VANDANA SHIVA 

invia un intenso e toccante messaggio di pace in preparazione della conferenza sul clima di Parigi

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TRE APPELLI PER TRE PERCORSI

Un'utile analisi di Franco Turigliatto

pubblicato il 27 novembre 2015

Mentre il governo ha varato la nuova legge di stabilità che, in piena continuità con le politiche liberiste, è segnata dalla negazione dei diritti e dei bisogni dei lavoratori, dalla distruzione della sanità pubblica e del welfare e da ingenti regali alle imprese e ai padroni, senza che si stia delineando una risposta sociale e sindacale adeguata sul piano dei contenuti e delle convergenze unitarie, forti discussioni sono in corso nelle forze delle sinistre.

Queste dinamiche di confronto e scontro si sono espresse in particolare in tre appelli politici, tutti segnati dal rigetto delle politiche liberiste e di opposizione al governo Renzi, ma caratterizzati anche da progetti politici assai diversi su molti aspetti.

Noi ci siamo, lanciamo la sfida

Il primo, “Noi ci siamo, lanciamo la sfida” (quello che ha dietro di sé il grosso delle forze a sinistra del PD e che dispone già di una buona rappresentanza parlamentare), si è costituito intorno a Sel e ai fuoriusciti dal PD, a cui si stanno unendo il PRC e la maggioranza di quel che resta de l’Altra Europa, avendo come prospettiva l’apertura di un processo costituente per un nuovo soggetto politico che dovrebbe concludersi nell’autunno del 2016 avendo come scadenza ravvicinata l’assemblea nazionale del prossimo gennaio.

Il progetto politico, pur nella genericità dei contenuti dell’appello, è molto chiaro: è un progetto timidamente antiliberista, democratico che ha come centralità le elezioni e la competitività su questo terreno con il PD di Renzi e con il Movimento 5 Stelle (lasciando tuttavia alcuni spazi di interpretazione e di alleanza nelle prossime elezioni comunali di primavera nelle grandi città). Viene rigettato Renzi, ma non il vecchio centro sinistra che sarebbe stato distrutto dall’attuale primo ministro. Siamo di fronte a una proposta riformista moderata, fortemente istituzionalista, con significativa presenza anche di vecchi soggetti storici di queste posizioni, molte volte responsabili nell’aver gestito le politiche dell’austerità in governi passati. La costituzione anticipata del gruppo alla Camera di Sinistra italiana costituisce una pesante ipoteca sugli equilibri interni a questa coalizione e segnala anche i movimenti e i contrasti ancora ben presenti tra i soggetti interessati al nuovo soggetto.

E’ una proposta certo legittima, ed è fatto positivo che settori se pur minoritari si stacchino dal PD; essa trae la sua maggiore forza dal desiderio di unità e di alternatività elettorale di quel che resta del popolo della sinistra, ma anche di tanti cittadine/i deluse/i e preoccupate/i per il corso degli avvenimenti.

Ma è una visione sbagliata e non condivisibile; è una strategia di tipo riformista sia sul piano nazionale che su quello europeo; non fa i conti con la gravità e la violenza dell’attacco delle forze dominanti, soprattutto non si pone i compiti della costruzione dei movimenti e di lotte adeguate per contrastarle, scelta che comporterebbe anche un ben diverso approccio nei confronti delle direzioni sindacali che in questi anni, e anche in questo autunno, nulla hanno fatto e stanno facendo di serio per contrastarle.

Il problema oggi non è tanto la conquista di una forte rappresentanza parlamentare (che certo non va disdegnata e che va utilizzata), ma aiutare i lavoratori e le lavoratrici a ricostruire un fronte di classe e di lotta. Proprio anche per questo la prospettiva anticapitalista non è presente nei propositi dello schieramento, l’orizzonte resta l’attenuazione delle spinte reazionarie del sistema capitalistico attuale e la speranza della riapertura di una nuova epoca keynesiana. Veramente troppo poco rispetto alle dinamiche dello scontro economico e sociale in atto e al nuovo periodo storico in cui siamo entrati nel corso degli ultimi venti anni.

Per questo anche le vicende greche, che costituiscono un banco di prova delle strategie di tutte le forze politiche della sinistra sia sul piano nazionale che internazionale, non sono richiamate; anzi, è noto che la stragrande maggioranza di queste forze ha sostenuto le scelte di capitolazione del governo Tsipras nell’accettare e gestire il terzo memorandum imposto alla Grecia.

I limiti strategici del progetto dovrebbero porre interrogativi a una forza come Rifondazione, che a parole si propone come anticapitalista (sappiamo che nella pratica le cose sono andate e vanno diversamente), e che non può pensare di risolvere il problema affermando formalmente che nell’operazione unitaria resta la sua “identità comunista”, ed anche, come ha ribadito il suo recente Comitato politico nazionale, il suo essere partito distinto, quasi che questa identità comunista non debba presupporre scelte concrete di pratiche e di politiche anticapitaliste e di rottura con il sistema.

Queste considerazioni critiche non pregiudicano per nulla la nostra disponibilità a ricercare l’unità d’azione con queste forze su diversi terreni per costruire le resistenze sociali e il contrasto alle politiche padronali, punto di partenza per qualsiasi politica anche solo parzialmente alternativa, ogni volta che se ne presenti l’occasione.

No Euro, no UE, no NATO

Il secondo appello “NO EURO, NO UE, NO NATO” presenta caratteristiche assai diverse e intende collocare la sua azione nella definizione di una piattaforma sociale per il lavoro, la democrazia, la pace. Esso è promosso in particolare da Giorgio Cremaschi, dalla Rete dei comunisti e da dirigenti dell’USB, oltre che da diversi compagni che da tempo hanno posto al centro della loro proposta politica l’uscita dall’Euro.

Al centro del testo c’è un forte denuncia della natura reazionaria dell’Unione Europea, dei suoi trattati iugulatori, del liberismo selvaggio, del dominio della finanza e del potere del capitalismo che produce disoccupazione e sfruttamento senza fine e quindi l’affermazione della non riformabilità dell’Unione Europea stessa e la necessità di rompere i vincoli europei.

Non possiamo che condividere questi contenuti e quindi essere del tutti disponibili a convergenze unitarie nelle iniziative e nelle lotte concrete. Per altro ci sono compagne e compagne che proprio in questa ottica hanno firmato sia il documento in oggetto che l’Appello antiliberista e anticapitalista che la nostra organizzazione sostiene.

Solo che il contrasto nei confronti dell’Unione Europea ha un angolo di approccio, anzi un perno su cui tutto il progetto e la proposta politica ruotano: la parola d’ordine centrale dell’uscita dall’euro su cui chiamare a raccolta e alla mobilitazione le forze disponibili. La questione monetaria diventa l’elemento determinante e causale di tutte le vicende europee; la proposta fondamentale diventa il passaggio o il recupero della vecchia moneta e la presunta riconquista della sovranità monetaria e nazionale.

Non siamo d’accordo con questa centralità; è una semplificazione, che lancia un messaggio riduttivo ai lavoratori e che rischia di non far comprendere appieno ed anzi di mascherare la portata della posta in gioco e la natura dello scontro che la classe lavoratrice deve affrontare.

Questo non significa che nel corso dello scontro di classe, come è stato per altro in Grecia, non possa rendersi necessaria questa misura concreta economica, insieme ad altre, per cercare di porre fine alle politiche di austerità. Le nostre posizioni sull’Europa sono espresse nel testo politico “Anticapitalismo, il nostro piano A”proposto per il dibattito del primo congresso della nostra organizzazione (e in particolare nel capitolo su L’Unione europea).

L’esperienza greca delle ultime elezioni, per altro ci indica anche che Unità popolare ha pagato un duro prezzo non essendo riuscita a non farsi schiacciare nella scelta semplificata di: “euro o dracma”.

Il rischio è di non riuscire a chiarire tutto quello che c’è dietro di sostanziale e sociale, cioè le scelte di classe della borghesia e la necessità di una lotta anticapitalista e non di ripiegamento sulle vecchie certezze ed equilibri di classe del passato. Alcune frasi sembrano rieccheggiare formule degli anni ’50 del PCI.

Per noi al centro devono stare la lotta all’austerità, il rifiuto delle politiche padronali, la denuncia del sistema capitalista in quanto tale, a partire, per quanto riguarda oggi l’Italia, dalla battaglia nelle prossime settimane contro la legge di stabilità. Questo orientamento presuppone che sul piano strategico e della proposta di azione non ci sia solo la denuncia del carattere reazionario dell’Unione Europea e la necessità di respingere i suoi trattati infami, ma anche di costruire un altro progetto continentale, di unire le forze anticapitaliste in una azione di solidarietà internazionalista, di una comune battaglia per un’Europa delle lavoratrici e dei lavoratori.

Non si tratta certo di pensare che ci sia una dinamica unica, un “giorno X”, in cui tutti i paesi si mettano in movimento, ma di lavorare per costruire il massimo di convergenze e di iniziative unitarie dei movimenti di classe e delle forze anticapitaliste unitarie, di realizzare le fratture là dove e quando queste si rendono possibili ed intorno ad esse costruire la solidarietà e la presa in carico delle esperienze più avanzate di lotta.

La rinuncia del governo Tsipras di operare queste rotture e la conseguente sconfitta delle classi popolari greche, costituisce una sconfitta per tutto il movimento di classe in Europa e peserà a lungo.

C’è un altro elemento del testo che presenta molte ambiguità: la corretta denuncia del carattere imperialista delle potenze occidentali e della Nato, loro strumento politico e militare, costituisce l’alfa e l’omega della sua analisi internazionale; ad essa non si affianca però la non meno necessaria denuncia del ruolo di grande potenza imperiale della Russia di Putin. Tanto meno vengono colti e interpretati i bisogni delle masse, che in tutti i paesi devono prevalere sulla reazione pavloviana del “il nemico del mio nemico è il mio amico”.

L’ambiguità lascia intravedere una posizione campista che per altro si esprime pienamente in alcuni siti dei promotori dell’appello per cui Assad diventa non un dittatore sanguinario da combattere ma un valido interlocutore di un presunto campo antimperialista…

“Gli dei accecano coloro che vogliono perdere” è il caso di dire; con questi approcci politici strategici che traggono la loro logica dalle vecchie eredità staliniane, anche la riaffermazione anticapitalista risulta essere più di facciata che nei reali contenuti.

Noi siamo contro la Nato e contro Putin, conto Assad e contro l’Isis.

Appello antiliberista e anticapitalista

Pensiamo invece che il terzo testo (promosso da alcuni settori de l’Altra Europa, da aree di Rifondazione, da Sinistra Anticapitalista e da diverse componenti sindacaliste di classe e da soggettività sociali) sia quello che più di tutti provi ad affrontare i nodi dello scontro di classe: è riassunto in due termini: antiliberista e anticapitalista. Antiliberista, di rigetto dell’austerità, come punto di partenza per contrastare le politiche dominanti della borghesia; anticapitalista perché queste politiche sono l’essenza del capitalismo; si deve lavorare per sviluppare un movimento che contesti e combatta questo assetto economico, politico sociale ed istituzionale che oggi minaccia il futuro delle classi lavoratrici sul nostro continente (e non solo in Europa).

Questa posizione esprime un bilancio preciso delle vicende greche e della sconfitta subita per arrivare alla conclusione che bisogna battere il neoliberalismo costruendo una prospettiva strategica alternativa al capitalismo, cioè un progetto di transizione al socialismo per usare una terminologia desueta, ma molto chiara.

Il testo, nella consapevolezza che si potranno produrre nuovi forti contraddizioni e movimenti di lotta in Europa, insiste sul fatto che occorre un “nuovo slancio di solidarietà e di azione anticapitalista”. E qui la divergenza nei fatti con il secondo appello è molto forte perché si precisa che cosa significa realmente internazionalismo. Esso “si esprime avendo sempre come punto di riferimento le classi popolari, i lavoratori e le lavoratrici dei diversi paesi, i precari, gli inoccupati e i disoccupati, i nuovi schiavi, le loro lotte per i diritti democratici e sociali; il punto di partenza è la comprensione dei loro bisogni e il sostegno alle mobilitazioni che promuovono per difendere i loro interessi in piena autonomia e in forte contrapposizione rispetto ai governi che rappresentano le classi dominanti”.

Così come sono indicati con chiarezza gli assi di riferimento e di lotta della classe lavoratrice, ma anche i contenuti e l’importanza degli altri movimenti sociali: ”Di fronte alla debolezza dell’opposizione alle politiche neoliberiste l’obiettivo diventa quello di costruire un ampio fronte, una coalizione o forum delle opposizioni, sociali, politiche e dei variegati movimenti sociali, studenteschi, ecologisti, femministi: poiché ci sono comuni interessi e evidenti convergenze tra questi soggetti, non è quindi impossibile avere luoghi di confronto permanente fra tutti/e coloro che, collettivamente e individualmente, desiderano battersi contro la xenofobia, il neoliberismo ed il capitalismo”.

Per questo si insite anche su un processo di iniziativa sindacale unitaria per costruire un sindacalismo di classe: “Pensiamo che le realtà di classe interne alle confederazioni e quelle esterne, il sindacalismo di base, debbano provare a superare diffidenze e contrapposizioni reciproche e trovare la strada dell’unità d’azione nell’ottica di una pratica di attività intersindacale di classe a partire dal basso nei luoghi di lavoro e, in prospettiva, di creare le condizioni per l’autorganizzazione ed anche per costruire delle nuove forme consiliari nei luoghi di lavoro, che ripristino la democrazia e il controllo diretto dei lavoratori e lavoratrici sui processi produttivi”.

