Un compromesso che non risolve.

 

Il compromesso raggiunto nel Pd sulle modifiche alla legge costituzionale Renzi-Boschi in discussione al Senato non da' agli elettori il diritto di eleggere direttamente i loro rappresentanti e non risolve gli altri punti inaccettabili di questa manomissione della Costituzione che abbiamo sempre denunciato. Un’assemblea legislativa deve trarre la sua fonte di legittimità dalla sovranità popolare, che si esprime attraverso il voto.

In particolare il rinvio delle procedure di nomina ad una legge successiva lascia aperta la possibilita' che tutti i consiglieri regionali-senatori siano eletti mediante liste bloccate nelle quali i cittadini elettori non possono scegliere.

Questo inaccettabile compromesso, inoltre, lascia irrisolti tutti gli altri nodi. In particolare la sottrazione alle Regioni di ogni possibilità di governo del territorio; la sostanziale attribuzione al Governo del controllo dell’agenda dei lavori della Camera dei Deputati, già mortificata e sottoposta alla supremazia dell’esecutivo in virtù della legge elettorale voluta dal governo Renzi che garantisce al partito vincitore un premio di maggioranza sproporzionato come e peggio che nel "porcellum", l’eliminazione della garanzia della doppia lettura per le leggi che riguardano i diritti fondamentali dei cittadini; la sproporzione numerica fra senatori (100) ed i Deputati (630) che rende irrilevante il ruolo del Senato nell’elezione del Presidente della Repubblica.

Rimangono, pertanto le nostre ragioni di dissenso e permane l’esigenza di mantenere viva la mobilitazione per evitare che vengano portate a compimento scelte che stravolgono l’impianto della democrazia costituzionale, patrimonio della Resistenza, a danno di tutti i cittadini.   

 

 

Il coordinamento per la democrazia costituzionale  è convocato per discutere la nuova situazione il 15 ottobre alle ore 14.30 in via Buonarroti 12 a Roma, sala Fredda

 

Domenico Gallo       Alfiero Grandi


LETTERA DEL PROF. MASSIMO VILLONE SULLA RIFORMA DEL SENATO

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La lettera del Prof. Massimo Villone a Il Manifesto sulla riforma del Senato
20150812 Villone Il Senato nella foresta
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SENATO ELETTIVO IL GIOCO DELLE MISTIFICAZIONI

articolo del Prof. Mauro Volpi

Pubblicato il 30 settembre 2015

            La designazione dei senatori da parte dei Consigli regionali tra i propri componenti non costituisce certo l’unico aspetto negativo della riforma Renzi-Boschi. Basti pensare alla ridotta numerosità del Senato, che ne diminuisce notevolmente il peso specifico nella partecipazione alla elezione di organi di garanzia (Presidente della Repubblica, cinque giudici costituzionali, membri laici del CSM), posta di fatto nelle mani della maggioranza artificiale di un unico partito alla Camera. Evidentemente il mancato ridimensionamento del numero dei deputati era sgradito ai contraenti del “patto del Nazareno” e quindi alla Camera non si è applicato il “principio” della riduzione dei politici e delle relative spese sbandierato da Renzi per il Senato. Se si guarda poi alle funzioni del Senato, restano del tutto misteriose quelle di verifica e di controllo, mentre per le leggi monocamerali la maggioranza monopartitica della Camera potrà imporre la sua volontà senza difficoltà. Inoltre è difficile pensare che un personale formato da consiglieri e sindaci, in assenza per di più dei presidenti delle Regioni e dei sindaci delle Città metropolitane, possa fare opposizione alle proposte del Governo, dal quale le Regioni saranno più dipendenti dal punto di vista politico e finanziario grazie alla ricentralizzazione operata dalla “riforma della riforma” del titolo quinto. Infine l’attuazione delle garanzie della opposizione e il rafforzamento degli istituti di partecipazione (leggi di iniziativa popolare e referendum propositivo) sono rinviati a future modifiche dei regolamenti parlamentari, a leggi ordinarie e a leggi costituzionali, quindi in pratica alla buona volontà della maggioranza monopartitica della Camera.

