori Italiani dovrebbero andare in pensione più tardi con pensioni decurtate tramite il contributivo?

La risposta è politica: anche il Governo Renzi vuole fare cassa con i soldi della “povera gente”, senza mettere veramente in discussione, tagliandoli, pensioni ed i redditi vitalizi d'oro, ed i grandi patrimoni.


Alziamoci in piedi per una democrazia ecologica

Un manifesto prodotto dal movimento francese Nuit Debout e tradotto in italiano dagli studenti per l'ambiente

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14 settembre 2016


LE ALTERNATIVE AL LIBERISMO SI DISCUTONO NELLA TANA DEL LUPO

12 agosto 2016 - Riflessioni a 360° sul Forum Sociale Mondiale che si sta svolgendo a Montreal - dal blog di Vittorio Agnoletto

“Queste sarebbero le nazioni che pretendono di darci lezioni di democrazia? In verità  l’occidente ha paura del confronto sulle idee e sulle nostre proposte. Noi siamo portatori di idee non di bombe” Questa la dura reazione di Aminata Traore’, attivista dei diritti umani, già  ministra della cultura del Mali. Sono oltre 250 gli attivisti e i dirigenti sindacali e dei movimenti sociali ai quali è stato rifiutato il visto per entrare in Canada per partecipare a Montreal al 12° Forum Sociale Mondiale. Nonostante una dichiarazione di protesta firmata da centinaia di associazioni di tutto il mondo non è pervenuta alcuna reazione da parte del governo canadese che mostra assoluta indifferenza alle critiche ampiamente riprese dai media.

Il numero esiguo di rappresentanti del sud del mondo sta modificando sensibilmente l’andamento del Forum; non c’è  dubbio che il tentativo di costruire, attraverso il primo Forum realizzato nel nord del mondo, un ponte tra le emergenze sociali dei due emisferi abbia subito un arresto. Tuttavia questo non significa il fallimento del Forum che si sarebbe trasformato in una “scommessa persa” come viene sostenuto ad esempio da Sara Gandolfi sul Corriere, uno dei pochi media mainstream di casa nostra che ha scritto sull’argomento. Anzi, paradossalmente questa obbligata e imposta pausa di riflessione, può aiutarci a riprendere il cammino con maggior forza.

Il Forum si  trasforma

Il Forum nato a Poro Allegre 15 anni fa, nel 2001, pur dentro un approccio globale, leggeva il mondo attraverso uno sguardo al cui centro c’era il rapporto nord/sud con i temi della solidarietà  e della cooperazione internazionale, la denuncia delle politiche del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale in Africa, tutto questo letto con una forte sensibilità terzomondista. Sullo sfondo la discussione e l’analisi si ampliava al crescente dominio della finanza e al ruolo delle nuove istituzioni internazionali quali il WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Oggi la drammatica crisi sociale ed economica che investe tutto il mondo e in particolare modo l’emisfero nord-occidentale ci obbliga, se vogliamo essere realisti e credibili anche per i nostri concittadini, a puntare lo sguardo innanzitutto sui nostri territori, a sforzarci di trovare soluzioni idonee ad affrontare la pesante realtà del nostro quotidiano con proposte capaci di porre al centro anche nelle nostre nazioni i temi della redistribuzione della ricchezza, della giustizia sociale, della democrazia reale e quindi dell’accesso libero e generalizzato al sapere e alle nuove tecnologie.

Nel 2001 il 20% della popolazione possedeva l’80% della ricchezza, oggi l’8,7% possiede, secondo Credite Suisse l’85% della ricchezza globale. Questa concentrazione del potere economico sempre più nelle mani di pochi testimonia certamente un ulteriore impoverimento dei Paesi del sud del mondo, ma anche i tanti &sud& che si sono sviluppati nel ricco nord del pianeta.

Questo non significa assolutamente ignorare la catastrofe economica, sociale ed umanitaria che travolge intere regioni del mondo, ed infatti i temi dell’emigrazione, dei rifugiati, dell’accaparramento delle risorse, delle terre e dell’acqua hanno grande spazio nelle discussioni che si sviluppano qui a Montreal. Significa avere uno sguardo globale ma partendo dalla consapevolezza della propria situazione.E questo oggi è l’unico modo serio per poter contribuire a modificare la situazione anche nel sud del mondo. Il Forum che si sta svolgendo a Montreal ci può,  seppure con i suoi limiti, aiutare a compiere questo percorso.

Da “Occupy Wall Street” al Forum

I soggetti che oggi hanno organizzato il Forum sono molto diversi da quelli che lo hanno fondato nel 2001: allora i protagonisti indiscussi erano la CUT, il grande sindacato brasiliano, i Sem Terra e via Campesina, le grandi organizzazioni contadine diffuse in America Latina, in Africa e in Asia; in collaborazione, ma in seconda fila, con Attac, l’organizzazione nata nel nord del mondo, in Francia, con l’obiettivo di tassare le speculazioni finanziarie. Era la fotografia di due attraversamenti, quello a cavallo dell’Equatore e quello tra i due millenni.  

Questa complessità permane tutta ed infatti  qui nel Forum vi sono importanti incontri sugli accordi commerciali internazionali tra via Campesina, e le organizzazioni dei coltivatori del Quebec e perfino le associazioni dei nativi di queste terre; ma gli organizzatori di questo Forum hanno alle spalle un’altra storia: provengono da “Occupy Wall Street”, dalle lotte studentesche contro la privatizzazione del sapere e per un web libero, dalla lotta contro i grandi oleodotti, contro le pipeline, dall’impegno per un’energia pulita, contro un modello di sviluppo energivoro fondato sui combustibili fossili.

