Accogliere o respingere gli immigrati?

Un nuovo articolo di Guido Viale

12 gennaio 2017

Fermare il flusso dei profughi che vogliono raggiungere l’Europa dall’Africa e dal Medioriente è impossibile. E’ un fenomeno che durerà decenni. Forse è possibile contenerlo e renderlo in parte reversibile. Ma questo significa aggredirne le cause: guerre, deterioramento ambientale provocato dai cambiamenti climatici e dalla rapina delle risorse locali, miseria e sfruttamento delle popolazioni. Ci vogliono molte più risorse di quelle che l’Unione europea è disposta a sborsare per indurre gli Stati di origine o di transito dei profughi a trattenerli o a riprenderseli. Ma i soldi sono il meno. Ci vogliono programmi di pacificazione e riqualificazione di quei territori: porre fine alla vendita di armi e bloccare interventi e progetti che devastano territori e comunità. L’opposto di quanto proposto da Renzi con il migration compact: un documento che le armi non le nomina nemmeno, mentre ne prosegue a pieno ritmo la vendita. Ma che vorrebbe affidare la rinascita di quei paesi alle multinazionali che li devastano: le due che nomina sono Eni ed Edf, la società petrolifera italiana responsabile dello scempio nel delta del Niger e la società elettrica francese che alimenta le sue 56 centrali nucleari con l’uranio estratto schiavizzando il Niger. Ma c’è un problema ancora più a monte: chi può promuovere la pacificazione del proprio paese e la riqualificazione del suo territorio? Non certo le popolazioni rimaste là: se ne avessero la capacità e la forza lo avrebbero già fatto. Meno che mai le potenze che guerre e devastazioni le stanno alimentando. Le forze che possono promuovere iniziative del genere sono le comunità migranti già insediate da noi e i tanti profughi che sono riusciti a varcare i confini della “fortezza Europa”. Molti di loro, soprattutto coloro che sono fuggiti da una guerra, vorrebbero fare ritorno nei loro paesi di origine se solo ce ne fossero le condizioni. Molti altri sono pronti a farlo in un contesto di collaborazione tra paesi di origine e paesi di arrivo. Tutti comunque conoscono i loro territori e le loro comunità di origine molto meglio di qualsiasi cooperante europeo. Adeguatamente supportate, non manca certo loro la capacità di individuare le soluzioni per ristabilire la pace, riqualificare il territorio, ricostituire le comunità dei loro paesi. La rinascita dell’Africa e del Medioriente avrà un riferimento irrinunciabile nelle comunità già presenti in Europa, una volta messe in grado di organizzarsi e di far sentire la loro voce, o non sarà. Per questo il modo in cui profughi e migranti vengono accolti, inseriti nel tessuto sociale e valorizzati per il contributo che possono dare alla soluzione dei problemi che li hanno spinti a emigrare o a fuggire è l’unico modo serio per gestire un processo che l’Europa non sa affrontare; ma che la frantuma e la contrappone al mondo in fiamme da cui è circondata.

Ma non è tutto. L’Europa dovrà confrontarsi in forme sempre più acute con un terrorismo che viene dall’esterno, ma che recluta i suoi adepti soprattutto tra le comunità migranti già insediate al suo interno. Respingere i profughi nei paesi di origine o di transito significa rispedirli tra le braccia delle forze da cui hanno cercato di fuggire, rafforzarne le file, offrire carne da macello al loro reclutamento. Bistrattare profughi al loro arrivo o trattare chi è già insediato tra noi come un corpo estraneo o un nemico significa promuovere il reclutamento di nuovi terroristi. Anche in questo caso la strada da seguire passa per le comunità di profughi e migranti già presenti o in arrivo in Europa. Parlano le stesse lingue, ne conoscono abitudini e atteggiamenti, frequentano o incrociano facilmente i connazionali che stanno imboccando la strada dello stragismo. Possono individuarli o bloccarli meglio di qualsiasi apparato di “intelligence”, che certo non ha da restare con le mani in mano. O, viceversa, possono essere, con una tacita connivenza, il loro brodo di coltura. La lotta contro il terrorismo passa inevitabilmente attraverso l’instaurazione di rapporti solidali con le comunità migranti.

Altre strade non ci sono. Chi prospetta i respingimenti come soluzione di entrambi i “problemi”, profughi e terrorismo - presentandoli per di più come legati, mentre non c’è maggior nemico del terrore di chi è fuggito da una guerra o da una banda di predoni - inganna sé e il prossimo. Un blocco navale per riportarli in Libia? Bisognerebbe conquistare anche tutta la costa libica, come ai tempi di quell’Impero che chi prospetta questa soluzione forse rimpiange. E poi gestire in loco i campi di concentramento; o di sterminio. O affidarsi a un accordo con le autorità locali, che per ora non hanno alcun potere né alcun interesse ad assumere un ruolo del genere se non lautamente retribuiti (come la Turchia). Per poi minacciare in ogni momento di aprire le dighe (come aveva fatto a suo tempo Gheddafi e come minaccia di fare Erdogan) se non vengono soddisfatte le loro pretese, ogni volta più pesanti e umilianti per tutta l’Europa. Considerazioni che valgono per tutti i paesi con cui il Governo italiano ha siglato o vuole siglare accordi del genere. Nel migliore dei casi le persone trattenute o “rimpatriate” riprenderanno la strada del deserto e del mare appena possibile. Nel peggiore…

Autorità, politici e media non spiegano che cosa significa riportare i profughi nei paesi di origine o di transito, posto che sia possibile. Intanto costa carissimo: tra viaggio, Cie resuscitati col plauso dell’Europa, costo degli accordi, apparati polizieschi e giudiziari, più di quanto basterebbe per dare casa, istruzione e lavoro a ognuno dei profughi da rimpatriare. Infatti lo si fa con pochissimi. Agli altri a cui non si riconosce il diritto di restare, si consegna un foglio di via intimandogli di abbandonare il paese entro sette giorni: senza soldi, senza documenti, senza conoscere la lingua, senza alcuna relazione con la popolazione. Vuol dire metterli per strada, consegnarli al lavoro nero; o alla criminalità, allo spaccio e alla prostituzione; o, cosa da non trascurare, al reclutamento jihadista. L’appello a impossibili respingimenti crea solo illegalità, criminalità, terrorismo.

Ma che succede nei paesi dove si vorrebbe rispedire gli esseri umani da fermare sul bagnasciuga dell’Africa o del Medioriente? Saperlo non è difficile e chi finge di ignorarlo se ne rende corresponsabile. Succede che i morti nell’attraversamento del deserto sono più di quelli (5.000 solo nel 2016) naufragati nel Mediterraneo. Ma gli uomini, le donne e i bambini che sopravvivono a quella traversata sono fatti oggetto di stupri, rapine, schiavitù e sfruttamento di ogni genere; o vengono imprigionati in locali al cui confronto Cona e Mineo sono Grand Hotel: affamati, maltrattati e umiliati in ogni modo. E’ questa la soluzione? Quella finale? Condannarli a una fine del genere è cosa di cui domani i nostri figli e nipoti ci chiederanno conto. E i popoli respinti anche: e in modo tutt’altro che delicato.


Conversione ecologica versus socialismo - Guido Viale

Un progetto di trasformazione della società orientato alla sostenibilità ambientale deve prendere le distanze dalle idee e dalle forme dei conflitti sociali del secolo scorso (8.7.2014)

Perché l’Europa e il mondo cambino rotta occorre una revisione radicale dei meccanismi che regolano l’economia e la società: le mezze misure non servono se non si blocca e non si inverte il meccanismo infernale che ci ha portato a questo stato permanente di crisi. E tuttavia il cambiamento non sarà un evento unico e improvviso, ma il lento risultato di un conflitto destinato a durare nel tempo. Alex Langer chiamava questa inversione di rotta “conversione ecologica”, per sottolinearne sia la dimensione soggettiva (un mutamento profondo del nostro stile di vita e dei nostri consumi), sia quella oggettiva: una profonda revisione di quello che si produce, delle risorse utilizzate per produrlo, dei modi in cui lo si produce, dei destinatari di questa produzione e, soprattutto, del dove lo si produce. Il che mette in causa il problema di fondo: chi deve prendere le decisioni sull’intero ciclo produttivo? L’alta finanza e i governi di Stati e di economie ad essa completamente subordinati? I lavoratori di ogni singola impresa? Oppure le comunità dei territori in cui quelle imprese sono insediate? E mette del pari in discussione la concezione stessa della democrazia: è una cosa che riguarda solo le istituzioni dei governi locali, nazionali e transnazionali oppure ne deve entrare a far parte anche la gestione delle imprese e il governo delle comunità che vivono del lavoro che in esse si svolge? In altri termini, come deve configurarsi una politica industriale capace di fare i conti con le cause ultime della crisi economica e della crisi ambientale? Chi sono gli attori che devono definirla e metterla in pratica? E come tradurre in un programma di trasformazione sociale le tante forma di indignazione che gli sviluppi della crisi hanno suscitato?

La sostenibilità ambientale, l'orizzonte ecologico in cui devono inserirsi le decisioni di tutti coloro che intendono contrastare e combattere le scelte che ci hanno portato a vivere in questo stato di crisi permanente e a correre gli enormi rischi ambientali che sovrastano il pianeta ci fornisce anche alcune risposte. Occorre promuovere e sviluppare non uno, ma tutta una serie di conflitti radicali contro i responsabili dello stato di cose presente e questi conflitti devono alimentarsi e combinarsi con un livello sempre più alto di partecipazione alle decisioni da parte di chi ne è stato finora escluso. D’altra parte qualsiasi forma di partecipazione ai processi decisionali non è realizzabile se non in un quadro di conflittualità crescente con chi ha interesse a escludere la maggioranza della popolazione dalle scelte che ne determinano le condizioni di vita e di lavoro. Conflitto e partecipazione sono tra loro inscindibili e costituiscono l’orizzonte del mondo in cui ci troveremo sempre più spesso a operare. La direzione di questo cambiamento è chiara: in tutti i campi si tratta di passare da un mondo dominato dalla concentrazione dei poteri, dai grandi gruppi finanziari e dalle grandi imprese, dagli Stati che ne eseguono centralisticamente gli ordini, a un sistema di poteri, di impianti, di imprese, di attività, diffusi, differenziati, adattati alle caratteristiche di ogni territorio e di ogni comunità, ma non isolati tra loro, perché collegati da un sapere condiviso, reso possibile dalla estensione planetaria dell’istruzione e dalle potenzialità delle reti di telecomunicazione.

