TitoloV e ambiente

di Edgardo Favaloro

In prima approssimazione parrebbe che la riforma costituzionale proposta dal Governo non coinvolga i problemi inerenti l’ambiente ed il clima ma se si approfondisce la lettura del nuovo Titolo V ed in particolare l’articolo 117 paragrafo 2 si scopre che Lo Stato ha legislazione esclusiva nelle seguenti materie: ai punti s) tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici; ambiente ed ecosistema; ordinamento sportivo; disposizioni generali e comuni sulle attività culturali e sul turismo; v) produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia; z) infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione di interesse nazionale e relative norme di sicurezza; porti e aeroporti civili, di interesse nazionale e internazionale.

Quindi in questi ambiti le Regioni non avranno alcuna potestà legislativa.

E’ lo stesso "Comitato per il sì" ad enfatizzare il fatto che, se passerà la riforma costituzionale, sarà finalmente possibile rilanciare le attività di ricerca ed estrazione di gas e petrolio nel nostro paese. Per fare questo, afferma il Comitato, occorre riportare la competenza legislativa sull'energia nelle mani dello Stato; in questo modo, si "delinea un quadro chiaro e preciso delle competenze esclusive dello Stato e delle Regioni" e si riduce, per conseguenza, anche il contenzioso davanti alla Corte costituzionale.

 

Il professor Enzo Di Salvatore, che insegna Diritto costituzionale italiano e comparato presso l'Università degli Studi di Teramo, in un suo articolo sull’Huffington Post osserva che:

1) nei mesi che hanno preceduto la celebrazione del referendum No Triv, Renzi dichiarava che nessuno volesse autorizzare nuove ricerche e nuove estrazioni, ma che fosse necessario "risparmiare energia", e cioè consentire che si continuasse solo a spremere il giacimento fino in fondo. Evidentemente ora avranno cambiato idea;

2) l'energia, collegandosi strettamente alla politica economica del nostro paese, non può essere materia di competenza legislativa concorrente Stato-Regioni. E infatti non lo è mai stato: la legge n. 239 del 2004 l'ha attribuita allo Stato, nonostante la Costituzione dicesse il contrario. E la Corte ha detto che questa attribuzione fosse legittima, a patto che lo Stato consentisse alle Regioni (e agli Enti locali) di partecipare alle decisioni da assumere. Quindi, quello che, in realtà, cambia con la riforma è questo: se passerà il sì le Regioni potranno essere sempre esautorate dal decidere con lo stato. E se passerà il sì, le modifiche accolte nella legge di stabilità - con le quali il parlamento ha stabilito che la partecipazione delle Regioni non dovesse essere solo di facciata - si andranno a far benedire;

3) la riforma non riduce il contenzioso; al contrario, lo inasprisce in quanto è fisiologico che decidendo di modificare i confini tra ciò che spetta a me e ciò che spetta a te occorrerà fare nuovamente chiarezza. E a questo ci penserà appunto la Corte costituzionale.

Si deve inoltre tener presente che per il governo sarà sufficiente dichiarare che una qualunque infrastruttura è di interesse nazionale per portarla sotto il controllo e la gestione dello stato e quindi del governo.

Sulla base di queste considerazioni come Comitato per il NO si auspica che tutte le associazioni interessate all’ambiente e di conseguenza al clima partecipino attivamente alla campagna referendaria.

 

Edgardo Favaloro

 

Riferimenti:

http://www.bastaunsi.it/riforma-titolo-v-bollette-piu-leggere/

http://www.huffingtonpost.it/enzo-di-salvatore-/riforma-costituzionale-comitato-_b_11987404.html

http://www.educambiente.tv/icatalog/9929/b-ambiente-ecologia.html

http://www.greenreport.it/news/aree-protette-e-biodiversita/la-riforma-costituzionale-ambiente-associazioni-ambientaliste/

http://www.reteambiente.it/news/23484/riforma-costituzione-avanza-riscrittura-competenz/


Tutti gli elettori sono uguali, ma alcuni elettori sono meno uguali degli altri

Tutti gli elettori sono uguali, ma alcuni elettori sono meno uguali degli altri

Ci sono molti buoni motivi per votare No al referendum costituzionale, ma gli italiani all’estero ne hanno uno in più: la tutela della propria dignità di cittadini e del principio di uguaglianza del voto.

Come sapete, se vince il Sì, nel nuovo Senato nominato dai consigli regionali non ci saranno più i senatori eletti all’estero.

Quello che forse non sapete è che, in virtù del rifiuto da parte del Governo di considerare la circoscrizione Estero come un “territorio”, che potesse così eleggere i propri rappresentanti alla pari delle Regioni italiane, solo i cittadini residenti all’estero saranno privati del diritto di rappresentanza su tutte le materie di competenza del nuovo Senato, come ad esempio le modifiche costituzionali e la legislazione europea.

L’articolo 48 della Costituzione, nella parte che nessuno fin qui ha pensato di riformare, stabilisce che il voto di tutti i cittadini, oltre che “personale”, “libero” e “segreto”, deve essere “uguale”.

Come sapete, con la nuova legge elettorale denominata “Italicum” i deputati eletti all’estero saranno 12.

Quello che forse non sapete è che il voto dei cittadini italiani residenti all’estero non sarà conteggiato ai fini del calcolo del premio di maggioranza: anche in questo caso, dunque, si configura un voto che vale meno di quello dei cittadini residenti in Italia. Inoltre, gli italiani all’estero non potranno partecipare a un eventuale ballottaggio, quindi decidere, al pari di tutti gli altri cittadini, chi governa.

Come sapete, il referendum costituzionale non ha un impatto diretto sulla legge elettorale.

Quello che forse non sapete è che, se passa il Sì, il Governo che ha imposto il voto di fiducia sull’Italicum non avrà nessun interesse a cambiare la legge elettorale, se non per rispondere ad un eventuale intervento della Corte Costituzionale. Ma qualora ciò accadesse, chi difenderà l’uguaglianza del voto degli italiani all’estero? Non certo quegli stessi deputati che hanno già approvato l’Italicum e oggi sostengono il Sì.

Se sei un’emigrata o un emigrato, se sei un italiana/o all’estero, se sei alla ricerca di lavoro all’estero, se hai intenzione di andare a lavorare all’estero, hai un motivo in più per votare NO a Referendum confermativo del 4 dicembre 2016.

Dal sito Belluno Press - Dolomiti


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Raniero La Valle

La verità sul referendum

Cari amici, poichè ho 85 anni devo dirvi come sono andate le cose. Non sarebbe necessario essere qui per dirvi come sono andate le cose, se noi ci trovassimo in una situazione normale. Ma se guardiamo quello che accade intorno a noi, vediamo che la situazione non è affatto normale. Che cosa infatti sta succedendo? Succede che undici persone al giorno muoiono annegate o asfissiate nelle stive dei barconi nel Mediterraneo, davanti alle meravigliose coste di Lampedusa, di Pozzallo o di Siracusa dove noi facciamo bagni e pesca subacquea. Sessantadue milioni di profughi, di scartati, di perseguitati sono fuggiaschi, gettati nel mondo alla ricerca di una nuova vita, che molti non troveranno.

Qualcuno dice che nel 2050 i trasmigranti saranno 250 milioni.

E l’Italia che fa? Sfoltisce il Senato.

E’ in corso una terza guerra mondiale non dichiarata, ma che fa vittime in tutto il mondo. Aleppo è rasa al suolo, la Siria è dilaniata, l’Iraq è distrutto, l’Afganistan devastato, i palestinesi sono prigionieri da cinquant’anni nella loro terra, Gaza è assediata, la Libia è in guerra, in Africa, in Medio Oriente e anche in Europa si tagliano teste e si allestiscono stragi in nome di Dio. 

E l’Italia che fa? Toglie lo stipendio ai senatori.

Fallisce il G20 ad Hangzhou in Cina. I grandi della terra, che accumulano armi di distruzione di massa e si combattono nei mercati in tutto il mondo, non sanno che pesci pigliare e il vertice fallisce. Non sanno che fare per i profughi, non sanno che fare per le guerre, non sanno che fare per evitare la catastrofe ambientale, non sanno che fare per promuovere un’economia che tenga in vita sette miliardi e mezzo di abitanti della terra, e l’unica cosa che decidono è di disarmare la politica e di armare i mercati, di abbattere le residue restrizioni del commercio e delle speculazioni finanziarie, di legittimare la repressione politica e la reazione anticurda di Erdogan in Turchia e di commiserare la Merkel che ha perso le elezioni amministrative in Germania. 

E in tutto questo l’Italia che fa? Fa eleggere i senatori dai consigli regionali.

