Solidarietà a Nicoletta Dosio, anima del movimento NoTAV della ValSusa

2 agosto 2016

VERGOGNOSO PROVVEDIMENTO DELLA MAGISTRATURA TORINESE CONTRO NICOLETTA DOSIO. 

Il giudice di Torino ha emesso contro Nicoletta Dosio, da sempre una delle anime del movimento NoTav, un pesante provvedimento di restrizione della libertà personale. A Nicoletta è stato notificato l'obbligo di soggiorno a Bussoleno con  il divieto di lasciare il territorio del comune e,  dalle 18 alle 8 del mattino,  il domicilio coatto nella propria abitazione. Questo per non aver ottemperato all'obbligo di firma.

Il provvedimento è stato assunto per la manifestazione  a Chiomonte del 28 giugno 2015.

Credo di non avere conosciuto altre persone dolci e pacate, pur nella loro fermezza e determinazione, come Nicoletta. Difficile pensare che possa essere così pericolosa e negativa da meritare restrizioni di tale portata alla propria libertà. La sua colpa, evidentemente, è quella di resistere e di usare la forza delle idee contro la prepotenza del potenti. Di fronte a questo il pensiero non può che andare ai tanti, troppi, uomini che non ricevono gli stessi duri trattamenti anche dopo aver minacciato le proprie compagne, alla impunità di chi si arricchisce speculando e gettando decine di persone nella disperazione, a chi violenta il territorio seminando morte e devastazione che si abbatteranno sulle future generazioni, ai mafiosi, corrotti e corruttori che nel nostro paese continuano a farla franca.

Esprimiamo solidarietà e vicinanza a Nicoletta ed a tutti gli attivisti NoTAV, recentemente descritti come pericolosi quanto i terroristi dell'ISIS.


L'Apartheid di Israele, due articoli da Il Manifesto

L'Apartheid di Israele


Asini in catene nella Valle del Giordano

 Cisgiordania occupata. Israele mette in vendita 40 asini confiscati ai palestinesi. La misura, spiega, serve a limitare gli incidenti stradali. Ma per i proprietari il provvedimento è parte della strategia per limitare le risorse dei palestinesi a favore delle colonie

Michele Giorgio

 

«Quaranta asini in vendita». Quando i proprietari palestinesi hanno visto sui giornali locali l’annuncio che l’esercito israeliano aveva messo in vendita i loro docili animali da trasporto, sono rimasti senza parole. Erano convinti di poterli riavere nel giro di qualche giorno. Invece i comandi militari israeliani hanno deciso di usare il pugno di ferro contro gli asini, accusati di essere la causa di numerosi incidenti stradali nella zona di Gerico, sulla statale che corre lungo la Valle del Giordano, da e per il Lago di Tiberiade. Ma anche su altre strade usate dai coloni ebrei per raggiungere i loro insediamenti. Gli animali, lasciati incustoditi, invaderebbero la carreggiata mettendo a rischio chi è alla guida.

«I nostri asini saranno messi all’asta, è profondamente ingiusto» si lamenta Arif Daraghmeh, capo del Consiglio che riunisce 26 frazioni del distretto di al Maleh. «Non è la prima volta che ci sequestrano gli animali – spiega – ma ora vogliono venderli e farci pagare una multa di 2000 shekel (circa 500 euro) per ognuno di essi. Dicono che quei soldi servono a coprire le spese per la cattura e il mantenimento degli asini». Non sente ragioni il Cogat, l’organismo di coordinamento delle attività di Israele nei Territori occupati. Fa sapere che gli asinelli, ancora tanti usati da agricoltori e pastori palestinesi, «si sono rivelati un grave pericolo» per la sicurezza degli automobilisti israeliani (coloni e turisti). Secondo il Cogat gli incidenti stradali sarebbero diminuiti del 90% da quando sono stati compiuti i sequestri. «Non siamo a conoscenza di così tanti incidenti stradali», ribatte da parte sua Daraghmeh, «piuttosto sospettiamo che i sequestri dei nostri asini non siano altro che lo sviluppo della politica israeliana di renderci la vita impossibile, di toglierci le nostre fonti di reddito e costringerci ad andare via, ad abbandonare le nostre terre». Con lui concordano un po’ tutti i palestinesi.