Cambiare il pianeta partendo dalla nostra condizione

Sono giovani tra i 20 e i trent’anni, frequentano assiduamente il mondo del web, non portano sulle loro spalle il ‘900 ma conoscono, hanno sperimentato da sempre, il dominio della finanza e dei mercati sulle loro vite e hanno piena consapevolezza dell’assenza di una qualunque tutela sul loro futuro. Conoscono forse meno la storia coloniale, ma sanno tutto del WTO, del TTIP, degli accordi TRIPs sulla proprietà intellettuale e sui medicinali, organizzano campagne per la chiusura dei paradisi fiscali e per la messa al bando nella finanza dei derivati.

Frequentano le università ed hanno trascinato centinaia di loro professori al Forum dove li troviamo impegnati in dibattiti complessi. Cresciuti in un mondo dominato dalle multinazionali, hanno chiuso rigidamente la porta a qualunque offerta di sponsorizzazione avanzata da compagnie telefoniche, da catene distributive ecc.; consapevoli dell’importanza del ruolo delle istituzioni – sia da un punto di vista democratico che nella redistribuzione della ricchezza e nella gestione del welfare, il sistema di sicurezza sociale – hanno fatto di tutto per coinvolgerle nella preparazione e nella partecipazione ai dibattiti.

Ecco perché  pur con tutti i limiti, il Forum che si sta svolgendo a Montreal, rappresenta comunque un’opportunità per chi, anche nel nord del mondo, non rinuncia a cercare delle alternative al dominio del sistema liberista.

Una pausa di riflessione con un profondo lavoro su noi stessi, per riprendere, con maggior forza un percorso condiviso con tutti coloro ai quali, qui a Montreal, è  stata chiusa la porta in faccia.

6 settembre 2016


L'Apartheid di Israele, due articoli da Il Manifesto

L'Apartheid di Israele

Asini in catene nella Valle del Giordano

Asini in catene nella Valle del Giordano

Cisgiordania occupata. Israele mette in vendita 40 asini confiscati ai palestinesi. La misura, spiega, serve a limitare gli incidenti stradali. Ma per i proprietari il provvedimento è parte della strategia per limitare le risorse dei palestinesi a favore delle colonie

Michele Giorgio

 

«Quaranta asini in vendita». Quando i proprietari palestinesi hanno visto sui giornali locali l’annuncio che l’esercito israeliano aveva messo in vendita i loro docili animali da trasporto, sono rimasti senza parole. Erano convinti di poterli riavere nel giro di qualche giorno. Invece i comandi militari israeliani hanno deciso di usare il pugno di ferro contro gli asini, accusati di essere la causa di numerosi incidenti stradali nella zona di Gerico, sulla statale che corre lungo la Valle del Giordano, da e per il Lago di Tiberiade. Ma anche su altre strade usate dai coloni ebrei per raggiungere i loro insediamenti. Gli animali, lasciati incustoditi, invaderebbero la carreggiata mettendo a rischio chi è alla guida.

«I nostri asini saranno messi all’asta, è profondamente ingiusto» si lamenta Arif Daraghmeh, capo del Consiglio che riunisce 26 frazioni del distretto di al Maleh. «Non è la prima volta che ci sequestrano gli animali – spiega – ma ora vogliono venderli e farci pagare una multa di 2000 shekel (circa 500 euro) per ognuno di essi. Dicono che quei soldi servono a coprire le spese per la cattura e il mantenimento degli asini». Non sente ragioni il Cogat, l’organismo di coordinamento delle attività di Israele nei Territori occupati. Fa sapere che gli asinelli, ancora tanti usati da agricoltori e pastori palestinesi, «si sono rivelati un grave pericolo» per la sicurezza degli automobilisti israeliani (coloni e turisti). Secondo il Cogat gli incidenti stradali sarebbero diminuiti del 90% da quando sono stati compiuti i sequestri. «Non siamo a conoscenza di così tanti incidenti stradali», ribatte da parte sua Daraghmeh, «piuttosto sospettiamo che i sequestri dei nostri asini non siano altro che lo sviluppo della politica israeliana di renderci la vita impossibile, di toglierci le nostre fonti di reddito e costringerci ad andare via, ad abbandonare le nostre terre». Con lui concordano un po’ tutti i palestinesi.

Che la vendita all’asta dei miti animali, che da migliaia di anni accompagnano il lavoro dell’uomo, sia parte di una strategia più ampia di Israele di “transfer” silenzioso della popolazione palestinese, non è facile da provare. Allo stesso tempo da alcuni anni a questa parte la Valle del Giordano – un terzo della Cisgiordania occupata – è al centro di una intensa politica israeliana di confische di terre, di demolizioni di case e strutture palestinesi, definite “illegali”, e di espansione delle colonie ebraiche. Le distruzioni di case palestinesi si sono intensificate negli ultimi tempi a Fasayil e in altri piccoli 28 villaggi palestinesi. Questa fascia di terra fertile e desertica allo stesso tempo, attraversata dal Giordano – un ruscello per gran parte dell’anno eppure è uno dei fiumi più famosi al mondo – permette il controllo del confine con la Giordania e l’accesso a risorse d’acqua vitali per irrigare i terreni agricoli. Acqua che finisce in buona parte alle colonie. Un palestinese che vive nella Valle del Giordano ha disponibili appena 20 litri di acqua al giorno, un quinto della quota stabilita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Israele non ha mai nascosto di voler mantenere il controllo della Valle del Giordano in qualsiasi compromesso territoriale con i palestinesi. Anche per questo motivo è fallito, due anni fa, il tentativo del Segretario di stato americano John Kerry di portare israeliani e palestinesi ad un accordo.

Dopo il 1967 l’Esercito israeliano ha trasformato il 18 per cento della Cisgiordania in aree di addestramento militare in cui vivono attualmente anche 6.200 palestinesi, molti dei quali proprio della Valle del Giordano che rientra (ad eccezione del distretto di Gerico) nella “Area C” della Cisgiordania, il 60% del territorio palestinese sotto il controllo pieno di Israele. Circa 176.500 ettari sono interdetti ai palestinesi, perché “zone militari”. L’allargamento di queste aree nella Valle del Giordano e la confisca di terre palestinesi permette la crescita delle colonie ebraiche dove attualmente abitano meno di 10mila israeliani, un numero che nei piani della destra al potere dovrà lievitare nei prossimi anni. Di pari passo crescono le demolizioni di case (centinaia negli ultimi anni, secondo i dati dell’Onu), le restrizioni alle attività agricole e ai trasferimenti di residenza nella Valle per i palestinesi che vivono in altre località della Cisgiordania.