La conversione ecologica richiede che produzione e consumo o, meglio, generazione, rigenerazione e utilizzo dei beni e dei servizi si avvicinino tra loro il più possibile - anche, ma non solo, in senso fisico e geografico - attraverso accordi diretti tra chi lavora e chi utilizza i frutti di quel lavoro: è la cosiddetta ri-territorializzazione dell’economia, che non è autarchia, non è protezionismo, ma è co-progettazione del sistema di vita e del lavoro di una comunità. Una comunità di dimensioni variabili: in ogni singolo ambito si potrà promuovere tanta prossimità quanto le tecnologie e le opportunità offerte dal territorio consentono; molto forte nei campi energetico (fonti rinnovabili differenziate), alimentare (agricoltura a km 0), del recupero (riciclo integrale dei rifiuti), dell’edilizia e del riassetto del territorio; sicuramente più lasca in campo industriale e certamente di dimensioni planetarie nel campo dei saperi, dove a viaggiare e a venir diffusi non sono gli atomi ma i bit. Questa non è l’abolizione del mercato, ma il suo trasferimento, certamente parziale e soggetto a continue revisioni, nell’ambito di una negoziazione che tenga conto non solo dei costi esternalizzati (quelli non considerati oggi dalle imprese, che scaricano gran parte dei loro costi effettivi sull’ambiente e sulla società), ma anche e soprattutto di priorità e convenienze decise in forme partecipate.

Tutto ciò mette radicalmente in discussione le sperequazioni che da sempre caratterizzano molte delle formazioni sociali che si sono succedute nel tempo, tutte nell’alveo di un assetto patriarcale nei rapporti tra uomini e donne, ma soprattutto il capitalismo; sperequazioni che il passaggio dal sistema di produzione fordista - e dall’approccio keynesiano ai problemi economici - alla fase attuale di finanziarizzazione dell’economia ha enormemente dilatato. La conversione ecologica - un processo che rimette al centro gli interessi e i bisogni di miliardi di uomini compressi e disattesi da un pugno di “padroni del mondo” - è inscindibile da un cammino verso un abbattimento crescente di queste sperequazioni: giustizia ambientale (verso la Terra e il vivente) e giustizia sociale (tra gli umani) sono due facce dello stesso percorso.

Se tutto ciò è vero, un progetto politico di trasformazione della società orientato alla sostenibilità ambientale deve saper prendere le distanze dagli ideali che hanno dominato i conflitti sociali e la lotta di classe del secolo scorso almeno quanto le forme di dominio assunte dal capitalismo finanziario di questo secolo si differenziano da quelle che hanno caratterizzato il panorama produttivo e politico dell'era fordista e quanto la crisi ambientale mette fine all’illusione di una crescita illimitata della produzione e dei consumi. Per tentare un primo confronto tra l’orizzonte delineato dalla conversione ecologica – che non è un’idea molto distante da quella definita, in altri ambiti semantici, dai concetti di decrescita, o di economia stazionaria, o di buen vivir, o di giustizia sociale e ambientale – e l'orizzonte che ha dominato il conflitto di classe nel corso del secolo scorso, sotto le insegne del socialismo, del laburismo o del comunismo, alcune considerazioni sembrano d’obbligo.

Un processo fondato sulla combinazione di conflitto e partecipazione non ha, nell’orizzonte che ci è dato di prospettare, un punto di approdo definito, uno stato di compiuta rappacificazione con la Terra e tra gli umani. Il conflitto potrà – si auspica – essere condotto in condizioni più favorevoli a chi oggi ne è la vittima, e la partecipazione potrà offrire a tutti una maggiore ricchezza in termini di relazioni umane, di accesso al sapere, di affetti, di autonomia e di dignità della persona; ma si sono dissolti per sempre, credo, il sogno di un "paradiso socialista", la prospettiva di una società senza classi e senza conflitti di classe, la pretesa del socialismo "scientifico" di condurci fuori dalla "preistoria", cioè da qualsiasi forma di sfruttamento e di oppressione dell'uomo (e della natura) da parte dell'uomo; e ce ne sono tante, e anche di sempre nuove. Per questo dobbiamo riuscire ad attribuire anche e soprattutto al presente, alla vita e alle lotte qui e ora, tutto il valore che spetta loro in quanto forme di un diverso modo di vivere e di concepire la vita. La condizione in cui dobbiamo saper ricollocare le nostre esistenze è quella di una società in crisi permanente, che sarà sempre conflittuale e dove la partecipazione dovrà ogni volta essere ricostituita su nuove basi. In altre parole, nel confronto che aveva contrapposto Bernstein e Kautsky, la conversione ecologica sta con il primo: il movimento è tutto; e il fine è nel movimento stesso. O, se vogliamo, sta con Marx, per il quale il comunismo è il movimento reale che abolisce (ogni volta di nuovo, aggiungo io) lo stato di cose presente.

In secondo luogo, socialismo e comunismo, in tutte le loro versioni sono state comunque concezioni indissolubilmente fondate sul produttivismo, sul principio di affidare allo "sviluppo delle forze produttive" le basi materiali di una emancipazione dell'umanità; l’ecologia, invece, ricerca una conciliazione tra l’attività umana e l’ambiente che subordina la produzione al rispetto degli ecosistemi e della vita in generale: in tutte le sue forme e sia a livello locale che globale.

Poi il socialismo e il comunismo - nella loro applicazione storica, sicuramente distorta – sono incontrovertibilmente legati a una dimensione nazionale (“il socialismo in un solo paese”, anche se solo come stadio verso l’internazionalizzazione della transizione alla società senza classi) e individuano nel potere dello Stato la leva fondamentale della trasformazione sociale, pacifica o violenta che sia; mentre per l’ecologia è giocoforza procedere “a macchie di leopardo”, soprattutto a livello locale, anche se l'ecologia individua negli accordi internazionali, purtroppo quasi mai rispettati, una potente leva di trasformazione.

Inoltre il socialismo, nella sua evoluzione, è indissolubilmente legato al processo di concentrazione della produzione in grandi stabilimenti da cui è discesa la creazione di quel proletariato industriale – la “classe operaia” – eletto a protagonista del rovesciamento dei rapporti di forza tra capitale e lavoro. L’ecologia, anche se volesse, non può più contare su un soggetto del genere; deve fare i conti con la dispersione e la moltiplicazione delle figure sociali e professionali del nostro tempo e cercare soprattutto nella ricomposizione delle comunità locali in rapporto con i loro territori e i loro beni comuni le forze con cui costruire una prospettiva di trasformazione sociale e ambientale. A promuovere la transizione non sarà quindi un soggetto monolitico, ma una rete di iniziative differenti e diffuse.

Il socialismo ha poi visto nella concentrazione dei mezzi di produzione nelle mani di un numero ristretto di grandi corporation - che di fatto abolivano le regole del modello liberista di un mercato concorrenziale - una prefigurazione, ancorché parziale e distorta, di una pianificazione centralizzata dei processi economici. L’ecologia vede invece le radici del cambiamento in una progressiva diffusione e differenziazione di impianti, tecnologie e strutture di piccole dimensioni su cui maestranze e comunità locali possano esercitare forme di controllo diretto e partecipato, rapportandosi tra loro attraverso processi negoziali che non cancellano il mercato – cioè la contrattazione delle condizioni dello scambio – ma non lo sottomettono a quella competizione senza limiti che, attraverso i diversi livelli di subordinazione tra le imprese, finisce sempre per scaricarsi sulle condizioni di chi lavora e/o ne subisce l’impatto economico, sociale e ambientale.

Per questo il “socialismo scientifico” ha ritenuto che lo sviluppo delle forze produttive generasse, all’interno stesso del “modo di produzione” capitalistico, non solo le condizioni, ma anche le forme di una società diversa, come la farfalla è già presente nella larva che si sviluppa all’interno del bozzolo dentro cui dovrà aprirsi la strada per uscire all’aria aperta: un presupposto indimostrato ma diffuso, come evidenzia l’uso corrente di espressioni come “la fuoriuscita dal capitalismo”. In tempi più recenti, una concezione delle forme di condivisione prodotte dall’evoluzione della cooperazione sociale (il cosiddetto “comune”) che si sviluppano, anche in forme non programmate all’interno dei rapporti di produzione dominati dal capitale sembra riproporre, in una forma più aggiornata, una concezione analoga. L’ecologia ritiene invece che ogni nuovo rapporto sociale vada costruito secondo progetti messi a punto in modo consapevole e sottoposti continuamente alla prova dei fatti, misurandone ogni volta l’efficacia.

Il socialismo e il comunismo "realizzato" vedevano nella proprietà pubblica intestata allo Stato e ai suoi organi la condizione di una estensione universale dei diritti sociali e l'alternativa al dominio del capitale fondato sulla proprietà privata. Il nuovo secolo ha ormai verificato che la proprietà pubblica non costituisce di per sé una reale alternativa a quello sfruttamento del lavoro e della socialità intrinseco alla proprietà privata dei mezzi di produzione. Entrambe, proprietà pubblica e proprietà privata sono forme di appropriazione di ciò che può e deve essere condiviso, e le cui condizioni di condivisione possono risiedere solo in un continuo rafforzamento, in forme conflittuali, dei processi di partecipazione alla sua gestione da parte delle comunità interessate: la sostanza stesa di ciò che si intende per "beni comuni".

Infine, socialismo, comunismo, socialismo “scientifico” e marxismo, nelle loro evoluzioni teoriche e nelle loro diverse applicazioni pratiche, si sono sviluppati all’interno di un orizzonte ancora dominato dalla cultura patriarcale. Le numerose e straordinarie figure femminili di militanti che hanno preso parte in varie forme a queste evoluzioni hanno sì contribuito ad aprire delle importanti brecce in quella cultura, ma le condizioni storiche del loro operare non le hanno messe in grado di cogliere fino in fondo la continuità storica, e i meccanismi di reciproca inclusione, tra patriarcato e sfruttamento. Soltanto la cultura della differenza di genere, sviluppatasi nell’ambito e a partire dai movimenti femministi degli anni ’60 e ’70, ha consentito di individuare nei nessi tra patriarcato e capitalismo le radici del loro reciproco rafforzamento. Oggi non c’è ancora un pensiero femminista condiviso a cui fare sicuro riferimento, come non c’è, e forse non ci sarà mai, una “dottrina” ecologica in cui si possano riconoscere tutti coloro che si considerano impegnati sullo stesso fronte e dalla stessa parte. Ma sicuramente il femminismo, come l’ecologia ha ormai imposto all’elaborazione politica una apertura verso la continua rimessa in discussione delle proprie premesse e del proprio agire che nemmeno le versioni meno dommatiche del socialismo e del comunismo avevano mai raggiunto in passato.