            In questo quadro la battaglia per l’elezione popolare del Senato, anche se non sufficiente, va condivisa per una ragione di principio, derivante dalla necessità di rispondere alla crisi della partecipazione popolare attestata dalla crescita dell’astensionismo, ed è convalidata dai sondaggi che segnalano la volontà di una grande maggioranza dei cittadini di eleggere il futuro Senato. Ma vi è anche la necessità di salvaguardare gli equilibri costituzionali, compromessi da una legge elettorale abnorme che alla Camera potrebbe assegnare la maggioranza più che assoluta dei seggi ad un solo partito che, in considerazione del livello di astensionismo, ottenga un numero anche ridotto dei voti degli elettori, e darebbe vita ad un’assemblea formata per circa due terzi da nominati.

            Contro la proposta del Senato elettivo si è scatenata l’offensiva di opinionisti e di studiosi filo-renziani, che ultimamente ha utilizzato argomenti di natura comparativa per squalificarla. Così si è scritto che la designazione indiretta dei senatori sarebbe dominante negli Stati federali e in quelli regionali. Per i primi niente di più falso: l’elezione popolare del Senato è prevista negli Stati Uniti (dove fu introdotta nel 1913, anche per ridurre i fenomeni di corruzione determinata dall’elezione da parte dei Parlamenti degli Stati membri), in Svizzera, in Australia e negli Stati federali latino-americani (Argentina, Brasile e Messico). Quanto agli Stati regionali, vi è il caso, non certo di scarso rilievo, della Spagna, dove i quattro quinti dei senatori sono eletti dal popolo e solo il quinto restante è designato dai Parlamenti delle Comunità autonome. Qualcuno sposta l’attenzione sull’Unione europea per arrivare all’affermazione di D’Alimonte (ne Il Sole 24 Ore del 17 settembre) secondo la quale solo in cinque Paesi su ventotto è prevista l’elezione popolare della seconda Camera. E’ un gioco troppo facile, ma anche agevolmente smontabile. La verità è che in quindici Paesi vi è un sistema monocamerale, ipotesi che potrebbe essere certamente accolta in Italia, ma richiederebbe una legge elettorale profondamente diversa da quella approvata e la previsione nella Costituzione di forti garanzie della opposizione e delle minoranze. Ebbene, tra i quindici Paesi monocamerali quattordici adottano un sistema elettorale proporzionale, che in sei di essi è imposto dalla Costituzione. I correttivi adottati in alcuni (soglia di sbarramento e ridotta dimensione dei collegi) non sono in grado di garantire con certezza che un partito ottenga la maggioranza assoluta dei seggi. E nell’unico Paese, la Grecia, che prevede un premio di maggioranza al primo partito, questo è costituito da un numero fisso di deputati (50 su 300) che nelle tornate elettorali degli ultimi anni non gli ha mai consentito di raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi. L’unico Paese monocamerale che adotta un sistema misto a prevalenza maggioritaria con meccanismi che possono dare un maggioranza abnorme al primo partito è l’Ungheria, che non è certamente oggi un modello da imitare. Fra i tredici Paesi bicamerali ben dieci hanno un sistema elettorale proporzionale e due (Regno Unito e Francia) un sistema maggioritario a uno o due turni in collegi uninominali. In definitiva, con buona pace di D’Alimonte, grazie all’Italicum il nostro è il solo Paese su ventotto ad avere adottato un sistema elettorale con premio di maggioranza, doppio turno di lista e attribuzione certa di una maggioranza più che assoluta dei seggi ad un solo partito.

            Ma quanti sono i Paesi che adottano il modello renziano del Senato composto da membri dei Consigli regionali o locali da questi designati? Intanto dagli otto Paesi bicamerali che non prevedono l’elezione popolare della seconda Camera, va scorporato il Regno Unito, dove la Camera dei Lord non rappresenta certo le istituzioni territoriali e per la quale il governo conservatore-liberale aveva presentato un disegno di legge che prevedeva l’elezione popolare dell’80% dei componenti. Ma non vi rientra neanche la Germania che adotta un sistema non senatoriale, ma ambasciatoriale, nel quale i consiglieri sono espressione degli esecutivi dei Laender e ogni delegazione esprime un unico voto. In Irlanda i senatori non rappresentano le istituzioni locali, ma diversi interessi culturali e professionali, come si verifica in Slovenia per il 40% dei senatori. In Francia è molto ampia la platea degli elettori (circa 150.000) in rappresentanza di tutte le collettività territoriali. Non restano che Austria, Paesi Bassi e Belgio, ma nei primi due Paesi, così come in Francia, può essere eletto senatore qualsiasi cittadino, mentre solo in Belgio 50 senatori su 60 sono eletti dalle assemblee rappresentative delle Comunità linguistiche tra i propri membri. Utilizzando il metodo D’Alimonte, si potrebbe affermare che ad oggi tra i ventotto Paesi dell’Unione uno solo, il Belgio, prevede che i senatori siano designati dai Parlamenti delle istituzioni territoriali tra i propri componenti.