«La trasformazione di aree delle Cisgiordania in terre demaniali è una strategia applicata da anni ed è volta a favorire l’espansione delle colonie», spiega Drod Ektes, un ricercatore israeliano che da anni osserva gli sviluppi della colonizzazione, in riferimento alla legge del periodo ottomano per la confisca delle terre non coltivate che Israele applica, a sua discrezione, nei Territori palestinesi occupati. «Con le recenti confische di terre palestinesi avvenute a ridosso di Gerico – aggiunge Ektes – il premier Netanyahu ha mandato un ulteriore messaggio rassicurante ai coloni sulla politica del suo governo e un altro alla comunità internazionale per chiarire una volta di più le intenzioni di Israele nella Valle del Giordano».

 

il manifesto, 6/8/16

 

In carcere "terroristi" di 12 anni

In carcere i “terroristi” di 12 anni

Israele/Territori Occupati. Saranno incarcerati i bambini palestinesi che, secondo Israele, si renderanno colpevoli di violenze. La "Legge dei Giovani" è stata approvata a inizio settimana dalla Knesset.

Michele Giorgio

 

La parlamentare del Likud Anat Berko ha ottenuto ciò che voleva. Anche i bambini di 12 anni saranno incarcerati per “atti di terrorismo”. Bambini palestinesi naturalmente. È a loro che Berko ha pensato quando, assieme alla sua collega del partito nazionalista-religioso Casa Ebraica e ministra della giustizia Ayelet Shaked, ha promosso la cosiddetta “Legge dei Giovani”, approvata a inizio settimana dalla Knesset con 32 voti favorevoli, 16 contrari e un astenuto. «A chi è stato ucciso con un coltello non importa se il bambino che lo ha colpito ha 12 o 15 anni – ha commentato Berko – questa legge nasce per necessità. Affrontiamo una ondata di terrorismo e la gravità degli assalti (palestinesi) richiedeva un linea più aggressiva anche verso i minori».

«Nessun terrorista camminerà in strada libero» titolava l’altro giorno Arutz 7, l’agenzia di stampa della destra israeliana, rappresentando una buona fetta dell’opinione pubblica. La legge non fa riferimento esplicito ad alcun gruppo. Lo scopo però è quello di colpire i palestinesi di Gerusalemme responsabili nei mesi scorsi, durante la nuova Intifada, dell’uccisione o del ferimento di israeliani. Gran parte degli aggressori, spesso adolescenti, sono stati uccisi sul posto dalla polizia. Berko e Shaked sono state spinte ad agire dal caso di un ragazzino palestinese, Ahmad Manasra, che lo scorso anno ha accoltellato e ferito gravemente un coetaneo israeliano in una colonia ebraica alla periferia di Gerusalemme. Al momento dell’aggressione Manasra aveva 13 anni non poteva andare in prigione. Così il procedimento nei suoi confronti è stato rallentato fino al compimento del 14esimo anno di età, in modo da permettere alla corte di condannarlo ad pesante pena detentiva per tentato omicidio. Berko e Shaked hanno insisto e ottenuto condanne anche per i 12enni. In Cisgiordania invece i giudici (militari) israeliani hanno già condannato ragazzi palestinesi molto giovani al carcere per “atti di terrorismo”. Tra questi una bambina di 12 anni rimasta in cella per quattro mesi e liberata lo scorso aprile.

 

Nell’ultimo anno e mezzo il governo del premier Netanyahu e la Knesset hanno approvato provvedimenti e leggi che inaspriscono le misure e le pene per gli “atti di terrorismo” che in Israele includono anche il lancio di pietre contro persone e autoveicoli (20 anni di carcere per chi lo fa intenzionalmente, dieci anni se non viene provata la volontarietà del gesto). Il condannato rischia di perdere, assieme alla sua famiglia, anche la residenza e l’assistenza sociale. Tra le poche voci che in Israele si sono levate contro la “Legge dei Giovani” ci sono il centro B’Tselem per la tutela dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati e Acri, l’Associazione per i diritti civili. «Imprigionare i minorenni vuol dire negare loro la possibilità di una vita migliore», ha protestato B’Tselem. Da parte sua Acri, che un anno fa aveva chiesto a governo e parlamento di non abbassare la soglia di età in cui si va in prigione, ha chiesto l’attivazione di programmi educativi e sociali per i minori colpevoli di atti di violenza.

 



Solidarietà a Nicoletta Dosio, anima del movimento NoTAV della ValSusa

2 agosto 2016

VERGOGNOSO PROVVEDIMENTO DELLA MAGISTRATURA TORINESE CONTRO NICOLETTA DOSIO. 

Il giudice di Torino ha emesso contro Nicoletta Dosio, da sempre una delle anime del movimento NoTav, un pesante provvedimento di restrizione della libertà personale. A Nicoletta è stato notificato l'obbligo di soggiorno a Bussoleno con  il divieto di lasciare il territorio del comune e,  dalle 18 alle 8 del mattino,  il domicilio coatto nella propria abitazione. Questo per non aver ottemperato all'obbligo di firma.

Il provvedimento è stato assunto per la manifestazione  a Chiomonte del 28 giugno 2015.

