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2016



30 giugno 1960 - 30 giugno 2016 ricordiamo la vittoria del fronte antifascista promuovendo la difesa della Costituzione

Piazza De Ferrari a Genova


IL COORDINAMENTO DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE di GENOVA 
promuove

Venerdì 10 giugno, dalle ore 10 fino alle 17 in Piazza Matteotti a Genova

Memorial Giacomo Matteotti
Un garofano rosso per il primo antifascista contro la legge elettorale truffa Acerbo

Manifestazione in piazza Matteotti per ricordare l’assassinio di Giacomo Matteotti per mano dei fascisti.
Il rapimento e l’assassinio all’indomani delle elezioni del 1924 effettuate con la legge elettorale antidemocratica passata alla storia come Legge truffa Acerbo.

Per onorarne la memoria si invitano alla manifestazione i cittadini a partecipare con un garofano rosso.
Ribadiamo l’appello a votare NO, al referendum della controriforma Renzi-Boschi del prossimo ottobre, e a firmare il referendum contro legge elettorale 
italicumRenzi-Boschi ancora peggiore della legge fascista del 1924.

La data del 10 giugno ci ricorda anche l'infausta entrata in guerra dell'Italia a fianco della Germania nazista del 1940.
La data del 10 giugno è ricordata anche per la proclamazione della Repubblica italiana in seguito al referendum del 2 giugno 1946.

 

Presiede alla manifestazione: Luigi Fasce, Presidente Ass. L'Altra Liguria.
Partecipa Giordano Bruschi

Primi firmatari: Fernanda Contri, Giordano Bruschi, Luca Borzani, Elena Fiorini, Ivano Bosco, Giancarlo Russo, Giunio Luzzatto, Bruno Morchio, Paoletti Sandro, Pino Petruzzelli, Capello e Federica Terminiello, Guido Rodriguez, Adriana Antolini, Norma Bertullacelli, Giorgio Boratto, Mauro Barberis, Andrea Agostini, Danilo Zannoni, Agostino Gianellli, Mario Calbi, Luigi Fasce, Simonetta Astigiano,

 

Per l'ufficio stampa Altra Liguria - 8 giugno 2016






Assemblea di Prima le Persone Bologna 9-10 gennaio 2016

I VIDEO DEGLI INTERVENTI DEL 9 GENNAIO

I TAVOLI DEL 10 GENNAIO



L'INTERVENTO DI GIOVANNI COCCHI SULLA SCUOLA - BOLOGNA 9 GENNAIO 2015

Vorrei iniziare con una considerazione che a  me pare ovvia: la scuola è lo specchio della società, dalla Cina alla Finlandia. La scuola è tanto più o meno democratica  quanto la società è tanto più o meno democratica. In Italia, durante il Fascismo c’era una scuola  autoritaria, a pensiero unico, destinata alla formazione elitaria di pochi. Era una scuola dittatoriale, dove il Preside chiamava direttamente gli insegnanti, per primi quelli che si erano distinti in guerra, quelli abituati ad obbedir tacendo, una scuola che cacciava i prof che non giuravano fedeltà al pensiero unico fascista. 

La Resistenza e la nascita repubblicana delinearono il paradigma e l’orizzonte di una scuola veramente pubblica, “organo vivente”  e costituzionale di una società democratica: una scuola di tutti e per tutti, palestra del confronto tramite la  libertà d’insegnamento. 

La nostra carta costituzionale, forse la più bella del mondo, dedica alla scuola articoli meravigliosi. Stabilisce che ci devono essere scuole statali e gratuite per tutti perchè tutti devono poter studiare e che tutti i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno il diritto di raggiungere i più alti gradi degli studi. E proprio per questo la Repubblica ha il  compito di rimuovere tutti gli ostacoli che  limitano la libertà e l'eguaglianza ed impediscono il pieno sviluppo della persona umana. E perché non si ripetessero mai più arbitri e pensiero unico, fu scritto che ogni assunzione deve essere “trasparente” ed imparziale” e che l'insegnamento deve essere libero, non come privilegio dell’insegnante, ma a garanzia dello studente, perché solo nel confronto delle libere opinioni c’è la possibilità di un apprendimento consapevole e non di un indottrinamento.