Infine c’è una proposta forse modesta, ma precisa per contrastare i processi di involuzione moderata delle forze della sinistra in Italia, espresse nel nuovo soggetto unitario in costruzione, che coinvolgerà all’interno delle posizioni classiche moderate del riformismo italiano anche parte di forze, come Rifondazione, che, tra alti (pochi) e bassi (molti), avevano cercato di superarle.

L’obiettivo dell’appello antiliberista ed anticapitalista è la costruzione di un dialogo di tutte quelle forze che hanno come orizzonte un percorso anticapitalista partendo dai contenuti antiausterità e dall’internità al conflitto sociale, senza che questo rimetta in discussione le loro appartenenze politiche, sociali e sindacali.

Una proposta più definita politicamente, soprattutto più chiara nei suo contenuti di lotta al sistema capitalista, l’indicazione di ricominciare a discutere della prospettiva del socialismo in un momento in cui le tante barbarie in atto, quelle dei vecchi e dei nuovi imperialismi e quelle che sembrano uscire da secoli passati, ma del tutto calate nella realtà presente, minacciano il futuro dell’umanità.

 


L’AMIANTO E LE RIGHE SULLE MAPPE

Da sempre il treno è considerato "un mito di progresso" da parte di politici che lo cavalcano con svariati obiettivi: ma che succede quando poi le righe tracciate sulle mappa diventano espropri, rivoluzione del territorio, rischio di grandi depositi di amianto da smaltire?


OPINIONE - Non c'è nulla di più facile che tirare linee rette su una carta geografica. Lo diceva Gaetano Salvemini. L’Italia era quella dei primi del Novecento: un paese agricolo e arretrato. Il treno, parafrasando un celebre cantautore, era un mito di progresso. Per molti politici, nuove linee ferroviarie e opere civili erano un indispensabile corollario di discorsi retorici; promesse di un futuro mirabolante all'insegna dello sviluppo edell'industrializzazione. 

Anche oggi, con le dovute differenze, politici e amministratori locali sembrano nutrire un’immensa passione per le rette tracciate sulle mappe.
Il difficile inizia quando le linee ferroviarie vanno davvero realizzate. 
Come tutti sappiamo, non è solo un problema di soldi e risorse da trovare. E' anche un problema di limiti fisici che il territorio ti impone: torrenti da attraversare, ostacoli da aggirare, montagne da scavare, detriti da scavo (il cosiddetto smarino) da spostare e ricollocare in apposite cave.
E quando le montagne rischiano di essere piene di milioni di metri cubi di rocce ricche di amianto che poi tocca smaltire, ecco che le cose si fanno ancora più complicate.
E pensare che era così facile tirare una riga retta sulla mappa. Il pennarello ha una bella punta morbida, l'inchiostro sgorga lucido e abbondante lasciando un lungo segno sulla carta, come la bava di una lumaca, ma più elegante: lì c'è Genova, qui attraversiamo l'Appennino, qua facciamo il retroporto, poi puntiamo a nord, oltre le Alpi, attraverso l'Europa, verso l'infinito e oltre.

Mentre il politico o il tecnico di turno fanno scorrere il pennarello sulla mappa, tra parchi e valli abitate, la loro immaginazione è rapita dal futuro. I loro occhi vedono container di merci scaricati dalle navi e caricati su grandi convogli ferroviari. E, in un orgasmo futurista, la mente si perde a calcolare il volume delle merci e le ricadute positive sul territorio.


E chi si oppone? Ma chi? Quei quattro teppisti dei No Tav? Gli abitanti dei paesotti e delle cittadine interessate dal tracciato? Nemici del progresso malati incurabili della sindrome di Nimby, manipolati da terroristi senza scrupoli che non hanno interesse allo sviluppo del territorio, ma solo a destabilizzare per motivi ideologici, eccetera eccetera.
Suona bene vero?
Ma quando si palesa il rischio dell'amianto tutti questi bei discorsi suonano di colpo stonati.Specialmente in una provincia come la nostra, dove se ne conoscono fin troppo bene gli effetti devastanti sulla salute delle persone. Se in giro per l'Italia capita ancora di imbattersi in persone che non conoscono, non capiscono o minimizzano il rischio amianto, nella provincia di Alessandria è difficile sottovalutare il problema di fronte ai cittadini.
E così ieri, ad Alessandria, la questione amianto nei cantieri del terzo valico dei Giovi è esplosa durante l'incontro in Prefettura tra membri della Commissione lavori pubblici del Senato, i Presidenti delle regioni Piemonte e Liguria, i direttori di Arpa delle due regioni ed i Sindaci del territorio. Ci sono ancora infatti dubbi e incertezze sulle differenti metodologie adottate da Arpa e Cociv, il consorzio di imprese per la realizzazione dell’opera, in merito al rilevamento delle rocce contenenti amianto. 
La notizia che ieri il Sindaco di Alessandria Rita Rossa abbia chiesto all’Arpa di fare chiarezza e abbia ritirato la disponibilità del Comune all’utilizzo delle cave sul suo territorio ci fa tirare un sospiro di sollievo. 

Tutti in attesa del verdetto dell’Arpa, quindi: amministratori locali e, soprattutto, cittadini. Già, dimenticavamo, quando si tirano rette sulla carta geografica si rischia di tirarle anche sulle vite delle persone. Proprio questo bisogna essere ancora più attenti, per evitare di lasciarsi prendere la mano.
Ora ai cittadini non resta che aspettare le risposte dell'Arpa. E vigilare perché alle parole degli amministratori locali seguano i fatti.
Perché spesso le righe tracciate sulle mappe non si lasciano cancellare tanto facilmente.

 

11/11/2015

 

Emiliano Bottacco redazione@alessandrianews.it


Lettera aperta all'Assessore all'ambiente della Regione Liguria Giacomo Giampedrone

Di Federico Valerio per Zero Waste Italy

Pubblicato il 3 novembre 2015

Egregio Assessore

da quanto ha riportato La REPUBBLICA del 26 ottobre, lei sollecita i comuni Liguri a realizzare otto biodigestori per chiudere, una volta per tutte, il ciclo dei materiali post consumo prodotti dai liguri e da coloro che questa regione ospita come turisti e villeggianti.

Ovviamente siamo lieti che anche la nuova amministrazione regionale confermi la bocciatura agli impianti di termovalorizzazione, ma per il trattamento della frazione di scarti più problematica, le circa 500.000 tonnellate annue di residui biodegradabili prodotti dai Liguri, sarebbe opportuno fare un ragionamento più articolato: perchè solo biodigestori?

Sappiamo la risposta: i biodigestori permettono di trasformare gli scarti organici in biogas, ricco in metano, la cui combustione permette a sua volta di produrre elettricità che, grazie agli incentivi dei "certficati verdi" che gli italiani, a loro insaputa, pagano sotto forma di tasse con la bolletta della luce, garantisce sicuri e lauti guadagni, per lo meno fino a quando questa tassa continuerà ad essere pagata.

Tuttavia  la contropartita di questa scelta sarà quella di creare otto nuove fonti inquinanti: le emissioni dei motori endotermici alimentati a biogas ( in particolare ossidi di azoto, formaldeide e polveri sottili),  che andranno ad impattare nelle località che ospiteranno questi impianti (località probabilmente con una qualità dell'aria già compromessa)  e  un notevole spreco energetico, in quanto più del 70 % del contenuto energetico del biogas trasformato in elettricità sarà disperso in atmosfera, sotto forma di calore non utilizzato.

Dalle scarse informazioni disponibili si può anche ipotizzare che, a causa della scarsa attenzione al loro potenziale agronomico, le grandi quantità di residuo solido di questi impianti (il digestato) invece di arricchire i nostri uliveti e le nostre serre, sotto forma di compost, andrà sprecato in una discarica o bruciato in qualche cementificio.

Eppure le caratteristiche orografiche della nostra Regione e in particolare la presenza di tanti comuni sparsi nell'entroterra avrebbero dovuto suggerire alla Regione sull'opportunità di privilegiare un'altra tecnica biologica, che ha il difetto di non essere sovvenzionata, ma ha il vantaggio di essere più semplice da realizzare e gestire e di non avere particolari problemi di economia di scala.

Parliamo del compostaggio che, in circa tre mesi, trasforma gli scarti organici in terriccio profumato di bosco e questo sia su un balconcino dei nostri centri storici, insieme ai vasi di geranei, sia in impianti industriali, compatibili con aree urbane e che si possono realizzare in 15 mesi.

Mi permetto di ricordare che la promozione del compostaggio domestico , con il progetto "Compostiamoci Bene", è stato il fiore all'occhiello dell'assessore Franco Orsi e della sua giunta regionale di destra,  grazie al quale , a partire dal 2003, in Liguria si sono attivati migliaia di impianti di compostaggio domestico che, da subito, hanno tolto dal circuito dei rifiuti gran parte degli scarti organici di tutte le famiglie liguri che hanno adottato questa pratica e che amano il giardinaggio.

E le potenzialità del compostaggio domestico, quale metodo per la gestione degli scarti biodegradabili, sono tutt'altro che trascurabili in quanto  le statistiche nazionali stimano pari al 20% del totale le famiglie italiane dedite al giardinaggio e quindi naturalmente predisposte anche al compostaggio.

Pertanto le potenzialità del compostaggio domestico, nella sola Genova, riguarderebbero circa 82.000 famiglie, 120.000 abitanti: le sembrano pochi?

E alla luce di questi fatti, quali piani la Giunta Toti ha in programma per rilanciare il compostaggio domestico?

Ci sono poi molte opportunità di realizzare nella nostra Regione  anche impianti di compostaggio a servizio di numerosi Comuni, specialmente quelli dell'entroterra, che potrebbero dotarsi di piccoli impianti di compostaggio, presenti sul mercato, da mettere a servizio di aziende agricole, campeggi, strutture alberghiere, condomini con giardini, parchi.

Avete in programma un regolamento regionale che dia certezze per le loro autorizzazione?

Se volesse, la Regione Liguria potrebbe anche incentivare il compostaggio industriale e l'uso agricolo del compost prodotto, inserendo nel Piano Regionale di sviluppo rurale incentivi economici  a chi utilizza compost per la sua produzione agricola o floro vivaistica.

E' una scelta politica già fatta da diverse altre regioni, pensa che gli agricoltori liguri non gradiranno?

Veniamo infine ai biodigestori.

Sappiamo che questa tecnica può essere preferita al compostaggio quando ci sono difficoltà a trovare aree di superfice idonea e quando il territorio non offre adeguata disponibilità di potature e legname da utilizzare, sotto forma di cippato, come strutturante per il compostaggio.

Queste sono le condizioni del comune di Genova che, conseguentemente,  ha scelto la digestione anaerobica  per il trattamento dei suoi scarti organici, ma in una modalità decisamente innovativa che ci auspichiamo sia seguita dalle altre province Liguri.

Il biodigestore genovese sarà affiancato da una biocella dove il digestato  prodotto dal biodigestore (legalmente un rifiuto) , sarà trasformato in compost che, anche dal punto di vista legale, potrà essere utilizzato a scopo agricolo, in quanto di elevata qualità, grazie alla raccolta differenziata Porta a Porta che AMIU si appresta a realizzare su tutta la città.

Penso che le possa interessare il fatto che AMIU stia studiando la possibilità che il cippato di legno che serve a produrre compost, possa derivare dalla regolare pulizia di torrenti, versanti collinari e dai nostri parchi urbani; un classico  "tre piccioni con una fava": soluzione a basso impatto alla produzione di scarti biodegradabili, prevenzione ai danni alluvionali, efficace lotta ai gas clima-alteranti grazie all'uso agricolo del compost che funziona da "spugna" per l'anidride carbonica in atmosfera.

Un'altra rilevante caratteristica del digestore genovese è che non brucerà in loco il biogas, ma lo raffinerà a metano ( bio-metano) puro per il 97% e quindi del tutto assimilabile al metano fossile che ci arriva dalla Libia e dalla Ucraina.

Nel piano previsto a Genova, il metano così prodotto sarà utilizzato per autotrazione, a cominciare dai mezzi AMIU ( compresi gli autocompattatori) per poi estendersi anche al parco automezzi AMT, e la sostituzione del gasolio con il biometano comporterà certamente un miglioramento della qualità dell'aria, miglioramento che, come le è noto, è auspicabile per la salute di tutti i Liguri.

Cosa pensa a riguardo la Regione Liguria?  Non sarebbe il caso di orientare in questo modo anche le altre province, comprese quelle che hanno progetti di biodigestori già avviati ma che potrebbero benissimo introdurre queste importanti innovazioni, in corso d'opera?

Un cordiale saluto

dr. Federico Valerio
Zero Waste Italy


AMIANTO: COMUNICATO DOPO IL DIBATTITO CON LA SINDACO.