E ancora: l’Italia è a crescita zero, la disoccupazione giovanile a luglio è al 39 per cento, il lavoro è precario, i licenziamenti nel secondo trimestre sono aumentati del 7,4 % rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, raggiungendo 221.186 persone, i poveri assoluti sono quattro milioni e mezzo, la povertà relativa coinvolge tre milioni di famiglie e otto milioni e mezzo di persone.

E l’Italia che fa? Fa una legge elettorale che esclude dal Parlamento il pluralismo ideologico e sociale, neutralizza la rappresentanza e concentra il potere in un solo partito e una sola persona. 

Ma si dice: ce lo chiede l’Europa. Ma se è questo che ci chiede l’Europa vuol dire proprio che l’istituzione europea ha completamente perduto non solo ogni residuo del sogno delle origini ma anche ogni senso della realtà e dei suoi stessi interessi vitali.

Ma se questa è la distanza tra la riforma costituzionale e i bisogni reali del mondo, dell’Europa, del Mediterraneo e dell’Italia, la domanda è perché ci venga proposta una riforma così.

La verità è rivoluzionaria, ma se si viene a sapere

E’ venuto dunque il momento di dire la verità sul referendum. La verità è rivoluzionaria nel senso che interrompe il corso delle cose esistenti e crea una situazione nuova. 

Il guaio della verità è che essa si viene a sapere troppo tardi, quando il tempo è passato, il kairós non è stato afferrato al volo e la verità non è più utile a salvarci.

Se si fosse saputa in tempo la bugia sul mai avvenuto incidente del Golfo del Tonchino, la guerra del Vietnam non ci sarebbe stata, l’America non sarebbe diventata incapace di seguire la via di Roosevelt, di Truman, di Kennedy, e avrebbe potuto guidare l’edificazione democratica e pacifica del nuovo ordine mondiale inaugurato venti anni prima con la Carta di San Francisco.

Se si fosse conosciuta prima la bugia di Bush e di Blair, e saputo che le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein non c’erano, non sarebbe stato devastato il Medio Oriente, il terrorismo non avrebbe preso le forme totali dei combattenti suicidi in tutto il mondo e oggi non rischieremmo l’elezione di Trump in America.

Se si fosse saputa la verità sul delitto e sui mandanti dell’uccisione di Moro, l’Italia si sarebbe salvata dalla decadenza in cui è stata precipitata.

Dunque la verità del referendum va conosciuta finché si è in tempo.

Ma la verità del referendum non è quella che ci viene raccontata. Ci dicono per esempio che la sua prima virtù sarebbe il risparmio sui costi della politica, e che i soldi così ottenuti si darebbero ai poveri. Ma così non è: secondo la Ragioneria Generale dello Stato, il cui compito è di verificare la certezza e l’affidabilità dei conti pubblici, il risparmio si ridurrebbe a cinquantotto milioni che si otterrebbero togliendo la paga ai senatori, mentre resterebbe il costo del Senato, e i poveri non c’entrano niente. 

L’altra virtù del referendum sarebbe il risparmio sui tempi della politica. Ci dicono infatti di voler abolire la navetta delle leggi tra Camera e Senato. Ma così non è. In realtà si allungano i tempi della produzione legislativa; infatti si introducono sei diversi tipi di leggi e di procedure che ricadono su ambedue le Camere: 1) le leggi sempre bicamerali, Camera e Senato, come le leggi costituzionali, elettorali e di interesse europeo; 2) le leggi fatte dalla sola Camera che entro dieci giorni possono essere richiamate dal Senato; 3) le leggi che invadono la competenza regionale che il Senato deve entro dieci giorni prendere in esame; 4) le leggi di bilancio che devono sempre essere esaminate dal Senato che ha quindici giorni per proporre delle modifiche; 5) le leggi che il Senato può chiedere alla Camera di esaminare entro sei mesi; 6) le leggi di conversione dei decreti legge che hanno scadenze e tempi convulsi se richiamate e discusse anche dal Senato. Ciò crea un intrico di passaggi tra Camera e Senato e un groviglio di competenze il cui conflitto dovrebbe essere risolto d’intesa tra gli stessi presidenti delle due Camere che configgono tra loro.

Ci dicono poi che col referendum si assicura la stabilità politica, e almeno fino a ieri ci dicevano che al contrario se perde il referendum Renzi se ne va. Ma queste non sono le verità del referendum. Finché si resta a questo la verità del referendum non viene fuori.

Non è la legge Boschi il vero oggetto del referendum

La verità del referendum sta dietro di esso, è la verità nascosta che esso rivela: il referendum infatti non è solo un fatto produttore di effetti politici, è un evento di rivelazione che squarcia il velo sulla situazione com’è. È uno svelamento della vera lotta che si sta svolgendo nel mondo e della posta che è in gioco. Il referendum come cunto de li cunti, potremmo dire in Sicilia, il racconto dei racconti, come togliere il velo del tempio per vedere quello che ci sta dietro, se ci sta Dio o l’idolo. Il referendum come rivelatore dello stato del mondo.

Ora, per trovare la verità nascosta del referendum, il suo vero movente, la sua vera premeditazione, bisogna ricorrere a degli indizi, come si fa per ogni giallo. 

Il primo indizio è che Renzi ha cambiato strategia, all’inizio aveva detto che questa era la sua vera impresa, che su questo si giocava il suo destino politico. Ora invece dice che il punto non è lui, che lui non è la vera causa della riforma, ha detto di aver fatto questa riforma su suggerimento di altri e ha nominato esplicitamente Napolitano; ma è chiaro che non c’è solo Napolitano. Prima

ancora di Napolitano c’era la banca J. P. Morgan che in un documento del 2013, in nome del capitalismo vincente, aveva indicato quattro difetti delle Costituzioni (da lei ritenute socialiste) adottate in Europa nel dopoguerra: a) una debolezza degli esecutivi nei confronti dei Parlamenti; b) un’eccessiva capacità di decisione delle Regioni nei confronti dello Stato; c) la tutela costituzionale del diritto del lavoro; d) la libertà di protestare contro le scelte non gradite del potere. 

Prima ancora c’era stato il programma avanzato dalla Commissione Trilaterale, formata da esponenti di Stati Uniti, Europa e Giappone e fondata da Rockefeller, che aveva chiesto un’attenuazione della democrazia ai fini di quella che era allora la lotta al comunismo. E la stessa cosa vogliono ora i grandi poteri economici e finanziari mondiali, tanto è vero che sono scesi in campo i grandi giornali che li rappresentano, il Financial Times ed il Wall Street Journal, i quali dicono che il No al referendum sarebbe una catastrofe come il Brexit inglese. E alla fine è intervenuto lo stesso ambasciatore americano che a nome di tutto il cocuzzaro ha detto che se in Italia viene il NO, gli investimenti se ne vanno.

Ebbene quelle richieste avanzate da questi centri di potere sono state accolte e incorporate nella riforma sottoposta ora al voto del popolo italiano. Infatti con la riforma voluta da Renzi il Parlamento è stato drasticamente indebolito per dare più poteri all’esecutivo. Delle due Camere di fatto è rimasta una sola, come a dire: cominciamo con una, poi si vedrà. Il Senato lo hanno fatto così brutto deforme e improbabile, che hanno costretto anche i fautori del Senato a dire che se deve essere così, è meglio toglierlo. Inoltre il potere esecutivo sarà anche padrone del calendario dei lavori parlamentari. Il rapporto di fiducia tra il Parlamento ed il governo viene poi vanificato non solo perché l’esecutivo non avrà più bisogno di fare i conti con quello che resta del Senato, ma perché dovrà ottenere la fiducia da un solo partito. La legge elettorale Italicum prevede infatti che un solo partito avrà – quale che sia la percentuale dei suoi voti, al primo turno o al ballottaggio – la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera (340 deputati su 615). Il problema della fiducia si riduce così ad un rapporto tra il capo del governo e il suo partito e perciò ricadrà sotto la legge della disciplina di partito. Quindi non sarà più una fiducia libera, non sarà una vera fiducia, sarà per così dire un atto interno di partito, che addirittura può ridursi al rapporto tra un partito e il suo segretario. 

Per quanto riguarda le altre richieste dei poteri economici, i diritti del lavoro sono stati già compromessi dal Jobs act, il rapporto tra Stato e Regioni ha subito un rovesciamento, perché dall’ubriacatura regionalista si ritorna a un centralismo illimitato, mentre, assieme alla riduzione del pluralismo politico, ci sono delle procedure che renderanno più difficili le forme di democrazia diretta come i referendum o le leggi di iniziativa popolare, e quindi ci sarà una diminuzione della possibilità per i cittadini di intervenire nei confronti del potere. 