Credo di non avere conosciuto altre persone dolci e pacate, pur nella loro fermezza e determinazione, come Nicoletta. Difficile pensare che possa essere così pericolosa e negativa da meritare restrizioni di tale portata alla propria libertà. La sua colpa, evidentemente, è quella di resistere e di usare la forza delle idee contro la prepotenza del potenti. Di fronte a questo il pensiero non può che andare ai tanti, troppi, uomini che non ricevono gli stessi duri trattamenti anche dopo aver minacciato le proprie compagne, alla impunità di chi si arricchisce speculando e gettando decine di persone nella disperazione, a chi violenta il territorio seminando morte e devastazione che si abbatteranno sulle future generazioni, ai mafiosi, corrotti e corruttori che nel nostro paese continuano a farla franca.

Esprimiamo solidarietà e vicinanza a Nicoletta ed a tutti gli attivisti NoTAV, recentemente descritti come pericolosi quanto i terroristi dell'ISIS.


Nizza: perché?

Una riflessione di Sergio Dalmasso

18 luglio 2016

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Martedì 19 giugno contro gli espropri all'Agriturismo La Sereta

La lettera di Roberto e Barbara

15 luglio 2016

Coloro che si oppongono a tutto ciò, i famosi “terroristi” NoTAV, rappresentano per noi la parte sana e reattiva di una società senza bussola, ponendosi come anticorpi di un sistema malato.

Smettiamola di chiederci se e quanto serve opporsi ma chiediamoci se è giusto ed agiamo di conseguenza.

 

Martedi 19 luglio giornata di resistenza agli espropri.

Intendono effettuarli alla Sereta, dove serve un terreno boschivo di nostra proprietà per fare una strada ed uno sfiatatoio in corrispondenza del tunnel e a Pozzolo Formigaro dove esiste un terreno che 101 persone hanno acquistato collettivamente per rendere più difficile l'esecuzione dell'esproprio e dove convergeranno la maggior parte dei no tav piemontesi e di fuori.

Esiste una definizione, NIMBY (acronimo inglese per Not In My Back Yard, lett. "Non nel mio cortile") per chi si mobilita contro una certa cosa quando viene toccato direttamente in prima persona. Per noi è successo esattamente il contrario: ci siamo opposti a questa opera e mai e poi mai avremmo pensato che sarebbero venuti a coinvolgerci direttamente.  Anche noi cercheremo di impedire che tale esproprio avvenga. Si tratta di un atto simbolico e sostanziale, al di là delle implicazioni , con cui vogliamo testimoniare la nostra avversità, sia a quella che hanno chiamato “una presa di possesso temporanea rinnovabile”, sia all'opera in sé. 

Ci è stato chiesto perchè.

Questa la risposta.

Da sempre c'è chi in nome del dio denaro ha piegato al proprio interesse chiunque si trovasse davanti ad intralciarlo: intere popolazioni sono state annientate in nome di questa forma di monoteismo, ed intere nazioni sono sorte sulle macerie di altre. Diciamo che in questi casi ci sono state moltitudini che hanno tratto vantaggio a spese di altre. In questo caso si tratta di vantaggi di pochi a danno di una moltitudine. 

Si dice che questa opera sia di importanza strategica, ma forse non tutti sanno che:

non è vero che si arriverà prima a Milano perchè a Milano non ci si arriva affatto ma si arriva ad scalo merci in mezzo alla Pianura Padana in provincia di Alessandria.

Si dice che serve per incrementare il trasporto merci su rotaia, ma da quando sono stati presentati i progetti la necessità di tale incremento è in calo, ed anche se fosse stato vero il contrario, esistonoaltre linee sottoutilizzate che, con una spesa infinitamente minore, potrebbero essere disponibili.

Inoltre il trasporto su rotaia, quello che serve, quello dei pendolari che tutti i giorni devono andare a scuola e a lavorare, viene pesantemente tagliato.

Ma “ l'Europa lo vuole!” si ripete , come un mantra. Non è vero! Proprio in questo mese laCommissione Europea ha deciso di non stanziare neanche un euro, ribadendo il concetto di quanto

sia strategica l'operazione...strategica per chi?

Più di 6 miliardi di euro, provate a immaginarli...provate a immaginare cosa si potrebbe fare con questa cifra pazzesca, sarebbe un esercizio utile; vi forniamo qualche indicazione di chi ci ha già provato:

6 cm di terzo valico: un anno di pensione

100 m 1 anno di libri di testo per 40.000 studenti delle superiori

500 m 7 treni pendolari completi ( 1 locomotiva + 5 carrozze a 2 piani)

1 km 1 anno di tasse universitarie per 100.000 studenti

2,5 km ospedale da 600 posti letto, 18 sale operatorie e 180 ambulatori

2,9 km bonifica dell'ILVA di Taranto

Le nostre montagne hanno subito fin troppi scempi e ora un'altra devastazione è in corso. Noipensiamo che queste montagne vadano lasciate in pace e, se una vocazione economica ci deve essere, questa deve essere quella di favorire e salvaguardare una piccola agricoltura, da anni abbandonata. Carne e latte di qualità al posto degli allevamenti intensivi e al posto della chiusura della centrale del latte di Genova. Servono tante piccole opere , esattamente il contrario della logica che manda in visibilio i fautori della crescita del traffico merci. Una logica che è una delle cause della chiusura di tante piccole attività sparse sul territorio, e che, in compenso, ci rifornisce di cibi scadenti che arrivano dall'altra parte del mondo. Poi siamo tutti capaci di piangere lacrime di coccodrillo alla prossima alluvione e allora ci ricorderemo per qualche giorno della salvaguardia del territorio e dell'importanza della presenza dell'uomo che con il suo lavoro previene incendi e dissesti idrogeologici. 

A quella gente che si dedica a ricavare dalle grandi opere il rilancio della propria economia più che quello che occorre alla collettività, si accompagna la distrazione e la connivenza di troppe persone. L'elenco degli indagati in queste magnifiche opere è più lungo del terzo valico. Le parti politiche impegnate a sostenerli sono una vergogna collettiva.

La notizia del nostro rifiuto di dare vitto e alloggio, nella nostra struttura, a ditte coinvolte nell'impresa ci ha portato il piacere della simpatia di tanti attivisti no­tav, ma, nello stesso tempo, ci ha fatto tristemente constatare come quello che dovrebbe essere normale logica conseguenza risulti un fenomeno raro.