Un centinaio di persone hanno varcato le porte di Palazzo Balbi a Campomorone dietro lo striscione: Co.Civ ci avvelena con l'amianto e voi ne siete complici.
Dopo due ore di dibattiti con la Sindaco ed alcuni membri della Giunta,siao giunti a queste conclusioni:
Lo scavo della finestra Cravasco è fermo perchè la galleria è entrata in rocce amiantifere, attualmente c'è smarino contenente amianto abbancato in cantiere a Cravasco. 
Lo smaltimento dovrebbe avvenire in questi giorni, il sito di stoccaggio individuato per lo smarino amiantifero, catalogato come rifiuto pericoloso, si trova in Piemonte, a Orbassano. 
La sindaco ha garantito che lo scavo della galleria riprendera' solo quando le procedure previste dalla norma di legge saranno attuate.
Le procedure per scavi in rocce amiantifere prevedono la suddivisione in 3 tronconi della galleria, filtri particolari, ....tutta una serie di lunghe, complesse e costose procedure al fine di isolare tutto quello che è entrato in contatto con la zona contaminata. 
Il cantiere quindi deve restare fermo per un periodo molto lungo.
Attualmente in galleria non esiste alcuno di questi dispositivi quindi, gioco forza, il materiale amiantifero già estratto ha potuto disperdersi nell'aria. 
I controlli sulle procedure ed i monitoraggi del cantiere sono e saranno nelle mani di ARPAL, ASL e Co.civ stesso. 
Attualmente i dati dei rilevamenti sono esclusivamente in mano a questi enti, la sala ha richiesto alla Sindaco che solleciti gli organi competenti, affinchè siano liberi, on-line e fruibili da tutti. 
Mentre la Sindaco ha espresso totale fiducia sugli enti incaricati, la sala ha posto tutta una serie di quesiti che hanno smontato ogni certezza sull'efficacia dei controlli.
ARPAL è costituita senza dubbio da personale formato e qualificato, tuttavia è un ente Regionale che deve controllare gia' normalmente un territorio vastissimo con un numero esiguo di tecnici. 
Ogni qual volta si è verificato un danno ambientale in un cantiere Terzo Valico (...e ce ne sono stati molti...) ARPAL non è riuscita MAI a intervenire in maniera efficace e Co.Civ non è mai stato sanzionato. 
In piu' non si puo' negare che salendo la “Gerarchia” di ARPAL ci si avvicini ad un organo sempre piu' politico e sempre meno tecnico, la Regione Liguria (centro destra o centro sinistra che differenza fa!) è stata e resta il maggior (..ormai forse l'unico...) promotore del Terzo Valico. 
Sui controlli che Co.Civ si effettua da solo, non possiamo dimenticarci che Co.Civ è costituito per lo piu' dalle stesse aziende di Cavet, il consorzio TAV del mugello, i cui vertici sono stati recentemente condannati per reati legati proprio allo smaltimento illecito di terre da scavo, oltre che per i noti e irreparabili disastri ambientali del Mugello.
Non crediamo che i tecnici di ARPA Toscana fossero in malafede, siamo convinti, e lo diciamo da anni, che controllare il malaffare legato all'Altra velocità sia impossibile.
In questa cornice, di fronte ad una problematica seria e pericolosa come l'amianto, la sala ha espresso, piu' volte, disappunto per le effimere basi su cui la Sindaco ha fondato la proprie rassicuranti conclusioni.
Questa prima giornata contro l'amianto del Terzo Valico si è conclusa tra le urla di rabbia e le preoccupazioni per le posizioni espresse dall'Amministrazione Comunale.
Un ultimo quesito lo poniamo noi: chissà se tutta questa storia dell'amianto e del relativo business dello smaltimento non sarà il “la” per far aumentare i costi del Terzo Valico?


Il discorso di Joanne Liu, Presidente di Medici Senza Frontiere International che chiede l’attivazione della Commissione d'Inchiesta Umanitaria Internazionale sul bombardamento in Afghanistan.



Inceneritore: chi guadagna e chi ci perde

Scritto da Antonio Barbaro
Pubblicato da Lo Spiffero Domenica 18 Ottobre 2015, ore 9,30

Dal bilancio di Trm, società proprietaria dell'impianto del Gerbido, emerge chiaramente che gli unici a trarre vantaggi sono (e saranno) solo gli azionisti, mentre a rimetterci sono sempre e solo i cittadini, sotto tutti i punti di vista (economico,salutare,ambientale)

Leggi l'articolo


NON SOLO TTIP

Oltre al TTIP (Accordo Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti), é in discussione il TPP (Accordo Trans Pacifico)

Ecco un articolo di Stiglitz e Adam da leggere per informarsi.

Riportiamo solo un breve ma significativo paragrafo: <<Si immagini cosa sarebbe accaduto se queste disposizioni fossero state messe in atto quando gli effetti letali dell'amianto furono scoperti. Anziché chiudere le Aziende e risarcire coloro che sono stati danneggiati, in base all'ISDS (NDR una clausola presente anche nel TTIP), i governi avrebbero dovuto pagare i produttori per non uccidere i loro cittadini>>

Pubblicato il 22 ottobre 2015

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RELAZIONE DELLA COMMISSIONE CONSIGLIARE SULL' ASSISTENZA AI RIFUGIATI A GENOVA

Pubblicato il 5 ottobre 12015

In continuità con le relazioni presentate alla commissione consigliare VII a novembre 2013, febbraio 2014, aprile 2015 si forniscono le seguenti informazioni.
L’afflusso di cittadini stranieri che giungono tramite sbarchi sulle coste italiane, ha da circa un anno un impatto più evidente anche nella nostra città.
Dal giugno 2014 ad oggi il continuo afflusso di migranti sulle coste italiane e la saturazione dei posti disponibili nelle Regioni dal sud ha fatto si che il Ministero dell’Interno attribuisse a tutte le Regioni quote di posti di accoglienza da attivarsi sotto il coordinamento delle Prefetture. Dal 2014 è stato pertanto istituito presso la Prefettura di Genova il Tavolo di coordinamento dei flussi non programmati che ha il compito di monitorare l’andamento delle presenze e di proporre strategie e soluzioni per rispondere alle necessità di accoglienza.
L’ultima circolare del Ministero dell’Interno dell’8 settembre prevede che vengano attivati in Liguria oltre i 3296 posti già destinati (di cui 2914 già attivi ) ulteriori 684 posti ( fino a nuovo riparto).
Circa 1300 dei posti attivi (di cui almeno 150 nei comuni limitrofi) sono a Genova o nei comuni della provincia. La maggioranza delle persone che occupa questi posti è in attesa di definizione delle status di rifugiato che avviene attraverso la Commissione per il riconoscimento di protezione internazionale che da aprile scorso ha sede a Genova.
Le persone vengono accolte in strutture gestite da enti i del terzo settore ed hanno garantito il vitto, l’alloggio, la fornitura di beni materiali di sussistenza, le attività di mediazione culturale per l’apprendimento della lingua italiana, per l’assistenza sanitaria e la consulenza legale per l’assolvimento delle pratiche per il riconoscimento dello status. Ai migranti viene riconosciuto un pocket money giornaliero di 2,50 euro per spese personali.


Nel mese di settembre la prefettura ha attivato il Centro di prima identificazione e screening sanitario presso un centro collettivo a Campi e un nuovo Centro di prima accoglienza in Viale Brigate partigiane.
Attualmente non è presente né a Genova né nel territori ligure un HUB per adulti; Il Ministero ha dato disponibilità a finanziare opere di ristrutturazione per rendere agili eventuali strutture di proprietà pubblica. La prefettura sta valutando se investire in un unico HUB regionale di grandi dimensione o in 4 HUB provinciali di dimensioni minori.
SPRAR
Genova  dal  2001 sta gestendo progetti di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati attraverso un progetto finanziato dal Ministero dell’Interno (Sistema SPRAR) che mette a disposizione 187 posti tra adulti e minori . Si tratta di un sistema programmato che tiene conti dei tempi necessari per permettere alle persone di attesa di protezione internazionale o in possesso dello status di rifugiato di realizzare un percorso di integrazione e di autonomia.  In sede di variazione di bilancio del 31 agosto scorso sono stati accertati in entrata ed in uscita gli importi  relativi agli ampliamenti di progetti che sono avvenuti nel 2015, ; tali importi sono finanziamenti finalizzati del Ministero dell’Interno.

PROTOCOLLO VOLONTARIATO CON LA PREFETTURA E TERZO SETTORE
Nel mese di settembre  il Comune di Genova ha firmato un protocollo d’intesa con la Prefettura di Genova ed il Forum del terzo settore per il coinvolgimento, su base volontaria, dei richiedenti asilo e dei rifugiati attualmente accolti nei centri della Prefettura, situati sul territorio comunale, in attività di volontariato utili alla collettività, che si svolgeranno in diverse aree cittadine in collaborazione con i diversi Municipi, che individueranno di volta in volta le situazioni dove intervenire. Ad oggi il progetto è attivo nel Municipio Centro Est con attività di pulizia e riordino dei Parchi dell’Acquasola e di  Villetta Dinegro .
Il Comune di Genova individuerà, in sinergia con gli enti/organizzazioni interessati, le attività  di volontariato che potranno essere svolte dai cittadini stranieri coinvolti, avendo cura di specificare che per gli stessi sia assicurata:
a) la formazione necessaria affinché possano attendere alle attività previste;
b) l’eventuale strumentazione, attrezzature  e  dispositivi  di  protezione  individuale  per  l'esercizio   delle attività al fine di ridurre al minimo qualsivoglia rischio per la propria e per l'altrui incolumità;
c) un'adeguata copertura assicurativa per la responsabilità civile verso terzi e contro gli infortuni;
d) la dotazione, nell’ambito delle  attività svolte,  di  idonei strumenti di riconoscimento dell’attività di volontariato.
ACCOGLIENZA DIFFUSA PRESSO LE FAMIGLIE
Il Comune di Genova insieme alla Commissione Immigrazione di ANCI Liguria ed il Forum del terzo settore sta progettando un sistema di accoglienza diffusa presso le famiglie  seguendo una metodologia adottata con successo nella provincia di Asti. Il 30 settembre scorso in sede di commissione Immigrazione il comune di Asti ed il referente dell’associazione  che gestisce le accoglienze   hanno presentato  gli esiti del progetto e le ricadute positive sia sugli accolti che sulle famiglie accoglienti.
L’accoglienza in famiglie avviene successivamente ad un periodo di tre mesi  di accoglienza di centro collettivo; la presenza in famiglia è supportata  e monitorata da operatori esperti, e affiancata da attività di mediazione legale e sociale.  L’insieme delle attività, compresa l’accoglienza in famiglia, è gestita da un’ Organizzazione del Terzo Settore all’interno di un progetto convenzionato con la Prefettura.

MINORI STRANIERI NON ACCOMPAGNATI (MSNA)
L’intesa sancita in conferenza Unificata Stato Regioni del 10 luglio 2014 ha stabilito un unico sistema di accoglienza di secondo livello nell’ambito dello SPRAR per tutti i minori stranieri non accompagnati (MSNA), richiedenti asilo e non, presenti sul territorio nazionale riconoscendo ai comuni un contributo giornaliero per minori pari a 45 euro pro capite pro die.
Da novembre 2014 il Ministero dell’Interno attraverso fondi FAMI ha attivato su tutto il territorio nazionale strutture di Prima accoglienza in emergenza per MSNA provenienti dagli sbarchi. A Genova il progetto è attivo per 50 MSNA suddivisi tra due strutture, in via Serra presso Il Collegio San Giovanni Battista e in Via dei Sessanta a Cornigliano.
Il Comune di Genova ha una propria struttura di prima accoglienza in emergenza per 12 posti.
Nel sistema SPRAR sono attivi ad oggi 17 posti per MSNA. Il Comune ha partecipato al Bando del Ministero dell’interno  dell’aprile scorso per strutture di seconda accoglienza SPRAR per MSNA presentando un progetto per ulteriori 40 posti.  Ad oggi non si hanno ancora gli esiti .
La domanda di accoglienza è in continua ascesa su tutto il territorio nazionale. Nel Comune di Genova nel 2015 sono stati accolti  (al di fuori delle strutture di emergenza e delle strutture SPRAR)   ulteriori 200 minori  inseritinel sistema delle strutture di accoglienza per minori.
1 ottobre 2015

Assessore Fracassi


Sanità: il governo conferma che solo i ricchi potranno curarsi

di Vittorio Agnoletto | 3 ottobre 2015

Una recente ricerca di Altroconsumo ha evidenziato che, con il perdurare della crisi economica, il 46% delle famiglie rinuncia ad alcune cure sanitarie primarie perché non è in grado di sostenerne i costi. Il 14% del reddito familiare annuo è destinato alle spese mediche, ogni famiglia spende circa 2000 euro/anno per prestazioni essenziali, e il 13% si indebita per curarsi. Il 38% dei nostri concittadini rinuncia alle cure odontoiatriche, il 22 % a quelle oftalmiche e il 15 % alla riabilitazione.

Le conseguenze non tardano a farsi sentire prima di tutto nella stessa famiglia e quindi nella società: chi non segue un percorso di riabilitazione fisica rimarrà dipendente da altri per la deambulazione e per molte delle azioni quotidianamente necessarie per poter sopravvivere (andare in bagno, vestirsi, lavarsi…) se oltretutto ha problemi di vista la dipendenza sarà destinata ad aumentare: per un periodo i familiari ne sosterranno il peso, poi sarà inevitabile ricorrere a un/una badante con ulteriori spese; se invece la famiglia non potrà permetterselo il proprio congiunto scivolerà pian piano in uno stato di abbandono. Chi non ha la possibilità di curarsi i denti o di ricorrere ad una protesi avrà la necessità di modificare l’alimentazione, di avere dei pranzi differenti da quelli del resto della famiglia, di assumere cibo liquido sviluppando una probabilità maggiore di un deperimento psico-fisico che potrà condurre alla necessità di interventi sanitari.