Riconquistare la sovranità monetaria

Un articolo di Guido Viale

12 giugno 2016

Non viviamo più da tempo in un’economia di sussistenza, dove ogni comunità si sostenta con beni prodotti al proprio interno. Oggi cibo, energia, casa e altri fattori essenziali alla vita civile come salute, istruzione, assistenza, mobilità si comprano; oppure possono essere forniti dallo Stato, che a sua volta li paga con il ricavato delle nostre imposte. Senza denaro anche la cosiddetta “nuda vita” si ferma. 

Quando il denaro era costituito esclusivamente da monete metalliche, le emetteva lo Stato, che poteva anche truccarle (e lo faceva) alterandone il contenuto. Ma nessuno se non chi le possedeva poteva poi controllare come, quante e quando spenderle. Ma oggi monete e carta moneta non sono più del tre-quattro per cento della circolazione monetaria. Tutte le altre transazioni avvengono tramite banca. Bloccare le banche vuol dire bloccare tutta la vita economica.

Poi, finché è rimasta in vigore la separazione tra banche commerciali e di investimento introdotta dal New Deal, l’attività delle prime, cioè la circolazione monetaria, era sì regolata dallo Stato o dalla Banca centrale attraverso il tasso di sconto e l’obbligo della riserva, ma bloccarla era molto difficile. Infine, finché l’attività della Banca centrale è stata regolata dallo Stato e ne era di fatto una branca – prima, cioè, del “divorzio” tra Governo e Banca centrale, poi esteso anche alla BCE - lo Stato che spendeva in deficit più di quanto incassava con le imposte si indebitava di fatto con se stesso; o solo con chi accettava di prestargli del denaro alle condizioni decise dal Governo. Non era facile speculare sulle emissioni di Stato: era il Governo, e non la finanza, a fissarne il rendimento. Un deficit eccessivo poteva sì provocare inflazione: è la motivazione con cui quel “divorzio” è stato imposto. Ma allora controllarne gli effetti era più facile che non ora, con i deficit in mano a una finanza extraterritoriale. 

Oggi tutti i livelli della circolazione monetaria – spese quotidiane delle famiglie; depositi e risparmi; bonifici, fidi e anticipi di cassa delle imprese; spesa pubblica e relativi deficit; investimenti, sia speculativi che non – sono pezzi di un’unica piramide in mano all’alta finanza: una entità anonima, anche se governata da persone in carne e ossa, con nome, cognome e patrimonio personale di ampia entità. E’ la privatizzazione totale, nelle mani di un numero sempre più ristretto di “operatori” e beneficiari, di tutto ciò che facciamo, che abbiamo, che siamo: i nostri redditi; i servizi forniti da Governo, Regioni e Comuni; le attività delle aziende, sottoposte ad alti e bassi del credito che rispondono più agli andamenti dei mercati finanziari che ai risultati delle imprese produttive; ma anche le attività di ogni comune cittadino o cittadina che, indipendentemente dai suoi guadagni e dal suo indebitamento personale (mutui, acquisti a rate, prestiti d’onore, cessione del quinto, scoperti bancari) è comunque titolare di una quota di debito pubblico che impone prelievi annuali per pagare interessi che si accumulano con la legge dell'interesse composto. Il gigantesco debito pubblico italiano è minore degli interessi pagati su di esso dall’anno del divorzio tra Governo e Banca centrale. Ma non è all’impossibile restituzione di quel debito che si punta, bensì a usarlo per imporre la vendita – per ridurre, si dice, quel debito - di tutto ciò che di pubblico o di comune presenta un interesse economico. E questo, anche se in Italia la vendita di tutte le imprese pubbliche non basterebbe a pagare ai detentori del suo debito gli interessi di un anno. L’anno successivo però quegli interessi vanno pagati di nuovo, ma quelle imprese e i loro proventi non ci sarebbero più. 

Come uscire da questo circolo vizioso? Per gli economisti mainstream non c’è altra strada che riportare il debito a un livello sostenibile rimborsandolo un po’ per volta, nonostante che quasi mai nella storia i debiti degli Stati siano stati saldati: il loro peso sul PIL veniva riassorbito in tutto o in gran parte dalla crescita o dall’inflazione; oppure venivano condonati; o azzerati con un default: evento molto frequente nella storia, anche se più difficile da sostenere oggi in un’economia globalizzata; perché oggi i creditori degli Stati non stanno in nessun luogo particolare, ma possono palesarsi ovunque e le ritorsioni, anche preventive, che possono attivare sono ubique. Così, nel luglio del 2015, Draghi e la BCE avevano dimostrato alla Grecia che chiudendo i rubinetti del credito si può paralizzare la vita di un intero paese.

Così, se entrare nell’euro può essere stato un errore, l’idea di uscirne unilateralmente, pensando di riconquistare competitività internazionale e sovranità monetaria, non fa i conti con le sanzioni e i costi che ciò comporterebbe; né con le difficoltà tecniche di un’operazione che lascerebbe per mesi, se non anni, mani libere alla speculazione; né, soprattutto, con il mutato contesto internazionale, dove contano sempre di più i meri rapporti di forza. Tutto ciò la rende non solo una strada impraticabile, ma denota anche la sua permanenza all’interno di un orizzonte “liberista”, dove la competitività è una panacea e il governo centralistico della moneta non fa problema.

Per questo, invece di demonizzare le scelte con cui il governo Tsipras ha cercato di far fronte a quel ricatto, in attesa che una parte almeno dell’Europa lo affiancasse nell’opposizione alle politiche della Trojka, sarebbe opportuno ripercorrere a ritroso il filo delle sue scelte, a partire anche da quelle precedenti all’avvento di Syriza al governo. Con il senno di poi, questa rivisitazione non può che confrontarsi con la necessità di costruire, dentro il contesto sociale esistente, circuiti di autonomia monetaria e finanziaria per restituire al denaro, o a una parte di esso, la sua natura di "bene comune" o, per dirla con Karl Polanyi, di "merce fittizia": un bene che, come il lavoro e la terra (oggi diremmo l’ambiente), non si può comprare e vendere come qualsiasi altra merce, pena la dissoluzione dei legami che tengono insieme convivenza e società.

Si tratta allora, mentre lo si combatte anche in altri modi, di erodere a tutti i livelli praticabili il potere della finanza sulle nostre vite, moltiplicando circuiti monetari il più possibile autonomi e autogestiti: sul territorio, con monete locali oggi largamente sperimentate in diversi contesti e diversi continenti e,come già negli anni ’30 del ‘900, con maggior successo dove hanno il sostegno delle amministrazioni locali (ma oggi, in più, con il vantaggio di poter essere gestite con internet). A livello interaziendale, con una moneta studiata per aver corso solo nell’interscambio tra imprese, ovviamente, anche qui con una garanzia pubblica; è il sistema con cui Hitler aveva risollevato l'economia tedesca stremata dalla Grande depressione. Ma è anche l’ambito in cui si è sviluppato il Sardex: una delle versioni odierne di autonomia monetaria di maggior successo, che si sta espandendo in diverse regioni italiane, viene studiato in tutto il mondo e sta gradualmente conquistando anche i circuiti del commercio al minuto. Per quanto riguarda la spesa pubblica, infine, integrandola con soluzioni come i certificati fiscali proposti da Luciano Gallino ed Enrico Grazzini, che consentirebbero il trasferimento di un potere di acquisto aggiuntivo alle piccole imprese e alle fasce più deboli anche senza violare le regole europee. Certo, fino alla sua possibile dissoluzione, di giorno in giorno più probabile, l’euro rimarrebbe il mezzo di pagamento principale (ed esclusivo nelle transazioni internazionali). Ma intanto, in vista di successive trasformazioni, una buona dose di autonomia monetaria sarebbe conquistata.

E’ questo il risvolto monetario di un programma per favorire e promuovere l’unica alternativa praticabile alla globalizzazione attuale, fondata sulla corsa al ribasso di salari, servizi pubblici, tutele ambientali e solidarietà: l’alternativa della riterritorializzazione o rilocalizzazione di una quota crescente di processi produttivi, di relazioni di mercato, di rapporti di lavoro. Una componente essenziale della conversione ecologica che va affrontata proprio a partire dalla dimensione locale. 


L'unione prigioniera dei suoi mali

Un articolo di Guido Viale

27 giugno 2016


Una svolta politica finchè si è in tempo

di Guido Viale

26 aprile 2016

La prevedibile avanzata della destra nelle elezioni presidenziali austriache, in gran parte ascrivibile a una diffusa e fomentata fobia per i profughi, dovrebbe indurci a sottoporre questo problema a una riflessione, i cui punti centrali potrebbero essere questi: primo –ci ritorno in seguito -il loro arrivo è inarrestabile e destinato a crescere per decenni. Secondo, spaccala società tra chi vuole respingerli e chi accoglierli lungo una faglia profonda che non coincide con i confini tra partiti, culture politiche e classi sociali, ma le attraversa. Terzo, mette in conflitto tra loro gli Stati membri dell'Unione europea trascinandola verso la dissoluzione: ogni Stato cerca di scaricare sul vicino l'onere di un'accoglienza che considera insostenibile. Quarto, taglia la regione che gravita intorno all'Europa tra chi rivendica il più elementare dei diritti umani, quello alla vita, che il paese da cui proviene non garantisce più, e chi glielo sta negando.

Di fronte a questi fatti occorrerebbe però farsi due ordini di domande che l'establishment che governa l'Unione europea non sembra porsi. Innanzitutto, chi sono quei profughi, che cosa cercano, da dove vengono, che cosa li ha fatti fuggire dalle loro terre? E poi, che cosa succederà se continuiamo a cercare di respingerli? E che cosa si deve fare se invece vogliamo accoglierli? L'establishment cerca di nascondere l’incapacità di confrontarsi con queste domande dietro alla distinzione tra profughi di guerra (da accogliere, perché così prescrivono le convenzioni internazionali) e migranti economici (da respingere, perché emigrerebbero solo per migliorare la loro condizione e nessuna convenzione garantisce protezione a questa loro aspirazione), contando di potersi sbarazzare della maggior parte di loro. Una “selezione” (di cupa memoria)effettuata distinguendo i rispettivi paesi di origine tra Stati insicuri, perché in guerra, e Stati sicuri, da cui non avrebbero il diritto di fuggire. Ma nessuno degli Stati da cui proviene la maggior parte di quei profughi è “sicuro”: sono tutti attraversati da conflitti armati più o meno estesi o preda di feroci dittature. Ma i territori da cui fuggono sono diventati invivibili anche per le devastazioni prodotte dalla guerra, o dallo sfruttamento inconsulto delle risorse, o da un disastro ambientale, o dai cambiamenti climatici che in Africa e Medio oriente fanno sentire i loro effetti molto più che da noi. Guerre, conflitti armati, dittature e crisi ambientali si intrecciano; sono il deterioramento o il saccheggio delle risorse locali, in larga parte riconducibili all'operato di imprese occidentali o delle economie emergenti, ad aver scatenato quei conflitti,tenuto in piedi quelle dittature,provocato quella fuga. Per questo, in realtà, sono tutti profughi ambientali: una categoria destinata a dominare il panorama geopolitico dei prossimi decenni anche se che le convenzioni internazionali non la contemplano. Ma quei "flussi" non possono venir fermati, o invertiti in pochi anni. Per questo impongono una radicale svolta politica non solo verso i profughi, ma in tutti i campi.