Che la vendita all’asta dei miti animali, che da migliaia di anni accompagnano il lavoro dell’uomo, sia parte di una strategia più ampia di Israele di “transfer” silenzioso della popolazione palestinese, non è facile da provare. Allo stesso tempo da alcuni anni a questa parte la Valle del Giordano – un terzo della Cisgiordania occupata – è al centro di una intensa politica israeliana di confische di terre, di demolizioni di case e strutture palestinesi, definite “illegali”, e di espansione delle colonie ebraiche. Le distruzioni di case palestinesi si sono intensificate negli ultimi tempi a Fasayil e in altri piccoli 28 villaggi palestinesi. Questa fascia di terra fertile e desertica allo stesso tempo, attraversata dal Giordano – un ruscello per gran parte dell’anno eppure è uno dei fiumi più famosi al mondo – permette il controllo del confine con la Giordania e l’accesso a risorse d’acqua vitali per irrigare i terreni agricoli. Acqua che finisce in buona parte alle colonie. Un palestinese che vive nella Valle del Giordano ha disponibili appena 20 litri di acqua al giorno, un quinto della quota stabilita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Israele non ha mai nascosto di voler mantenere il controllo della Valle del Giordano in qualsiasi compromesso territoriale con i palestinesi. Anche per questo motivo è fallito, due anni fa, il tentativo del Segretario di stato americano John Kerry di portare israeliani e palestinesi ad un accordo.

Dopo il 1967 l’Esercito israeliano ha trasformato il 18 per cento della Cisgiordania in aree di addestramento militare in cui vivono attualmente anche 6.200 palestinesi, molti dei quali proprio della Valle del Giordano che rientra (ad eccezione del distretto di Gerico) nella “Area C” della Cisgiordania, il 60% del territorio palestinese sotto il controllo pieno di Israele. Circa 176.500 ettari sono interdetti ai palestinesi, perché “zone militari”. L’allargamento di queste aree nella Valle del Giordano e la confisca di terre palestinesi permette la crescita delle colonie ebraiche dove attualmente abitano meno di 10mila israeliani, un numero che nei piani della destra al potere dovrà lievitare nei prossimi anni. Di pari passo crescono le demolizioni di case (centinaia negli ultimi anni, secondo i dati dell’Onu), le restrizioni alle attività agricole e ai trasferimenti di residenza nella Valle per i palestinesi che vivono in altre località della Cisgiordania.

«La trasformazione di aree delle Cisgiordania in terre demaniali è una strategia applicata da anni ed è volta a favorire l’espansione delle colonie», spiega Drod Ektes, un ricercatore israeliano che da anni osserva gli sviluppi della colonizzazione, in riferimento alla legge del periodo ottomano per la confisca delle terre non coltivate che Israele applica, a sua discrezione, nei Territori palestinesi occupati. «Con le recenti confische di terre palestinesi avvenute a ridosso di Gerico – aggiunge Ektes – il premier Netanyahu ha mandato un ulteriore messaggio rassicurante ai coloni sulla politica del suo governo e un altro alla comunità internazionale per chiarire una volta di più le intenzioni di Israele nella Valle del Giordano».

 

il manifesto, 6/8/16

 


In carcere "terroristi" di 12 anni

Israele/Territori Occupati. Saranno incarcerati i bambini palestinesi che, secondo Israele, si renderanno colpevoli di violenze. La "Legge dei Giovani" è stata approvata a inizio settimana dalla Knesset.

Michele Giorgio

 

La parlamentare del Likud Anat Berko ha ottenuto ciò che voleva. Anche i bambini di 12 anni saranno incarcerati per “atti di terrorismo”. Bambini palestinesi naturalmente. È a loro che Berko ha pensato quando, assieme alla sua collega del partito nazionalista-religioso Casa Ebraica e ministra della giustizia Ayelet Shaked, ha promosso la cosiddetta “Legge dei Giovani”, approvata a inizio settimana dalla Knesset con 32 voti favorevoli, 16 contrari e un astenuto. «A chi è stato ucciso con un coltello non importa se il bambino che lo ha colpito ha 12 o 15 anni – ha commentato Berko – questa legge nasce per necessità. Affrontiamo una ondata di terrorismo e la gravità degli assalti (palestinesi) richiedeva un linea più aggressiva anche verso i minori».