E’ in questo contesto sociale che si inserisce il decreto del governo sulle 208 prestazioni sanitarie “inappropriate”, tra le quali ci sono ad esempio molte cure odontoiatriche con le conseguenze già illustrate. Che nella sanità ci siano sprechi e spese inutili è certo. Ma è necessario individuarne bene le ragioni e colpire nei posti giusti. Ad esempio in Lombardia lo scandalo della S.Rita e di parecchie altre cliniche private era finalizzato ad ottenere i rimborsi gonfiati previsti dalle leggi regionali volute da Formigoni, ma nulla è stato fatto per modificare tali leggi ed evitare ulteriori truffe; nonostante la campagna nazionale lanciata da Libera sulla malasanità e sulla corruzione nel Ssn nulla è stato fatto per rendere trasparenti e sottoporre a controllo i bandi attraverso i quali vengono assegnate le commesse, quelli famosi per cui il costo di una siringa aumenta di 5 volte da una Asl a un’altra; nonostante la crisi non sono stati toccati i mega stipendi dei direttori generali e dei direttori sanitari delle Asl, delle aziende ospedaliere, dell’Inps ecc. E non sono pochi. Ne si è deciso di investire nella formazione dei medici anche per migliorare l’appropriatezza delle cure; resta in vigore la presa in giro dei 50 punti ECM che ogni medico deve totalizzare ogni anno e che si risolve o con qualche corso ospitato da un’azienda farmaceutica in amene località o con la compilazione di gruppo di questionari online.

Strumenti per risparmiare quindi ce ne sono, ma si è scelta un’altra strada confondendo volutamente le carte. Indicare come inutili gli esami che non hanno portato a individuare una patologia è una stupidaggine, la sola visita medica, la semeiotica, non è sempre sufficiente per individuare l’eziologia di una malattia. Gli esami diagnostici servono quindi proprio per confermare o escludere un’ipotesi diagnostica, per individuare l’origine di un malessere prima di intraprendere un percorso terapeutico/riabilitativo che altrimenti sarebbe destinato a produrre ulteriori costi senza la certezza di essere sulla strada giusta. Il ricorso alla Risonanza e alla Tac, due degli esami posti sotto accusa dal decreto del governo, nella maggioranza dei casi ha questo significato e spesso, come hanno confermato diversi ascoltatori della trasmissione radiofonica che conduco con Alessandro Braga su questi temi (“37e2″ ogni venerdì alle 10,35 su Radio Popolare), proprio tali tecniche diagnostiche hanno permesso di evitare importanti errori clinici. In questo caso stiamo parlando non di prevenzione primaria, che è la vera cenerentola del nostro Servizio Sanitario Nazionale, ma di diagnosi precoce che non è certo meno importante.

Non comprenderlo e mettere tutto nel calderone degli esami inutili da esporre al pubblico ludibrio è segno di ignoranza o molto più probabilmente ha come obiettivo indirizzare ulteriori fette importanti della spesa sanitaria verso la sanità privata, spesso gestita dagli amici degli amici di chi siede nei ministeri e negli assessorati. Se il decreto sarà confermato così come è stato annunciato, il risultato è scontato: aumenteranno coloro che non si cureranno, con tutte le conseguenze familiari e sociali indicate, e aumenterà il numero di coloro che, potendoselo permettere, si rivolgeranno alla sanità e alle assicurazioni private. Già oggi la spesa sanitaria privata sostenuta dagli italiani sfiora i 30 miliardi di euro.


IL POTERE DI FUOCO DELLE LOBBIES FARMACEUTICHE EUROPEE 

Osservatorio delle Corporazioni Europee (CEO) - Rivelare il potere delle lobbies corporative nell'Unione Europea

Pubblicato il 2 ottobre 2015

Il sistema delle PRESCRIZIONI FARMACEUTICHE: IL POTERE DI FUOCO DELLE LOBBIES FARMACEUTICHE EUROPEE E LE IMPLICAZIONI PER LA SALUTE PUBBLICA 

 

Un nuovo report reso noto oggi rivela la drammatica estensione dello sforzo che le lobbies dell'industria farmaceutica stanno mettendo in campo per condizionare i decisori dell'Unione Europea. In base ai dati disponibili si stima che l'industria spenda circa 40 milioni di euro per organizzare incontri e garantire la loro presenza in gruppi di consulenza, ma si pensa che la cifra possa essere molto più alta di quella resa trasparente.

Il report dimostra che la Big Pharma si avvantaggia di un numero incredibilmente elevato con i dipartimenti ed i direttori della Commissione Europea. Ad esempio la Federazione Europea delle Industrie ed Asociazioni Farmaceutiche (EFPIA) ha incontrato la Commissione Junker più di 50 volte nei primi 4,5 mesi di operatività.

Lo studio esamina alcuni dei canali attraverso cui BigPharma influenza l'UE e mostra esempi concreti di politiche che sono state disegnate dall'industria. Queste includono le regole sulla trasparenza dei dati dei trial's clinici, i segreti industriali, e le negoziazioni tra UE ed USA per il TTIP. Mette anche in luce il gruppo EFPIA rivelando obiettivi, tattiche, influenze e criticando il partenariato pubblico-privato multimilionario tra EU e EFPIA chiamato "Iniziativa sulla Medicina Innovativa.

(http://corporateeurope.org/power-lobbies/2015/09/policy-prescriptions-firepower-eu-pharmaceutical-lobby-and-implications-public traduzione di Simonetta Astigiano) 

Il report é in inglese e può essere letto qua.

Report: http://corporateeurope.org/sites/default/files/20150904_bigpharma_web.pdf

The power of lobbies


IL COMITATO GESTIONE CORRETTA DEI RIFIUTI LIGURIA SCRIVE AL MINISTRO PER L'AMBIENTE

Pubblicato il 30 settembre

A Gianluca Galletti, Ministro per l’Ambiente e la tutela del Territorio e del Mare

Ho avuto il piacere di ascoltare la Sua intervista  durante la trasmissione “Tutta la città ne parla” di Rai 3 ore 10, lunedì mattina 28 settembre, in diretta da Expo a Milano.

Ho molto apprezzato le Sue dichiarazioni in favore del rispetto dell’ambiente, dell’Enciclica “Laudato si” di Papa Francesco, dell’etica che deve guidare le industrie nel loro operare, dell’abbandono delle fonti fossili in vista di COP 21 a Parigi. E’ proprio quello che un Ministro dell’Ambiente deve pensare.

Mi sono chiesta subito come questi concetti si potessero conciliare con i contenuti della proposta di schema attuativo dell’art 35 legge 164/2014 detta “Sblocca Italia”, che trasforma impianti di smaltimento costosi e dannosi per la salute, in “infrastrutture strategiche per la Difesa dell’Ambiente”, con decisioni avocate al Governo statale e sottratte in modo illegittimo alla competenza delle Regioni.

Colgo l’occasione quindi per inviarLe il testo di una Petizione a Lei rivolta dal Coordinamento ligure Gestione Corretta Rifiuti, che Le chiede di modificare l’art 35 e lo schema attuativo, in modo che diventi un’occasione vera di rispetto del Creato e della popolazione italiana; attualmente circa 1000 cittadini promotori l’hanno sottoscritta in Liguria, raccoglieremo firme finché non constateremo un cambiamento di tendenza e migliaia di firme sono state raccolte in Italia in altre petizioni analoghe, anche on line, dal Movimento Legge Rifiuti Zero.

Perché infatti stabilire il fabbisogno di incenerimento, e non quello di compostaggio? In Liguria siamo completamente privi di tali impianti e sarebbe un primo passo importante  per ridurre i rifiuti a quasi la metà, migliorando la qualità del suolo.

Perché non incentivare gli impianti leggeri che permettono un ulteriore recupero di materia dal RUR (indifferenziata) per indirizzare le industrie a comportamenti più etici in favore del clima e togliere invece gli incentivi a tutte le combustioni (di rifiuti, di CSS, di biogas) che producono energia elettrica sovrabbondante in modo costoso e clima alterante?

L’alternativa alle discariche non sono gli inceneritori: sono la riduzione, il riuso, il riciclo, il recupero di materia e cioè il percorso previsto dalla LIP RIFIUTI ZERO, che La invitiamo ad appoggiare in Parlamento.

30 settembre 2015   http://gcrliguria.wordpress.com/

Renata Vela e Francesca Antonelli, referenti del Coordinamento ligure GCR



L'URLO DELL'ACQUA

di Alex Zanotelli

Pubblicato il 30 settembre 2015

Il 20 settembre, il vasto movimento italiano per la gestione pubblica dell’acqua si è ritrovato  a Napoli, capitale dell’acqua pubblica, per rilanciare con forza la difesa di questo bene fondamentale e sempre più sotto attacco dai poteri forti. E questo, nonostante che il Referendum (2011) abbia sancito che l’acqua deve essere sottratta alle leggi del mercato e che non si può fare profitto. A rafforzare l’esito referendario è venuta ora anche l’enciclica Laudato Si’ che afferma che “l’accesso all’acqua potabile è un diritto umano essenziale fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani” 

Leggi qua


Salvare una foresta di 500 anni, in cui vivono specie in via d’estinzione,  oppure raderla al suolo per farci una pista per le Olimpiadi di sci.

Sembrerebbe scontato. Invece in questo momento gli organizzatori delle prossime Olimpiadi, in Corea del Sud, stanno davvero sradicando alberi secolari per mettere su una pista da sci che verrà usata in tutto 4 giorni. 

Una decisione assurda ma soprattutto irreversibile: finiti i lavori la foresta sarà persa per sempre. L’ennesimo grande evento sportivo che rischia di essere devastante per l’ambiente. Ma possiamo ancora fermarli. Il Comitato Olimpico Internazionale aveva promesso che queste sarebbero finalmente state le “Olimpiadi verdi”, gestite in modo sostenibile. Invece di fronte a questo scandalo fanno finta di niente e nessun giornale ne parla: facciamogli rispettare le loro stesse parole con un grande appello internazionale da tutti i Paesi che parteciperanno ai Giochi.

Unisciti subito a questa campagna, la faremo arrivare fino agli uffici del Comitato Olimpico. Firma e poi condividi con tutti su Facebook, Twitter, via email

https://secure.avaaz.org/it/save_ancient_korean_forest_loc/?bMrHdbb&v=64860

La foresta è a Pyeongchang in Corea del Sud dove nel 2018 si terranno le Olimpiadi invernali. Questa enorme distesa di alberi è anche uno degli ultimi habitat di lontra, gatto leopardo, martora e scoiattolo volante, quattro specie a rischio di estinzione, e la stanno distruggendo per due sole gare di sci che dureranno in tutto 4 giorni. 

Non solo: per secoli è stato un luogo protetto e considerato sacro ma per ottenere l’organizzazione dei Giochi il governo ha rimosso la tutela e cominciato a scavare. Ora ci sono già enormi sfregi lungo i fianchi della montagna e i lavori stanno avanzando molto velocemente per creare un enorme resort sciistico. 

La cosa più assurda è che le gare si potrebbero fare in un’altra città vicina risparmiando fino a 138 milioni di dollari! Lo stesso Comitato Olimpico si era imposto di costruire solo infrastrutture sostenibili. Però su questo progetto stanno girando la testa dall’altra parte: tocca a noi fargli rispettare l’impegno.

Come si può essere così senza scrupoli da radere al suolo una foresta di 500 anni per una gara di sci? Se saremo in tanti, da tutto il mondo, a farci sentire potremo ottenere un cambiamento storico per i Giochi olimpici e fare in modo che non siano mai più causa di distruzione delle meraviglie del Pianeta. Unisciti subito

https://secure.avaaz.org/it/save_ancient_korean_forest_loc/?bMrHdbb&v=64860
Le foreste sono i polmoni del mondo, ci tengono letteralmente in vita. E più di una volta in passato la nostra comunità le ha difese con successo, dal Borneo all’Amazzonia, passando per l'Italia, l'Indonesia e l’Australia. Queste nostre vittorie hanno dimostrato una cosa: insieme, possiamo salvare le foreste. Facciamolo ancora. 

Con speranza e determinazione, 

Dalia, Jooyea, Mais, Nataliya, Alice, Emily e tutto il team di Avaaz

Disease mongering: inventare malattie per vendere medicine

L'industria farmaceutica è arrivata all’invenzione di nuove malattie per produrre nuovi farmaci

Pubblicato il 20/08/2015 da Andrea Bertaglio

 

 

Il settore farmaceutico, ormai nelle mani dei colossi del settore, è decisamente molto ricco. Ma si sa, per far soldi servono soldi. Non è un caso, infatti, se in questo campo oggi si spende più denaro per il marketing che per la ricerca. Per essere più precisi, ilBig Pharma (l’appellativo dato all’industria farmaceutica) impiega un terzo dei ricavi e un terzo del personale per collocare nuovi medicinali sul mercato. Pionieri di questo nuovo approccio con la salute sono gli Stati Uniti, dove tra il 1996 e il 2001 il numero dei venditori di farmaci è cresciuto del 110%, passando da 42.000 a 88.000 agenti. Non solo, per promuovere i suoi nuovi prodotti questo settore spende ogni anno da 8.000 a 13.000 euro per ogni singolo medico [1].