Questo è il disegno di un’altra Costituzione. La storia delle Costituzioni è la storia di una progressiva limitazione del potere perché le libertà dipendono dal fatto che chi ha il potere non abbia un potere assoluto e incontrollato, ma convalidato dalla fiducia dei Parlamenti e garantito dal costante controllo democratico dei cittadini. E’ questo che ora viene smontato, per cui possiamo dire che la democrazia in Italia diventa ad alto rischio. 

Ma a questo punto è chiaro che quello che conta non è più Renzi, ed è chiaro che quanti sono interessati a questa riforma gli hanno detto di tirarsi indietro, perché a loro non interessa il sì a Renzi, interessa che non vinca il no alla riforma. 

Il secondo indizio è il ritardo della data della convocazione, che non è stata ancora fissata dal governo; ciò vuol dire che la partita è troppo importante per farne un gioco d’azzardo, come ne voleva fare Renzi, mentre i sondaggi e le sconfitte alle amministrative sono stati inquietanti. Perciò occorreva meno baldanza da Miles Gloriosus e più preparazione. E occorreva alzare il livello dello scontro, e soprattutto ci voleva il riarmo prima che si giungesse allo scontro finale. Il riarmo per acquisire la superiorità sul terreno era l’acquisto del controllo totale dell’informazione, non solo i giornali, di fatto già posseduti, ma radio e TV, ciò che è stato fatto in piena estate con le nomine alla RAI.

Se davvero si trattava di scorciare i tempi e distribuire un po’ di sussidi ai poveri, non c’era bisogno del controllo totale dell’informazione. 

Inoltre bisognava distruggere il principale avversario e fautore politico del No, il Movimento 5 Stelle. Questo spiega l’attacco spietato e incessante alla Raggi. E poi ci volevano i tempi supplementari per distribuire un po’ di soldi con la legge finanziaria.

C’è poi un terzo indizio. Interrogato sul suo voto Prodi dice: non mi pronunzio perché se no turbo i mercati e destabilizzo l’Italia in Europa. Dunque non è una questione italiana, è una questione che riguarda l’Europa, è una questione che potrebbe turbare i mercati. Insomma è qualcosa che ha a che fare con l’assetto del mondo.

Lo spartiacque non è stato l’11 settembre

A questo punto è necessario sapere come sono andate le cose. 

Partiamo dall’11 settembre di cui si è tanto parlato ricorrendone l’anniversario in questi giorni.

Il mondo è cambiato l’11 settembre 2001? Tutti hanno detto così. Ma il mondo non è cambiato quel giorno: quello è stato il sintomo spaventoso della malattia che già avevamo contratto. L’11 settembre ha mostrato invece il suo volto il mondo che noi stessi avevamo deciso di costruire dieci anni prima.

Nel 1991 con dieci anni di anticipo sulla sua fine fu da noi chiuso il Novecento, tanto che uno storico famoso lo soprannominò “Il secolo breve” e così fu dato inizio a un nuovo secolo, a un nuovo millennio e a un nuovo regime che nella follia delle classi dirigenti di allora doveva essere quello definitivo, tanto è vero che un economista famoso lo definì come la “fine della storia” .

Quello che avevamo fatto dieci anni prima dell’11 settembre è che avevamo deciso di rispondere alla fine del comunismo portando un capitalismo aggressivo fino agli estremi confini della terra; avevamo deciso di rispondere alla cosiddetta fine delle ideologie trasformando il capitalismo da cultura a natura, promuovendolo da ideologia a legge universale, da storicità a trascendenza; avevamo preteso di superare il conflitto di classe smontando i sindacati, avevamo deciso di sfruttare la fine della contrapposizione militare tra i blocchi facendo del Terzo Mondo un teatro di conquista. 

La scelta decisiva, che non si può chiamare rivoluzionaria perché non fu una rivoluzione ma un rovesciamento, e dunque fu una scelta restauratrice e totalmente reazionaria, fu quella di disarmare la politica e armare l’economia ma non in un solo Paese, bensì in tutto il mondo. Non essendoci più l‘ostacolo di un mondo diviso in due blocchi politici e militari, eguali e contrari, l’orizzonte di questo regime fu la globalità, la mondialisation come dicono i francesi, si stabilì un regime di globalità esteso a tutta la terra.

Quale è stato l’evento in cui ha preso forma e si è promulgata, per così dire questa scelta?

C’è una teoria molto attendibile secondo cui all’inizio di un’intera epoca storica, all’inizio di ogni nuovo regime, c’è un delitto fondatore. Secondo René Girard all’inizio della storia stessa della civiltà c’è il delitto fondatore dell’uccisione della vittima innocente, ossia c’è un sacrificio, grazie al quale viene ricomposta l’unità della società dilaniata dalle lotte primordiali.

Secondo Hobbes lo Stato stesso viene fondato dall’atto di violenza con cui il Leviatano assume il monopolio della forza ponendo fine alla lotta di tutti contro tutti e assicurando ai sudditi la vita in cambio della libertà.

Secondo Freud all’origine della società civile c’è il delitto fondatore dell’uccisione del padre.

Se poi si va a guardare la storia si trovano molti delitti fondatori. Cesare molte volte viene ucciso, il delitto Matteotti è il delitto fondatore del fascismo, l’assassinio di Kennedy apre la strada al disegno di dominio globale della destra americana che si prepara a sognare, per il Duemila, “il nuovo secolo americano”, l’uccisione di Moro è il delitto fondatore dell’Italia che si pente delle sue conquiste democratiche e popolari.

Ebbene il delitto fondatore dell’attuale regime del capitalismo globale fondato, come dice il papa, sul governo del denaro e un’economia che uccide, è la prima guerra del Golfo del 1991.

La guerra come delitto fondatore e il nuovo Modello di Difesa

È a partire da quella svolta che è stato costruito il nuovo ordine mondiale.

E noi possiamo ricordare come sono andate le cose a partire dal nostro osservatorio italiano Non è un punto di osservazione periferico, perché l’Italia era una componente essenziale del sistema atlantico e dell’Occidente, ma era anche il Paese più ingenuo e più loquace, sicché spifferava alla luce del sole quello che gli altri architettavano in segreto. 

Questa è la ragione per cui posso raccontarvi come sono andate le cose, a partire da una data precisa. E questa data precisa è quella del 26 novembre 1991, quando il ministro della Difesa Rognoni viene alla Commissione Difesa della Camera e presenta il Nuovo Modello di Difesa.

Perché c’era bisogno di un nuovo Modello di Difesa? Perché la difesa com’era stata organizzata in funzione del nemico sovietico, che non c’era più, era ormai superata. Ci voleva un nuovo modello. Il modello di difesa che era scritto nella Costituzione era molto semplice e stava in poche righe: la guerra era ripudiata, la difesa della Patria, intesa come territorio e come popolo, era un sacro dovere dei cittadini. A questo fine era stabilito il servizio militare obbligatorio che dava luogo a un esercito di leva permanente, diviso nelle tre Forze Armate tradizionali. Le norme di principio sulla disciplina militare dell’ 11 luglio 1978, definivano poi i tre compiti delle Forze Armate. Il primo era la difesa dell’integrità del territorio, il secondo la difesa delle istituzioni democratiche e il terzo l’intervento di supporto nelle calamità naturali. Non c’erano altri compiti per le FF.AA. La difesa del territorio comportava soprattutto lo schieramento dell’esercito sulla soglia di Gorizia, da cui si supponeva venisse la minaccia dell’invasione sovietica, e la sicurezza globale stava nella partecipazione alla NATO, che prevedeva anche l’impiego dall’Italia delle armi nucleari.

Con la soppressione del muro di Berlino e la fine della guerra fredda tutto cambia: non c’è più bisogno della difesa sul confine orientale, la minaccia è finita e anche la deterrenza nucleare viene meno. Ci sarebbe la grande occasione per costruire un mondo nuovo, si parla di un dividendo della pace che sono tutti i soldi risparmiati dagli Stati per le armi, con cui si può provvedere allo sviluppo e al progresso di tutti i popoli del mondo; servono meno soldati e anche la durata della ferma di leva può diventare più breve.

Ma l’Occidente fa un’altra scelta; si riappropria della guerra e la esibisce a tutto il mondo nella spettacolare rappresentazione della prima guerra del Golfo del 1991, cambia la natura della NATO, individua il Sud e non più l’Est come nemico, cambia la visione strategica dell’alleanza e ne fa la guardia armata dell’ordine mondiale cercando di sostituirla all’ONU e anche di cambiare gli ideali della comunità internazionale che erano la sicurezza e la pace. Viene scelto un altro obiettivo: finita la guerra fredda, c’è un altro scopo adottato dalle società industrializzate, spiegherà il nuovo “modello” italiano, ed è quello di “mantenere e accrescere il loro progresso sociale e il benessere materiale perseguendo nuovi e più promettenti obiettivi economici, basati anche sulla certezza della disponibilità di materie prime”. Di conseguenza, si afferma, si aprirà sempre più la forbice tra Nord e Sud del mondo, anche perché il Sud sarà il teatro e l’oggetto della nuova concorrenza tra l’Occidente e i Paesi dell’Est. Alla contrapposizione Est-Ovest si sostituisce quella Nord-Sud.