«Nessun terrorista camminerà in strada libero» titolava l’altro giorno Arutz 7, l’agenzia di stampa della destra israeliana, rappresentando una buona fetta dell’opinione pubblica. La legge non fa riferimento esplicito ad alcun gruppo. Lo scopo però è quello di colpire i palestinesi di Gerusalemme responsabili nei mesi scorsi, durante la nuova Intifada, dell’uccisione o del ferimento di israeliani. Gran parte degli aggressori, spesso adolescenti, sono stati uccisi sul posto dalla polizia. Berko e Shaked sono state spinte ad agire dal caso di un ragazzino palestinese, Ahmad Manasra, che lo scorso anno ha accoltellato e ferito gravemente un coetaneo israeliano in una colonia ebraica alla periferia di Gerusalemme. Al momento dell’aggressione Manasra aveva 13 anni non poteva andare in prigione. Così il procedimento nei suoi confronti è stato rallentato fino al compimento del 14esimo anno di età, in modo da permettere alla corte di condannarlo ad pesante pena detentiva per tentato omicidio. Berko e Shaked hanno insisto e ottenuto condanne anche per i 12enni. In Cisgiordania invece i giudici (militari) israeliani hanno già condannato ragazzi palestinesi molto giovani al carcere per “atti di terrorismo”. Tra questi una bambina di 12 anni rimasta in cella per quattro mesi e liberata lo scorso aprile.

 

Nell’ultimo anno e mezzo il governo del premier Netanyahu e la Knesset hanno approvato provvedimenti e leggi che inaspriscono le misure e le pene per gli “atti di terrorismo” che in Israele includono anche il lancio di pietre contro persone e autoveicoli (20 anni di carcere per chi lo fa intenzionalmente, dieci anni se non viene provata la volontarietà del gesto). Il condannato rischia di perdere, assieme alla sua famiglia, anche la residenza e l’assistenza sociale. Tra le poche voci che in Israele si sono levate contro la “Legge dei Giovani” ci sono il centro B’Tselem per la tutela dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati e Acri, l’Associazione per i diritti civili. «Imprigionare i minorenni vuol dire negare loro la possibilità di una vita migliore», ha protestato B’Tselem. Da parte sua Acri, che un anno fa aveva chiesto a governo e parlamento di non abbassare la soglia di età in cui si va in prigione, ha chiesto l’attivazione di programmi educativi e sociali per i minori colpevoli di atti di violenza.

 


Il video dei lavoratori Ericsson

Mentre l'azienda si rifiuta di partecipare ad un tavolo di trattativa il governo latita ma partecipa agli eventi pubblici della stessa Ericsson.


Intervista de Il Fatto Quotidiano al sociologo Domenico De Masi

Ripresa economica? Le parole di governanti ed economisti sono criminali.

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15 luglio 2016


Eleonora Forenza 

COMUNICATO STAMPA

Su TTIP e CETA il Ministro Calenda prende in giro il Parlamento e, quindi, gli italiani

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18 giugno 2016


L'Altra Liguria sottoscrive l'appello NoOil di Padre Alex Zanotelli

8 giugno 2016

Sono già trascorsi sei mesi dal vertice sul clima di Parigi(COP21), nel quale i potenti del mondo si erano accordati di tenere la temperatura del pianeta sotto un grado e mezzo per evitare il disastro ecologico. L’accordo raggiunto era stato osannato come “l’accordo del secolo”.

Il 22 aprile, con una solenne cerimonia al Palazzo di Vetro a New York, i capi di Stato di 175 nazioni hanno firmato ‘L’accordo di Parigi’ , per combattere il surriscaldamento del Pianeta. “Una giornata storica” l’ha definita Ban Ki Moon. Anche Renzi a nome dell’Italia ha firmato quell’accordo.Eppure , in questi mesi, abbiamo visto in questo paese ben poco che esprimesse la volontà politica per un cambiamento di rotta. Nessun dibattito politico sul clima in Parlamento. Nessuna legge in vista per mettere al bando petrolio e carbone.Anzi abbiamo assistito a un aumento di trivelle per mare e per terra. Renzi stesso ha invitato i cittadini a non andare a votare per il Referendum sulle trivelle a mare (17 aprile), che ha rivelato come il popolo italiano sia lontano dal capire che il petrolio deve rimanere sotto terra. Non solo, ma anche i media non aiutano il popolo a capire la gravità della crisi ecologica. Ma anche il mondo politico italiano non sembra interessato ad approfondire questo problema. Ne è un segnale chiaro l’assenza quasi totale di questo tema nell’attuale campagna elettorale. Non ho sentito da nessuna parte l’impegno ad andare verso le emissioni zero o sganciarsi progressivamente dai combustibili fossili. Bisogna riconoscere che, a sei mesi dallo ‘storico’ accordo di Parigi, ben poco si è mosso in Italia. Lo ammette anche Via Campesina:”L’accordo di Parigi è totalmente insufficiente per affrontare la problematica del riscaldamento globale.” Infatti l’accordo non contiene nulla di vincolante per gli stati, non fa nessun riferimento ai fossili(petrolio e carbone) e prevede la revisione nel 2023.