Dunque, per la nuova “Repubblica”, una scuola pubblica, inclusiva, gratuita,laica, pluralista, imparziale e trasparente; e adeguatamente ed equanimemente  sostenuta, con l’obiettivo di assicurare ad ogni giovane cittadino, da Sondrio a Mazzara del Vallo, le medesime opportunità per la propria formazione. 

Dunque un progetto meraviglioso ed ambizioso che voleva chiudere per sempre con un passato terribile ed ignobile e disegnare un orizzonte pieno di diritti, eguaglianza e libertà.

Prima la scuola non era così e neanche dopo, per molti anni, fu ancora così. Quando ho iniziato ad andare a scuola io, molti miei compagni venivano subito bocciati e dispersi, il figlio del dottore avrebbe fatto il dottore e quello dell’operaio l’ operaio.  La mia maestra, quando facevamo gli asini, minacciava di cacciarci nell’ultima aula in fondo a destra,  terribile e misteriosa e con la porta sempre chiusa: l’aula dei “mongoloidi”, la chiamava. 

Per fortuna, mentre stavo crescendo, diventavano sempre più quelli che si mobilitavano perché quella scuola cattiva e classista cambiasse e si avvicinasse al dettato costituzionale.

Così fui poi tra i primi, per fortuna, a frequentare la scuola media unica obbligatoria che superava la distinzione istituita dal Fascismo tra la scuola media d'élite e scuola di avviamento professionale, destinata a coloro che non dovevano proseguire negli studi. E nel 1968 la scuola materna statale riconosceva finalmente alle mamme la possibilità di lavorare lasciando i piccoli in una scuola vera, pubblica, laica e non identitaria. E nel 1971 la scuola elementare a tempo pieno, con le compresenze, per lavorare in gruppo ed aiutare chi rimaneva indietro. 

Nel 1974 un altro tassello fondamentale: a seguito di uno sciopero generale – non della scuola, ma di tutta la società  a dimostrazione di quanto la scuola fosse considerata, diremmo oggi “un bene comune” - vengono istituiti gli “organi collegiali”: la società, i genitori eleggono i loro rappresentanti nei Consigli d’Istituto, il governo della scuola diventa democratico e partecipato. 

E nel 1977 finisce finalmente la “segregazione” dei ragazzi disabili: non più separati, concentrati e nascosti come “una vergogna” in classi differenziali, ma fonte di ricchezza e crescita per i compagni. E una valutazione formativa si sostituisce ai giudizi numerici e “incatenatori” nei confronti degli alunni più piccoli. 

Io ho avuto la fortuna di cominciare ad insegnare in quegli anni, in quel clima, in quella scuola, che ha poi saputo raggiungere nella sua punta più avanzata, le elementari, i primi posti nel mondo; in quella scuola in cui - dati OCSE - ancora oggi, ma probabilmente non ancora per molto, il fattore socio economico incide molto meno che in paesi come la Francia, il Belgio e la Germania, avvicinandosi invece a Paesi virtuosi come la Finlandia e la Svezia.  Ci sono stati dunque tre decenni in cui la scuola faticosamente, ma progressivamente, stava avvicinandosi a quella disegnata dai padri costituenti. 

Ma a partire dalla fine degli anni Novanta è cominciata un’inversione di tendenza sempre più accentuata.

Nel 2000, le“Norme per la parità scolastica”, paradossalmente col primo governo di “sinistra”, aggirano il dettato costituzionale del “senza oneri per lo stato”. Al Ministero dell’Istruzione viene tolta la parola “pubblica”, primo forte segnale simbolico di tutto ciò che seguirà, e  la politica scolastica passa nelle mani del Ministro delle Finanze: comincia la spoliazione l’immiserimento. Dapprima coperti con fantasiose costruzioni “d’antan” - il grembiulino,  la maestra unica - cui seguono tagli micidiali da 10 miliardi e 150.000 tra insegnanti e bidelli, che hanno portato a classi sovraffollate ed insicure, integrazione e alfabetizzazione impoverite e a tantissime ore di insegnamento in meno; sommandole tutte, pari a due anni in meno di istruzione.