E’ciò di cui non tengono conto i fautori del respingimento, oggi in grande avanzata in tutta Europa, anche perché le forze di governo dell'Unione ne fanno proprie le pretese per cercare di trattenere i loro elettori: l'indecente accordo con la Turchia ne è un esempio; la barriera al Brennero un altro. Dimostrando di non sapere che cosa fare per governare il problema non fanno che alimentare la paura tra gli elettori; il che li spinge ad accrescere le misure liberticide in una spirale senza fine. Ma in che condizione precipiterà l'Europa se continuerà a cercare di respingere verso i paesi di origine o di transito, cioè verso guerre, fame e feroci dittature, chi cerca di varcare i suoi confini? Si renderà responsabile di uno sterminio - in mare, nei deserti o nelle prigioni di quei dittatori - di centinaia di migliaia e - chissà? - milioni di esseri umani. Nessuno potrà più dire "io non sapevo", come al tempo dei nazisti: quelle cose la televisione ce le porta in casa tutti i giorni, anche se non nella dimensione e con la crudeltà con cui vengono perpetrate.I paesi che circondano l'Europa si trasformeranno così in teatri permanenti di guerra in cui per noi europei, in pace o in armi, sarà sempre più difficile andare. Altro che turismo, sviluppo economico,cooperazione internazionale e“aiutiamoli a casa loro"! L'Europa sarà sempre di più una fortezza protetta dal filo spinato, dove si finirà per sparare per difendere i confini: non solo quelli "esterni", ma anche quelli tra Stato e Stato, perché le "infiltrazioni" avverranno comunque; e in massa. Ma per gestire un regime di guerra continua, non contro un esercito, ma contro un popolo di disperati che cerca solo di salvarsi, i governi europei diventeranno sempre più autoritari e antidemocratici, impediranno con forza ogni contestazione e si metteranno in guerra anche con quella parte della propria popolazione - gli immigrati di prima, seconda e terza generazione - tra le cui fila crescerà il rancore di cui si alimenta il terrorismo. Con una popolazione destinata a invecchiare senza ricambio e senza incontri e scambi fecondi con altre culture, l'Europa si condanna così al declino politico, culturale ed economico: negando a figli e nipoti quel magro“benessere” che oggi pensa di difendere.

 

Certo,anche accogliere non è facile. Non basta la dedizione di decine di migliaia di volontari che si adoperano per alleviare le sofferenze di chi è stato respinto a metà del suo viaggio, o per offrire un ricovero a chi è già arrivato, cercando di contrastare il feroce sfruttamento dei migranti da parte delle tante organizzazioni criminali a cui il governo italiano ha consegnato la loro gestione. Quei volontari sono l'avanguardia senza voce, perché coperta da quella cinica e roboante dei fautori dei respingimenti, di uno schieramento sociale alternativo che può contar già oggi su diversi milioni di sostenitori e migliaia di intellettuali, artisti e operatori cui non è stata ancora offerta la possibilità di tradurre il loro sentire in proposte politiche di ampio respiro. Ma quelle proposte ci sono ed emergono sempre più in documenti che circolano da tempo in Europa:sono il rigetto delle politiche mortifere di austerity, la rivendicazione di un taglio agli artigli della finanza, il progetto di una svolta radicale verso la sostenibilità ambientale: energia, agricoltura, gestione delle risorse, edilizia, mobilità, istruzione. Sono i campi di una  conversione ecologica in grado di creare lavoro vero, le cui finalità possano essere condivise liberamente e il cui carico venga ridistribuito tra tutti coloro, sia disoccupati e occupati europei che profughi in arrivo, che vogliono contribuire a rendere l'Europa più accogliente e vivibile. E’ una svolta che richiede di impegnarsi fin d’ora non solo nella sua progettazione, ma anche nella sua articolazione in mille iniziative locali, cominciando a verificarne la fattibilità, mobilitando le risorse offerte sia dal conflitto che dalla partecipazione, e coinvolgendo, possibilmente, i poteri locali. Ed è anche l’unica politica praticabile per promuovere la pacificazione nei paesi di provenienza dei profughi e una loro libera circolazione per renderli protagonisti una vera cooperazione internazionale dal basso.Contro chi fa del respingimento la sua bandiera occorre portare l’accoglienza al centro di uno schieramento sociale e politico alternativo che faccia appello sia alla ragione che al cuore. Non è un problema tra gli altri; è il centro dello scontro in atto.


Abbattere la cortina di ferro

Riflessioni sull'accoglienza degli immigrati in Europa e i rapporti con la Turchia

12 marzo 2016

Un articolo di Guido Viale

Per anni l’Eurobarometro ha indicato negli italiani uno dei popoli più “europeisti” e favorevoli all’ulteriore integrazione dell’Unione. Ma diverse indagini mostravano anche che gli italiani sono tra i meno informati sulle istituzioni e le politiche dell'UE. E’ una caratteristica della vita politica italiana: meno se ne sa e più ci si appassiona. Questo fenomeno ha toccato il grottesco nelle risposte date a una recente indagine pubblicata dal quotidiano Repubblica sull’atteggiamento verso il trattato di Schengen in quattro paesi europei. Ora, con una completa inversione di marcia, i più favorevoli al ritorno ai confini nazionali (e i più contrari all’UE) risulterebbero di gran lunga gli italiani. Un risultato in parte dovuto al modo bislacco in cui sono state poste le domande: nessuno ha spiegato agli intervistati che l’abolizione di Schengen avrebbe effetti tra loro molto diversi: per gli altri paesi europei sarebbe la soluzione “ideale” per tenere i profughi lontani dai loro territori; per noi significherebbe farsi carico di tutti gli arrivi, senza la possibilità di condividerne l’onere con il resto dell’Europa. Ma tant’è: una diffusa avversione per i profughi si mescola ormai in modo inestricabile con l’avversione per l’Europa, chiamata in causa dai nostri governanti, a volte anche a sproposito, per giustificare tutte le sofferenze e le malversazioni inflitte ai propri concittadini. Schengen è un’istituzione europea; quindi al diavolo anche lei… E’ una ventata di feroce stupidità che non si ferma ai valichi del Brennero e Ventimiglia. Investe ormai in forme altrettanto irrazionali tutta l’Europa, dove nessuno di coloro che vogliono respingere i profughi costi quel che costi ha la minima idea di che cosa ciò comporti. Eppure è chiaro che il filo spinato e l’esercito messo lì a presidiarlo (la nuova “cortina di ferro”) sono una soluzione di poco respiro, che rischia di provocare una strage di proporzioni mai viste, di respingere tra le braccia dei loro macellai i profughi che cercavano di sfuggirgli, di trasformare il controllo dei confini in una guerra vera e propria contro gli abitanti più infelici del nostro pianeta e di rendere impraticabile per anni, per tutti i cittadini europei, i paesi di cui oggi non vogliamo accogliere i fuggiaschi. Ma anche di suscitare delle reazioni incontenibili tra gli immigrati di prima, seconda e terza generazione, loro connazionali, già presenti in Europa e in larga parte già cittadini europei. In un campo sotto assedio come questo, in cui ogni Stato va per conto, suo cercando di scaricare sui vicini gli oneri che non vuole accollarsi, pensare che si possa continuare a fare la stessa vita che si è fatta finora, e forse anche a migliorarla, è pura follia. Forse i politici che spingono in questa direzione lo sanno (non è detto), ma contano di ricavarne dei vantaggi per loro. Ma il popolo che li segue, e che ne pagherà le conseguenze, non lo immagina di certo.

Alle forze anti-profughi e anti-Europa, in grande avanzata in tutti i paesi membri dell’Unione, e già vincenti in diversi di essi, si è da tempo accodato di fatto l’establishment che oggi governa l’Europa e la maggior parte dei suoi Stati, in una stupida gara a chi propone le misure più feroci e impraticabili. Così, dopo la favola della lotta agli scafisti, che si tradurrebbe in una vera e propria guerra ai profughi, e che per questo non è stata ancora intrapresa, e dopo l’illusione di poter distinguere tra profughi e migranti, per far credere di potersi liberare di almeno la metà dei nuovi arrivati rimandandoli nessuno sa dove né come, l’ultima misura senza senso è stata promossa da Angela Merkel. E’ il tentativo di “esternalizzare” nella Turchia di Erdogan la gestione di quei flussi che l’Europa non sa e non vuole accogliere, sperando così di tener insieme la sopravvivenza dell’Unione europea e la politica di austerity che ne ha innescato la crisi; e che è anche la causa del fatto che l’Europa non ha una politica in grado di trasformare i nuovi arrivati da problema in opportunità. Si vorrebbe remunerare non solo con un pacco di miliardi ceduti senza alcun controllo, ma soprattutto con l’avallo alla soppressione di ogni istanza di libertà, di pacificazione e di vita democratica, una Turchia sempre più fascistizzata e impegnata direttamente nella guerra ai Kurdi e in Siria e nel sostegno alle forze dell’integralismo islamista. Ma è un espediente senza futuro anche questo, che infatti stenta a concretizzarsi sia per il continuo “rilancio” da parte di Erdogan, sia, soprattutto, perché finirebbe per mettergli in mano le chiavi delle politiche dell’Unione; il che è come dissolverla. Per questo la rincorsa delle destre razziste e nazionaliste da parte della governance europea non fermerà né la loro avanzata, che anzi non fa che rafforzare, né l’acutizzarsi delle guerre e della pressione dei profughi ai confini diretti o indiretti dell’Unione. Per quanto apprezzabili possano essere i tentativi di Frau Merkel di salvaguardare un principio di umanità nell’accoglienza dei profughi, la soluzione escogitata assume l’aspetto di un assalto frontale ai caposaldi della democrazia.