La speranza quindi non può che venire dal basso , dalla cittadinanza attiva, da una combinazione di resistenza,resilienza e buone pratiche E’ l’indicazione che ci viene da Via Campesina:”La società civile non può restare passiva e deve raddoppiare i propri sforzi per andare oltre il trattato di Parigi e realizzare misure effettive reali, concrete contro il cambiamento  climatico.” In molti paesi i movimenti per la giustizia climatica stanno proponendo e rivendicando l’urgenza di un impegno per tenere il petrolio, carbone e gas naturale sottoterra.

Invece ho la netta impressione che , dopo il vertice di Parigi, la società civile italiana sia rimasta silenziosa ‘aspettando Godot…’. Ho la stessa impressione della chiesa italiana, dove ben poco sembra muoversi in questo campo, nonostante la sferzata data da Papa Francesco con la sua enciclica Laudato Si’.

E’ mai possibile che migliaia di attivisti negli USA, Inghilterra, Australia, Sudafrica, Indonesia abbiano partecipato nelle prime due settimane di maggio alla più grande campagna mondiale di disobbedienza civile contro i combustibili fossili, chiamata Break Free, mentre in Italia non si muove foglia?

La situazione climatica è grave. Il 2015 è stato l’anno più caldo della storia. “La porta dei due gradi centigradi si sta per chiudere- ha detto Fatih Birol di IEA(Agenzia Internazionale Energia). Nel 2017 si chiuderà per sempre!”

Solo un movimento popolare unitario, un’onda verde , capace di unire le forze sia religiose che laiche, potrà forzare il governo italiano a prendere decisioni. E’ quanto ci suggerisce Papa Francesco in Laudato Si’:” Poiché il diritto si dimostra insufficiente a causa della corruzione, si richiede una decisione politica sotto la pressione della popolazione. La società attraverso ong e associazioni intermedie deve obbligare  i governi a sviluppare normative, procedure e controlli rigorosi. Se i cittadini non controllano il potere politico non è possibile un contrasto ai danni ambientali.”(179)

La cittadinanza attiva deve forzare il nostro governo e il parlamento a una legge  che ci sganci progressivamente dall’uso dei combustibili fossili(soprattutto petrolio e carbone) e punti alle energie rinnovabili, specie il solare, che non deve essere nelle mani delle multinazionali, ma delle comunità locali. Inoltre deve esigere dal governo un piano nazionale per l’energia.

Per realizzare questo, la cittadinanza attiva deve mettere in campo una serie di azioni non-violente, come fa il movimento internazionale Break Free  ,contro le trivellazioni, le centrali a carbone, le raffinerie.. (sit-in, occupazioni, blocchi ferroviari…).

Infine la cittadinanza attiva deve lanciare una grande campagna di Disinvestimento (Fossil Free) da quelle banche che investono sia sul carbone che sul petrolio. Se vogliamo ottenere dei risultati dobbiamo colpire le banche(oggi il vero potere!), togliendo i nostri soldi, non solo a titolo personale, ma soprattutto a livello istituzionale, come parrocchie o comuni. E’ una campagna internazionale già in atto che ha portato negli USA 180 istituzioni all’impegno di ritirare i propri investimenti, per un valore di 50 trilioni da banche che investono in combustibili fossili, tra cui anche il Consiglio Ecumenico delle Chiese(WCC) e la Federazione Mondiale Luterana. Perfino i Rockefeller  hanno deciso di ritirare i loro soldi, iniziando da quelle banche che investono nei due elementi che inquinano di più(carbone e shale). Tra le banche che più investono in carbone (cito quelle più comuni): Deutsche Bank, BPN Paribas, UBS, Unicredit , HSBC e tante altre (vedi il rapporto Bankrolling Climate Change.

“Le persone coscienziose-afferma Desmond Tutu- devono rompere contro banche che finanziano l’ingiustizia del cambiamento climatico”.