Tutto questo precipita nel nuovo modello di difesa italiano, è scritto in un documento di duecentocinquanta pagine e il ministro Rognoni, papale papale, lo viene a raccontare alla Commissione Difesa della Camera, di cui allora facevo parte. 

E’ un dramma, una rottura con tutto il passato. Cambia il concetto di difesa, il problema, dice il ministro, non è più “da chi difendersi” (cioè da un eventuale aggressore) ma “che cosa difendere e come”. E cambia il che cosa difendere: non più la Patria, cioè il popolo e il territorio, ma “gli interessi nazionali nell’accezione più vasta di tali termini” ovunque sia necessario; tra questi sono preminenti gli interessi economici e produttivi e quelli relativi alle materie prime, a cominciare dal petrolio. Il teatro operativo non è più ai confini, ma dovunque sono in gioco i cosiddetti “interessi esterni”, e in particolare nel Mediterraneo, in Africa (fino al Corno d’Africa) e in Medio Oriente (fino al Golfo Persico); la nuova contrapposizione è con l’Islam e il modello, anzi la chiave interpretativa emblematica del nuovo rapporto conflittuale tra Islam e Occidente, dice il Modello, è quella del conflitto tra Israele da un lato e mondo arabo e palestinesi dall’altro. Chi ha detto che non abbiamo dichiarato guerra all’Islam? Noi l’abbiamo dichiarata nel 1991. L’ho dichiarata anch’io, in quanto membro di quel Parlamento, anche se mi sono opposto.

I compiti della Difesa non sono più solo quei tre fissati nella legge di principio del 1978 ma si articolano in tre nuove funzioni strategiche, quella di “Presenza e Sorveglianza” che è “permanente e continuativa in tutta l’area di interesse strategico” e comprende la Presenza Avanzata che sostituisce la vecchia Difesa Avanzata della NATO, quella di “Difesa degli interessi esterni e contributo alla sicurezza internazionale”, che è ad “elevata probabilità di occorrenza” (e sono le missioni all’estero che richiedono l’allestimento di Forze di Reazione Rapida), e quella di “Difesa Strategica degli spazi nazionali”, che è quella tradizionale di difesa del territorio, considerata però ormai “a bassa probabilità di occorrenza”.

A seguito di tutto ciò lo strumento non potrà più essere l’esercito di leva, ci vuole un esercito professionale ben pagato. Non serviranno più i militari di leva; già succedeva che i generali non facessero salire gli arruolati come avieri sugli aeroplani, e i marinai sulle navi; ma d’ora in poi i militari di leva saranno impiegati solo come cuochi, camerieri, sentinelle, attendenti, uscieri e addetti ai servizi logistici, sicché ci saranno centomila giovani in esubero e ben presto la leva sarà abolita.

E’ un cambiamento totale. Non cambia solo la politica militare ma cambia la Costituzione, l’idea della politica, la ragion di Stato, le alleanze, i rapporti con l’ONU, viene istituzionalizzata la guerra e annunciato un periodo di conflitti ad alta probabilità di occorrenza che avranno l’Islam come nemico. Ci vorrebbe un dibattito in Parlamento, non si dovrebbe parlare d’altro. Però nessuno se ne accorge, il Modello di Difesa non giungerà mai in aula e non sarà mai discusso dal Parlamento; forse ci si accorse che quelle cose non si dovevano dire, che non erano politicamente corrette, i documenti e le risoluzioni strategiche dei Consigli Atlantici di Londra e di Roma, che avevano preceduto di poco il documento italiano, erano stati molto più cauti e reticenti, sicché finì che del Nuovo Modello di Difesa per vari anni si discusse solo nei circoli militari e in qualche convegno di studio; ma intanto lo si attuava, e tutto quello che è avvenuto in seguito, dalla guerra nei Balcani alle Torri Gemelle all’invasione dell’Iraq, alla Siria, fino alla terza guerra mondiale a pezzi che oggi, come dice il papa, è in corso, ne è stato la conseguenza e lo svolgimento.

Il perché della nuova Costituzione

E allora questa è la verità del referendum. La nuova Costituzione è la quadratura del cerchio. Gli istituti della democrazia non sono compatibili con la competizione globale, con la guerra permanente, chi vuole mantenerli è considerato un conservatore. Il mondo è il mercato; il mercato non sopporta altre leggi che quelle del mercato. Se qualcuno minaccia di fare di testa sua, i mercati si turbano. La politica non deve interferire sulla competizione e i conflitti di mercato. Se la gente muore di fame, e il mercato non la mantiene in vita, la politica non può intervenire, perché sono proibiti gli aiuti di Stato. Se lo Stato ci prova, o introduce leggi a difesa del lavoro o dell’ambiente, le imprese lo portano in tribunale e vincono la causa. Questo dicono i nuovi trattati del commercio globale. La guerra è lo strumento supremo per difendere il mercato e far vincere nel mercato. 

Le Costituzioni non hanno più niente a che fare con una tale concezione della politica e della guerra. Perciò si cambiano. Ci vogliono poteri spicci e sbrigativi, tanto meglio se loquaci. 

E allora questa è la ragione per cui la Costituzione si deve difendere. Non perché oggi sia operante, perché è stata già cambiata nel ‘91, e il mondo del costituzionalismo democratico è stato licenziato tra l’89 e il ’91 (si ricordi Cossiga, il picconatore venuto prima del rottamatore). Ma difenderla è l’unica speranza di tenere aperta l’alternativa, di non dare per compiuto e irreversibile il passaggio dalla libertà della democrazia costituzionale alla schiavitù del mercato globale, è la condizione necessaria perché non siano la Costituzione e il diritto che vengono messi in pari con la società selvaggia, ma sia la società selvaggia che con il NO sia dichiarata in difetto e attraverso la lotta sia rimessa in pari con la Costituzione, la giustizia e il diritto. 

 

Messina, relazione al convegno del 16 settembre 2016

 


Il referendum costituzionale e le significative ingerenze dei "poteri forti"

di Simonetta Astigiano

LEGGI

15 settembre 2016


Dopo JP Morgan, Fitch, Angela Merkel, Marchionne, Confindustria, arriva anche l'ambasciatore USA a sostegno della riforma costituzionale del governo Renzi.

Revisione costituzionale, a chi giova e chi sono gli ispiratori: scenari e strategie

ROMA, 5 settembre 2016

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I Quaderni del forum numero speciale - Perchè votare NO

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CONFRONTO TRA TESTO COSTITUZIONE ATTUALE E MODIFICHE BOSCHI
Da leggere e diffondere perchè generare complessità impedisce ai cittadini di capire
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Tutte le ragioni del NO, scarica e diffondi

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BREVIARIO SULLE RAGIONI DEL NO PREPARATO DAI GIURISTI DEMOCRATICI
UN UTILE DOCUMENTO DA SCARICARE, STAMPARE, LEGGERE E DIFFONDERE, PER INFORMARSI E INFORMARE
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30 ragioni per dire NO
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Nadia Urbinati sulla revisione della Costituzione voluta da Renzi

Il senso dell’articolo 138 è che non è desiderabile che una Costituzione abbia solo il consenso della maggioranza semplice. Il consenso dovrebbe essere molto più ampio proprio perché non si tratta di una legge ordinaria ma di una legge costituzionale. Ecco perché è una pura furbizia ideologica dire (come alcuni professori-giornalisti fanno) che il NO si rivela insensato perché sostenuto da un’ammucchiata di gente diversissima. Ma vero è il contrario: il più largo numero dovrebbe votare la Costituzione, non una semplice maggioranza, che invece sarebbe proprio la dimostrazione della insensatezza della revisione – buona appunto per alcuni soltanto, ma non per tanti e tantissimi. E poi, non è forse vero che la Costituzione del 1948 fu votata da partiti diversissimi e nemici tra loro? E allora, che cosa dovremmo dire, che siccome non era di una maggioranza era cattiva?