Coloro che si oppongono a tutto ciò, i famosi “terroristi” no tav, rappresentano per noi la parte sana e reattiva di una società senza bussola, ponendosi come anticorpi di un sistema malato. E smettiamola di chiederci se e quanto serve opporsi ma chiediamoci se è giusto ed agiamo di conseguenza.

Roberto e Barbara della Sereta

E ci chiedono perchè siamo contrari...

APPUNTAMENTI : a Pozzolo (comitati piemontesi e di fuori regione) sul lato sinistro della strada provinciale 211 della Lomellina in direzione Tortona a Fraconalto (comitati liguri e “amici” dell'agriturismo) davanti all'Agriturismo La Sereta: dalle 18 del giorno prima campeggio libero e dalle 7 di mattina, in entrambe le località.

 


Il video dei lavoratori Ericsson

Mentre l'azienda si rifiuta di partecipare ad un tavolo di trattativa il governo latita ma partecipa agli eventi pubblici della stessa Ericsson.


Intervista de Il Fatto Quotidiano al sociologo Domenico De Masi

Ripresa economica? Le parole di governanti ed economisti sono criminali.

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15 luglio 2016


Eleonora Forenza 

COMUNICATO STAMPA

Su TTIP e CETA il Ministro Calenda prende in giro il Parlamento e, quindi, gli italiani

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18 giugno 2016


Liguria pride 2016

L'Altra Liguria aderisce


L'Altra Liguria sottoscrive l'appello NoOil di Padre Alex Zanotelli

8 giugno 2016

Sono già trascorsi sei mesi dal vertice sul clima di Parigi(COP21), nel quale i potenti del mondo si erano accordati di tenere la temperatura del pianeta sotto un grado e mezzo per evitare il disastro ecologico. L’accordo raggiunto era stato osannato come “l’accordo del secolo”.

Il 22 aprile, con una solenne cerimonia al Palazzo di Vetro a New York, i capi di Stato di 175 nazioni hanno firmato ‘L’accordo di Parigi’ , per combattere il surriscaldamento del Pianeta. “Una giornata storica” l’ha definita Ban Ki Moon. Anche Renzi a nome dell’Italia ha firmato quell’accordo.Eppure , in questi mesi, abbiamo visto in questo paese ben poco che esprimesse la volontà politica per un cambiamento di rotta. Nessun dibattito politico sul clima in Parlamento. Nessuna legge in vista per mettere al bando petrolio e carbone.Anzi abbiamo assistito a un aumento di trivelle per mare e per terra. Renzi stesso ha invitato i cittadini a non andare a votare per il Referendum sulle trivelle a mare (17 aprile), che ha rivelato come il popolo italiano sia lontano dal capire che il petrolio deve rimanere sotto terra. Non solo, ma anche i media non aiutano il popolo a capire la gravità della crisi ecologica. Ma anche il mondo politico italiano non sembra interessato ad approfondire questo problema. Ne è un segnale chiaro l’assenza quasi totale di questo tema nell’attuale campagna elettorale. Non ho sentito da nessuna parte l’impegno ad andare verso le emissioni zero o sganciarsi progressivamente dai combustibili fossili. Bisogna riconoscere che, a sei mesi dallo ‘storico’ accordo di Parigi, ben poco si è mosso in Italia. Lo ammette anche Via Campesina:”L’accordo di Parigi è totalmente insufficiente per affrontare la problematica del riscaldamento globale.” Infatti l’accordo non contiene nulla di vincolante per gli stati, non fa nessun riferimento ai fossili(petrolio e carbone) e prevede la revisione nel 2023.

La speranza quindi non può che venire dal basso , dalla cittadinanza attiva, da una combinazione di resistenza,resilienza e buone pratiche E’ l’indicazione che ci viene da Via Campesina:”La società civile non può restare passiva e deve raddoppiare i propri sforzi per andare oltre il trattato di Parigi e realizzare misure effettive reali, concrete contro il cambiamento  climatico.” In molti paesi i movimenti per la giustizia climatica stanno proponendo e rivendicando l’urgenza di un impegno per tenere il petrolio, carbone e gas naturale sottoterra.

Invece ho la netta impressione che , dopo il vertice di Parigi, la società civile italiana sia rimasta silenziosa ‘aspettando Godot…’. Ho la stessa impressione della chiesa italiana, dove ben poco sembra muoversi in questo campo, nonostante la sferzata data da Papa Francesco con la sua enciclica Laudato Si’.

E’ mai possibile che migliaia di attivisti negli USA, Inghilterra, Australia, Sudafrica, Indonesia abbiano partecipato nelle prime due settimane di maggio alla più grande campagna mondiale di disobbedienza civile contro i combustibili fossili, chiamata Break Free, mentre in Italia non si muove foglia?

La situazione climatica è grave. Il 2015 è stato l’anno più caldo della storia. “La porta dei due gradi centigradi si sta per chiudere- ha detto Fatih Birol di IEA(Agenzia Internazionale Energia). Nel 2017 si chiuderà per sempre!”

Solo un movimento popolare unitario, un’onda verde , capace di unire le forze sia religiose che laiche, potrà forzare il governo italiano a prendere decisioni. E’ quanto ci suggerisce Papa Francesco in Laudato Si’:” Poiché il diritto si dimostra insufficiente a causa della corruzione, si richiede una decisione politica sotto la pressione della popolazione. La società attraverso ong e associazioni intermedie deve obbligare  i governi a sviluppare normative, procedure e controlli rigorosi. Se i cittadini non controllano il potere politico non è possibile un contrasto ai danni ambientali.”(179)

La cittadinanza attiva deve forzare il nostro governo e il parlamento a una legge  che ci sganci progressivamente dall’uso dei combustibili fossili(soprattutto petrolio e carbone) e punti alle energie rinnovabili, specie il solare, che non deve essere nelle mani delle multinazionali, ma delle comunità locali. Inoltre deve esigere dal governo un piano nazionale per l’energia.