Se parrocchie come comuni, diocesi come regioni decideranno di ritirare i propri soldi da quelle banche che finanziano i combustibili fossili, otterremo molto in fretta chiare scelte da parte del nostro governo per salvare la Madre Terra.

Tutto questo lo possiamo ottenere se le realtà di base, sia laiche che religiose, formeranno un forte movimento popolare per salvare e fare pace con la nostra amata Madre Terra.

E’ un impegno etico fondamentale per tutti noi.

Diamoci da fare perché vinca la Vita!


Rapporto Osservasalute 2015 Diminuisce l'aspettativa di vita degli italiani

28 aprile 2016

 

Questo in sintesi il risultato più eclatante di un corposo documento che valuta tutti gli aspetti legati alla salute dei cittadini, dalla produzione dei rifiuti all'incidenza delle malattie.

Per i più coraggiosi a questo link ci si può registrare per accedere a tutti i documenti

 http://www.osservasalute.it/index.php/home

 

Noi inseriamo in una pagina speciale un po' di articoli informativi

 CLICCA PER ENTRARE

 


Ada Colau

Pubblicato il 27 marzo 2016 | di Giacomo Russo Spena, Steven Forti

di Giacomo Russo Spena e Steven Forti *   (26 marzo 2016)

A Barcellona l’attuale sindaca, ex occupante di case e proveniente dai movimenti sociali, sta attuando un reale cambiamento rompendo la dicotomia pubblico/privato – aprendo al “comune” – e sperimentando nuove forme di partecipazione. Senza tessere di partito, figlia degli Indignados, si pensa per lei già ad un ruolo oltre la Catalogna. E molti, in Italia, guardano con interesse al suo modello.

Al primissimo incontro erano pochi, seduti in circolo con le sedie. Eppure andavano ripetendo: “Dobbiamo vincere le elezioni”. L’ambizione, la vocazione maggioritaria, l’idea di raggiungere il governo. Tre pilastri fondamentali, dalla genesi di Barcelona en Comù, la lista che ha vinto le elezioni comunali a Barcellona nel maggio del 2015. Un progetto nato con un altro nome, Guanyem Barcelona – che significa “vinciamo, conquistiamo Barcellona” – e che è stato voluto fortemente da Ada Colau. La pasionaria degli Indignados.

L’ex occupante di case, 42 anni, sposata con l’economista Adrià Alemany e madre di un figlio di 5 anni, si è formata da noi: una breve parentesi Erasmus a Milano. Con il movimento No Global ha iniziato la sua militanza a tempo pieno e, dopo il G8 di Genova 2001, si è fatta promotrice a Barcellona dei primi cortei pacifisti contro le guerre preventive di Bush. Quel popolo arcobaleno che il New York Times etichettò nel 2003 come la seconda superpotenza al mondo, dopo gli Usa. È fronteggiando il dramma abitativo e, nel 2009, con la nascita della Plataforma de Afectados por la Hipoteca (PAH, Piattaforma delle vittime dei mutui) che diventa una leader di movimento conosciuta tanto da essere considerata dalle istituzioni “un soggetto pericoloso”.

Tra febbraio e marzo del 2014, Colau e le poche persone che erano al suo fianco organizzano degli incontri a porte chiuse. Si partecipa solo su invito. Venti, massimo trenta persone che aumenteranno con il passare delle settimane. Non saranno mai più di una cinquantina. Qualcuno, a sentire le loro conversazioni, li avrebbe presi per pazzi quando, in un numero esiguo e senza soldi, blateravano di governare la seconda città della Spagna e invece la storia ci racconterà altro.

Un gruppo ristretto formato essenzialmente da Ada Colau e dal suo nucleo duro, persone di fiducia da sempre, capitanato dal compagno Adrià Alemany e da Gerardo Pisarello, Jaume Asens e Gala Pin, tutti e tre attualmente assessori nella giunta comunale di Barcelona en Comú. Un nucleo duro che proviene dalle lotte sociali, dalla Plataforma de Afectados por la Hipoteca (PAH) e dall’Observatori DESC, che sta per Osservatorio sui Diritti Economici, Sociali e Culturali. E che poco a poco va allargandosi, includendo altre persone strettamente vincolate ai movimenti e alcune persone di prestigio legate al mondo universitario.