 

LEGGI L'ARTICOLO

 

27 MAGGIO 2016

 


DIAMO PRIORITÀ ALLA RACCOLTA DELLE FIRME

Leggi l'appello

26 maggio 2016


Ordine del giorno assemblea nazionale Coordinamento Democrazia Costituzionale Roma 18 marzo 2016

Il nostro primo obiettivo in questo momento è raccogliere le 500.000 firme per ciascuno dei due referendum abrogativi riguardanti l’Italicum. Quesiti referendari che riguardano sia il carattere ipermaggioritario della legge, distorsivo della rappresentanza democratica, che è il risultato del premio di maggioranza e ancora di più del ballottaggio, sia le norme che servono a “nominare” almeno i due terzi dei deputati. Il 9/10 aprile inizierà quindi la raccolta delle firme per abrogare le due norme della legge elettorale che assomigliano fin troppo a quelle del “porcellum”, già sanzionate dalla Corte Costituzionale. Raccogliere almeno 500.000 firme per ciascun quesito referendario è un impegno difficile ma indispensabile, che si accompagna al proseguimento dell’iniziativa presso i tribunali per sollevare l’incostituzionalità della legge elettorale. Iniziativa che ha già avuto un importante risultato a Messina. Se la Camera, a metà aprile, approverà definitivamente il testo delle modifiche alla Costituzione contenute nella legge Renzi-Boschi procederemo al deposito del quesito referendario e inizieremo a raccogliere le firme per esigere il referendum costituzionale per iniziativa popolare.

Va chiarito che raccoglieremo le 500.000 firme necessarie per attivare il referendum costituzionale, ex articolo 138, in parallelo all’analoga iniziativa dei parlamentari. Infatti riteniamo necessario ed indispensabile raccogliere le firme sia per dare voce ai cittadini sia per far vivere nella campagna elettorale le ragioni del no sul merito delle modifiche della Costituzione su cui dall’inizio abbiamo insistito.

La garanzia che sarà in campo una critica netta ma di merito sulle modifiche proposte dal governo è che vengano raccolte le 500.000 firme necessarie per fare valere le ragioni del nostro No. Altrimenti potrebbe prevalere, per volontà del governo e di almeno parte dei suoi avversari politici, un referendum pro o contro il governo, lasciando in ombra il merito delle modifiche della Costituzione e la legge elettorale. Ci rendiamo conto che chiediamo a tutti coloro che sostengono la nostra iniziativa un imponente carico di impegni perché è prevedibile una sfasatura di qualche settimana tra la raccolta delle firme per abrogare le due norme dell’Italicum, che partirà il 9/10 aprile, e quella per ottenere il referendum costituzionale che deve attendere la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dopo l’approvazione della legge.

Dobbiamo sottolineare che gran parte della raccolta delle firme avverrà in contemporanea e che quindi i cittadini potranno esprimersi sul complesso dei referendum proposti da noi e così potremo meglio far comprendere l’intreccio perverso ed inscindibile tra modifiche della Costituzione e legge elettorale (Italicum) che portano al ribaltamento del fondamento parlamentare della nostra Repubblica per mettere al centro il governo, consentendo ad una minoranza di elettori di conquistare la maggioranza della Camera, unico ramo del parlamento rilevante a fronte di un Senato ridotto a dopolavoro di lusso. Si vogliono imporre modifiche istituzionali tali da consentire al governo di imporre politiche in materie di grande delicatezza ed importanza: dall’elezione del Presidente della Repubblica fino alle decisioni in materia di impegno militare, o peggio di guerra, alle condizioni di vita e di lavoro.

Il 9 e 10 aprile inizierà la raccolta delle firme per abrogare le due norme dell’Italicum, raccomandiamo ai comitati locali di curare tutti gli aspetti che consentono di garantire la piena validità dei moduli, convalidandoli come abbiamo indicato, assicurando la presenza degli autenticatori delle firme anche costruendo sinergie con gli altri soggetti che raccolgono firme per i referendum abrogativi sul lavoro e sulla scuola, notificando per tempo la presenza dei banchetti per la raccolta delle firme, che debbono sempre avere visibili i due slogan: No alla deformazione della Costituzione e Contro il carattere ipermaggioritario della legge elettorale e per garantire ai cittadini il diritto di eleggere i loro rappresentanti. Inoltre è bene avere materiale di presentazione da distribuire ai cittadini. Appena possibile quindi i moduli per raccogliere le firme diventeranno tre, uno per il referendum costituzionale e gli altri due contro l’Italicum.

Questa campagna referendaria è un modo per contrastare la sfiducia, per invogliare i cittadini ad avere protagonismo, a far valere concretamente la possibilità di contare e quindi di eservitare il diritto di ribaltare le decisioni che il governo sta tentando di imporre al paese. Anche per questo riteniamo importante un raccordo non solo operativo con le altre iniziative referendarie che sono in corso di organizzazione sul lavoro e sulla scuola e che sosterremo interamente. Per queste ragioni e perché condividiamo l’obiettivo di merito invitiamo i cittadini a recarsi al voto e a votare si al referendum contro le trivellazioni previsto per il 17 aprile, in modo da fare arrivare anche in questa occasione un chiaro messaggio al governo e alle oligarchie economiche del nostro paese.

La campagna referendaria che sta per inziare registra un’evidente sproporzione di mezzi finanziari e mediatici. Abbiamo idee forti e personalità di rilievo che sostengono questa lotta ma le nostre risorse sono del tutto insufficienti malgrado il nostro impegno sia del tutto volontario, senza rimborsi di alcun tipo. Per questo chiediamo a tutti i cittadini di sostenerci con contributi anche modesti per consentire ai due Comitati di svolgere la campagna referendaria su Costituzione e legge elettorale. Anche 5, 10 euro - risorse che tanti possono mettere a disposizione della campagna referendaria - se sottoscritti da molti possono fare la differenza e consentirci di riequilibrare almeno in parte la sproporzione delle forze in campo.

 

www.coordinamentodemocraziacostituzionale.net


ITALICUM

La nuova legge elettorale al vaglio della Corte Costituzionale

E’accaduto all’Italicum ciò che è accaduto al Porcellum: alcuni cittadini ricorrono al Tribunale perché riconosca e dichiari il loro diritto soggettivo di elettorato così come previsto e garantito dalle disposizioni costituzionali, prenda a tal fine in considerazione alcune questioni di costituzionalità riguardanti la legge elettorale in vigore, le dichiari “rilevanti” e “non manifestamente infondate” e disponga la trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale. Il ricorso è stato presentato il 24 novembre 2015 al Tribunale di Messina il quale, il 17 febbraio 2016, ha emesso la sua ordinanza.

Sono state accolte le questioni di maggiore importanza, riguardanti il premio di maggioranza previsto congiuntamente alla soglia di accesso alla rappresentanza, la mancanza di soglia minima per accedere al ballottaggio, i capolista bloccati e pluricandidati; su di esse si pronuncerà ora la Corte Costituzionale. Su tali tre questioni proponiamo al lettore un confronto tra le argomentazioni dei ricorrenti e le valutazioni del Tribunale. Clicca e scarica: Italicum, motivi del ricorso e conclusioni del Tribunale.pdf

Il lettore troverà nel testo integrale dei ricorrenti nonchè dell’ordinanza del Tribunale la trattazione delle questioni preliminari sulla composizione collegiale del Tribunale, l’ammissibilità dell’azione proposta al di fuori di una determinata consultazione elettorale, la rilevanza dell’insieme delle questioni prospettate nell’ambito del giudizio di filtro affidato al giudice ordinario per l’accesso alla giurisdizione della Corte costituzionale.  Clicca e scarica: Italicum, Testo integrale del ricorso al Tribunale di Messina.pdf; Testo integrale dell'ordinanza di rinvio del Tribunale.pdf

Il carattere ipermaggioritario e “dirigistico” dell’Italicum (che come noto disciplina l’elezione della Camera dei Deputati) ha condizionato e condiziona prepotentemente la stessa discussione sulla riforma riguardante, in particolare, l’abolizione del Senato come camera politica, temendo alcuni (non senza fondamento) che dal cumulo di queste due riforme derivi una brutale semplificazione della nostra vita democratica.

Ben venga dunque un giudizio così autorevole e stringente sulla legge elettorale, che garantisca la cittadinanza da possibili lesioni della Costituzione e nello stesso tempo riconduca la discussione sulla riforma costituzionale (in particolare del Senato) nei suoi propri termini. Ci auguriamo anzi che la sentenza della Corte avvenga primadell’annunciato (ma non automatico!) Referendum costituzionale. 

pubblicato il 16 marzo 2016


Un articolo di Gianni Ferrera sulle deforme costituzionali. Non siamo conservatori

Pubblicato su Il Manifesto il 3 marzo 2016

Siamo vicini all’inizio della campagna referendaria sulla perversa deformazione del Senato. Per chi le si oppone, come a tutto il disegno devastante di Renzi, la lotta sarà durissima. È enorme il divario di forza tra i due schieramenti che si vanno costituendo. Variegati, come in tutti i referendum, lo è di più quello del No, il nostro. È perciò urgente non soltanto definire l’identità nostra di oppositori all’eversione renziana, indicando le ragioni del No, che, soprattutto su questo giornale, sono state esattamente enumerate e ampiamente motivate, ma, immaginando quali potranno essere le argomentazioni del Sì, per contestarle e rovesciarle.