 

Ora, nonostante che la storia stia imboccando una svolta così pericolosa, occorre più che mai definire e farsi carico di un’alternativa globale che abbia la sua chiave di volta in un diverso atteggiamento verso i profughi; perché è intorno a questo nodo che si avviluppano tutti gli altri problemi con cui l’Europa e i suoi popoli devono confrontarsi: innanzitutto quello della lotta al razzismo, all’autoritarismo, per la democrazia: una democrazia sostanziale e partecipata e non solo formale. Poi quello delle guerre in cui l’Europa si lascia trascinare passo dopo passo in forme sempre più inestricabili, moltiplicando la spesa a scopo distruttivo, la devastazione di interi paesi e la pressione di nuovi profughi ai suoi confini. Poi le politiche di austerity che, nonostante che Draghi continui a inondare le banche di quei miliardi che sta negando al welfare e all’occupazione, hanno ormai dimostrato quanti danni stiano infliggendo a tutta la popolazione europea, compresa quella degli Stati che contavano di poterne beneficiare. Poi quella delle politiche ambientali e, in particolare della lotta ai mutamenti climatici: soltanto un grande piano di conversione ecologica dell’apparato produttivo, a partire da energia, mobilità, agricoltura e alimentazione, edilizia e riassetto dei territori, può garantire sia la difesa degli equilibri ambientali del pianeta che la restituzione di ruolo, lavoro, reddito e dignità ai tanti profughi alla ricerca di un futuro per sé e per il loro paese di origine (molti dei nuovi arrivati vi faranno ritorno se, e non appena se ne presenterà la possibilità), ma anche ai tanti cittadini europei, soprattutto giovani, oggi privati del loro futuro. Non ultimo, il riequilibrio demografico e culturale di un’Europa che ha assoluto bisogno dell’apporto di forze fresche: non solo per compensare il progressivo invecchiamento e la drastica riduzione della sua popolazione, ma anche per risollevarsi, attraverso un incontro autentico con culture e persone diverse, dalla sclerosi in cui l’ha sospinta la dittatura del pensiero unico, che non contempla alternative all’attuale miseria materiale e spirituale. L’arrivo di tanti profughi (meno, comunque, finora, di quelli che fino a pochi anni fa arrivavano in Europa come “migranti economici” e vi trovavano lavoro), viene presentato dalle forze razziste, a cui quelle dell’establishment al governo dell’Unione si sono accodate, come un’invasione. E verrà percepita sempre come tale se tutti gli sforzi saranno concentrati nel respingerli, o nell’isolarli, o nel tenerli inoperosi trattandoli come parassiti. Ma accolti con generosità, aiutati a trovare un ruolo e a difendere la propria dignità, ascoltati con attenzione, con la disponibilità a imparare dalla loro vicenda e dalla loro miseria almeno tanto quanto possiamo essere capaci di insegnare noi a loro, lo “tsunami” dei profughi può rivelarsi invece una corrente favorevole, in grado di trasportare l’Europa verso una nuova solidarietà tra i suoi membri e con i suoi vicini.

Commenti: 1
  • #1

    WALTER (domenica, 13 marzo 2016 15:01)

    i migranti accoglierli o non accoglierli ?
    La risposta della classe dominante è accogliere quelli integrabili, ovvero quelli sfruttabili, ma ovviamente un po di più per accrescere la massa con fame di lavoro, insomma i migranti servono, i migranti sono programmati, infatti in Siria hanno usato più bombe per demolite che per combattere, le battaglie si combattono in campo aperto non nelle città se si vuol preservare la vivibilità,
    come farebbe la Germania in deficit cronico demografico senza migranti, da quando Hitler con la sua politica ha eliminato 6 milioni di tedeschi, ma anche l'Italia che ha sfruttato negli anni del boom la migrazione interna, da zone ridotte alla fame, da tempo sfrutta i migranti esterni, da parecchio la politica italiana ha programmato il deficit demografico, inoltre le politiche sul lavoro spingono i giovani ad emigrare sostituiti da stranieri, occorre leggere le cose come stanno per fare scelte corrette, pur vero che la controinformazione è molto limitata.


 Schengen i profughi e il family day

10 gennaio 2016

 

“L’apostasia delle proprie radici giudaico-cristiane è la causa di tanti mali della società di oggi”: queste parole di Massimo Gandolfini, leader defamily day, rivelano la vera ratio di quell’adunata: riproporrla famiglia come fonte e supporto del potere patriarcale di tutti gli autoritarismi della nostra società con una chiamata alle armi in difesa della perduta purezza dell’Occidente. Il cattolicesimo degli organizzatori, tornato in piazza con il preciso intento di offuscare i contenuti dell’enciclica Laudato sì di papa Francesco, è quello stesso cristianesimo oggi brandito come una clava contro i migranti musulmani dai governi ungherese, polacco e ceco, dagli hooligans svedesi che danno la caccia ai ragazzini di colore e dai tanti partiti nazionalisti e razzisti che stanno prendendo il sopravvento in tutti i paesi d’Europa.

Quel sopravvento si alimenta dun cedimento dei governi dei principali paesi europei alle loro pressioni; un cedimento che ormai mette in forse la sopravvivenza stessa dell’Unione. Solo qualcuno, e solo ora, comincia a prenderne atto. Gli altri no:Ecco come salvare le banche, titolano i giornali; ma di come salvare i profughi che annegano o muoiono di fame, di sete e di freddo non parla nessuno: nemmeno quelli che pure raccontanole atroci condizioni a cui l’Europa sta condannando milioni di vittime di guerre, rapine e devastazioni ambientali prodotte in gran parte dalle sue politiche o dalla sua indifferenza. Eppure bisogna cominciare a chiedersi come far fronte a questa offensiva, perché le linee di resistenza sono ormai in rotta.

Una cosa deve essere chiara: per quanto dure possano farsi le politiche di riduzione delle libertà costituzionali e dei diritti sociali adottate dai governi europei, nessuno di loro risolverà ilproblema dei profughi, perché la politica dei respingimenti èsenza futuroImpraticabile è l’idea di accogliere solo i profughi di guerra (che sono comunque moltissimi) perché tutti gli altri (i cosiddetti migranti economici) sono nelle loro stesse condizioni:altrimenti non affronterebbero un viaggio dove rischiano non solo la morte propria e delle loro famiglie, ma anche la prospettiva, di cui sono perfettamente al corrente, di venir imbottigliati lungo il percorso o rispediti in uno dei paesi che hanno attraversato; ma anche perché i paesi da cui fuggono sono sempre di più in balia di nuove guerre che le politiche di respingimento non fanno che attizzare. 

Lpurezza” etnica dell’Europa sembra ormai messa in mano alla Turchia: una dittatura feroce - in guerra con una parte cospicua del suo popolo e dei suoi vicini, che non ha esitato e non esiterà a sostenere la ferocia dell’Isis o di altri suoi emuli - a cui l’Europa assegna il compito di trattenere in veri e propri Lager i disperati che non vuole accogliere sul proprio suolo e quelli, immeritevoli di accoglienza, che vuole cacciareNon ci si rende conto di mettere così in mano a quel paese, insieme ai profughi, un’arma di ricatto e di controllo su tutte le politiche europee del futuro. Ma quei profughi sono già troppi anche per la Turchia, come lo sono per Libano e Giordania; e, anche se un ministro belga si è già spinto a chiedere al Governo Greco di fare affogare i profughi che cercano di raggiungere le sue isole, non c’è morte nel deserto o naufragio in mare in grado di “smaltire i flussi di coloro che continueranno a cercare di sfondare le mura della fortezza Europa. Vero è che la dissoluzione di Schengen lascia ormai intravvedere che a tener lontani i profughi dal cuore dell’Europa saranno tra poco chiamati i paesi di arrivo: Grecia, Italia e, forse, Spagna. Sempre al Governo Greco è stata, tra l’altro, prospettata la costruzione di un campo di concentramento per 400mila profughi (il ministro competente ha risposto che questo lo facevano i nazisti). Coloro che invocano l’uscita dell’Italia dall’Unione Europea non mettono mai in conto questa prospettiva.

C’è un’alternativa a tutto ciò (e al molto altro che ne consegue)? E’ una domanda di buon senso a cui non risponde certo la finta prospettiva di accogliere i profughi (ma come? e quanti?) e respingere i migranti; senza naturalmente spiegare come fare lselezione” né tantomeno dove metterli e a chi “restituirli”: quasi fossero “pezzi” (Stuecke) e non esseri umani come noi, eassai più infelici di noi. No. A breve tempo non c’è alternativa né una forza sociale o politica in grado di prospettarla. Meglio quindi adottare fin d’ora in una posizione di resistenza, cercando di ricostruire quell’alternativa attraverso depassaggi legati tra loro:

Innanzitutto non stancarsi di indignarsi e di manifestare la nostra indignazione per il cinismo con cui il problema viene affrontato:è un modo per arginare il razzismo. Dall’indignazione è iniziato in altri paesi il cammino della riscossa. Cripetiamo che bisogna unire le forze, collegare i movimenti, unificare gli obiettivi; ma labase dell’unità è un sentire comune e pubblico.

Poi bisogna fare attenzione alle parole. Poco per volta ci abituiamo a parlare della vita e della morte di milioni di persone, di uomini, donne, bambinitrattandoli come un problema, un ingombro, un “fattore di squilibrio”, una sciagura. Ed è per queste vie che si insinua il razzismo.

Poi vengono le buone pratiche. migliaia e migliaia di persone si adoperano ogni giorno e in ogni modo per rendere meno atroce la vita di chi arriva nei nostri paesiE’ la base, che si può ancora allargare, indispensabile per rovesciare la situazione.

Poi ci sono le mobilitazioni per i diritti: lavoro, sanità, scuola, territorio, costituzione, contro la guerra. Sono momenti importanti di unità, ma senza un collegamento con la difesa dei profughi rischiano di lasciar campo libero all’avversario.

La ragione è dalla nostra parte: senza un massiccio apporto di profughi e migranti l’Europa perde abitanti e forze di lavoro, invecchia, imbocca la strada di una stagnazione (che non è certo la decrescita felice)Ce ne vorrebbero almeno tre milioni all’anno solo per mantenere la popolazione europea in equilibrio. L’incapacità di accoglierli è una conseguenza delle politiche di austerity: le stesse che hanno creato milioni di disoccupati tra i cittadini europei. La lotta contro la disoccupazione e quella per l’accoglienza non si contraddicono (non sono gli uni che portano via “il posto” agli altri).