Per realizzare questo, la cittadinanza attiva deve mettere in campo una serie di azioni non-violente, come fa il movimento internazionale Break Free  ,contro le trivellazioni, le centrali a carbone, le raffinerie.. (sit-in, occupazioni, blocchi ferroviari…).

Infine la cittadinanza attiva deve lanciare una grande campagna di Disinvestimento (Fossil Free) da quelle banche che investono sia sul carbone che sul petrolio. Se vogliamo ottenere dei risultati dobbiamo colpire le banche(oggi il vero potere!), togliendo i nostri soldi, non solo a titolo personale, ma soprattutto a livello istituzionale, come parrocchie o comuni. E’ una campagna internazionale già in atto che ha portato negli USA 180 istituzioni all’impegno di ritirare i propri investimenti, per un valore di 50 trilioni da banche che investono in combustibili fossili, tra cui anche il Consiglio Ecumenico delle Chiese(WCC) e la Federazione Mondiale Luterana. Perfino i Rockefeller  hanno deciso di ritirare i loro soldi, iniziando da quelle banche che investono nei due elementi che inquinano di più(carbone e shale). Tra le banche che più investono in carbone (cito quelle più comuni): Deutsche Bank, BPN Paribas, UBS, Unicredit , HSBC e tante altre (vedi il rapporto Bankrolling Climate Change.

“Le persone coscienziose-afferma Desmond Tutu- devono rompere contro banche che finanziano l’ingiustizia del cambiamento climatico”.

Se parrocchie come comuni, diocesi come regioni decideranno di ritirare i propri soldi da quelle banche che finanziano i combustibili fossili, otterremo molto in fretta chiare scelte da parte del nostro governo per salvare la Madre Terra.

Tutto questo lo possiamo ottenere se le realtà di base, sia laiche che religiose, formeranno un forte movimento popolare per salvare e fare pace con la nostra amata Madre Terra.

E’ un impegno etico fondamentale per tutti noi.

Diamoci da fare perché vinca la Vita!

LEGGI IL TESTO

8 giugno 2016


STOP-TTIP

Per saperne più scarica il dossier informativo

QUA


Rapporto Osservasalute 2015 Diminuisce l'aspettativa di vita degli italiani

28 aprile 2016

 

Questo in sintesi il risultato più eclatante di un corposo documento che valuta tutti gli aspetti legati alla salute dei cittadini, dalla produzione dei rifiuti all'incidenza delle malattie.

Per i più coraggiosi a questo link ci si può registrare per accedere a tutti i documenti

 http://www.osservasalute.it/index.php/home

 

Noi inseriamo in una pagina speciale un po' di articoli informativi

 CLICCA PER ENTRARE

 


Pubblicato il 27 marzo 2016 | di Giacomo Russo Spena, Steven Forti

di Giacomo Russo Spena e Steven Forti *   (26 marzo 2016)

A Barcellona l’attuale sindaca, ex occupante di case e proveniente dai movimenti sociali, sta attuando un reale cambiamento rompendo la dicotomia pubblico/privato – aprendo al “comune” – e sperimentando nuove forme di partecipazione. Senza tessere di partito, figlia degli Indignados, si pensa per lei già ad un ruolo oltre la Catalogna. E molti, in Italia, guardano con interesse al suo modello.

Al primissimo incontro erano pochi, seduti in circolo con le sedie. Eppure andavano ripetendo: “Dobbiamo vincere le elezioni”. L’ambizione, la vocazione maggioritaria, l’idea di raggiungere il governo. Tre pilastri fondamentali, dalla genesi di Barcelona en Comù, la lista che ha vinto le elezioni comunali a Barcellona nel maggio del 2015. Un progetto nato con un altro nome, Guanyem Barcelona – che significa “vinciamo, conquistiamo Barcellona” – e che è stato voluto fortemente da Ada Colau. La pasionaria degli Indignados.

L’ex occupante di case, 42 anni, sposata con l’economista Adrià Alemany e madre di un figlio di 5 anni, si è formata da noi: una breve parentesi Erasmus a Milano. Con il movimento No Global ha iniziato la sua militanza a tempo pieno e, dopo il G8 di Genova 2001, si è fatta promotrice a Barcellona dei primi cortei pacifisti contro le guerre preventive di Bush. Quel popolo arcobaleno che il New York Times etichettò nel 2003 come la seconda superpotenza al mondo, dopo gli Usa. È fronteggiando il dramma abitativo e, nel 2009, con la nascita della Plataforma de Afectados por la Hipoteca (PAH, Piattaforma delle vittime dei mutui) che diventa una leader di movimento conosciuta tanto da essere considerata dalle istituzioni “un soggetto pericoloso”.

Tra febbraio e marzo del 2014, Colau e le poche persone che erano al suo fianco organizzano degli incontri a porte chiuse. Si partecipa solo su invito. Venti, massimo trenta persone che aumenteranno con il passare delle settimane. Non saranno mai più di una cinquantina. Qualcuno, a sentire le loro conversazioni, li avrebbe presi per pazzi quando, in un numero esiguo e senza soldi, blateravano di governare la seconda città della Spagna e invece la storia ci racconterà altro.

Un gruppo ristretto formato essenzialmente da Ada Colau e dal suo nucleo duro, persone di fiducia da sempre, capitanato dal compagno Adrià Alemany e da Gerardo Pisarello, Jaume Asens e Gala Pin, tutti e tre attualmente assessori nella giunta comunale di Barcelona en Comú. Un nucleo duro che proviene dalle lotte sociali, dalla Plataforma de Afectados por la Hipoteca (PAH) e dall’Observatori DESC, che sta per Osservatorio sui Diritti Economici, Sociali e Culturali. E che poco a poco va allargandosi, includendo altre persone strettamente vincolate ai movimenti e alcune persone di prestigio legate al mondo universitario.