            Infine, tra i cinque Paesi che prevedono l’elezione popolare, solo in due (Italia e Romania) il Senato vota la fiducia e la sfiducia al Governo, mentre negli altri tre (Repubblica Ceca, Polonia, Spagna) il rapporto di fiducia intercorre solo fra Governo e Camera dei deputati. Il che smentisce l’opinione secondo la quale l’elezione popolare del Senato imporrebbe l’esistenza del rapporto di fiducia con il Governo. Inutile dire che in nessun Paese bicamerale è previsto che i senatori siano eletti dalle assemblee territoriali “su indicazione degli elettori in base alle leggi elettorali” locali, formula non di mediazione, ma ambigua e truffaldina che riduce gli elettori a massa di manovra per avallare scelte calate dall’alto.

            In definitiva il Senato voluto da Renzi non sarebbe affatto più “europeo” e le esperienze alle quali sarebbe più vicino (Austria e Belgio) sono contrassegnate dalla forte partitizzazione e dal ruolo secondario della seconda camera.


LA MEDIAZIONE INDECENTE SULLE RIFORME COSTITUZIONALI

di Massimo Villone

 Il Manifesto, 20 settembre 2015, 

Fanfare e rulli di tamburo annunciano la possibile intesa nel Partito democratico. Ma è vera gloria? L’intesa in sé riguarda segmenti di ceto politico e forse la sorte del governo. Questioni importanti, certo. Ma quel che conta è la qualità dell’intesa, il suo contenuto e l’effetto ultimo sulle istituzioni e sul paese.

Da questo punto di vista i troppo buoni direbbero che la montagna ha partorito il topolino, i pacati e gli equanimi che siamo di fronte a una truffa volgare.

A quel che si trae da notizie di stampa, l’accordo prevede che la durata del mandato dei senatori coincida con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti, su indicazione degli elettori in base alle leggi elettorali regionali. Quanto alla coincidenza del mandato senatoriale con la durata di organi territoriali regionali o locali, nulla quaestio. È un principio che potrebbe essere reso compatibile anche con l’elezione popolare diretta dei senatori. I problemi vengono dopo.

Si rileva infatti che i senatori sono eletti dagli «organi delle istituzioni territoriali». Dunque, non dai cittadini nell’ambito territoriale di riferimento. Con questo si ribadisce il no all’elezione popolare diretta dei senatori, e si affida al consiglio regionale il potere di scegliere i rappresentanti in senato. Una conferma si trae dal fatto che agli elettori si attribuisce «l’indicazione». E, secondo il dizionario, con tale termine si intende una designazione, una proposta, una segnalazione, un suggerimento, non una decisione e tanto meno una scelta. I cittadini

«indicano», il consiglio regionale «elegge». Una bella prova di democrazia mettere il popolo sovrano in una posizione di indiscutibile subalternità.

Si aggiunga che il tutto è rinviato alla disciplina posta con legge regionale, senza alcuna indicazione di principi di legge statale o comunque limiti da osservare. Tanto che sarebbe del tutto possibile una legge per cui il consiglio regionale scelga i senatori in una rosa più ampia formata dai candidati alla carica di consigliere regionale più votati, giungendo in concreto all’elezione dei senatori da parte dei consigli regionali al proprio interno, senza che la volontà espressa dal voto popolare sia in ultimo decisiva. Volendo evitare questo, e concedere al popolo sovrano di scegliere i propri rappresentanti, sarebbe quanto meno necessario prevedere in Costituzione un listino votato separatamente e la incompatibilità tra le cariche di consigliere regionale e senatore.