Dare un futuro a milioni di profughi e restituire lavoro reddito e dignità a milioni di europei disoccupati non è compito da affidareal mercato o solo un grande piano statale. Richiede migliaia di progetti diffusi sul territorio, con un obiettivo comune che non può che essere la conversione ecologica, per riportare il pianeta, l’Europa e ogni singola comunità entro i limiti della sostenibilità.Progetti articolati attraverso milioni di piani personalizzati di inserimento sociale: una cosa che può essere affrontata solo daquelle organizzazioni del terzo settore (non tutte) che si riconoscono in quel comune sentire che è la solidarietàQuesto tema è stato posto nel Forum dell’economia sociale e solidale promosso dal GUE-NGL (e di fatto, da Podemos), riunito per la prima volta a Bruxelles il 28 gennaio. Adesso si tratta di andare avanti.


L'AMBIENTE INQUINATO DEGLI STATI D'EUROPA

Cambiamento possibile. L’immigrazione e il cambiamento climatico saranno i temi centrali del confronto politico per i prossimi decenni. Le prospettive puramente nazionali o istituzionali sono del tutto insufficienti ad intaccare questi problemi

 Due temi oggi centrali, apparentemente distinti, andrebbero invece connessi in modo diretto.

Primo, la COP 21 di Parigi, forse ultima occasione per un’inversione di rotta sul riscaldamento globale che rischia di rendere irreversibili i cambiamenti climatici già in corso.  A questa minaccia abbiamo da tempo contrapposto il programma di una conversione ecologica, sulle tracce di Alex Langer e, ora, anche dell’enciclica Laudato sì e del libro Una rivoluzione ci salverà dove Naomi Klein spiega che abbandonare i combustibili fossili richiede un sovvertimento radicale degli assetti produttivi e sociali; per questo le destre conservatrici, e non solo loro, sono ferocemente negazioniste. L’aggressione alle risorse della terra si lega alla povertà e alle diseguaglianze del pianeta: sia nei rapporti tra Global North e Global South, sia all’interno di ogni singolo paese: ciò che unisce in un unico obiettivo giustizia sociale e giustizia ambientale.

 

Secondo, i profughi. La distinzione tra profughi di guerra e migranti economici, su cui i governi dell’Unione europea stanno costruendo le loro politiche di difesa da questa presunta invasione di nuovi “barbari”, non ha alcun fondamento: entrambi sono in realtà “profughi ambientali”, perché all’origine delle condizioni che li hanno costretti a fuggire dai loro paesi, cosa che nessuno fa mai volentieri, c’è una insostenibilità provocata dai cambiamenti climatici, dal saccheggio delle risorse locali, dalla penuria di acqua, dall’inquinamento dei suoli, tutti fenomeni in larga parte prodotti dall’economia del Global North. Il problema occuperà, con un ruolo centrale, tutto lo spazio del discorso politico e del conflitto nei prossimi anni. E, nel tentativo di scaricarsene a vicenda l’onere, sta dividendo tra loro i governi dell’Unione europea che avevano invece trovato l’unanimità nel far pagare alla Grecia lo scotto della sua ribellione contro l’austerità. L’UE, non come istituzione, e neanche nei suoi confini, bensì come ambito di un processo sociale, culturale e politico che abbraccia insieme all’Europa tutto lo spazio geografico e politico coinvolto da questi flussi, deve restare un punto di riferimento irrinunciabile per una prospettiva politica che, rinchiusa a livello nazionale, non ha alcuna possibilità di affermarsi. Coloro che si sono riuniti per affermare un loro posizionamento riassunto nelle formule No all’euro, No all’UE, No alla Nato (declinate in termini di sovranità nazionale, anche con lo slogan “Fuori l’Italia dalla Nato”, che lascia da parte l’Europa) si sono dimenticati dei profughi. Nella loro prospettiva a fronteggiare i flussi presenti e futuri, sia con i respingimenti che con l’ accoglienza, resterebbero solo gli unici due punti di approdo di questo esodo: Italia e Grecia. Ma mentre l’Europa nel suo complesso avrebbe le risorse per farvi fronte, l’Italia, con una recuperata sovranità – posto che la cosa abbia senso e sia realizzabile – ne rimarrebbe schiacciata: il che forse rientra tra le opzioni della governance europea, non  tra le nostre.

Quei flussi migratori stanno però creando una frattura sociale, culturale e politica anche all’interno di ogni paese: tra una componente maggioritaria, ma non ancora vincente, di razzisti, che vorrebbero sbarazzarsi del problema con le spicce, e una componente solidale, oggi minoritaria, ma tutt’altro che insignificante (come lo è invece la maggior parte della sinistra europea). Tra loro i governi dell’Europa si barcamenano: dopo aver aizzato il loro elettorato, per fidelizzarlo, contro i popoli fannulloni e parassiti che sarebbero all’origine della crisi economica, si rendono ora conto che quel tema gli sta sfuggendo di mano e viene ripreso, in funzione anti-migranti, da forze ben più capaci di loro di metterlo a frutto. Se per fermare quei flussi bastasse adottare misure molto dure, come barriere, respingimenti, esternalizzazione dei campi, esclusione sociale e carcerazione, probabilmente avrebbero già vinto i nostri antagonisti. Ma le cose non stanno così:

Innanzitutto quei profughi e migranti sono già, per molti versi, cittadini europei, perché si sentono tali: vedono nell’Europa la zona forte di un’area molto più vasta, quella dove si manifestano gli effetti dei processi – guerre, dittature, devastazioni, cambiamenti climatici – che li hanno costretti a fuggire. Pensano all’Europa come a un loro diritto: un sentire che li pone in aperto conflitto con i governi dell’Unione, che di quel diritto non ne vogliono sapere. Per questo sono una componente fondamentale del proletariato europeo che esige  un cambiamento di rotta fuori e dentro i confini dell’Unione. Poi, sigillare la “fortezza Europa” non è semplice: significa addossarsi la responsabilità di una strage continua e crescente che sconfina con una politica di sterminio pianificata e organizzata: un processo già in corso da tempo e taciuto nel suo svolgimento quotidiano, perché la cronaca si limita a registrarne le evenienze più difficili da nascondere. Ma quanti sanno che i morti nei deserti, durante la traversata verso i porti di imbarco, sono più numerosi degli annegati nel Mediterraneo?

 

Terzo: la chiusura delle frontiere non può che tradursi in un feroce irrigidimento degli assetti politici interni: repressione, autoritarismo, disciplinamento e limitazione delle libertà; a complemento delle politiche di austerità. Infine, in una prospettiva di militarizzazione sociale non c’è spazio per la conversione ecologica e la lotta contro i cambiamenti climatici. Ma il deterioramento di clima e ambiente procederà comunque, trovando la fortezza Europa sempre più impreparata sia in termini di mitigazione che di adattamento.

Per questo accoglienza, inclusione e inserimento sociale e lavorativo dei profughi si innestano sui programmi di conversione ecologica: attraverso diversi passaggi:

1. occorre prendere atto che i confini dell’Europa non coincidono né con quelli dell’euro, né con quelli dell’Unione o della Nato, ma abbracciano tutti i paesi da cui provengono i flussi maggiori di migranti: Medio Oriente, Maghreb, Africa subsahariana.

2. occorre saper vedere nei profughi che raggiungono l’Europa, o che sono già insediati in essa, ma anche in quelli malamente accampati ai suoi confini, i referenti – grazie anche ai rapporti che continuano a intrattenere con le loro comunità di origine – di un’alternativa sociale alle forze oggi impegnate nelle guerre, nel sostegno alle dittature e nelle devastazioni dei territori che li hanno costretti a fuggire. Non c’è partigiano della pace migliore di chi fugge dalla guerra; né sostenitore della rinascita del proprio paese più convinto di chi ha subito le conseguenze del suo degrado.

3. Dobbiamo vedere nell’inserimento lavorativo dei profughi una componente irrinunciabile della loro inclusione sociale e politica. Per questo occorrono milioni di nuovi posti di lavoro, un’abitazione decente e un’assistenza adeguata sia per loro che per i cittadini europei che ne sono privi. Non bisogna alimentare l’idea che ai profughi siano destinate più risorse di quelle dedicate ai cittadini europei in difficoltà.

La conversione ecologica e, ovviamente, la fine delle politiche di austerità possono rendere effettivo questo obiettivo. I settori in cui è essenziale intervenire sono noti: fonti rinnovabili, efficienza energetica, agricoltura e industria di piccola taglia, ecologiche e di prossimità, gestione dei rifiuti, mobilità sostenibile, edilizia e salvaguardia del territorio. Oltre agli ambiti trasversali: cultura, istruzione, salute, ricerca.

L’establishment europeo non ha né la cultura, né l’esperienza, né gli strumenti per affrontare un compito del genere; ha anzi dimostrato di non volere accogliere né includere neanche milioni di cittadini europei a cui continua a sottrarre lavoro, reddito, casa, istruzione, assistenza sanitaria, pensioni.

Meno che mai si può affidare quel compito alle forze “spontanee” del mercato. Solo il terzo settore, l’economia sociale e solidale, nonostante tutte le aberrazioni di cui ha dato prova in tempi recenti -soprattutto in Italia, e soprattutto nei confronti dei migranti - ha maturato un’esperienza pratica, una cultura e un bagaglio di progetti in questo campo.

Per questo è della massima importanza impegnarsi nella promozione di questi obiettivi, anche utilizzando la scadenza del Forum europeo dell’Economia sociale e solidale che si terrà a Bruxelles il prossimo 28 gennaio.

il manifesto, 30/10/15

 


VERTICE DI PARIGI SUL CLIMA COP 21

Il mondo arriva decisamente impreparato al prossimo vertice di Parigi. Se i ripetuti allarmi di tanti scienziati, e non solo di quelli IPCC,

ha fatto breccia sulla parte più avvertita, ma non certo sulla maggioranza, dell’opinione pubblica, inconsapevolezza e

irresponsabilità dominano a livello planetario l’establishment politico. Il quale è stato sì edotto del problema e non può più far finta di

ignorarlo (anche se al suo interno le lobby negazioniste continuano a esercitare una massiccia influenza); ma continua per lo più a

trattare i cambiamenti climatici, che sono già in corso, come tutti possono constatare, e non riguardano solo un remoto futuro, come

una “grana” di cui ci si deve occupare quando viene messo all’ordine del giorno, e che richiede tutt’al più qualche misura e qualche

investimento ad hoc; non un cambiamento radicale, e in tempi brevi, di tutto l’assetto non solo economico produttivo ma anche

sociale. E’ quello che evidenzia Naomi Klein nel suo ultimo libro Una rivoluzione ci salverà, quando scrive che “ha ragione la destra”

. La quale, soprattutto negli USA, dove è strettamente legata al mondo del petrolio, ha capito che liberarsi dei combustibili

fossili non significa solo sostituire una tecnologia con un’altra, petrolio, metano e carbone con fonti rinnovabili; ma che per farlo

occorre ridisegnare “dal basso”, e in modo democratico, cioè partecipato, tutta l’organizzazione sociale: una cosa che la destra

non è assolutamente disposta ad accettare, costringendola ad allinearsi ad oltranza con le posizioni negazioniste. Ma altrove, cioè al

centro, tra coloro che tengono le redini dei governi (la sinistra è quasi ovunque scomparsa dalla faccia della Terra), ci si continua a

comportare come se il problema non fosse questo: a parlare di crescita e di sviluppo come se, chiuso il dossier cambiamenti climatici,

il problema centrale fosse quello di rimettere in moto, costi quel che costi, il PIL. Tipica di questo atteggiamento, è la strategia

energetica nazionale (SEN) dell’Italia varata dal Governo Monti, confermata da Letta e peggiorata da Renzi, dove i capitoli

sulle fonti rinnovabili e sull’efficienza energetica convivono col programma di estendere le trivellazioni su tutto il territorio nazionale e

di trasformare il paese in un hub per distribuire metano a tutto il resto d’Europa. In termini di inconsapevolezza e di irresponsabilità

la grande stampa di informazione e i media non sono da meno: tutti hanno le loro pagine e i loro servizi sui cambiamenti climatici

(anche se il Corriere della Sera continua a riproporre in sempre nuove versioni tesi negazioniste), ma, voltata pagina, si torna

regolarmente a parlare di crescita e sviluppo in termini di un ritorno alla “normalità”: a stili di vita e modelli di consumo si sempre.