SAREMO SICURAMENTE ACCUSATI DI CCONSERVATORISMO, immobilismo, passatismo, di sostegno ad apparati pletorici, inefficienti, costosi, inadeguati, irresponsabili ecc., di fonte ai quali poi …. si ergerebbe la modellistica istituzionale high-tech della onorevole Boschi. Renzi dirà che vogliamo mantenere intatto l’assetto istituzionale disegnato settanta anni fa, attribuendo, implicitamente o anche direttamente, a questo assetto la responsabilità dell’arretratezza del Paese, tacciandolo di inidoneità a reagire alla crisi economica, a fronteggiare i problemi reali come quello del precariato, della disoccupazione più alta d’Europa, della corruzione endemica, dei poteri mafiosi e quant’altro. Falso, certo. Ma il nuovismo è sciaguratamente penetrato nel senso comune ed ha gettato sulle istituzioni repubblicane la responsabilità dell’economia liberista, ha avvolto la democrazia costituzionale nell’ombra spessa della delusione.

Sarebbe perciò imperdonabile permettere che la sinistra referendaria possa apparire come tetragona guardiana degli assetti istituzionali esistenti, delle parole, degli accenti e delle virgole della Carta costituzionale. Perché non lo è, anzi, non può, non deve esserlo. Tanto più che dispone di un ricco patrimonio di proposte autenticamente riformatrici, quelle che, per riaffermare i principi della nostra Costituzione, perseguirne gli obiettivi, mantenerne le promesse, realizzare il compito della Repubblica, adeguerebbero perfettamente le nostre istituzioni alla fase storica del dominio del liberismo, della compressione dei diritti, del precariato, della disoccupazione permanente, delle ineguaglianze crescenti, del rischio incombente del collasso ecologico.

Dovremmo quindi indicarle. Perciò provo a sottoporre alla discussione un possibile quadro di proposte volte sia a riformare l’apparato centrale della Repubblica che ad integrare la democrazia rappresentativa con istituzioni della democrazia diretta.

Per quanto riguarda la struttura del Parlamento, riprenderei la nobile, costante e mai smentita scelta della sinistra a favore del monocameralismo e del sistema elettorale proporzionale, sistema da sancire contestualmente in Costituzione perché condizione indefettibile della opzione monocamerale. Un numero di 500 deputati potrebbe perfettamente soddisfare le esigenze rappresentative e quelle funzionali dell’organo.

Ai Presidenti delle Regioni andrebbe riconosciuto il potere di intervento e di emendamento nel corso del procedimento di formazione delle leggi della Repubblica, direttamente o indirettamente rilevanti per l’esercizio delle funzioni costituzionalmente attribuite alle Regioni.

A garanzia dell’ordinamento costituzionale, andrebbe prevista l’istituzione delle leggi organiche, da approvare con la maggioranza assoluta, sia articolo per articolo che nella votazione finale, in materia di diritti costituzionalmente riconosciuti, di organi supremi della Repubblica, delle Magistrature, delle Regioni.

Ad assicurare concretamente i diritti sociali, andrebbe poi sancita la destinazione, con norma costituzionale, di un terzo delle entrate fiscali alla spesa per assicurarne il godimento (art. 4, 32–38 della Costituzione).

A difesa dei “nuovi diritti”, dovrebbe essere prescritta l’inalienabilità, costituzionalmente sancita, dei beni (comuni) a godimento universale o territorialmente diffuso.

L’ integrazione della democrazia rappresentativa mediante istituti di democrazia diretta, comporterebbe innanzitutto l’ attuazione dell’art. 49 della Costituzione, con la conseguente qualificazione di partiti politici soltanto per le associazioni che assicurano di fatto (a) «la partecipazione dei cittadini alla determinazione della politica nazionale», (b) la responsabilità permanente della leadership nei confronti di una direzione collegiale rappresentante della base, (c) l’iniziativa congressuale di un quinto degli iscritti in caso di inerzia nella convocazione ordinaria (temporalmente cadenzata) del congresso, etc. (d) la carta dei diritti degli iscritti, (e) azionabili innanzi al giudice ordinario.

Andrebbe poi previsto l’obbligo del Parlamento di deliberare su proposte di legge di iniziativa popolare sottoscritte da 50 mila elettori, entro un anno dalla presentazione. Andrebbero inoltre istituiti: a) il referendum propositivo su un progetto di legge di ampia iniziativa popolare (500.000 elettori?) che incontri l’inerzia del Parlamento o la sua distorsione nei fini e nella portata, b) il ricorso diretto alla Corte costituzionale sulla legittimità di una legge (come previsto in Germania), c) il referendum preventivo alla ratifica dei trattati, come quelli europei, che intervengono sulle fonti dell’ordinamento giuridico italiano, d) o sulle norme relative ai diritti costituzionalmente riconosciuti, d) o che impegnano militarmente la Repubblica.

Per questi obiettivi la vittoria del No al referendum costituirebbe presupposto e impegno per l’iniziativa popolare di progetti di leggi costituzionali volti a proporli. Respinta la deforma della Costituzione ordita dal Governo, sarebbe il corpo elettorale ad assumere l’onere della revisione della Costituzione per consolidarne i principi, attuarne i contenuti, adempierne il compito. Sì, quello dell’articolo 3, secondo comma, l’eguaglianza di fatto.

 


COMUNICATO STAMPA     Comitato per il NO

I CITTADINI IN CAMPO PER SALVARE LA COSTITUZIONE: LA CAMPAGNA REFERENDARIA CONTRO LA RIFORMA RENZI-BOSCHI SI FARÀ ANCHE RACCOGLIENDO LE FIRME. IL COMITATO PER IL NO, INFATTI, HA DECISO DI DEPOSITARE IL QUESITO PER L’EFFETTUAZIONE DEL REFERENDUM: I CITTADINI POTRANNO FINALMENTE FAR SENTIRE LA LORO VOCE

Il Consiglio direttivo del Comitato per il No nel referendum costituzionale ha deciso di avviare la raccolta delle firme necessarie a sostegno del quesito per l’effettuazione del referendum sulla riforma Renzi-Boschi. Il quesito sarà depositato dopo la definitiva approvazione da parte del parlamento, probabilmente a metà aprile, e la relativa pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale. «In questo modo - si legge in una nota - oltre ai parlamentari che si sono impegnati a promuovere il referendum, saranno in campo anche i cittadini, che - dopo la consegna delle firme - potranno finalmente far sentire la loro voce». 
La raccolta delle firme necessarie per il referendum costituzionale (ne occorrono 500.000) avverrà contestualmente, sebbene con una leggera sfasatura temporale, a quella a sostegno del referendum contro l’Italicum che partirà all’inizio di aprile sui due quesiti depositati da tempo contro il premio di maggioranza e il ballottaggio e per garantire l’elettività effettiva di tutti i deputati. 
«Il Consiglio direttivo - si legge ancora nella nota - fa appello a tutti i cittadini perché appoggino pienamente queste iniziative referendarie che hanno l’obiettivo di bloccare il tentativo di consentire ad un unico partito, col consenso di una minoranza di elettori, di conquistare comunque una spropositata maggioranza alla Camera dei deputati. Salvare la Costituzione, impedire che continui la deriva delle leggi ipermaggioritarie che finiscono con il negare in radice la possibilità di partecipare dei cittadini sono due aspetti strettamente legati insieme - conclude la nota - e contro questa deriva occorre mobilitarsi per raccogliere le firme da aprile a giugno e poi per fare prevalere il No nel referendum costituzionale». 
In allegato la nota integrale del Consiglio direttivo del Comitato per il No
pubblicato il 29 febbraio 2019

Ricorsi contro l'Italicum, primo importante risultato a Messina:  accolti sei motivi di incostituzionalita'

24 FEBBRAIO 2015

 

Tribunale di Messina rimette alla Corte Cost. 6 delle 13 q. l. c. sollevate dai ricorrenti messinesi, accogliendo le argomentazioni del ricorso, ha rilevato dei profili di incostituzionalità dell’Italicum ed ha interpellato la Corte Costituzionale che adesso è investita della questione e dovrà giudicare se l’Italicum è incostituzionale. Con il ricorso, analogamente a quelli proposti dinanzi ad altri 18 Tribunali peninsulari, i cittadini elettori hanno richiesto di sentir dichiarare il loro diritto al voto libero ed eguale, secondo modalita’ conformi alla Costituzione, asseritamente violata, come fu per il porcellum, dall’Italicum. Primo in Italia, il Tribunale di Messina, con ordinanza 17/24.2.2016 ha dichiarato:  “sono rilevanti e non manifestamente infondate le questioni di costituzionalità sollevate nel giudizio, tutte incidenti sulle modalità di esercizio della sovranità popolare”* approvando il ricorso in merito a sei, delle tredici, motivazioni presentate, in particolare nei seguenti motivi :

III° MOTIVO – Il “vulnus” al principio della rappresentanza territoriale.
IV° MOTIVO 
– Il “vulnus” ai principi della rappresentanza democratica.
V° MOTIVO – La mancanza di soglia minima per accedere ballottaggio.
VI° MOTIVO – Impossibile scegliere direttamente e liberamente i deputati.
XII° MOTIVO – Irragionevoli le soglie di accesso al Senato, residuate nella L. 270-2005
XIII MOTIVO – Irragionevole applicazione della nuova normativa elettorale per la Camera a Costituzione vigente per il Senato, non ancora trasformato in camera non elettiva, come vorrebbe la riforma costituzionale.