In tutta questa fase, i partiti non sono invitati e stanno a guardare, interessati, ma anche scettici. Sanno che devono contare sui movimenti dopo l’esplosione degli Indignados; sono coscienti che si devono trovare punti di incontro, allo stesso tempo sono gelosi della propria autonomia. “Non ci interessa unire la sinistra né creare sommatorie tra soggetti, ma creare qualcosa di nuovo e diverso”, afferma il gruppo di Colau che controllerà sempre la situazione, gelosa di non farsi scippare il progetto. Ma le riunioni sono vere: si parla, si discute animatamente, ci si confronta.

Tutti d’accordo nel dire che il percorso politico dovesse nascere dal basso rompendo il sistema partitico esistente, ormai in crisi, e rinnovando le modalità autorappresentative e minoritarie dei movimenti classici: “La logica movimentista e attivista, con le sue pratiche e il suo linguaggio, è fine a se stessa ed è necessario superarla, aprirsi alla società e intercettare tutti i cittadini colpiti dalla crisi. E, soprattutto, avere l’ambizione di vincere e porsi la questione di voler governare” affermavano all’unisono. Una campagna elettorale travolgente che ha visto la partecipazione di migliaia di persone. Un programma scritto nelle piazze attraverso affollate assemblee nei quartieri e l’utilizzo della Rete. Vera esperienza di tecno-politica. E senza alcun grande finanziatore alle spalle, né le tanto odiate banche: trasparenza e crowdfunding. Una proposta radicale, a leggere il programma.

Il 13 giugno 2015, un anno dopo, Ada Colau, attivista sociale ed ex occupante di case, diventava la nuova sindaca. La piazza Sant Jaume, davanti all’Ayuntamiento, era gremita e festante. “Non lasciatemi sola. Il futuro di Barcellona è nelle vostre mani”, le sue prime parole. Dai movimenti alle istituzioni. Il giorno successivo bloccava da primo cittadino uno sfratto opponendo resistenza passiva alle forze dell’ordine. Dopo otto mesi la ritroviamo nei quartieri più poveri della città, nelle assemblee territoriali, per ascoltare le richieste e confrontarsi direttamente coi cittadini. Un rapporto costante con le persone: “Mi interessa unire la gente, l’importante è condividere obiettivi e metodi per raggiungerli” va ripetendo Colau, da un barrio all’altro.

Democrazia, trasparenza e diritti sono i pilastri del cambiamento coi quali ha vinto le elezioni amministrative con la sua Barcelona en Comú, una lista civica nata dal basso e sostenuta da movimenti, in primis, e dai partiti come Podemos, gli ecosocialisti di Iniciativa per Catalunya Verds (ICV), i comunisti di Esquerra Unida i Alternativa (EUiA), il piccolo Procés Constituent e i verdi di Equo.

Non un’operazione politicista né una mera sommatoria, ma una “convergenza tra diversi”, un processo costruito orizzontalmente secondo il criterio una testa un voto. Un’intuizione che parte da lontano, partorita già nella primavera del 2014 da alcuni attivisti sociali e pensatori. Tra questi il politologo Joan Subirats: “In Spagna c’è stato un grande ciclo di mobilitazione che ha modificato lo scenario del Paese – afferma lo studioso – Barcelona en Comú non sarebbe esistita senza il 15M perché ha a che vedere con un cambiamento della coscienza politica e della mentalità, soprattutto con un fenomeno di politicizzazione della società. Nel biennio 2011-2013 gli Indignados sono riusciti ad identificare la natura del problema in PP e PSOE i quali, pur differendo su alcune questioni valoriali, negli anni hanno applicato le medesime politiche di austerity e i criteri imposti dall’Europa”.

Così la grande rabbia, quel “non ci rappresentano” che porterà a chiedere democrazia reale e la rottura dello storico bipartitismo iberico. Barcelona en Comú intravede lo spazio politico e si pone il problema del governo, da subito. “Fin dal primo incontro – ricorda Subirats – ci siamo dati l’obiettivo di vincere, non ci interessava l’ennesimo partito di sinistra del 6-7 per cento ma prendere il potere a Barcellona. Bisognava occuparsi delle istituzioni e recuperarle per metterle al servizio della gente e aggiornare il sistema democratico”. La divisione non è più tra destra e sinistra ma tra basso contro alto. Un progetto ambizioso. E nuovo.

L’Italia era vista come un modello. Il nome Barcelona en Comú è figlio del movimento referendario per l’acqua pubblica che ha sancito il trionfo del comune come categoria per spezzare la dicotomia privato/pubblico. E poi l’esperienza arancione dei sindaci Doria, Pisapia, Zedda e De Magistris. Ora, in realtà, sono in contatto soltanto con il primo cittadino di Napoli.

Alle elezioni del 2015 l’occasione per unire le realtà sociali della città: associazioni, comitati, reti territoriali e singoli cittadini. In tale processo, aperto, i partiti assumono un ruolo secondario: su 11 eletti in consiglio 6 provengono dalla società civile, 5 dai partiti (1 da Podemos, 3 da ICV, 1 da EUiA).

L’analisi elettorale evidenzia come Barcelona en Comú ottenga un “voto di classe”, ovvero vette di consenso alte soprattutto nei quartieri abbandonati e degradati di Barcellona.

La candidatura di Colau è, infatti, prima in sei dei dieci municipi della città (Nou Barris, Sant Martí, Sant Andreu, Horta-Guinardó, Sants-Montjuic e Ciutat Vella), quelli che hanno il reddito più basso. A Nou Barris, dove Convergència i Unió (CiU), partito catalanista di destra che ha governato la città nell’ultima legislatura, non raccoglie nemmeno il 10%, Barcelona en Comú raggiunge il 33,8%. A Ciutat Vella il 35,3%, a Sant Martí il 29,4%. Sono i quartieri più colpiti dalla crisi e dove più si è lavorato, non solo durante la campagna elettorale, ma dall’estate precedente, con assemblee, incontri, riunioni. Un lavoro sul territorio, costante e continuo, che ha dato i suoi frutti. Riavvicinare le persone alla politica, renderle partecipi, farle decidere su tutto. E il calo dell’astensionismo è evidente proprio qui: a Sant Andreu, Sant Martí, Nou Barris e Horta-Guinardó la partecipazione è aumentata dell’8 e del 9% rispetto al 2011, più che in altri quartieri.