E’ di nuovo tempo tempo di grandi mobilitazioni.  Chi lavora nella scuola e chi manda i figli a scuola - ancora INSIEME, ancora una volta in nome del “bene comune” scuola - non ci stanno. Un frutto straordinario di quelle reazioni è stata proprio la Lip, la Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica,  che voleva portare ad un ulteriore evoluzione quei tre decenni innovativi: possibilità del tempo pieno per tutti,  valutazione formativa, nuovi programmi, una più lunga scolarizzazione (dai 6 ai 18 anni), l’abbassamento a 22 del numero degli alunni per classe, vera accoglienza e integrazione degli immigrati, dei disabili, di chi è in difficoltà,  risorse certe e adeguate (6% del Pil), estensione della partecipazione democratica … solo per richiamare alcuni dei punti  qualificanti di quella proposta di legge, che è stata la nostra bandiera alternativa alla pessima  scuola di Renzi e che è comunque nostra ferma intenzione ripresentare.

Ma nonostante le proteste l’attacco alla scuola pubblica non si ferma ed anzi si fa più raffinato: non avviene più solo dentro ma anche fuori dalla scuola, perchè l’esperienza ha insegnato che occorre separare la scuola dalla società, se no non si riesce a procedere. Così parte una poderosa campagna di delegittimazione degli insegnanti agli occhi della società: chi mai arriverà poi in soccorso di insegnanti dipinti come privilegiati, fannulloni, incapaci, che addirittura si fanno umiliare dai loro studenti su youtube? 

In aggiunta, perdita dopo perdita, taglio dopo taglio, i genitori che sono entrati a scuola negli ultimi anni non sanno cosa hanno perduto; per loro la scuola è quella che c’è adesso: Invalsi,“oggettività”, e la foglia di fico dell’informatica.

Una scuola via via più impoverita che Renzi - nascondendone le vere cause e attribuendone invece la colpa agli insegnanti - ha gioco facile a definire “non funzionante” e dunque da rinnovare completamente. Ed ecco allora la “Buona scuola”, che sotto lo slogan/panacea dei: “ Tre  miliardi, il più grande investimento sulla scuola e 100.000 nuovi insegnanti” nasconde il ricatto delle assunzioni se e solo “in cambio” della fine del nostro ruolo di promozione sociale, della nostra libertà, della nostra autonomia, della “sovranità” nostra e dei genitori.

Per smontare quello spot basterebbe un dato per tutti, scritto nero su bianco senza alcuna vergogna nel Def: questo governo che urla “Riprendiamo ad investire sulla scuola!” è lo stesso che abbasserà in 5 anni  la spesa per l’ istruzione, portandola dal 3,7 al 3,5 del PIL spedendoci definitivamente all’ultimo posto nella classifica europea.  

E’ fondamentale capire il vero obiettivo celato sotto l’apparenza così compassionevole delle nuove risorse e delle nuove assunzioni: la residua  “distruzione”  del progetto fondativo di una scuola di tutti e per tutti. 

Con l’approvazione della 107, un’approvazione con voto di fiducia blindato e sordo addirittura alla più grande mobilitazione mai vista nel mondo della scuola, l’ancora costituzionale è stata levata e la barca comincia a veleggiare verso un orizzonte lontanissimo dal dettato costituzionale, un sistema simile a quello statunitense: scuole private a go go per chi potrà permettersele, poche scuole pubbliche d’eccellenza nei quartieri bene delle città, tante scuole senza speranza nelle periferie povere. Nelle prime - finanziate dai privati, con la selezione degli insegnanti migliori - verranno formate le classi dirigenti. Nelle seconde una forza lavoro, flessibile e disponibile, a basso costo; scuole dove non si perda più tempo a formare coscienza critica, cittadinanza, alta specialità,  ritenuti costi non più “sostenibili” né necessari. Fine delle pari opportunità per i ragazzi con la fine dell’unitarietà del sistema scolastico e della parità di trattamento delle scuole. Fine della libertà  della libertà  e della dialettica d’insegnamento, minati dalla chiamata diretta e dai premi ai più meritevoli individuati in modo insindacabile da un Dirigente insindacabile. Fine della “sovranità” democratica e del governo democratico della scuola, fino ad ieri in mano agli organi collegiali - Consiglio  d’Istituto ed al Collegio docenti - che oggi sono completamente esautorati dal potere monocratico conferito al Dirigente.  