Per questo, siamo alla truffa volgare. Chi legge nel testo il ripristino della elezione popolare diretta dei senatori mente sapendo di mentire. L’essenza del senato voluto da Renzi non è toccata, e rimangono tutte le censure già argomentate su queste pagine. Ne gioirà Moody’s, che plaude alla riforma (e potremo ricordare che aveva già applaudito all’Italicum, e criticato la sentenza della Corte costituzionale sulle pensioni). E abbiamo dimenticato J.P. Morgan, che già nel 2013 sollecitava ad abbandonare le costituzioni antifasciste del dopoguerra, inquinate da elementi di socialismo? I poteri forti della finanza internazionale non si curano della salute democratica del paese. Ma il governo della Repubblica dovrebbe.

Per le riforme eterodirette della Costituzione abbiamo già dato, con l’art. 81 e il vincolo costituzionale del pareggio di bilancio. Ma qui vediamo una vicenda di piccole miserie. Può solo interessare che, se la proposta si tradurrà in un emendamento all’art. 2, questo potrà aprire la via anche ad altri emendamenti e a nuovi scenari di confronto parlamentare. Non è infatti pensabile che la modificabilità dell’art. 2 venga limitata al solo emendamento risultante dall’accordo interno Pd.

Capiamo, ma non apprezziamo, le ambasce della minoranza Pd. Se si piega ha fatto molto rumore per nulla. La mediazione rimane sotto la soglia della decenza. Questi coraggiosi — si fa per dire — alfieri della verità e della giustizia devono pur chiedersi se accettare, magari per il miraggio di un piatto di lenticchie, sia nel loro interesse collettivo e individuale. È davvero dubbio lo sia, per la perdita di faccia e di credibilità. Di sicuro, non è nell’interesse del paese.


NUOVO CONTRIBUTO DEL PROF. MASSIMO VILLONE SULLA RIFORMA COSTITUZIONALE

Il genio italico e l'invenzione del listino

pubblicato il 9 settembre 2015

Invenzione. Secondo il dizionario, ideazione, creazione o introduzione di oggetti, prodotti, strumenti e altre cose precedentemente non esistenti. E ci siamo, con la riforma costituzionale. Si sente di un accordo nel Pd: aprire al senato elettivo, ma senza toccare il testo già approvato, che — ahimè — dice il contrario. Un senato elettivo i cui componenti non sono eletti. Una insostenibile aporia, e un’invenzione. Con un senato elettivo, ma non troppo, il genio italico colpisce ancora. La chiave sarebbe un listino. Come quello che un tempo avevamo a livello regionale, e che a furor di popolo era stato sostanzialmente espunto nella ultima stagione statutaria. Doveva servire a portare presenze qualificate e competenze nei consigli regionali a sostegno dei governatori, ed era poi in prevalenza diventato luogo di mercimonio politico o asilo per amici, sodali, parenti e clienti. Che si voglia adesso rispolverare a livello nazionale già segnala quanto sia bassa la mediazione. Un parlamentare è davvero eletto se viene personalmente scelto dagli elettori, in una diretta competizione con altri. Qualunque altro sistema, nel degrado generale che ci accompagna, non promette buoni risultati. Un listino presumibilmente votato in blocco e in collegamento con un candidato governatore o con una lista di partito, significa invece un senato di nominati, per di più — se rimane il testo fin qui approvato — scelti da chi non merita e tra chi non merita. E che si aggiunge a una camera parimenti composta in larga misura di nominati, per l’infernale meccanismo dei capilista a voto bloccato. Tutto, pur di evitare che il popolo sovrano scelga chi lo rappresenta.