In tutta questa fase, i partiti non sono invitati e stanno a guardare, interessati, ma anche scettici. Sanno che devono contare sui movimenti dopo l’esplosione degli Indignados; sono coscienti che si devono trovare punti di incontro, allo stesso tempo sono gelosi della propria autonomia. “Non ci interessa unire la sinistra né creare sommatorie tra soggetti, ma creare qualcosa di nuovo e diverso”, afferma il gruppo di Colau che controllerà sempre la situazione, gelosa di non farsi scippare il progetto. Ma le riunioni sono vere: si parla, si discute animatamente, ci si confronta.

Tutti d’accordo nel dire che il percorso politico dovesse nascere dal basso rompendo il sistema partitico esistente, ormai in crisi, e rinnovando le modalità autorappresentative e minoritarie dei movimenti classici: “La logica movimentista e attivista, con le sue pratiche e il suo linguaggio, è fine a se stessa ed è necessario superarla, aprirsi alla società e intercettare tutti i cittadini colpiti dalla crisi. E, soprattutto, avere l’ambizione di vincere e porsi la questione di voler governare” affermavano all’unisono. Una campagna elettorale travolgente che ha visto la partecipazione di migliaia di persone. Un programma scritto nelle piazze attraverso affollate assemblee nei quartieri e l’utilizzo della Rete. Vera esperienza di tecno-politica. E senza alcun grande finanziatore alle spalle, né le tanto odiate banche: trasparenza e crowdfunding. Una proposta radicale, a leggere il programma.

Il 13 giugno 2015, un anno dopo, Ada Colau, attivista sociale ed ex occupante di case, diventava la nuova sindaca. La piazza Sant Jaume, davanti all’Ayuntamiento, era gremita e festante. “Non lasciatemi sola. Il futuro di Barcellona è nelle vostre mani”, le sue prime parole. Dai movimenti alle istituzioni. Il giorno successivo bloccava da primo cittadino uno sfratto opponendo resistenza passiva alle forze dell’ordine. Dopo otto mesi la ritroviamo nei quartieri più poveri della città, nelle assemblee territoriali, per ascoltare le richieste e confrontarsi direttamente coi cittadini. Un rapporto costante con le persone: “Mi interessa unire la gente, l’importante è condividere obiettivi e metodi per raggiungerli” va ripetendo Colau, da un barrio all’altro.

Democrazia, trasparenza e diritti sono i pilastri del cambiamento coi quali ha vinto le elezioni amministrative con la sua Barcelona en Comú, una lista civica nata dal basso e sostenuta da movimenti, in primis, e dai partiti come Podemos, gli ecosocialisti di Iniciativa per Catalunya Verds (ICV), i comunisti di Esquerra Unida i Alternativa (EUiA), il piccolo Procés Constituent e i verdi di Equo.

Non un’operazione politicista né una mera sommatoria, ma una “convergenza tra diversi”, un processo costruito orizzontalmente secondo il criterio una testa un voto. Un’intuizione che parte da lontano, partorita già nella primavera del 2014 da alcuni attivisti sociali e pensatori. Tra questi il politologo Joan Subirats: “In Spagna c’è stato un grande ciclo di mobilitazione che ha modificato lo scenario del Paese – afferma lo studioso – Barcelona en Comú non sarebbe esistita senza il 15M perché ha a che vedere con un cambiamento della coscienza politica e della mentalità, soprattutto con un fenomeno di politicizzazione della società. Nel biennio 2011-2013 gli Indignados sono riusciti ad identificare la natura del problema in PP e PSOE i quali, pur differendo su alcune questioni valoriali, negli anni hanno applicato le medesime politiche di austerity e i criteri imposti dall’Europa”.

Così la grande rabbia, quel “non ci rappresentano” che porterà a chiedere democrazia reale e la rottura dello storico bipartitismo iberico. Barcelona en Comú intravede lo spazio politico e si pone il problema del governo, da subito. “Fin dal primo incontro – ricorda Subirats – ci siamo dati l’obiettivo di vincere, non ci interessava l’ennesimo partito di sinistra del 6-7 per cento ma prendere il potere a Barcellona. Bisognava occuparsi delle istituzioni e recuperarle per metterle al servizio della gente e aggiornare il sistema democratico”. La divisione non è più tra destra e sinistra ma tra basso contro alto. Un progetto ambizioso. E nuovo.