Nota come Disease mongering, o mercificazione della malattia, questa pratica estrema del marketing funziona in modo abbastanza semplice: basta abbassare i valori di una grandezza misurabile (diabete, pressione arteriosa, colesterolo ecc.), o diagnosticare come disturbo una presunta anomalia del comportamento (tristezza, ansia, timidezza) e il numero di malati cresce automaticamente. In effetti, la logica è la stessa di quella che domina in generale nella società dei consumi: come si è passati dalla produzione di merci per il loro consumo al consumo fine a se stesso per continuare a produrre merci, così si è passati dall’invenzione di nuove medicine per la cura delle malattie all’invenzione di nuove malattie per produrre nuovi farmaci.

Il caso più eclatante si è probabilmente verificato nel 2004, quando una commissione di “esperti” negli Stati Uniti ha riformulato la definizione diipercolesterolemia (l’eccesso di colesterolo nel sangue). In pratica, riducendo i livelli ritenuti necessari per autorizzare una cura medica, hanno letteralmente triplicato da un giorno all’altro il numero di persone che potevano avere bisogno di cure farmacologiche. Un dettaglio importante: otto dei nove membri di quella commissione lavoravano a quel tempo anche come relatori, consulenti o ricercatori proprio per le case farmaceutiche coinvolte nella produzione di farmaci ipocolesterolemizzanti [2]. E questa è solo la punta dell’iceberg. Secondo uno studio pubblicato sul Journal of the American Medical Association (JAMA), già nel 2002 l’87% degli autori delle linee guida cliniche aveva conflitti d’interesse a causa di legami con l’industria farmaceutica. Di questi, il 59% aveva rapporti diretti con i produttori dei farmaci relativi alle patologie per cui era chiamato a stilare le linee guida [3].

Attraverso il Disease mongering le persone vengono persuase del fatto che problemi prima accettati come un semplice inconveniente, o come “parte della vita”, debbano ora destare preoccupazione e abbiano bisogno di cure mediche. Il fenomeno è tanto diffuso che il prestigioso British Medical Journal ha pubblicato, già nel 2002, una “Classificazione internazionale delle non-malattie”: oltre 200 condizioni ritenute a torto come patologiche [4]. Vediamo le prime dieci, anche se ci si potrebbe davvero divertire, elencandole tutte: invecchiamento, lavoro, noia, sacchi lacrimali, ignoranza, calvizie, efelidi (una sorta di lentiggini), orecchie a sventola, capelli grigi/bianchi, bruttezza.

Purtroppo, però, non c’è molto da scherzare. Non solo per le dimensioni che hanno raggiunto queste pratiche, ma anche perché ci vorranno decenni, prima che le si possano sradicare dal sistema socio-sanitario. Oltre alle ingenti cifre di denaro investite, infatti, c’è da considerare che i regali (inviti a pranzo o in vacanza, accesso a congressi in località esotiche e numerosi altri sottili meccanismi di persuasione) non sono riservati solamente ai medici praticanti. La corruzione inizia infatti già con regali da parte delle industrie farmaceutiche agli studenti di medicina prossimi alla laurea: futuri professionisti pronti a collaborare nel lancio di nuove “campagne di sensibilizzazione” con pubblicitari alla Vince Parry. Questo professionista del marketing, in un articolo intitolato “L’arte di inventare malattie”, rivelò pubblicamente di collaborare con le case farmaceutiche per “creare nuove idee su disturbi e malattie e un nuovo modo di pensare alle cose per massimizzare le vendite dei farmaci”[5]. Del resto, scrive Parry, “le case farmaceutiche oggi promuovono non solo i propri farmaci, ma anche i disturbi necessari a creare il mercato per i propri prodotti”. Questo modo di vedere il settore farmaceutico arriva però da più lontano. Trent’anni fa Henry Gadsen, direttore della casa farmaceutica Merck, dichiarò alla rivista Fortune: “Il nostro sogno è produrre farmaci per le persone sane. Questo ci permetterebbe di vendere a chiunque”.

Bene, sembrerebbe proprio che siamo arrivati a questo punto. Per questo servono urgentemente dei provvedimenti, sia a livello legislativo che mediatico. Basti pensare che, secondo una ricerca francese, la metà dei prodotti oggi sul mercato è inutile, il 20 per cento è scarsamente tollerato dai malati e il 5 per cento è addirittura potenzialmente pericoloso per la salute [6]. Ne va quindi delle nostre tasche, ma anche e soprattutto delle nostre vite. Questa estrema medicalizzazione della società, in effetti, porta da una parte a terapie inopportune, dall’altra ad enormi sprechi di denaro (spesso pubblico) che compromettono la già traballante sostenibilità economica di interi sistemi sanitari. Il tutto sottraendo risorse utili alla cura e alla prevenzione di patologie reali. E perché no? Alla tanto magnificata ricerca.

Testo estratto dal libro “Medicina Ribelle. Prima la salute, poi il profitto”. Edizioni L’Età dell’Acquario

 

[1] Joerg Blech, “Gli inventori delle malattie. Come ci hanno convinti di essere malati”. Lindau, 2006

[2] Lenzer J. US consumer body calls for review of cholesterol guidelines. BMJ 2004; 329:759

[3] Choudhry N. Relationship between authors of clinical practice guidelines and the pharmaceutical industry. JAMA 2002; 287: 612-617

[4] Smith R. In search of non disease. BMJ 2002; 324: 883-885

[5] Parry V. The art of branding a condition. Medical Marketing & Media, London, 2003: 43-49

[6] ”Inutile un farmaco su due È polemica sulla scoperta dei ricercatori francesi”(articolo)



DAL COMITATO REGIONALE PER LA GESTIONE CORRETTA DEI RIFIUTI

Note critiche sullo schema del decreto applicativo dell'art.35 del cosiddetto "sblocca-Italia"

Pubblicato il 8 settembre 2015

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Documento GCR
Nei giorni scorsi, ci è stato chiesto da una pluralità di soggetti e reti associative di consolidare un documento che formalizzi le valutazioni critiche di merito allo schema di decreto applicativo dell'art. 35 del cosiddetto "sblocca-Italia".
Come esperti e ricercatori che agiscono in sostegno alle azioni per una evoluzione virtuosa dei sistemi di gestione dei materiali post-consumo, ci siamo attivati, allo scopo di fornire un documento di supporto alla campagna
Questa nota è il prodotto delle riflessioni da noi condivise, e viene messa a disposizione allo scopo di:
informare in modo efficace il dibattito e le azioni di opposizione allo schema di decreto e soprattutto
stimolare la formazione di posizioni istituzionali (a partire dalle Regioni, destinatarie della proposta di Decreto) avverse allo Schema di Decreto, e concordi con i principi di sostenibilità e beneficio economico e sociale alle comunità locali.
Mettiamo a disposizione la Nota per tutte le azioni e valutazioni d
Note critiche sullo schema di decreto ap
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Quest'anno l'Earth Overshoot Day (il (Giorno del superamento) è stato il 13 agosto

Le emissioni di carbonio continuano a spingere l'Impronta Ecologica ben al di là delle possibilità del pianeta

OAKLAND, CA, USA) —  13 AGOSTO 2015 — Secondo i dati del Global Footprint Network, un centro studi internazionale sulla sostenibilità con uffici in Nord America, Europa e Asia, in meno di otto mesi, l'umanità ha consumato completamente il budget del pianeta per l'intero anno, budget in cui il riassorbimento delle emissioni di carbonio costituisce più della metà della nostra “domanda alla natura”.

Il Global Footprint Network monitora l'andamento delle esigenze dell'umanità nei confronti delle risorse del Pianeta (Impronta Ecologica) rispetto alla capacità della natura di far fronte a quelle esigenze (biocapacità). L' Earth Overshoot Day (Giorno del superamento) indica la data in cui la domanda annuale di risorse dell'umanità supera ciò che la Terra può rigenerare in quell'anno. Nel tempo l'Earth Overshoot Day si è spostato dai primi di ottobre del 2000 al 13 agosto di quest'anno.

I costi di questo sforamento ecologico stanno diventando sempre più evidenti e si concretizzano nella deforestazione, la siccità, la scarsità di acqua dolce, l'erosione del suolo, la perdita di biodiversità e l'aumento dell'anidride carbonica nell'atmosfera. In particolare, se gli attuali modelli climatici sono corretti, gli apporti di CO2 più recenti amplificheranno significativamente gli effetti di quella già presente.

Conseguentemente, i responsabili delle decisioni dei governi che terranno conto nelle loro politiche di questi vincoli crescenti avranno sicuramente più probabilità di avere buoni andamenti nei risultati economici di lungo termine delle loro nazioni.

 

“La sola impronta ecologica da carbonio dell'umanità è più che raddoppiata tra il 1961 e il 1973, data in cui il mondo iniziò ad andare in sovraconsumo ecologico. Per ora resta la componente che aumenta più velocemente nel crescente divario tra l'Impronta Ecologica e la biocapacità del pianeta” dice Mathis Wackernagel, presidente del Global Footprint Network e co-ideatore del sistema di misurazione delle risorse detto Impronta Ecologica.  “L'accordo globale per abbandonare gradualmente i combustibili fossili che è in discussione a livello mondiale in vista del summit del clima di Parigi (dicembre 2015) potrebbe significativamente aiutare a frenare la consistente crescita dell'Impronta Ecologica ed eventualmente a ridurre l'impronta”.

L'impronta da carbonio è inscindibilmente connessa alle altre componenti dell'Impronta Ecologica ovvero le aree coltivate, i pascoli, le foreste e le aree biologicamente produttive coperti da edifici e strade. Tutte queste componenti sono in competizione dal punto di vista degli spazi. Più c'è richiesta di cibo e di legname da costruzione, meno sono disponibili aree per l'assorbimento del carbonio prodotto dai combustibili fossili. Ciò significa che le emissioni di carbonio si accumulano nell'atmosfera anziché essere riassorbite completamente.

 

Una seconda occasione

L'accordo sul clima atteso a dicembre in occasione della Conferenza delle parti delle Nazioni Unite (COP) 21 si focalizzerà sul mantenimento del riscaldamento globale entro due gradi Celsius al di sopra del livello antecedente la rivoluzione industriale.

Questo obiettivo condiviso richiederà alle nazioni di attuare politiche per abbandonare completamente i combustibili fossili entro il 2070: questa è la raccomandazione dell' Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) delle Nazioni Unite che ha effetti diretti sull'Impronta Ecologica delle nazioni.

Ipotizzando che le emissioni di carbonio siano ridotte come minimo del 30%  entro il 2030 rispetto al livello attuale, mantenendosi nello scenario suggerito dall'IPCC, l'Overshoot Day – secondo i calcoli del Global Footprint Network - potrebbe nel 2030 tornare indietro al 16 settembre (ipotizzando che le altre componenti dell'Impronta Ecologica continuino ad aumentare alla velocità attuale). 

Questo non è impossibile. Infatti la Danimarca ha tagliato le sue emissioni negli ultimi venti anni a questa velocità: dagli anni '90 ad oggi ha ridotto le sue emissioni di carbonio del 33%. Se il mondo avesse fatto lo stesso (senza cambiare le altre componenti dell'impronta) l'Overshoot Day cadrebbe quest'anno il 3 ottobre.

Tutto ciò non per dire che la Danimarca abbia già raggiunto una impronta ecologica sostenibile. Se tutti vivessero come i danesi, l'umanità richiederebbe le risorse di 2,85 pianeti, cosa che farebbe anticipare l'Overshoot Day all'8 maggio.

Se tutto continuasse come sempre

All'opposto, se tutto continuasse come sempre (business as usual) nel 2030 utilizzeremmo l'equivalente di due pianeti con l'Overshoot Day che cadrebbe alla fine di giugno.

 

Alla base di questa proiezione c'è l'ipotesi che gli andamenti della biocapacità, della crescita della popolazione e dei consumi rimangano quelli attualmente previsti. Tuttavia, non è chiaro  se un livello sostenuto di sovraconsumo sia possibile senza danneggiare la biocapacità di lungo termine, con conseguente effetti sul consumo e sulla crescita della popolazione. 

 

Punto di non ritorno

“Siamo incoraggiati dai recenti sviluppi dei settori avanzati delle energie rinnovabili, che stanno accelerando in tutto il mondo, e dalla crescente consapevolezza del settore finanziario che l'economia a basso utilizzo di carbonio è la via del futuro” dice Wackernagel. “Andando avanti, non possiamo sottolineare mai abbastanza la vitale importanza della riduzione dell'impronta legata al carbonio, impegno che ci si aspetta venga preso dalle nazioni riunite a Parigi.

Non è solo un bene per il mondo perchè sta diventando una necessità economica di ciascuna nazione. Tutti sappiamo che lo stato del clima dipende da quella riduzione, ma questo non è tutto: la sostenibilità richiede che ognuno viva bene, all'interno delle possibilità del nostro unico pianeta. Questo può essere raggiunto solo mantenendo la nostra impronta ecologica entro le capacità della Terra.