Pare che una parte della tremebonda dissidenza Pd sia disponibile. Visti i precedenti, non meraviglia, anche se non se ne capisce la ragione. Senza cambiamenti radicali del copione sono già oggi dei morti che camminano, e ben dovrebbero saperlo. Fa tenerezza — o forse rabbia — la menzione dei malesseri della «nostra gente», del «nostro popolo», che qualche leader, un tempo autorevole, timidamente mette in campo. Erano richiami frequenti nel gruppo dirigente di quella che fu una grande sinistra. Avevano un peso reale, perché segnavano il comune sentire che legava la base al vertice del partito, e la condivisione profonda di valori e di obiettivi. Ma qualcuno dovrebbe spiegare che oggi quel popolo non c’è più. E che è stato disperso non da una strega cattiva, ma da una ditta che ha cambiato ragione sociale. Cosa ha a che fare con quel popolo un partito che toglie ai lavoratori gli strumenti per la propria difesa, che sbaracca la scuola pubblica, che taglia i servizi essenziali, che non combatte le diseguaglianze, che addirittura toglie ai poveri per dare ai ricchi come si progetta con l’Imu e la Tasi? È un disegno regressivo, e la radice è nella ricerca di voti ovunque si possano raccogliere. Dov’è un progetto di sinistra? E se si nega il progetto, si nega anche il «popolo» che in esso si può riconoscere. Del resto, chi ha avuto modo di frequentare anche occasionalmente i circoli territoriali del Pd sa che ormai i militanti di oggi sono molto diversi da quelli di un tempo. Il «popolo» che fu se n’è andato, in massa. E la speranza dell’esangue sinistra Pd di riconquistare il partito male si colloca nel «popolo» di oggi.

Proprio per questo il disegno renziano è coerente, e non di sinistra. Gli argomenti che lo sostengono sono inesistenti. Il risparmio di spesa si riduce a spiccioli, e più o meglio si perseguirebbe tagliando in modo bilanciato il numero di deputati e senatori. Il bicameralismo paritario può essere superato mantenendo il carattere elettivo, come l’esperienza di molti paesi ampiamente dimostra. L’obiettivo vero è invece proprio l’asservimento delle assemblee elettive all’esecutivo e al leader, e la riduzione degli spazi di democrazia e di partecipazione. A questo sono funzionali il sistema elettorale col suo megapremio di maggioranza al singolo partito e il ballottaggio, e la riforma costituzionale. A questo fine, un ectoplasma di senato è un ottimo risultato. E non dimentichiamo la maggiore difficoltà di ricorso al referendum popolare. A cosa serve tutto questo se non a zittire il dissenso, per portare avanti politiche che un tempo avremmo definito antipopolari, e che oggi per alcuni recano il segno della modernità?

Quindi, lasciamo in pace il «nostro popolo». Non sarà riconquistato con appelli sentimentali, ma solo difendendo gli spazi di democrazia che ad esso possono dare voce. Si combatta dunque fino in fondo per un senato genuinamente elettivo. Questo è oggi il terreno di scontro, e le invenzioni di Renzi lasciamole a lui. Anzi, non vorremmo che qualcuno ce lo copiasse. Brevettiamolo, e mettiamolo sul mercato.


IL COORDINAMENTO PER LA DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE A CUI ALTRA LIGURIA ADERISCE

Ha lanciato una petizione su CHANGE.ORG per chiedere una riforma del senato che sia compatibile con la democrazia e con la Carta Costituzionale. Parte la mobilitazione.

Pubblicato il 7 settembre 2015

SBLOCCARE LA DEMOCRAZIA PER FAR RIPARTIRE L’ITALIA

Una martellante campagna rilanciata dalla grande maggioranza degli strumenti di informazione vuole convincerci che per sbloccare l’Italia c’è bisogno delle “riforme” costituzionali e istituzionali propugnate dal governo Renzi. In realtà lo stravolgimento della Costituzione e del sistema elettorale, come della pubblica amministrazione e della scuola, non tendono a sbloccare l’Italia, ma convergono verso un unico fine, quello di “bloccare” la democrazia, mettere le ganasce agli istituti repubblicani che garantiscono l’equilibrio dei poteri e la partecipazione dei cittadini alla determinazione della politica nazionale. E per questa via restaurare una nuova forma di governo oligarchico, svincolato dal rispetto dei beni pubblici che la Costituzione ha attribuito al popolo italiano.

La riforma elettorale, combinata con la controriforma costituzionale, che elimina il Senato come organo eletto dai cittadini e rappresentativo della sovranità popolare, che sottrae alle Regioni il governo del territorio, realizza un modello inedito di “premierato assoluto”, con un’inusitata concentrazione di potere nelle mani del Governo e del suo capo, attribuendo di fatto ad un unico partito —che potrebbe anche essere espressione di una ristretta minoranza di elettori— potere esecutivo e potere legislativo, condizionando, altresì, la nomina del Presidente della Repubblica, dei componenti della Corte Costituzionale e del Consiglio Superiore della Magistratura, organismi di garanzia fondamentali per la vita della democrazia come l’ha costruita la Costituzione nata dalla Resistenza.