Una scuola che non ha più al suo centro parole di pedagogia e didattica, ma solo altre attribuibili alla sfera del “mercato”: finanziamenti, privati, sponsor, competizione, organizzazione aziendale, catena di comando,  staff, selezione meritocratica e controllo del personale. 

Quella di  Renzi è una scuola che torna ad essere quella contro cui si batteva Don Milani: quella che riproduce il sociale con le sue disparità di classe e di zona, quella che rinuncia alla suo compito di ridistribuzione delle opportunità. La Buona scuola, la scuola buona è quella della Costituzione, quella così faticosamente conquistata, quella che ancora oggi prova ad esistere e resistere. Quella che vuole imporci Renzi è cattiva, cattivissima; un ulteriore passo verso l’ingiustizia.

Vorrei concludere da dove ho iniziato: dalla  considerazione della scuola come specchio della società.

La rivolta democratica del ’68 è stata la cornice che ha poi permesso quei tre decenni positivi di cui parlavo all’inizio. Senza il ’68, che presa avrebbe avuto la denuncia di Don Milani, quanto del suo messaggio sarebbe stato raccolto?

E la scuola apparecchiata oggi - con la sovranità assolta ad un uomo solo al comando, il disimpegno delle risorse pubbliche a favore dell’intervento dei privati, l’orizzonte delle charter school, l’abnorme espansione  dell’avviamento/alternanza al lavoro – non sono forse lo specchio di un Stato sempre più neoliberista e “presidenziale”?

Se la scuola è lo specchio della società, non è possibile cambiare la scuola solo agendo al suo interno. Se la scuola è lo specchio della società – prima, insieme e con ancor più determinazione - per cambiare la scuola e renderla davvero democratica  dovremmo provare a cambiare la società. La “Buona scuola”, il Jobs act, l’Italicum, la riforma costituzionale sottendono tutte un’unica ideologia autoritaria: un uomo solo al comando, un solo partito al comando . Dunque la  posta in gioco è drammatica e non riguarda solo chi nella scuola ci lavora, ma l’intero Paese e la sua tenuta democratica.  

Se è così,  la risposta alla domanda delle domande - Che fare?- è di una semplicità disarmante: unire le forze, combattere ogni settarismo, rinunciare alle nostre piccole appartenenze, costruire un unico fronte di resistenza democratica.  

Il 5 settembre, proprio da qui, da Bologna, , da un incontro nazionale della scuola cui hanno partecipato anche il Coordinamento per la democrazia costituzionale, la coalizione sociale, gli ambientalisti, è partita l’idea, l’appello, la volontà di costruire insieme  una grande tornata referendaria sociale che ridia ai cittadini la parola che è stata loro tolta.

 

Il prossimo 7 febbraio a Napoli (siete tutti invitati) decideremo insieme i quesiti ed il Comitato del referendum sulla scuola.

 

Infine un’ultima domanda, una responsabilità ancora più forte e pressante. Citando ancora una volta Don Milani: “la politica è sortirne insieme”. Insieme. Saremo all’altezza, ne saremo capaci?



2015

La democrazia al tempo della globalizzazione

Con Felice Besostri, Massimo Bisca, Dario Rossi

Per vedere IL VIDEO DELL'INCONTRO sul nostro canale you tube CLICCA QUA

Genova, 3 dicembre 2015



Quali idee per l'alternativa?    - Genova 24 ottobre 2015 - Music for Peace

I documenti dell'incontro possono essere letti e scaricati  QUA

 

 



Giovedì 2/7/2015 ore 17.30

presso

Casa dello Studente di via Asiago 2 Sala TV - Genova

Relatori:

Sergio Contu - Attac Genova % 

Simone Lombardini Comitato Municipio Centro-Est Altra Liguria 

Modera:

Walter Martino Consigliere Altra Liguria Municipio Centro-Est 

Incontro pubblico sul Trattato Transatlantico di Partenariato e Commercio TTIP, Tra Unione Europea e Stati Uniti d'America discutiamo perché è necessario fermarlo per evitare la catastrofe.