La conseguenza di tutto ciò è che il pubblico non è stato messo in grado, nemmeno dalle trasmissioni e dagli articoli più seri e

informati, di rendersi conto che “niente tornerà più come prima”. E questo, sia che le Terra continui imperterrita la sua marcia verso

la catastrofe climatica, sia che finalmente si imponga un cambio di rotta come quello che molti si aspettano dal vertice di Parigi. E’

un po’, ma in una scala enormemente maggiore, lo stesso atteggiamento che si è andato consolidando di fronte alla crisi del 2008,

che per molte economie del mondo si è andata trascinando fino ad oggi. Pochi sono stati aiutati a capire – e quelli che lo hanno

capito lo hanno fatto a proprie spese – che niente può tornare come prima: che l’epoca degli alti salari, della piena occupazione,

dei consumi di massa, del lavoro sicuro e del welfare garantito dallo Stato  (istruzione, sanità, pensione e indennità di disoccupazione)

è finita per sempre; e che le condizioni che rendono possibile un lavoro e una vita dignitosa per tutti impongono un cambiamento

radicale degli assetti economici e sociali. I due problemi, peraltro, quello dei cambiamenti climatici e quello della crisi economica

permanente, sono tra loro strettamente legati, perché la via di uscita è la stessa: un insieme di tecnologie decentrate e

distribuite, una organizzazione sociale partecipata, una condivisione generalizzata delle responsabilità sia in campo produttivo che

nelle scelte economiche e politiche, un diverso modello di consumo.

Se andiamo a vedere quali sono gli ambiti, le filiere, i settori che oggi dipendono maggiormente dai combustibili fossili – e che

quindi richiedono con maggiore urgenza una rapida e radicale riconversione – non è difficile individuarne quattro; oltre,

ovviamente, la generazione elettrica.

Innanzitutto la mobilità: il modello fondato sulla motorizzazione individuale non è sostenibile e l’alimentazione elettrica dei veicoli

non ne cambierebbe sostanzialmente l’impatto. Una vettura ogni due abitanti (la media dei paesi sviluppati; l’Italia ha un tasso di

motorizzazione ancora più elevato) in un pianeta che tra trent’anni ospiterà dieci miliardi di esseri umani (per poi, finalmente

fermarsi), oltre a consumi insostenibili, che metterebbero a dura prova la possibilità di garantirli con fonti rinnovabili, non troverebbero

suolo sufficiente per muoversi né per parcheggiare. La soluzione è a portata di mano ed è la condivisione del veicolo resa

possibile dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ITC): car-sharing, car-pooling e trasporto a domanda (taxi

collettivo), distribuzione condivisa delle merci (city logistic) sono ormai presenti in varie versioni, rudimentali o sofisticate, in tutto

il mondo e si stanno diffondendo a ritmo serrato. Naturalmente hanno bisogno di un’integrazione intermodale con il trasporto di

massa lungo le linee di forza della mobilità: la promozione dell’intermodalità è un’attività complessa, che richiede una cura particolare

. Ma ben poco è stato fatto finora per aiutare la popolazione a concepire la propria vita, e a riorganizzarla, senza contare su

una propria automobile personale. Meno ancora per garantire che sevizi adeguati di mobilità flessibile vengano messi a disposizione

di tutti. Eppure, in nessun settore come in quello della mobilità si dimostra che è l’offerta a creare la relativa domanda: nessuno

aveva, né avrebbe potuto, creare una domanda di car-sharing fino a che un servizio del genere non fosse stato attivato. Ma mobilità

sostenibile significa anche riduzione degli spostamenti: un problema che tocca direttamente i rapporti con la pubblica amministrazione

(e-government) e il telelavoro, nei confronti dei quali non si intravvedono misure di promozione adeguate, e soprattutto il contenimento

dello sprawl urbano e del conseguente consumo di suolo, dove si mettono in gioco interessi immobiliari quasi altrettanto potenti

e “intoccabili” di quelli dell’industria petrolifera.

In secondo luogo i consumi del settore civile: edilizia residenziale e di servizio, soprattutto per quanto riguarda riscaldamento e

climatizzazione: anche in questo campo le tecnologie per ridurre drasticamente i consumi, e per convertirli alle fonti rinnovabili o

a un uso diffuso della cogenerazione sono ampiamente testate, sia sulle nuove costruzioni che sugli edifici esistenti, di qualsiasi

epoca. Ma diffonderle su tutto il patrimonio esistente è un’impresa titanica: non solo per l’entità dell’investimento, che

richiederebbe comunque una complessa articolazione per ripartire la spesa tra intervento pubblico, incentivazione dell’investimento

privato e soluzioni finanziarie ad hoc. Ma l’articolazione riguarda soprattutto il mix di fonti rinnovabili, di interventi impiantistici, di

ristrutturazioni edilizie, di soluzioni finanziarie e soprattutto di strumenti di comunicazione e di divulgazione che richiedono un approccio

specifico, non solo edificio per edificio e territorio per territorio, ma anche interlocutore per interlocutore: diverso è ovviamente

l’approccio

a una proprietà individuale, a un condominio, a una piccola o media impresa, all’unità locale di un grande gruppo. Oggi gli interventi

vengono per lo più promossi e proposti in ordine sparso, mentre attrezzare squadre pluridisciplinari di tecnici in grado di fare un

check-up integrato e una progettazione di massima degli interventi possibili in ogni edificio è la premessa perché ciascuno

- proprietari, inquilini, amministratori, imprenditori, manager e dipendenti – si confronti con la responsabilità di rendere sostenibile l

a porzione di territorio in cui vive e lavora. E’ poi più che ovvio che dal punto di vista occupazionale un intervento a tappeto di questo

genere è la premessa per un grande piano pluriennale in grado di creare milioni di posti di lavoro e di compensare qualsiasi

perdita occupazionale derivasse dal ridimensionamento dei settori più direttamente legati all’uso dei combustibili fossili.

In terzo luogo - ma forse al primo – occorrerà rivoluzionare le nostre abitudini alimentari. Oggi, in media, per ogni caloria di cibo che

arriva sulla tavola di un consumatore occidentale (o dalle abitudini alimentari occidentalizzate), ne vengono consumate

nove-dieci di origine fossile: concimi, pesticidi, motorizzazione, trasporto (anche intercontinentale), stoccaggio, manipolazione,

confezione, imballaggio e pubblicità rendono il sistema agroalimentare insostenibile. La filiera agroalimentare dovrà cambiare

radicalmente: l’agricoltura dovrà essere ecologica (usando fertilizzanti naturali e privilegiando la protezione biologica delle colture),

multicolturale, per salvaguardare la fertilità dei suolo, multifunzionale, per garantire ai produttori fonti di reddito diversificate, di

prossimità per evitare costi di trasporto e stoccaggio eccessivi. In gran parte questa trasformazione dipenderà dalle scelte dei

consumatori, che dovranno associarsi per garantirsi attraverso un rapporto il più diretto con i produttori, un’alimentazione di

qualità, a basso impatto ambientale, prodotta il più possibile da aziende agricole e di trasformazione di prossimità: il che potrebbe

cambiare radicalmente l’aspetto del territorio periurbano delle città grandi e piccole, a partire dalla grande diffusione che stanno

avendo gli orti urbani, che impegnano spesso in modo condiviso gli stessi consumatori finali in forme che segnano un cambiamento

radicale di filosofia e stile di vita. Ma un cambiamento del genere dovrebbe anche segnare il progressivo ridimensionamento

del ruolo di quei templi moderni del consumo che sono il super e l’ipermercato, o il centro commerciale, intorno a cui il capitalismo

degli ultimi decenni ha riorganizzato non solo la geografia dei centri urbani (con la desertificazione commerciale di interi quartieri e la

scomparsa dei negozi di vicinato) e con essa la quotidianità del cittadino-consumatore costretta a gravitare intorno a questi poli di

attrazione, ma anche la struttura planetaria della produzione. Oggi la grande catena di distribuzione, che serve milioni di consumatori,

che si approvvigiona in tutto il mondo da decine di migliaia di fornitori che può coinvolgere e abbandonare in qualsiasi momento, che

incassa cash e paga a due o tre mesi, sviluppando un’enorme potenza finanziaria, rappresenta le caratteristiche peculiari di

un’economia globalizzata assai più dell’industria automobilistica che aveva fornito il modello di organizzazione del lavoro durante

tutto il “secolo breve” del fordismo.