La centralità del Parlamento, posta da madri e padri Costituenti a presidio delle libertà dei cittadini, viene rovesciata. La fiducia, dopo questo stravolgimento, in realtà non andrebbe più dal Parlamento al Governo, ma dal Capo del Governo (che di fatto nomina la maggioranza dei deputati) al Parlamento. Così il Senato diventerebbe un organo del tutto posticcio, senza una reale autonomia, mentre la Camera dei Deputati sarebbe soggetta, in forza di un enorme premio di maggioranza, all’egemonia di un partito unico, nel quadro di un drastico ridimensionamento della rappresentatività popolare.

È necessario fermare questo processo per sbloccare la democrazia, restituendo potere alle cittadine ed ai cittadini e riconducendo l’esercizio dei poteri nell’ambito della legalità repubblicana, che non prevede sedi parlamentari che non siano elette direttamente dal corpo elettorale, mentre è del tutto possibile differenziare i ruoli delle due camere, pur elette da cittadine e cittadini. Non si può consentire a un Parlamento, la cui composizione è stata giudicata illegittima dalla Corte Costituzionale perché non rispecchia la volontà espressa dagli elettori, di modificare, a colpi di una risicata maggioranza, le regole che garantiscono i diritti politici di tutti i cittadini.

Per questo è importante che la controriforma costituzionale venga ripensata -se non profondamente modificata- ora nel suo passaggio al Senato che si presenta decisivo; per di più la sua bocciatura renderebbe ingestibile il nuovo sistema elettorale, concepito per un sistema monocamerale, aprendo la strada ad un reale cambiamento.

Chiediamo a tutte le cittadine ed i cittadini che hanno a cuore la Costituzione e la democrazia di far sentire alta la loro voce di dissenso ai membri del Senato, in ogni città, in ogni collegio elettorale, chiedendo un voto per far ripartire l’Italia sbloccando la democrazia, senza cedere al ricatto dello scioglimento delle Camere , decisione che non spetta al Capo del Governo.

Roma, 3 settembre 2015

Pietro Adami, Cesare Antetomaso, Gaetano Azzariti, Francesco Baicchi, Mauro Beschi, Felice Besostri, Francesco Bilancia, Sandra Bonsanti, Aldo Bozzi, Giuseppe Bozzi, Antonio Caputo, Lorenza Carlassare, Claudio De Fiores, Enzo Di Salvatore, Anna Falcone, Antonello Falomi, Stefano Fassina, Gianni Ferrara, Tommaso Fulfaro, Domenico Gallo, Alfiero Grandi, Raniero La Valle, Giovanni Palombarini, Pancho Pardi, Livio Pepino, Franco Russo, Antonia Sani, Massimo Villone, Vincenzo Vita

Per aderire: http://www.change.org/p/senato-della-repubblica-sbloccare-la-democrazia-per-far-ripartire-l-italia


IL PERCHE’ DEL SENATO ELETTIVO

di  Alessandro Pace 

Pubblicato su la Repubblica il 19.8.15 col titolo “Tutti i nodi del nuovo Senato”

La risposta, in senso affermativo, al quesito se il Senato debba, o non, essere elettivo discende indirettamente da un principio, vecchio di secoli e secoli, secondo il quale i corpi politici che effettuano deliberazioni giuridicamente vincolanti per tutta la comunità “debbono” rinvenire la loro legittimazione nel voto popolare. Un principio che ha potuto realizzarsi appieno solo negli ordinamenti democratici.

Il perché dell’elettività del Senato - e della Camera - sta quindi non solo nella natura rappresentativa delle assemblee, ma soprattutto nel fatto che la loro rappresentatività è indispensabile per legittimare la funzione legislativa. Se il Senato e la Camera non esercitassero la funzione legislativa, il problema della loro elettività nemmeno si porrebbe. In tale ipotesi, la spiegazione del perché dell’elettività di Camera e Senato andrebbe trovata altrove.

Diversa è invece la risposta se i due rami del Parlamento esercitano entrambi la funzione legislativa, come appunto in Italia. In questo caso la doverosa elettività dei due corpi politici discende dal fatto che  l’articolo 1 della Costituzione, nel proclamare che «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nella forme e nei limiti della Costituzione», garantisce l’elettività di tutti gli organi politici della Repubblica che esercitino la funzione legislativa, massima espressione della sovranità popolare. 