Ha pertanto disposto la trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale, chiamata a pronunciarsi, ancor prima che la legge elettorale italicum venga applicata, onde nonvanificare i diritti elettorali dei cittadini italiani, sulla legittimita’ costituzionale della stessa.

In caso di pronuncia di incostituzionalita’, gli effetti della sentenza della Corte, come fu per il porcellum, potranno condurre a votare secondo le regole del c.d, consultellum ( niente liste bloccate, niente premio di maggioranza senza soglia al ballottaggio).

Viene messo in discussione l’impianto derivante dal combinato disposto della riforma costituzionale in fase di approvazione e la legge elettorale ultrapremiale italicum, nei termini denuciati dai cittadini ricorrenti in Sicilia e in tutta Italia dal gruppo di avvocati organizzati dall’Avv.Felice Besostri. Il ricorso presentato a Messina è uno dei 18 depositati in diversi tribunali italiani. Un’iniziativa nata nell’ambito del Coordinamento per la  Democrazia Costituzionale, a curare il ricorso presentato a Messina, l’avvocato già Senatore e membro del CSM, Enzo Palumbo e gli avvocati  Tommaso Magaudda, Francesca Ugdulena, Giuseppe Magaudda


VERBALE DELLA RIUNIONE DEL COSTITUENDO COMITATO PER IL NO AL REFERENDUM COSTITUZIONALE E PER IL Sì AL REFERENDUM SULL'ITALICUM DI GENOVA

Genova, 3 febbraio 2016

 

Nel pomeriggio di ieri, presso i locali del circolo ARCI “Lo Zenzero”, un gruppo di circa venti persone in rappresentanza di partiti, movimenti, associazioni o semplicemente di se stesse, si è incontrato in maniera informale per iniziare a discutere su come costituire, anche a Genova, un Comitato per la Democrazia Costituzionale.

Tutti i partecipanti hanno sottolineato l’urgenza di cominciare a lavorare per costruire il consenso intorno al NO nel referendum confermativo sull’abolizione del Senato e intorno al SI sui due quesiti volti ad abrogare la legge elettorale nota come “Italicum”. Dal dibattito sono emerse alcune preoccupazioni e alcune indicazioni, ma da parte di tutti è emersa la convinzione che ogni decisione debba essere rinviata a una successiva riunione più partecipata e maggiormente rappresentativa della platea di organizzazioni e individualità disponibili a battersi sul terreno della salvaguardia della storia e dei valori incarnati nella Costituzione repubblicana nata dalla lotta al nazifascismo. L’invito a partecipare a una prossima riunione, che si svolgerà in data e luogo da concordare, ma comunque non oltre il 20 febbraio p.v., verrà esteso a partire da oggi – anche facendo circolare questo verbale in rete, mediante indirizzari, mailing list, siti internet, comunicati stampa.

Una più articolata struttura organizzativa e una più puntuale suddivisione dei compiti verrà decisa al momento della costituzione del Comitato a Genova, perché crediamo inopportuno pensare a ipotetiche primogeniture e riteniamo che il processo debba essere il più partecipato e coinvolgente possibile.

Nel corso dell’incontro di ieri si è valutato il contenuto della relazione che Alfiero Grandi ha svolto sabato 30 gennaio in apertura dell’assemblea nazionale e si concorda sulla necessità di considerare come un “tutto unico” la riforma costituzionale e la legge elettorale, la cui contemporanea attuazione snaturerebbe l’assetto istituzionale italiano trasformandolo da Repubblica parlamentare a Repubblica presidenziale. Dal punto di vista operativo ciò comporterà un notevole lavoro di militanza per la raccolta delle firme (cinquecentomila su tutto il territorio nazionale), ma si ritiene e si afferma con forza che sia il popolo, e non un Parlamento composto di nominati eletti illegittimamente con legge anticostituzionale, l’unico ad avere il potere sovrano di decidere sulla forma di governo.

La percezione espressa da tutti i partecipanti è che la lotta per la salvaguardia della Costituzione sarà molto difficile e faticosa e che richiederà, quindi, il massimo impegno da parte di tutti i soggetti – individuali e collettivi – coinvolti. Da parte del governo, al quale certo non fa difetto la determinazione e la velocità di esecuzione, verranno impiegati tutti i mezzi di persuasione disponibili (televisioni, radio, giornali), i quali non esiteranno a fornire una visione parziale e distorta del progetto di revisione costituzionale. Il tema, inoltre, in un periodo di travisamento di quali siano i reali costi della politica da abbattere, si presta a facili strumentalizzazioni, cui si uniscono oggettive difficoltà nella comprensione di quali possano essere i rischi cui si va incontro se non si bloccano le riforme Renzi-Boschi.

 

Per contatti: democraziacostituzionalege@gmail.com


Materiali ed esiti dell'assemblea nazionale del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale

Roma 30 gennaio 20157

LEGGI TUTTO


COMITATO PER IL SI NEI 2 REFERENDUM ABROGATIVI RELATIVI ALLA LEGGE 6 MAGGIO 2015 N°52 (Italicum), sede in Roma Corso d’Italia 97 c/o studio Adami

 

Si è costituito a Roma il Comitato per il SI nei 2 referendum abrogativi relativi alla legge 6/5/2015 n° 52 (Italicum). Il Comitato ha l’obiettivo di portare avanti nei prossimi mesi la campagna referendaria iniziata con la presentazione il 10 dicembre scorso in Corte di Cassazione di due quesiti di abrogazione parziale della legge 52/2015 (Italicum). Il primo quesito è sul voto bloccato ai capilista e le candidature plurime; il secondo è sul premio di maggioranza e il ballottaggio senza soglia. Sono i due meccanismi che stravolgono i principi costituzionali del voto libero e uguale e della rappresentanza democratica, il cui carattere fondante per la democrazia la Corte costituzionale aveva già sottolineato nella dichiarazione di illegittimità del Porcellum con la sentenza n. 1/2014. 

 

Le modifiche della Costituzione, della legge elettorale, della scuola, del lavoro, della pubblica amministrazione, della RAI portano tutte il segno inequivocabile di un disegno plebiscitario che concentra il potere sull’esecutivo e sulla persona del leader, azzera il ruolo dei contrappesi istituzionali fondamentali, vanifica la rappresentanza politica, imbavaglia il dissenso e tenta di imporre al paese le decisioni del Governo. Stiamo assistendo a uno stravolgimento completo delle architetture fondamentali della Costituzione repubblicana e del sistema democratico in essa scritto, messo in atto da un Parlamento sostanzialmente delegittimato dalla sentenza n. 1/2014 della Corte costituzionale.Con l’Italicum non si dà voce al paese perché si esprima sul proprio futuro. Al contrario, la si toglie. 

 

Questo Parlamento ha purtroppo dimostrato la sua incapacità di assolvere degnamente ai suoi basilari compiti di rappresentanza, per questo oltre alla presentazione dei quesiti di incostituzionalità sulla legge elettorale in tutti i tribunali dei capoluoghi organizzata dal Coordinamento per la Democrazia costituzionale è necessario intraprendere con determinazione la via referendaria - sull’Italicum e sulle principali leggi messe in campo dal governo Renzi - come via possibile e necessaria per riaprire un confronto democratico che il Governo Renzi ha negato e restituire al popolo la sovranità decisionale ad esso riconosciuta dalla Costituzione.

 

Il comitato è presieduto dal Prof. Massimo Villone. Presidente onorario è il prof. Stefano Rodotà. Ne fanno parte, sia a titolo individuale che in rappresentanza di organizzazioni, giuristi, professionisti, esponenti della politica e del sindacato, personalità accomunate dalla convinzione che sia necessario opporsi in ogni modo possibile alla torsione autoritaria che il governo Renzi sta imponendo al paese.