L’Italia era vista come un modello. Il nome Barcelona en Comú è figlio del movimento referendario per l’acqua pubblica che ha sancito il trionfo del comune come categoria per spezzare la dicotomia privato/pubblico. E poi l’esperienza arancione dei sindaci Doria, Pisapia, Zedda e De Magistris. Ora, in realtà, sono in contatto soltanto con il primo cittadino di Napoli.

Alle elezioni del 2015 l’occasione per unire le realtà sociali della città: associazioni, comitati, reti territoriali e singoli cittadini. In tale processo, aperto, i partiti assumono un ruolo secondario: su 11 eletti in consiglio 6 provengono dalla società civile, 5 dai partiti (1 da Podemos, 3 da ICV, 1 da EUiA).

L’analisi elettorale evidenzia come Barcelona en Comú ottenga un “voto di classe”, ovvero vette di consenso alte soprattutto nei quartieri abbandonati e degradati di Barcellona.

La candidatura di Colau è, infatti, prima in sei dei dieci municipi della città (Nou Barris, Sant Martí, Sant Andreu, Horta-Guinardó, Sants-Montjuic e Ciutat Vella), quelli che hanno il reddito più basso. A Nou Barris, dove Convergència i Unió (CiU), partito catalanista di destra che ha governato la città nell’ultima legislatura, non raccoglie nemmeno il 10%, Barcelona en Comú raggiunge il 33,8%. A Ciutat Vella il 35,3%, a Sant Martí il 29,4%. Sono i quartieri più colpiti dalla crisi e dove più si è lavorato, non solo durante la campagna elettorale, ma dall’estate precedente, con assemblee, incontri, riunioni. Un lavoro sul territorio, costante e continuo, che ha dato i suoi frutti. Riavvicinare le persone alla politica, renderle partecipi, farle decidere su tutto. E il calo dell’astensionismo è evidente proprio qui: a Sant Andreu, Sant Martí, Nou Barris e Horta-Guinardó la partecipazione è aumentata dell’8 e del 9% rispetto al 2011, più che in altri quartieri.

Ma quello per Barcelona en Comú è stato anche un voto generazionale. Tra i giovani Ada Colau sbaraglia gli avversari. Gli under 25, ossia i figli della crisi e degli Indignados, non hanno avuto dubbi quando sono andati a votare. Lo hanno fatto maggioritariamente per la lista guidata dall’ex portavoce della PAH, che nel 2011 era nelle piazze occupate. Ma anche la lost generation dei trentenni, con lauree, master e dottorati ma senza la prospettiva di trovare un posto di lavoro, come mai in passato ha votato in massa per Barcelona en Comú. Questi sono alcuni degli elementi che hanno permesso il successo alle elezioni comunali del 24 maggio 2015.

Anche il ruolo decisivo di Colau è innegabile. La portavoce degli ultimi. La donna che da anni si batte per la democrazia e i diritti sociali. La leader storica della PAH. Il valore aggiunto. Qualcuno già ipotizza per lei un futuro come leader nazionale. Non a caso, già si sta adoperando per andare oltre il municipio di Barcellona perché, in alcuni ambiti, le decisioni vengono stabilite a livelli più alti. “Noi ad esempio ci siamo dichiarati ‘Barcellona città libera dal TTIP’, il trattato di libero commercio, perché pensiamo che sia un attentato alla nostra sovranità. Ne va della nostra democrazia. In Europa dobbiamo costruire alleanze a partire dai movimenti, dalle persone, dai municipi e dalle città, bisogna ricostruire un’altra Europa, quella reale, contro quella dei tecnocrati e dell’austerity”.

Per tale motivo ha firmato l’appello sul Piano B, e la democratizzazione dell’Europa, di Yanis Varoufakis, e siglato un accordo tra il Comune catalano e quelli di Lampedusa e Lesbo per dare una risposta alla crisi dei rifugiati. Spyros Galinos, sindaco dell’isola greca, e Giuseppina Nicolini, sindaca di Lampedusa si sono incontrati a Barcellona con Colau lo scorso 15 marzo. Nicolini è stata insignita anche del Premio per la Pace assegnato dall’Associazione delle Nazioni Unite in Spagna e dalla Provincia di Barcellona. “L’accordo UE-Turchia è immorale e illegale – le parole di Colau –. L’Europa sta sbagliando, il governo spagnolo sta sbagliando ed è complice della morte e la sofferenza di migliaia di persone”.