Pertanto, se, all’esito della procedura di revisione costituzionale in corso, il Parlamento confermasse l’attribuzione al Senato della funzione legislativa (e, addirittura, di quella di revisione costituzionale), la diretta elettività del Senato sarebbe doverosa, ai sensi del citato articolo 1. Per contro, in caso di violazione di tale disposizione, la riforma Renzi-Boschi andrebbe incontro a gravi conseguenze. La Corte costituzionale ha infatti affermato, nella famosa sentenza n. 1146 del 1988 (più volte ribadita), di essere competente a giudicare la costituzionalità delle leggi costituzionali e di revisione costituzionale se esse violino «i valori supremi sui quali si fonda la Costituzione italiana». E ha inoltre affermato, in un significativo passaggio della sentenza n. 1 del 2014, dichiarativa dell’incostituzionalità del Porcellum, che il riconoscimento del suffragio popolare diretto rientra appunto nella garanzia del principio supremo della sovranità popolare. Né si obietti che, in Francia, il Senato, ancorché eserciti anch’esso la funzione legislativa, non è eletto direttamente dai cittadini. La deroga al principio del suffragio popolare diretto è infatti esplicitamente prevista dalla stessa Costituzione, all’art. 3, secondo il quale «Il suffragio può essere diretto o indiretto alle condizioni previste dalla Costituzione…». E il suffragio indiretto si sostanzia nell’elezione di primo grado di circa 150 mila grandi elettori da parte dei cittadini francesi e nell’elezione di secondo grado dei 348 senatori da parte dei grandi elettori.

 Quali le obiezioni all’elettività del Senato? Che io sappia solo due. La prima, che se il Senato venisse eletto dal popolo, non gli si potrebbe negare il potere di votare la fiducia al Governo, con conseguente ritorno al bicameralismo paritario (Boschi, Napolitano). La seconda, che l’elettività del Senato lo trasformerebbe in «una seconda Camera di confronto fra i partiti, inutile perché debolissima o potenzialmente di intralcio se dovesse esprimere un equilibrio fra forze politiche diverso da quello della Camera» (Onida). 

La prima obiezione non è che un sofisma: mentre il riconoscimento del suffragio popolare diretto rientra nella garanzia della sovranità popolare, il conferimento alla sola Camera dei deputati della titolarità del rapporto fiduciario  costituisce una scelta politica del tutto libera, che non contrasta con alcuna norma o principio costituzionale, ma anzi si giustifica in considerazione della rappresentatività generale riconosciuta soltanto alla Camera dalla riforma Renzi-Boschi. Quanto alla seconda obiezione, non si vede come l’elettività del Senato sarebbe in grado di trasformarlo in una seconda Camera di confronto fra i partiti (oltretutto, se debolissima, come ammette lo stesso Onida). Del resto, le attribuzioni del Senato, elettivo o non elettivo, rimarrebbero comunque le stesse. L’elettività avrebbe invece il grande merito di sottrarre l’elezione del Senato alle «beghe esistenti nei micro-sistemi politici regionali» (Silvestri) nonché agli scandali che costantemente coinvolgono la politica locale. 

Un ultimo punto. Proprio quest’ultima osservazione rende perplessi sull’idea  che il listino dei “senatori” venga affiancato a quello dei “consiglieri” regionali. Sarebbero senatori-senatori o senatori part-time? Inoltre, come giustamente rilevato dal senatore Gotor, il testo approvato dal Senato sembrerebbe consentire un «listino “a scorrimento”, con una quota di candidati al Consiglio regionale da dirottare preventivamente presso il Senato», per cui, chi nomina i deputati potrebbe «mettersi d’accordo con i dirigenti locali, affidando a questi ultimi la scelta dei candidati per il Consiglio regionale e riservandosi quella dei candidati per la nomina di senatore». Il che evidentemente violerebbe il principio del suffragio popolare diretto previsto dall’art. 1 Cost. e sottolineato dalla Corte costituzionale. 


LETTERA AL PRESIDENTE MATTARELLA
Incostituzionale la riforma della pubblica amministrazione

Pubblicato il 10 agosto 2015

Otto valenti costituzionalisti scrivono al Presidente Mattarella.