 

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Ulteriori risorse:

Più informazioni sull'Overshoot Day:   www.overshootday.org

Seguici sui social media:  #overshoot

Per calcolare la tua impronta ecologica personale e capire come la puoi ridurre: http://www.footprintnetwork.org/calculator  (c'è anche la versione in italiano)

Dati gratuiti pubblici sull'impronta ecologica di 182 nazioni: www.footprintnetwork.org/public2015

 

Sul Global Footprint Network:

Il Global Footprint Network é un centro di ricerca internazionale impegnato in modo documentato e sostenibile a orientare le decisioni politiche in un mondo dalle risorse limitate. Insieme ai suoi partner, il Global Footprint Network coordina ricerche, sviluppa standard metodologici e fornisce ai decisori politici un insieme di strumenti per aiutare l'economia umana a operare entro i limiti ecologici della Terra. www.footprintnetwork.org

 

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PERCHE’  NON  MI  SENTO  

ORGOGLIOSO  DI  ESSERE  

EUROPEO

Discutiamo sull’Unione europea 

 

Di Giorgio Pagano Presidente delle Associazioni Mediterraneo e Funzionari senza Frontiere  

Pubblicato il 10 agosto 2015 

 

Intervengo volentieri sul blog “Discutiamo sull’Unione europea. Che cosa ci ha insegnato la crisi greca?”. Sono a Sao Tomè, in Africa, impegnato in un progetto di cooperazione internazionale. Le uniche vicende che ho cercato di seguire su internet sono state quella greca e quella dell’immigrazione: due tristi storie che rappresentano un fallimento di enormi proporzioni per l’Unione europea. Cito anche la vicenda dell’immigrazione, perché i migranti sugli scogli di Ventimiglia, o l’annuncio che l’Ungheria vuole costruire una barriera sul confine con la Serbia, ci parlano di una mancanza di corresponsabilità e di una perdita dei valori di umanità e di solidarietà da parte dell’Europa. Un continente nato per smantellare le barriere al suo interno ed essere un territorio di libera circolazione per cittadini di varie nazionalità, oggi diventa un paravento per nuovi e rinati nazionalismi. Tutto ciò, visto dall’Africa, il luogo da cui partono per l’Europa centinaia di migliaia di profughi politici, economici e ambientali -anche a causa delle politiche neocoloniali di tanti Paesi, compresi quelli europei- non può che portare a condividere l’analisi di Stefano Rodotà: “Sembra che l’Unione abbia abbandonato l’ambizione di costruire il suo popolo” (la Repubblica, 16 luglio 2015). Un cambiamento drammatico di scenario che, lo confesso, non mi fa sentire orgoglioso di essere europeo. Le promesse e le speranze del 1992 non sono state mantenute. Ha ragione Gianni Pittella: “Questa Europa asmatica e individualista non piace e ha esaurito la sua spinta propulsiva. O si lavora da subito agli Stati Uniti d’Europa oppure saremo ben presto al traguardo finale”. E’ il grido di Altiero Spinelli che ritorna. Ma tutto attualmente milita contro il federalismo europeo. Come in ogni grande crisi sistemica, o si mobilitano grandi energie, “dall’alto” e “dal basso”, o tutto si sfibra fino allo scacco finale.

 

La luce lasciata accesa da Tsipras

Concordo, in generale,  con l’analisi di Nicola Vallinoto. Il Governo Tsipras ha certamente commesso errori, ma nei primi quattro mesi di vita aveva drasticamente ridotto il disavanzo e aveva un avanzo primario. La Grecia non aveva una crisi di liquidità, ma una crisi di solvibilità, originata a sua volta da una crisi di competitività. Una crisi che non poteva e non può essere risolta con tagli su tagli, ma solo con una strategia di investimenti. L’austerity neoliberista non può che sfiancare la Grecia. E, aggiungo, l’Italia: abbiamo bisogno di investimenti per la competitività quasi quanto la Grecia. L’indisponibilità a condonare almeno in parte il debito greco è un grande atto di ipocrisia, se si considera che la Germania è il Paese che non ha mai onorato i suoi debiti, né dopo la prima né dopo la seconda guerra mondiale. Un altro grande atto di ipocrisia è che tante banche sono state salvate, con costi molto maggiori del salvataggio della Grecia, che invece non si è voluto fare nel nome di un totalitarismo finanziario cieco e ostinato, che non tollera alternative. La verità è che una ristrutturazione dei debiti è inevitabile in molti Paesi europei, non soltanto in Grecia (ricordiamoci che cosa comporterà il Fiscal Compact!): servirebbe una grande conferenza europea sul tema dei debiti, come propone Thomas Piketty. Altrimenti il modello sociale europeo deflagrerà del tutto. Tsipras ha lavorato sempre con l’idea di restare in Europa e, pur dovendo accettare un cattivo accordo, ha lasciato una luce accesa per uscire dal tunnel dell’austerity: i debiti si possono ristrutturare, occorre varare misure anticicliche che rilancino i consumi, le riforme devono servire a consentire gli investimenti. Tsipras l’ha fatto in piena solitudine, circondato e attaccato dal pensiero unico dell’austerity, nel silenzio assordante della socialdemocrazia europea, con una Spd più merkeliana della Merkel. Per questo non possiamo che ringraziarlo. Circa la Germania, condivido il giudizio di Roberto Speciale sul “bilancio negativo” del suo ruolo in Europa. E, naturalmente, il duro atto di accusa di Jurgen Habermas su The Guardian (18 luglio 2015).

 

La democrazia è uscita sconfitta. Abbiamo bisogno di un nuovo manifesto di Ventotene

 

Dalla vicenda greca è uscita sconfitta la democrazia. Comanda la Germania e soprattutto trionfa il potere finanziario. Governi e politici sono subalterni ai “mercati” e alla finanza. Come scrive Habermas su The Guardian, siamo di fronte a “una esautorazione tecnocratica della democrazia”, che è “il risultato di un modello neoliberista di politiche di deregolamentazione dei mercati”. Qualche settimana prima il filosofo tedesco aveva scritto: “Devono essere i cittadini, e non i banchieri, a dire l’ultima parola sulle questioni essenziali per il destino dell’Europa” (la Repubblica, 23 giugno 2015). La risposta alla domanda sul “che fare” non è affatto semplice. Sarebbe drammaticamente sbagliato pensare a una risposta basata sul ritorno agli Stati nazionali. Bisogna stare nel campo scelto da Tsipras: L’Europa. L’unità politica europea, però, si sta allontanando. La socialdemocrazia europea si sta dissolvendo e sta nascendo il “partito unico dell’Europa”, che lascia grandi spazi ai populismi antieuropeisti. Sono d’accordo sulla scelta di puntare sul Parlamento europeo, il luogo principe della democrazia europea: dovrebbe esercitare funzioni di indirizzo e di controllo sulla Banca Centrale e sulla politica monetaria. Ma il Parlamento ha bisogno di allearsi con forze che si mobilitino “dal basso” contro la de-democratizzazione e le crescenti diseguaglianze sociali prodotte dall’austerity. Serve un nuovo Manifesto di Ventotene: dovrà essere il risultato di una spinta congiunta dei cittadini, della società civile, degli intellettuali e del Parlamento europeo. Senza la mobilitazione di grandi energie popolari, sociali, culturali, l’Europa morirà. Come diceva Seneca: “Non è perché le cose sono difficili che non osiamo, ma è perché non osiamo che sono difficili”.

 





DA NAPOLI SPUNTA IL TRIDENTE

Siamo di nuovo sul piede di guerra anche in Europa sia sul fronte Ucraina, come nel Mediterraneo.

E questo grazie alla NATO .E’ stata la NATO a far precipitare lo scontro con la Russia perché voleva e vuole che l’Ucraina diventi membro della NATO  per poter così sparare i suoi missili direttamente su Mosca. La Russia  ha reagito ed ecco la drammatica guerra civile di quel paese che rischia di diventare guerra atomica. “Ho le armi nucleari,” ha detto Putin. Ed infatti ha piazzato 50  missili con testate nucleari sui confini baltici della UE, puntandoli verso la Svezia per dissuaderla ad entrare nella NATO. ‘Vista la grave crisi, è stato convocato a Bruxelles il vertice NATO con la presenza del nuovo segretario USA alla difesa, Ashton Carter. All’ordine del giorno :potenziare la forza di reazione rapida della NATO portandola da tredicimila soldati a quarantamila uomini(il triplo!), piazzare 5mila soldati (a rotazione) nei Paesi Baltici e in Polonia ed infine spingere tutti i paesi NATO a spendere il 2% del PIL nella Difesa.

Ma ora si apre anche il Fronte Sud:il Mediterraneo. Il 22 giugno la UE ha dato il via libera (senza il benestare dell’ONU!) alla prima fase della missione navale EuNavForMed con cinque navi militari, due sottomarini, due droni e tre elicotteri e un “migliaio” di soldati per tentare di bloccare la partenza dei migranti dalla Libia. L’uso dei droni militari (a Sigonella operano da anni i droni Global Hawk) si intensificherà con questa  missione UE “contro i trafficanti di esseri umani”, grimaldello di un’operazione sotto regia NATO per un intervento militare in Libia. Sia i governi di Tobruk  come di Tripoli hanno risposto che reagiranno contro questo attacco.

E’ in questo pesante scenario di guerra che si terrà in Europa dal 28 settembre al 6 novembre la più grande esercitazione militare dalla caduta del muro di Berlino che coinvolgerà 35.000 soldati NATO, 200 aerei,50 navi da guerra .Questa gigantesca esercitazione “Trident Juncture 2015”, sarà pilotata dalla nuova base NATO di Lago Patria a Napoli. Giochiamo in casa e giochiamo con il fuoco.

Una domanda sorge spontanea:”Ma cosa ci stiamo a fare ancora nella NATO? Ma a che serve , se non portarci in sempre nuove guerre?

La NATO è sorta come alleanza difensiva degli USA e dei paesi europei contro l’URSS e i paesi comunisti del Patto di Varsavia. Il Patto di Varsavia e i paesi comunisti  non ci sono più, ma la NATO continua ad esserci.

La NATO infatti avrebbe dovuto cessare con la caduta del muro di Berlino(1989). Non solo c’è, ma da alleanza militare difensiva è diventata offensiva per difendere gli interessi economici dei paesi membri ovunque essi siano minacciati. Questo è avvenuto nel vertice di Washington (1999). Mentre nel vertice di Praga (2009) la NATO ha fatto un altro salto:ha sposato la strategia della ‘guerra preventiva’. La NATO è una potenza militare che nessun avversario può eguagliare, basata anche sulle armi nucleari, che la “NATO deve mantenere finchè vi saranno nel mondo tali armi”,ha detto l’ex-segretario generale NATO Anders Rasmussen. E per evitare attacchi terroristici e missilistici, è stato annunziato al Vertice di Lisbona (2009) il progetto di uno Scudo antimissile. “La sola esistenza della NATO come alleanza cui aderiscono i paesi europei – ci rammenta giustamente il fisico Angelo Baracca- implica  un’ipoteca pesantissima che vanificherebbe la migliore costituzione europea che si potesse concepire sia per gli aspetti della difesa, ma anche della democrazia effettiva e della libertà.”

Infatti sulla spinta della NATO, l’Italia in questi due decenni, ha partecipato alle guerre del Golfo (1991), Somalia (1994-’95), Bosnia-Herzegovina (1996-99), Congo (1996-99), Iugoslavia (1999), Afghanistan (2001), Iraq(2003), Libia(2011). Milioni di morti! Solo nella guerra in Congo, quattro milioni di morti.  E miliardi di dollari per fare queste guerre. Solo la guerra in Iraq (un milione di morti!) ci è costata almeno tremila miliardi di dollari, secondo le stime di J. Stiglitz (premio Nobel per l’Economia), fornite nel suo volume The Trillion Dollars War .  

Guerre di tutti i tipi, da quella ‘umanitaria’ a quella contro il ‘terrorismo’, ma il cui unico scopo è il controllo delle fonti energetiche e delle materie prime , per permettere al 20% del mondo di continuare a vivere da nababbi, consumando il 90% delle risorse del Pianeta. “Lo stile di vita del popolo americano- aveva detto Bush senior nel 1991- non è negoziabile.” E se non è negoziabile, allora non rimane altro che armarsi fino ai denti. Soprattutto con la Bomba Atomica, la Regina che domina questo immenso arsenale di morte che serve a proteggere i privilegi e lo stile di vita di pochi a dispetto dei troppo impoveriti.

Gli USA/ NATO hanno l’arsenale più potente e affidabile al mondo con ottomila testate nucleari, di cui circa duecento  dislocate in Europa. Settanta bombe atomiche sono in Italia: una cinquantina a Ghedi (Brescia) e una trentina ad Aviano (Pordenone). E questo in un Paese che ha detto, con un Referendum, no al nucleare civile! La NATO , sempre sotto comando USA , resterà “un’alleanza nucleare- ha ribadito Obama al vertice di Lisbona- e gli USA manterranno un efficiente arsenale nucleare per assicurare la difesa  dei loro alleati.”

E tutto questo ci costa caro.

 “Il bilancio civile della NATO per il mantenimento del quartiere generale di Bruxelles- scrive M. Dinucci- ammonta a circa mezzo miliardo di dollari all’anno di cui l’80% pagato dagli alleati. Il bilancio militare della NATO per il mantenimento dei quartieri generali subordinati ammonta a circa un miliardo di dollari all’anno, di cui circa l’80% pagato dagli alleati. Il budget militare della NATO per il mantenimento dei quartieri generali subordinati ammonta a quasi due miliardi di dollari all’anno, pagati per il 75% dagli europei.”

Secondo i dati aggiornati al 2011, le “spese per la difesa dei 28 stati membri della NATO ammontano a 1.038 miliardi di dollari all’anno, una cifra equivalente a circa il 60% della spesa mondiale per le armi.”