Secondo l’accordo, Barcellona offrirà appoggio tecnico, logistico, economico e anche politico affinché “si senta la voce delle città che vogliono che il Mediterraneo sia uno spazio comune di cultura, arte e scienze e non un enorme cimitero”, come ha dichiarato Colau. Il Comune catalano manderà a Lampedusa e a Lesbo esperti nei servizi di accoglienza ai migranti per dare inizio non a “un’alleanza paternalista o assistenziale, ma a un’alleanza tra città che non si rassegnano a un’Europa disumanizzata”.

La sindaca di Barcellona ha affermato che “gli Stati europei non si sono dimostrati all’altezza e non hanno applicato il diritto d’asilo, mentre i cittadini, le città e i popoli europei sì che sono stati all’altezza e hanno saputo dare una risposta non solo etica e politica, ma anche materiale e pratica” alla crisi dei rifugiati, ricordando che a Barcellona oltre 4 mila persone hanno offerto ospitalità nelle proprie case nei mesi scorsi.

Il governo spagnolo non sta dando nessuna risposta: finora sono solo 18 i rifugiati accolti. “Barcellona ha fatto tutto il possibile, ma non è sufficiente”, ha ricordato ancora Colau. “Abbiamo incrementato i fondi di cooperazione, abbiamo dichiarato Barcellona “Città rifugio”, abbiamo creato un mail del Comune per raccogliere le offerte di aiuto dei cittadini, abbiamo lanciato un bollettino a cui si sono iscritte oltre 3 mila persone”. Ora sono stati approvati altri fondi di 200.000 euro da destinarsi alle organizzazioni umanitarie che operano nelle zone colpite dalla crisi dei rifugiati. E Barcellona, oltre che con Lesbo e Lampedusa, collaborerà anche con Madrid, Atene, Amsterdam e Helsinki per formare un gruppo di lavoro su strategie di integrazione di rifugiati e migranti.

Adesso comunque arrivano, per lei, le prime difficoltà, un conto è l’opposizione di piazza un altro governare una città stritolata dai vincoli imposti da quest’Europea. Cosa ancor più difficile quando si governa in minoranza: Barcelona en Comú ha 11 consiglieri su 41, e la maggioranza in Consiglio è di 21.

Non mancano le prime difficoltà con Colau che, qualche settimana fa, ha dovuto fronteggiare un tumulto, lo sciopero degli impiegati del servizio pubblico. Il programma è in effetti impegnativo. “I movimenti sociali devono rimanere autonomi e credo che il conflitto sia il perno di una democrazia – sentenzia Colau -. Bisogna essere ambiziosi e utopici per realizzare il cambiamento, è necessario avere ideali per riuscire a fare il massimo possibile”. Barcelona en Comú, un’esperienza che in Italia si studia e ammira, a sinistra. E pensare che una volta erano gli spagnoli che guardavano noi.

* questo testo è un’anticipazione di un libro su Ada Colau che uscirà a breve per edizioni Alegre a firma sempre dei medesimi autori


Più di un'impronta, è inziato l'Antropocene?

Science,  8 gennaio 2016

L’Antropocene è funzionalmente e stratigraficamente distinto dall’Olocene

Waters CN et al.

L’attività umana sta lasciando un’impronta pervasiva e persistente sulla terra. E’ in corso un acceso dibattito sull’ipotesi che questa impronta possa essere sufficiente a segnare l’inizio di una nuova era geologica nota come Antropocene (da antropos=uomo e kainos=nuovo). In questo lavoro revisioniamo i marcatori antropogenetici dei cambiamenti funzionali nel sistema terra attraverso l’analisi dei materiali stratigrafici. La comparsa di materiali da manufatti nei sedimenti, inclusi alluminio, plastica e cemento, coincide con un picco globale nelle emissioni da radionuclidi e nel particolato da combustibili fossili. I cicli di carbonio, azoto e fosforo sono stati pesantemente modificati nell’ultimo centinaio di anni. L’aumento del livello dei mari e dei cambiamenti climatici indotti dall’uomo sono superiori a quelli registrati nel tardo Olocene (l’era geologica attuale). Cambiamenti biotici includono la diffusione in tutto il globo di specie (prima confinate in specifiche aree climatiche) e l’accelerazione nel ritmo di estinzione (di specie  animali e vegetali).

Tutti questi indici combinati rendono l’Antropocene distinguibile stratigraficamente da Olocene ed epoche anteriori.