Ma quello per Barcelona en Comú è stato anche un voto generazionale. Tra i giovani Ada Colau sbaraglia gli avversari. Gli under 25, ossia i figli della crisi e degli Indignados, non hanno avuto dubbi quando sono andati a votare. Lo hanno fatto maggioritariamente per la lista guidata dall’ex portavoce della PAH, che nel 2011 era nelle piazze occupate. Ma anche la lost generation dei trentenni, con lauree, master e dottorati ma senza la prospettiva di trovare un posto di lavoro, come mai in passato ha votato in massa per Barcelona en Comú. Questi sono alcuni degli elementi che hanno permesso il successo alle elezioni comunali del 24 maggio 2015.

Anche il ruolo decisivo di Colau è innegabile. La portavoce degli ultimi. La donna che da anni si batte per la democrazia e i diritti sociali. La leader storica della PAH. Il valore aggiunto. Qualcuno già ipotizza per lei un futuro come leader nazionale. Non a caso, già si sta adoperando per andare oltre il municipio di Barcellona perché, in alcuni ambiti, le decisioni vengono stabilite a livelli più alti. “Noi ad esempio ci siamo dichiarati ‘Barcellona città libera dal TTIP’, il trattato di libero commercio, perché pensiamo che sia un attentato alla nostra sovranità. Ne va della nostra democrazia. In Europa dobbiamo costruire alleanze a partire dai movimenti, dalle persone, dai municipi e dalle città, bisogna ricostruire un’altra Europa, quella reale, contro quella dei tecnocrati e dell’austerity”.

Per tale motivo ha firmato l’appello sul Piano B, e la democratizzazione dell’Europa, di Yanis Varoufakis, e siglato un accordo tra il Comune catalano e quelli di Lampedusa e Lesbo per dare una risposta alla crisi dei rifugiati. Spyros Galinos, sindaco dell’isola greca, e Giuseppina Nicolini, sindaca di Lampedusa si sono incontrati a Barcellona con Colau lo scorso 15 marzo. Nicolini è stata insignita anche del Premio per la Pace assegnato dall’Associazione delle Nazioni Unite in Spagna e dalla Provincia di Barcellona. “L’accordo UE-Turchia è immorale e illegale – le parole di Colau –. L’Europa sta sbagliando, il governo spagnolo sta sbagliando ed è complice della morte e la sofferenza di migliaia di persone”.

Secondo l’accordo, Barcellona offrirà appoggio tecnico, logistico, economico e anche politico affinché “si senta la voce delle città che vogliono che il Mediterraneo sia uno spazio comune di cultura, arte e scienze e non un enorme cimitero”, come ha dichiarato Colau. Il Comune catalano manderà a Lampedusa e a Lesbo esperti nei servizi di accoglienza ai migranti per dare inizio non a “un’alleanza paternalista o assistenziale, ma a un’alleanza tra città che non si rassegnano a un’Europa disumanizzata”.

La sindaca di Barcellona ha affermato che “gli Stati europei non si sono dimostrati all’altezza e non hanno applicato il diritto d’asilo, mentre i cittadini, le città e i popoli europei sì che sono stati all’altezza e hanno saputo dare una risposta non solo etica e politica, ma anche materiale e pratica” alla crisi dei rifugiati, ricordando che a Barcellona oltre 4 mila persone hanno offerto ospitalità nelle proprie case nei mesi scorsi.

Il governo spagnolo non sta dando nessuna risposta: finora sono solo 18 i rifugiati accolti. “Barcellona ha fatto tutto il possibile, ma non è sufficiente”, ha ricordato ancora Colau. “Abbiamo incrementato i fondi di cooperazione, abbiamo dichiarato Barcellona “Città rifugio”, abbiamo creato un mail del Comune per raccogliere le offerte di aiuto dei cittadini, abbiamo lanciato un bollettino a cui si sono iscritte oltre 3 mila persone”. Ora sono stati approvati altri fondi di 200.000 euro da destinarsi alle organizzazioni umanitarie che operano nelle zone colpite dalla crisi dei rifugiati. E Barcellona, oltre che con Lesbo e Lampedusa, collaborerà anche con Madrid, Atene, Amsterdam e Helsinki per formare un gruppo di lavoro su strategie di integrazione di rifugiati e migranti.

Adesso comunque arrivano, per lei, le prime difficoltà, un conto è l’opposizione di piazza un altro governare una città stritolata dai vincoli imposti da quest’Europea. Cosa ancor più difficile quando si governa in minoranza: Barcelona en Comú ha 11 consiglieri su 41, e la maggioranza in Consiglio è di 21.

Non mancano le prime difficoltà con Colau che, qualche settimana fa, ha dovuto fronteggiare un tumulto, lo sciopero degli impiegati del servizio pubblico. Il programma è in effetti impegnativo. “I movimenti sociali devono rimanere autonomi e credo che il conflitto sia il perno di una democrazia – sentenzia Colau -. Bisogna essere ambiziosi e utopici per realizzare il cambiamento, è necessario avere ideali per riuscire a fare il massimo possibile”. Barcelona en Comú, un’esperienza che in Italia si studia e ammira, a sinistra. E pensare che una volta erano gli spagnoli che guardavano noi.

* questo testo è un’anticipazione di un libro su Ada Colau che uscirà a breve per edizioni Alegre a firma sempre dei medesimi autori


IREN

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pubblicato il 17 marzo 2016