E l’Italia gioca un ruolo cruciale per la NATO : siamo un paese chiave nello scacchiere militare dell’Alleanza Atlantica. A Napoli è stato da poco inaugurata una sede NATO a Lago Patria con 1.500 militari. A Sigonella (Catania) entrerà in funzione il sistema Ags definito da M. Dinucci “il più sofisticato sistema di spionaggio elettronico, non in difesa del territorio dell’Alleanza, ma per il potenziamento della sua capacità offensiva fuori area, soprattutto in quella medio-orientale.” Per di più nel 2016 Sigonella diventerà la capitale mondiale dei droni. E per pilotare i droni, entrerà in funzione nella vicina Niscemi, il sistema MUOS di telecomunicazioni satellitari di nuova generazione. Niscemi diventerà così la quarta capitale mondiale delle comunicazioni militari.

Non possiamo accettare una tale militarizzazione del nostro territorio, né tantomeno possiamo tollerare, a livello morale, la guerra con i droni. “Questa guerra con i droni porta gli USA in una pericolosa china morale-scrive Jim Rice, direttore della rivista ecumenica USA  Sojourners. C’è solo un nome per tali uccisioni con i droni, sono veri e propri omicidi, non giustificati né moralmente né legalmente.

E sempre in questo contesto, il governo italiano ha “accettato” sul nostro territorio anche AFRICOM , il supremo comando americano per l’Africa con due basi: una a Vicenza per le forze aeree e l’altra a Napoli per le forze navali. Non possiamo accettare che il nostro paese ospiti qello che nessun paese africano ha accettato di ospitare. Non è questa la politica estera che l’Italia deve intrattenere con un continente crocifisso come l’Africa.

Da credente e da seguace di Gesù di Nazareth non posso accettare un mondo così assurdo: un Sistema economico-finanziario che permette a pochi di vivere da nababbi a spese di molti morti di fame e questo grazie a una NATO che spende oltre mille miliardi di dollari all’anno in armi e soprattutto con arsenali ripieni di spaventose armi atomiche. “La pace e la giustizia procedono insieme-diceva, negli anni della Guerra Fredda, l’arcivescovo di Seattle, R. Hunthausen. Sulla strada che perseguiamo attualmente la nostra politica economica verso gli altri Paesi, ha bisogno delle armi atomiche. Abbandonare queste armi significherebbe di più di abbandonare i nostri strumenti di terrore globale. Significherebbe abbandonare il nostro posto privilegiato in questo mondo.”

Come credente nel Dio della vita non posso accettare un Sistema di morte come il nostro pagato da miliardi di impoveriti, milioni di morti di fame oltre che da milioni e milioni di morti per le guerre che facciamo.

E come seguace di Gesù di Nazareth che ci ha insegnato la via della nonviolenza attiva, non posso accettare che il mio paese faccia parte della NATO , una realtà che doveva già essere scomparsa con la caduta del Muro di Berlino e che invece continua  a forzarci ad armarci per sempre nuove guerre ‘ovunque i nostri interessi vitali’ siano minacciati. Lo aveva già capito questo, Giuseppe Dossetti quando nel 1948 votò in Parlamento contro l’adesione alla NATO ,mentre tutta la DC era schierata per il Sì. Lo fece in ossequio alla sua coscienza e al Vangelo. E’ quanto tocca a noi fare oggi, se vogliamo salvarci da questa follia collettiva. “La guerra è una follia- ha gridato Papa Francesco al Sacrario militare di Redipuglia. Anche oggi, dopo il secondo fallimento di un’altra guerra mondiale, forse si può parlare di una terza guerra combattuta a’pezzi’ , con  crimini, massacri, distruzioni…..”

E allora mobilitiamoci tutti, credenti e non, uniamoci al di là di ideologie o credi, contro questa gigantesca esercitazione militare NATO “Trident Juncture 2015” che si terrà in autunno. Lo chiedo da Napoli, il centro comando di questa operazione, insieme al comitato napoletano “Pace e Disarmo”.

Perché non pensare a una manifestazione nazionale a Napoli o altrove, promossa da tutte le realtà del movimento per la pace, dalla Rete della pace come dal Tavolo della Pace, dai No Muos come dai No NATO? Tutti insieme perché vinca la vita!

  Alex   Zanotelli

 

Pubblicato il 31 luglio 2015


XYLELLA, L'ARROGANZA DEL POTERE

30 LUGLIO 2015 - 9:12

Il Ministro Martina toglie la parola a peacelink.

Leggi l'articolo di Antonia Battaglia su MicroMega

 


Civati non dia seguito ai referendum proposti

29 luglio 2015 - 8:51

Dopo il Forum per l'Acqua e il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale anche Prima le Persone prende posizione sui referendum depositati da Civati.

Leggi la dichiarazione


L’ITALICUM UN COLPO DI STATO

LìBERATI, NOI RESISTIAMO

di Paolo Farinella, prete

 

Genova 27-04-2015. – Abbiamo appena celebrato il 70° compleanno della Liberazione e due giorni dopo ci troviamo in piazza a difenderla da chi l’altro ieri l’ha insultata, festeggiandola con la retorica di rito con ghirlande e alloro. Ci vogliamo distinguere da costoro che svuotano la Resistenza, aboliscono la Liberazione, stravolgono la Carta Costituzionale che gli vieta di fare quello che stanno facendo e scegliamo di stare dalla parte della dignità e della legalità,difendendo la nostra sovranità popolare e rifiutando ogni forma di delega in bianco. Chi delega diventa complice e còrreo,chi si disinteressa lascia spazio agli incompetenti, ai corrotti e ai maneggioni. Non è più tempo di mugugno, ora è tempo di RESISTENZA.

Sì, VOGLIAMO RESISTERE al governo Renzi e a chi lo ha sostenuto fino a ieri e continua a sostenerlo, per il sopruso che sta commettendo in faccia al popolo italiano.La Legge elettorale e la riforma della Costituzione non sono materia di governo, ma appartengono di diritto al parlamento; non a questo parlamento che la Corte Costituzione, dichiarando illegittima la «legge porcata»che l’ha eletto, ha dichiarato anche,indirettamente, che esso è pure illegittimo. Questo Parlamento, pertanto, non può votare né la legge elettorale né la riforma costituzionale.

Per la prima voltain Italia ci troviamo di fronte ad un’offesa diretta alla Democrazia: il presidente del consiglio dei ministri non è stato eletto da alcuno; il suo governo meno ancora, il Parlamento è composto da nominati dai partiti, ma non dal popolo sovrano, il quale, esautorato, non ha potuto esercitare la propria sovranità nelle forme previste dalla Costituzione. L’Italia oggi  è  fuori legge per colpa di una massa di indegni che rappresentano solo se stessi e i 20 mila euro mensili che si beccano alla faccia nostra.

Se passa questa doppia porcata, detta eufemisticamente «Italicum» e contro-riforma costituzionale, la Camera dei Deputati non solo aumenterà di numero, ma non sarà mai più eletta. Essa, inoltre, sarà alla mercé del governo che farà eleggere solo chi garantirà obbedienza pronta, cieca e assoluta, precipitando in pieno fascismo. Il parlamento è già oggi quello che voleva fosse Mussolini, come dichiarò nel suo discorso d’insediamento da presidente del consiglio, il 16-11-1922: «Quest’aula sorda e grigia, bivaccodi manipoli». Ciò accade a 70 anni dalla Liberazione non più per mano di Mussolini, ma del Pd e di un presidente del consiglio non eletto che sta modificando le Istituzioni nate dalla Resistenza in Ogm del suo personale potere.

Se passa questo mostrorenziano, colpevole il Pd, minoranza del «penultimatum» compresa, responsabili primari di questo scempio e stupro, si modifica l’assetto democratico e istituzionale. Prevale la forza del governo sia sul parlamento sia sulla magistratura, eliminando così i tre classici poteri bilanciati: legislativo, esecutivo, giudiziario. Un governo che condiziona il parlamento è una struttura di potere che sottomette ogni dissenso ed elimina ogni contrappeso, per cui la Magistratura sarà, di fatto, eliminata o asservita, perché condizionata dalle leggi votate da un parlamento succube del governo.

Se passa questa legge ignobile e immorale, si realizza in Italia il «Piano di Rinascita Democratica» della P2 di Licio Gelli, di Berlusconi e della Massoneria. È triste prendere atto che oggi tutto ciò è opera di coloro che si dichiarano eredi di De Gasperi, di Moro, di Berlinguer, di Pertini e che due giorni fa passeggiavano facendo finta di onorare la Resistenza e la Liberazione. Renzi è l’erede in quanto figlio naturale di primo letto del narcisista che ha rovinato l’Italia con la nostra ignavia.

Renzi e Berlusconi sono la stessa versione, più aggiornata e meno impresentabile. Fanfarona, indecente, ignobile e anticostituzionale e antidemocratica. Con la riforma costituzionale è abolito il Senato che diventa il giaciglio di riposo per i servi fedeli dei partiti, parcheggiati nelle Regioni e nei Comuni. Non diminuirà nemmeno il costo perché il gettone di presenza e le spese di viaggio e di residenza saranno tutte a nostro carico. Non possiamo permetterlo, non dobbiamo tollerarlo. 

Se passa la riforma della legge elettorale, è eliminato l’articolo 1 della Carta Costituzionale che, lapidario, in quindici parole,al comma 2, afferma: «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». È eliminato l’art. 48 che attua il primo: «Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico».

Il Governo Renzi, il Pd e il parlamento ci stanno espropriando non solo dei diritti, ma anche dei doveri perché il voto è un «dovere civico» al quale non possiamo rinunciare senza abdicare dalla nostra condizione di cittadini. Il 4 comma dell’art. 48 s’impone a chiunque per lucidità, potenza e gentilezza: «Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge».

Ecco il punto: per l’art. 48 abbiamo il «dovere civico del voto» e anche il «diritto di voto» che non possono essere conculcati, manomessi, aggirati o ridotti. Nessuno può disporre del diritto-dovere di voto dei cittadini che è il fondamento non solo etico, ma giuridico ed esistenziale della Democrazia: una testa un voto. Ci dobbiamoopporre con tuttele nostre forzee fare cadere questo governoper indegnità morale e attentato allademocrazia.

Noi dobbiamoRESISTERE, RESISTERE, RESTIREe se necessario opporre i nostri corpi inermi perché questa legge non passi e non passi a maggioranza di una sola parte di un partitoche riesce a fare esattamente quello che fece il partito fascista del duce. Noi dichiariamo il Pd colpevole di lesa democrazia e di lesa sovranità popolare. Affermiamo che il Pd ha tradito lo spirito e la lettera della RESISTENZA, della LIBERAZIONE, della DEMOCRAZIA, del SOCIALISMO e anche del LIBERARALISMO. Questo partito, berlusconizzato fino a superareil maestro, come l’apprendista stregone, si è trasformato nel partito rifugiodei fascisti, della destra, e oggi anche di PierluigiVinai che passa da Berlusconi/Scajola a Renzi come niente fosse accaduto.

Chi vota questo partito o chi in questo partito ha militato fino a ieri, non è degno di celebrare la Resistenza né può parlare in nome dei Padri costituenti che oggi tradisce sempre più, giorno dopo giorno.

Dobbiamo RESISTERE perché il «diritto alla Resistenza» è un dovere sacrosanto sancito dalle Carte più solenni della Storia umana:

1.      San Tommaso d’Aquino afferma senza paura: «Chi uccide il tiranno è lodato e merita un premio» (s’insegna nelle università e Seminari cattolici).

2.      Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America del 5 luglio 1776 (quegliUsa che tanto piacevano a Berlusconi e tanto piacciono al suo primogenito Renzi): il popolo ha il diritto, anzi il dovere,di rovesciare il governo che, eliminando la condizione di eguaglianza, vuole sottometterlo.

3.      La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789 all’art. 2 riconosce tra i diritti imprescindibili, quello alla «resistenza all’oppressione».

4.      La Costituzione francese del 1793 (mai entrata in vigore) riconosceva «la resistenza all’oppressione come conseguenza degli altri diritti dell’uomo».

5.      Se un potere costituito, anche legittimo, operasse in contrasto con la Costituzione, sarebbe diritto/dovere di ciascuno resistere per rovesciarlo: lo affermano la Costituzione del Lander dell’Assia (art. 147); il Lander di Brema (art. 19); il Lander di Brandeburgo (art. 6) e la stessa Costituzione della repubblica Federale Tedesca afferma in modo inequivocabile: «Tutti i tedeschi hanno diritto di resistere a chiunque tenti di rovesciare questo ordinamento, qualora non via altro rimedio possibile» (art. 20 §4)

Il 5 dicembre 1946, nel progetto di Costituzione, discusso dalla commissione dei 75, su proposta dell’on. Giuseppe Dossetti,all’art. 50 §2 prevedeva: «Quando i pubblici poteri violino le libertà fondamentali ed i diritti garantiti dalla costituzione, la resistenza all’oppressione è diritto e dovere del cittadino». Un anno dopo, nel 1947, nella discussione in aula, su proposta di alcuni deputati liberali e repubblicani, appoggiati dai Dc, il comma fu espunto dal testo definitivo della Carta. Resta la dichiarazione del democristiano Mortati che pur dichiarandosi contrario all’inserimento, affermò che «la resistenza trae titolo dal principio della sovranità popolare» che legittima i cittadini più sensibili a difendere la Costituzione minacciata.
Questa sera noi siamo gli eredi dei Deputati Costituenti e affermiamo il nostro diritto dovere di RESISTERE a QUESTA LEGGE ELETTORALE che abolisce la Democrazia e alla riforma della Costituzione che distrugge la forma dello Stato, mettendola nelle mani della mafia dei partiti.
Sono vecchio, ma sono ancora capace di scalare i monti e, armato della mia dignità e della mia coscienza, pronto a difendere ad ogni costo la Democrazia, la Costituzione del ’48 e la dignità del popolo italiano. La Liberazione celebrata l’altro ieri è ora e qui e c’impegna a liberare l’Italia da un governo illegittimo e da un parlamento di ladri e di predoni. RESISTERE, RESISTERE,RESISTERE. Con la Costituzione in mano.