Infine viene la gestione dei rifiuti, che sono le miniere del futuro, mano a mano che le vene di minerali che oggi alimentano

l’industria si assottigliano, rendendo sempre più ardua e costosa l’estrazione, e che le risorse rinnovabili utilizzate per sostituirle

entrano  in competizione con la produzione di cibo. Oggi è facile sottovalutare o addirittura irridere alla raccolta differenziata dei

rifiuti urbani, anche da parte di quegli amministratori che ne hanno la responsabilità diretta. Perché non si coglie, e non viene spiegato,

che dietro ogni chilo di rifiuti urbani ce ne sono quattro o cinque di rifiuti della produzione, che vanno anch’essi raccolti e trattati

allo stesso modo (cosa peraltro assai più facile, perché vengono generati sempre in grandi lotti relativamente omogenei); che il

modo migliore di trattarli non è quello di mandarli a smaltimento, ma di incanalarli direttamente verso quegli impianti che li possono

rigenerare o riciclare; ma soprattutto che è solo dall’analisi del perché e come un bene si trasforma in un rifiuto che possono venire

gli input di una radicale rivoluzione industriale: di una produzione che invece di promuovere l’obsolescenza  dei suoi prodotto,

trasformandoli in rifiuti per poterne vendere continuamente di nuovi, torni a progettarli per farli durare, per cambiarne solo le componenti

logore o obsolete, o per facilitare comunque il riciclo di tutti i materiali di cui è composto il bene prodotto. In nessun campo come in

questo la responsabilità di un cambiamento radicale del sistema è condivisa tra cittadini consumatori, amministratori locali, legislatore,

sistema produttivo, cioè imprese, e progettisti, cioè designer. L’ecodesign oggi è un campo di azione ai margini di una cultura produttiva

fondata e orientata allo spreco delle risorse. Deve diventare il nocciolo di ogni progetto di riconversione

produttiva. 


Rifondare l'Europa insieme a profughi e migranti.

Un articolo di Guido Viale

Pubblicato il 14 settembre 2015

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L’EUROPA DEI PROFUGHI 

Di Guido Viale

10 Agosto 2015

 

Immaginate di essere uno dei profughi accatastati a Calais, all’ingresso dell’Eurotunnel, e che ogni notte cercate di attraversarlo infilandovi sotto il rimorchio di un camion, per venirne ogni volta respinti. Oppure un migrante imboscato ai confini di Melilla in attesa di trovare il modo di scavalcare la rete che vi impedisce di entrare in Spagna. O un profugo siriano o afghano in marcia attraverso le strade secondarie della Serbia con quel che resta della sua famiglia che non sa ancora che ai confini con l’Ungheria troverà una rete a impedirgli di varcare il confine. O un eritreo imbarcato a forza, dopo mesi di attesa e violenze, nella stiva di una carretta del mare, che sa già che forse affonderà con quella, ma non ha altra scelta. O una donna aggrappata con i suoi figli agli scogli di Ventimiglia. E’ un esercizio dell’immaginazione difficile e i risultati sono comunque parziali. Ma bisogna cercare lo stesso di farlo, perché “mettersi nei panni degli altri” serve sia a dare basi concrete a solidarietà e convivenza,  sia a capire un po’ meglio dove va il mondo. Per lo stesso motivo è utile provare a immaginare che cosa passa nella testa (vuota) di uno come Dijsselbloem o in quella (troppo piena) di uno come Schaeuble per cercare di “comprendere” meglio dove va l’Europa. Non che, in entrambi i casi, questo esercizio sia di per sé sufficiente; ma è anche vero che nelle cose di cui parliamo o scriviamo è troppo spesso assente questo risvolto, questo lavorìo dell’immaginazione.

La prima cosa che sapreste, mettendovi nei panni di quei profughi o di quei migranti (una differenza che da tempo esiste solo nella mente e nei discorsi abietti di uno come Salvini), è che nessuno vi vuole: non il paese da cui siete stati cacciati da guerre e miseria; non quello in cui vorreste arrivare, che vi respinge con  crescente furore; non quello in cui siete temporaneamente in transito, che cerca solo di sbarazzarsi di voi. Per tutti loro, semplicemente, non dovreste esistere. E’ una condizione che ormai riguarda, in Europa, decine di migliaia di persone, escluse dalla condizione di esseri umani. Qualcosa di più dell’apartheid. Sono sottouomini; persone per cui “non c’è posto” nel mondo; da eliminare. Il “come” non si è ancora deciso; o non si ha ancora il “coraggio” di deciderlo (quelli come Dijsselbloem o Schaeuble per ora fingono, o forse sono convinti, di occuparsi d’altro). Ma nel Mediterraneo lo si lascia fare ai naufragi (la missione Triton, “sorvegliare le coste”, è stata concepita per questo): se ne lasciano affondare un po’ nella speranza (vana) che gli altri desistano: per doverne “salvare” di meno.

Ma non è una soluzione, come non lo è bombardare i barconi, portare la guerra in Libia o costruire altri muri e reticolati. Perché nessuno di loro può tornare – per ora; e per molti anni – da dove è scappato. Perché ai confini dell’Europa premono ormai almeno sei milioni di profughi (e domani saranno dieci e più: un intero popolo). Sono il  prodotto di guerre, occupazioni, devastazioni e contese per accaparrarsi risorse che l’Europa in parte ha promosso; in parte ha tollerato; e in parte se ne è resa complice, accodandosi a guerre volute o attizzate dagli Stati Uniti. Senza rendersi conto, però, che ormai la guerra, o uno stato di belligeranza continua prodotta dalla disgregazione di Stati che si voleva continuare a dominare, la circonda ormai da tutte le parti: a Est come lungo i confini del Mediterraneo. Se la Comunità, poi Unione, Europea era nata per porre fine alle guerre al proprio interno, le politiche adottate, insieme o separatamente, dai singoli Stati membri hanno ormai portato la guerra – o uno situazione che da un momento all’altro può sfociare o risfociare in guerra – ai suoi confini. Una situazione così non può durare a lungo senza esplodere e l’ondata dei profughi, che non è destinata a finire, e che non si riesce a fermare, non ne è che la prima pesante avvisaglia. Anche se quelli come Dijsselbloem e Schaeuble pensano che il futuro dell’Europa si decide solo saldando debiti che loro hanno creato.

Ma l’Europa non è solo quello di cui si occupano i suoi governanti; la lotta per scaricarsi a vicenda il “peso” di poche (finora) decine di migliaia di profughi divide tra loro gli Stati membri ben più della paura di subire domani il castigo inflitto oggi alla Grecia: che invece, finora, ha solo compattato i rispettivi Governi. Certo, il modo in cui la Grecia viene “aiutata” dall’Europa toglie non pocoappeal a quel “aiutiamoli a casa loro” con cui, da Salvini alla Merkel, si crede, o si fa credere, di potersi sbarazzare del problema dei profughi.

Invece, mai come ora la situazione dell’Europa mette all’ordine del giorno il problema della pace. L’Europa sopravviverà, cambiando pelle anche sulle questioni di ordine interno, se saprà impegnarsi a cercare una soluzione a tutte quelle guerre; o ad aiutare gli interessati a trovarla. Ma chi sono gli “interessati”? Prendiamo il caso della Siria: tutto è cominciato con una guerra di bande per impadronirsi di una rivolta popolare contro il regime dispotico di Assad: l’ultima delle “primavere arabe”. Ne è nato l’Isis, a lungo alimentato da quelli che ora sostengono di combatterlo, o fingono di farlo. E ha ridisegnato tutto il quadro del Medio Oriente, dalla Turchia alla Libia, passando, per ora, per Iraq e Yemen, fino a coinvolgere la Nigeria e altri paesi subsahariani. Ma si potrà mai arrivare a una pace in Siria affidandola alle potenze che oggi se ne disputano il destino? Non c’è un’entità diversa dalle organizzazioni fantoccio come il Consiglio nazionale siriano o la Coalizione nazionale siriana - completamente controllati dai Governi che li hanno creati e li finanziano - a cui possano fare riferimento tutti coloro che, dentro e fuori il paese, vorrebbero la fine del massacro a cui sono esposti? Quell’entità in realtà c’è; o, meglio, potrebbe esserci: sono i profughi siriani che hanno raggiunto l’Europa, o che cercheranno di raggiungerla domani, se solo nei loro confronti venisse adottata una politica di vera accoglienza; se gli si offrisse, in tutti i paesi dell’Europa,  un posto e una condizione che ne legittimasse la presenza; che permettesse loro di organizzarsi e di far sentire la loro voce; di valorizzare i legami che mantengono o possono riallacciare con le famiglie e le comunità dei luoghi da cui sono fuggiti; di darsi una rappresentanza e sedere al tavolo delle trattative. E così per tutti quei contingenti in fuga da paesi in condizioni analoghe: Kurdistan, Iraq, Eritrea, Somalia, Sudan, Afghanistan, Nigeria e chissà quanti altri. Certo, nell’immediato, non sarebbe una mossa risolutiva. Ma, “mettendosi nei loro panni”, sarebbe sicuramente una base per ricostruire una prospettiva di pace e un programma di rinascita delle loro comunità nazionali e delle loro terre, per restituire a tutti i loro connazionali l’idea di un’alternativa allo stato di cose presente. Una prospettiva che uscirebbe rafforzata garantendo dignità e diritti alle centinaia di migliaia di loro connazionali sfruttati come schiavi nei paesi europei.

L’Europa di domani, se ancora ci sarà come attore sullo scacchiere geopolitico globale, è questa: una comunità che abbraccia, idealmente e concretamente, tutti coloro che hanno cercato, che cercano e che cercheranno ancora nell’approdo alle sue coste o ai suoi confini una alternativa allo stato di caos dei paesi da cui sono fuggiti. Nessuno è “più Europa” di loro, che l’hanno cercata e inseguita con tanto impegno, mettendo a rischio la propria vita, la propria integrità fisica, il proprio futuro. Nessuno è più portatore di pace di coloro che fuggono le guerre anche a costo della propria vita. Nessuno minaccia l’integralismo su cui è stata costruita l’identità dello Stato islamico e dei suoi emuli, quanto le donne di questo popolo di fuggiaschi, se messe in condizioni di liberarsi dal gioco patriarcale sotto il quale le risospingono le discriminazioni a cui sono sottoposte nei nostri paesi. E’ questa l’alternativa senza la quale l’intero edificio del pax europea, premessa e promessa dell’Europa disegnata a Ventotene, rischia di essere travolto. Ed è anche l’unica vera alternativa alla imminente frantumazione dell’Unione Europea perseguita dai Dijsselbloem e Schaeuble.


Un piano del lavoro per noi e per loro

Un articolo di Guido Viale

27/7/2015

È in corso in Europa una convergenza tra tre tendenze micidiali: una spinta nazionalistica e identitaria alimentata dalla crisi dell'euro e dal rigetto della burocrazia delle sue strutturelinsofferenza per l'arrivo di profughi, per lo più in fuga dalla guerrama sempre più difficili da distinguere dai profughi ambientali o dai cosiddetti “migranti economici”; il cinismo con cui Governi e autorità dell’Unione hanno fatto quadrato – per non perdere la faccia di fronte ai loro elettori - contro il tentativo del Governo greco di cambiare le regole dell'austerity, equiparandone l’operato a una colpa o a manifesta inferiorità.

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Imparare dalla Grecia, un articolo di

Guido Viale

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