L'INTERVENTO DI GIOVANNI COCCHI SULLA SCUOLA - BOLOGNA 9 GENNAIO 2015

Vorrei iniziare con una considerazione che a  me pare ovvia: la scuola è lo specchio della società, dalla Cina alla Finlandia. La scuola è tanto più o meno democratica  quanto la società è tanto più o meno democratica. In Italia, durante il Fascismo c’era una scuola  autoritaria, a pensiero unico, destinata alla formazione elitaria di pochi. Era una scuola dittatoriale, dove il Preside chiamava direttamente gli insegnanti, per primi quelli che si erano distinti in guerra, quelli abituati ad obbedir tacendo, una scuola che cacciava i prof che non giuravano fedeltà al pensiero unico fascista. 

La Resistenza e la nascita repubblicana delinearono il paradigma e l’orizzonte di una scuola veramente pubblica, “organo vivente”  e costituzionale di una società democratica: una scuola di tutti e per tutti, palestra del confronto tramite la  libertà d’insegnamento. 

La nostra carta costituzionale, forse la più bella del mondo, dedica alla scuola articoli meravigliosi. Stabilisce che ci devono essere scuole statali e gratuite per tutti perchè tutti devono poter studiare e che tutti i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno il diritto di raggiungere i più alti gradi degli studi. E proprio per questo la Repubblica ha il  compito di rimuovere tutti gli ostacoli che  limitano la libertà e l'eguaglianza ed impediscono il pieno sviluppo della persona umana. E perché non si ripetessero mai più arbitri e pensiero unico, fu scritto che ogni assunzione deve essere “trasparente” ed imparziale” e che l'insegnamento deve essere libero, non come privilegio dell’insegnante, ma a garanzia dello studente, perché solo nel confronto delle libere opinioni c’è la possibilità di un apprendimento consapevole e non di un indottrinamento.

Dunque, per la nuova “Repubblica”, una scuola pubblica, inclusiva, gratuita,laica, pluralista, imparziale e trasparente; e adeguatamente ed equanimemente  sostenuta, con l’obiettivo di assicurare ad ogni giovane cittadino, da Sondrio a Mazzara del Vallo, le medesime opportunità per la propria formazione. 

Dunque un progetto meraviglioso ed ambizioso che voleva chiudere per sempre con un passato terribile ed ignobile e disegnare un orizzonte pieno di diritti, eguaglianza e libertà.

Prima la scuola non era così e neanche dopo, per molti anni, fu ancora così. Quando ho iniziato ad andare a scuola io, molti miei compagni venivano subito bocciati e dispersi, il figlio del dottore avrebbe fatto il dottore e quello dell’operaio l’ operaio.  La mia maestra, quando facevamo gli asini, minacciava di cacciarci nell’ultima aula in fondo a destra,  terribile e misteriosa e con la porta sempre chiusa: l’aula dei “mongoloidi”, la chiamava. 

Per fortuna, mentre stavo crescendo, diventavano sempre più quelli che si mobilitavano perché quella scuola cattiva e classista cambiasse e si avvicinasse al dettato costituzionale.

Così fui poi tra i primi, per fortuna, a frequentare la scuola media unica obbligatoria che superava la distinzione istituita dal Fascismo tra la scuola media d'élite e scuola di avviamento professionale, destinata a coloro che non dovevano proseguire negli studi. E nel 1968 la scuola materna statale riconosceva finalmente alle mamme la possibilità di lavorare lasciando i piccoli in una scuola vera, pubblica, laica e non identitaria. E nel 1971 la scuola elementare a tempo pieno, con le compresenze, per lavorare in gruppo ed aiutare chi rimaneva indietro. 

Nel 1974 un altro tassello fondamentale: a seguito di uno sciopero generale – non della scuola, ma di tutta la società  a dimostrazione di quanto la scuola fosse considerata, diremmo oggi “un bene comune” - vengono istituiti gli “organi collegiali”: la società, i genitori eleggono i loro rappresentanti nei Consigli d’Istituto, il governo della scuola diventa democratico e partecipato. 

E nel 1977 finisce finalmente la “segregazione” dei ragazzi disabili: non più separati, concentrati e nascosti come “una vergogna” in classi differenziali, ma fonte di ricchezza e crescita per i compagni. E una valutazione formativa si sostituisce ai giudizi numerici e “incatenatori” nei confronti degli alunni più piccoli. 

Io ho avuto la fortuna di cominciare ad insegnare in quegli anni, in quel clima, in quella scuola, che ha poi saputo raggiungere nella sua punta più avanzata, le elementari, i primi posti nel mondo; in quella scuola in cui - dati OCSE - ancora oggi, ma probabilmente non ancora per molto, il fattore socio economico incide molto meno che in paesi come la Francia, il Belgio e la Germania, avvicinandosi invece a Paesi virtuosi come la Finlandia e la Svezia.  Ci sono stati dunque tre decenni in cui la scuola faticosamente, ma progressivamente, stava avvicinandosi a quella disegnata dai padri costituenti. 

Ma a partire dalla fine degli anni Novanta è cominciata un’inversione di tendenza sempre più accentuata.

Nel 2000, le“Norme per la parità scolastica”, paradossalmente col primo governo di “sinistra”, aggirano il dettato costituzionale del “senza oneri per lo stato”. Al Ministero dell’Istruzione viene tolta la parola “pubblica”, primo forte segnale simbolico di tutto ciò che seguirà, e  la politica scolastica passa nelle mani del Ministro delle Finanze: comincia la spoliazione l’immiserimento. Dapprima coperti con fantasiose costruzioni “d’antan” - il grembiulino,  la maestra unica - cui seguono tagli micidiali da 10 miliardi e 150.000 tra insegnanti e bidelli, che hanno portato a classi sovraffollate ed insicure, integrazione e alfabetizzazione impoverite e a tantissime ore di insegnamento in meno; sommandole tutte, pari a due anni in meno di istruzione.

E’ di nuovo tempo tempo di grandi mobilitazioni.  Chi lavora nella scuola e chi manda i figli a scuola - ancora INSIEME, ancora una volta in nome del “bene comune” scuola - non ci stanno. Un frutto straordinario di quelle reazioni è stata proprio la Lip, la Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica,  che voleva portare ad un ulteriore evoluzione quei tre decenni innovativi: possibilità del tempo pieno per tutti,  valutazione formativa, nuovi programmi, una più lunga scolarizzazione (dai 6 ai 18 anni), l’abbassamento a 22 del numero degli alunni per classe, vera accoglienza e integrazione degli immigrati, dei disabili, di chi è in difficoltà,  risorse certe e adeguate (6% del Pil), estensione della partecipazione democratica … solo per richiamare alcuni dei punti  qualificanti di quella proposta di legge, che è stata la nostra bandiera alternativa alla pessima  scuola di Renzi e che è comunque nostra ferma intenzione ripresentare.

Ma nonostante le proteste l’attacco alla scuola pubblica non si ferma ed anzi si fa più raffinato: non avviene più solo dentro ma anche fuori dalla scuola, perchè l’esperienza ha insegnato che occorre separare la scuola dalla società, se no non si riesce a procedere. Così parte una poderosa campagna di delegittimazione degli insegnanti agli occhi della società: chi mai arriverà poi in soccorso di insegnanti dipinti come privilegiati, fannulloni, incapaci, che addirittura si fanno umiliare dai loro studenti su youtube? 

In aggiunta, perdita dopo perdita, taglio dopo taglio, i genitori che sono entrati a scuola negli ultimi anni non sanno cosa hanno perduto; per loro la scuola è quella che c’è adesso: Invalsi,“oggettività”, e la foglia di fico dell’informatica.

Una scuola via via più impoverita che Renzi - nascondendone le vere cause e attribuendone invece la colpa agli insegnanti - ha gioco facile a definire “non funzionante” e dunque da rinnovare completamente. Ed ecco allora la “Buona scuola”, che sotto lo slogan/panacea dei: “ Tre  miliardi, il più grande investimento sulla scuola e 100.000 nuovi insegnanti” nasconde il ricatto delle assunzioni se e solo “in cambio” della fine del nostro ruolo di promozione sociale, della nostra libertà, della nostra autonomia, della “sovranità” nostra e dei genitori.

Per smontare quello spot basterebbe un dato per tutti, scritto nero su bianco senza alcuna vergogna nel Def: questo governo che urla “Riprendiamo ad investire sulla scuola!” è lo stesso che abbasserà in 5 anni  la spesa per l’ istruzione, portandola dal 3,7 al 3,5 del PIL spedendoci definitivamente all’ultimo posto nella classifica europea.  

E’ fondamentale capire il vero obiettivo celato sotto l’apparenza così compassionevole delle nuove risorse e delle nuove assunzioni: la residua  “distruzione”  del progetto fondativo di una scuola di tutti e per tutti. 

Con l’approvazione della 107, un’approvazione con voto di fiducia blindato e sordo addirittura alla più grande mobilitazione mai vista nel mondo della scuola, l’ancora costituzionale è stata levata e la barca comincia a veleggiare verso un orizzonte lontanissimo dal dettato costituzionale, un sistema simile a quello statunitense: scuole private a go go per chi potrà permettersele, poche scuole pubbliche d’eccellenza nei quartieri bene delle città, tante scuole senza speranza nelle periferie povere. Nelle prime - finanziate dai privati, con la selezione degli insegnanti migliori - verranno formate le classi dirigenti. Nelle seconde una forza lavoro, flessibile e disponibile, a basso costo; scuole dove non si perda più tempo a formare coscienza critica, cittadinanza, alta specialità,  ritenuti costi non più “sostenibili” né necessari. Fine delle pari opportunità per i ragazzi con la fine dell’unitarietà del sistema scolastico e della parità di trattamento delle scuole. Fine della libertà  della libertà  e della dialettica d’insegnamento, minati dalla chiamata diretta e dai premi ai più meritevoli individuati in modo insindacabile da un Dirigente insindacabile. Fine della “sovranità” democratica e del governo democratico della scuola, fino ad ieri in mano agli organi collegiali - Consiglio  d’Istituto ed al Collegio docenti - che oggi sono completamente esautorati dal potere monocratico conferito al Dirigente.  

Una scuola che non ha più al suo centro parole di pedagogia e didattica, ma solo altre attribuibili alla sfera del “mercato”: finanziamenti, privati, sponsor, competizione, organizzazione aziendale, catena di comando,  staff, selezione meritocratica e controllo del personale. 

Quella di  Renzi è una scuola che torna ad essere quella contro cui si batteva Don Milani: quella che riproduce il sociale con le sue disparità di classe e di zona, quella che rinuncia alla suo compito di ridistribuzione delle opportunità. La Buona scuola, la scuola buona è quella della Costituzione, quella così faticosamente conquistata, quella che ancora oggi prova ad esistere e resistere. Quella che vuole imporci Renzi è cattiva, cattivissima; un ulteriore passo verso l’ingiustizia.

Vorrei concludere da dove ho iniziato: dalla  considerazione della scuola come specchio della società.

La rivolta democratica del ’68 è stata la cornice che ha poi permesso quei tre decenni positivi di cui parlavo all’inizio. Senza il ’68, che presa avrebbe avuto la denuncia di Don Milani, quanto del suo messaggio sarebbe stato raccolto?

E la scuola apparecchiata oggi - con la sovranità assolta ad un uomo solo al comando, il disimpegno delle risorse pubbliche a favore dell’intervento dei privati, l’orizzonte delle charter school, l’abnorme espansione  dell’avviamento/alternanza al lavoro – non sono forse lo specchio di un Stato sempre più neoliberista e “presidenziale”?

Se la scuola è lo specchio della società, non è possibile cambiare la scuola solo agendo al suo interno. Se la scuola è lo specchio della società – prima, insieme e con ancor più determinazione - per cambiare la scuola e renderla davvero democratica  dovremmo provare a cambiare la società. La “Buona scuola”, il Jobs act, l’Italicum, la riforma costituzionale sottendono tutte un’unica ideologia autoritaria: un uomo solo al comando, un solo partito al comando . Dunque la  posta in gioco è drammatica e non riguarda solo chi nella scuola ci lavora, ma l’intero Paese e la sua tenuta democratica.  

Se è così,  la risposta alla domanda delle domande - Che fare?- è di una semplicità disarmante: unire le forze, combattere ogni settarismo, rinunciare alle nostre piccole appartenenze, costruire un unico fronte di resistenza democratica.  

Il 5 settembre, proprio da qui, da Bologna, , da un incontro nazionale della scuola cui hanno partecipato anche il Coordinamento per la democrazia costituzionale, la coalizione sociale, gli ambientalisti, è partita l’idea, l’appello, la volontà di costruire insieme  una grande tornata referendaria sociale che ridia ai cittadini la parola che è stata loro tolta.

 

Il prossimo 7 febbraio a Napoli (siete tutti invitati) decideremo insieme i quesiti ed il Comitato del referendum sulla scuola.

 

Infine un’ultima domanda, una responsabilità ancora più forte e pressante. Citando ancora una volta Don Milani: “la politica è sortirne insieme”. Insieme. Saremo all’altezza, ne saremo capaci?