 

Consiglio direttivo: Presidente prof. Massimo Villone, Presidente onorario prof. Stefano Rodotà, Cesare Antetomaso, Gaetano Azzariti, Francesco Baicchi, Vittorio Bardi, Alberto Benzoni, Mauro Beschi, Felice Besostri, Francesco Bilancia, Sandra Bonsanti, Giuseppe Bozzi, Marina Boscaino, Lorenza Carlassare, Antonio Caputo, Sergio Caserta, Riccardo De Vito, Carlo di Marco, Anna Falcone, Antonello Falomi (tesoriere), Gianni Ferrara, Tommaso Fulfaro (cassiere), Domenico Gallo (c.esecutivo), Alfonso Gianni, Alfiero Grandi (vice presidente vicario),  Marco Guastavigna, Raniero La Valle, Silvia Manderino (vice presidente), Alessandro Pace, Giovanni Palombarini, Vincenzo Palumbo, Francesco Pardi, Antonio Pileggi, Giuseppe Ugo Rescigno, Franco Russo, Cesare Salvi, Antonia Sani, Mauro Sentimenti, Giovanni Russo Spena, Armando Spataro, Vincenzo Vita, Mauro Volpi.

 

Si può aderire al Comitato inviando una mail a:  

 

segreteria.comitatoperilsi@gmail.com,


Referendum, la tentazione del populista

Di Massimo Villone

Il Manifesto - 29 gennaio 2016

 

Curiosa storia, la data del referendum sulla riforma costituzionale. Renzi ha parlato di voto in ottobre. Ma rumors insistenti dicono che a palazzo Chigi piacerebbe molto votare prima, magari insieme alle amministrative. Tanto da incaricare un autorevole emissario di saggiare l’orientamento della Corte di cassazione sul punto.A quanto pare, chi ha con arroganza scommesso tutto su un plebiscito teme un voto sulla riforma solitario e lontano. E se gli italiani si fermassero a pensare? Se non bastassero battute e tweet?

È meno rischioso forzare la mano, fare presto, e andare all’ammucchiata. Come bruciare i tempi referendari? Dopo il prossimo voto della camera la legge sarà pubblicata — senza promulgazione — nella Gazzetta Ufficiale. Entro i successivi tre mesi – tempo massimo, non soglia minima — 500mila elettori, cinque consigli regionali, o un quinto dei componenti di una camera potranno avanzare richiesta di referendum. La Corte di cassazione ne valuterà la (sola) legittimità. La disciplina è nella legge 352/1970.

Il trucco c’è. Il voto della camera verrà entro metà aprile. Dopo, basteranno poche ore per  pubblicare il testo in Gazzetta Ufficiale e presentare in Cassazione la richiesta di referendum da  parte dei parlamentari, di maggioranza e di opposizione. Per l’articolo 12, comma 3, della legge 352, la Corte «decide, con ordinanza, sulla legittimità della richiesta entro 30 giorni». Se anche la Cassazione decidesse nell’ultimo giorno utile, non andremmo oltre metà maggio. Il decreto di indizione del referendum potrebbe poi seguire nel giro di poche ore, fissando per il voto una data «in una domenica compresa tra il 50° e il 70° giorno successivo all’emanazione del decreto». E saremmo all’inizio di luglio, o anche prima se la Cassazione si pronunciasse velocemente. Il gioco è  fatto.

Che fine fanno i tre mesi per la richiesta di referendum previsti dall’articolo 138? Ci vediamo già inondati dai tweet con cui l’ineffabile premier spiega ai sudditi che il referendum l’ha già chiesto lui attraverso i parlamentari di maggioranza, e che dunque non c’è bisogno di aspettare che lo chiedano anche altri. È uno spreco di tempo e di soldi pubblici. Dunque, una paterna sollecitudine dell’uomo di palazzo Chigi? Ma solo giocando al finto tonto si potrebbe ignorare il diverso messaggio politico

e istituzionale dato dalla provenienza della richiesta. Che è poi un diritto direttamente attribuito dalla Costituzione a soggetti diversi, ciascuno dei quali ha titolo a esercitarlo entro il termine prescritto. Il termine di tre mesi può di fatto ridursi solo nel caso in cui tutti i soggetti titolari — elettori, parlamentari, consigli regionali — esercitino il proprio diritto in tempi più  brevi.

Vale anche per la raccolta delle firme. Votare prima del decorso dei tre mesi o del minore tempo eventualmente sufficiente per la raccolta significherebbe azzerare il diritto di 500mila elettori di chiedere il voto popolare. Lo ha sostenuto anche Giuliano Amato da presidente del Consiglio nel 2001. E per il passato, si è preferito aspettare il decorso del termine. Ma da questo governo — la cui frequentazione del diritto costituzionale è labile e del tutto occasionale — non possiamo certo attenderci attenzione per i precedenti. Dunque, prepariamoci.

Come? Le firme sono raccolte su richiesta di un comitato promotore. Anche tale richiesta può essere subito presentata in Cassazione, per la pronuncia sulla legittimità. L’eventuale successiva indizione del referendum andrebbe a interrompere il subprocedimento — a quel punto già aperto — di raccolta delle firme. Il diritto di richiedere il referendum con la firma di 500mila elettori viene direttamente dalla Costituzione. Si può dunque argomentare che la richiesta di raccogliere le firme di per sé preclude una anticipata indizione del referendum.

Il comitato — secondo la Corte costituzionale — può sollevare conflitto tra poteri dello stato davanti alla stessa Corte. E bene potrebbe farlo per il decreto di indizione intempestivo. Se insistesse, il governo andrebbe al voto essendo in corso un giudizio davanti alla Consulta. E non dimentichiamo   che l’indizione assume la forma di un decreto del presidente della Repubblica. Nel gergo dei costituzionalisti, è atto sostanzialmente governativo, e il governo ne decide i contenuti. Ma un presidente della Repubblica minimamente arbitro dovrebbe pur avere qualche remora a firmare un decreto che vanifica una raccolta di firme in corso, predestinato a un giudizio per conflitto tra poteri.

Potrebbe essere anche chiesta la sospensiva del decreto di indizione. Non è specificamente prevista per il conflitto tra poteri, ma non mancano in dottrina voci autorevoli nel senso che sia consentita, e le pronunce della Corte non chiudono la porta. In ogni caso conta che basterebbero la richiesta del comitato promotore e il ricorso alla Corte — che il governo non può impedire — a porre ostacoli al  voto referendario prima dell’estate, e comunque a disvelare il trucco di una concomitanza apparentemente normale e fortuita con le amministrative.

Si voti a ottobre. L’agitazione disvela che la paura serpeggia nelle stanze del potere. E se alla fine la vittoria non fosse sicura? Se il popolo sovrano avesse un sussulto di orgoglio? Se Davide abbattesse Golia? Comunque siano avvertiti, a palazzo Chigi. Le carte bollate sono già   pronte.


ANPI NEWS   COMUNICATO 

pubblicato il 22 gennaio 2016

 


Nella riunione del Comitato nazionale dell’ANPI, del 21 gennaio, si è ampiamente ed approfonditamente discusso circa la riforma del Senato e la legge elettorale e sulla proposta di aderire ai Comitati referendari già costituiti.

La discussione è stata veramente apprezzabile, per la ricchezza e la serietà delle argomentazioni e per la compostezza del confronto. Si partiva dalla proposta del Presidente di aderire ai Comitati referendari già costituiti sull’una e sull’altra legge, tutta fondata sul tema della coerenza nella intransigente difesa della

Costituzione, secondo la linea perseguita dell’ANPI negli ultimi due anni. Sulla relazione vi sono stati molti consensi e sono state manifestate alcune perplessità e preoccupazioni, che hanno contribuito – anch’esse – alla valenza complessiva del dibattito, consentendo di arrivare, alla fine, ad un voto sostanzialmente unitario (solo tre astensioni).

In effetti, proprio per il contributo della discussione e del confronto, si è pervenuti, non solo all’esito positivo già indicato, ma anche alla definizione – ai fini della chiarezza - delle modalità e delle “condizioni” che devono caratterizzare l’ingresso dell’ANPI nella compagine referendaria. Questi aspetti, resi evidenti ed esposti nelle conclusioni del Presidente, possono essere così sintetizzati:

 

a. l’ANPI aderisce alla iniziativa referendaria in stretta coerenza con la linea seguita per due anni sul tema della riforma del Senato e sulla legge elettorale, qualificata fin dalla prima manifestazione, al Teatro Eliseo di Roma come “una questione di democrazia”. La conseguenza logica della approvazione delle due leggi in termini poco diversi rispetto a quelli iniziali, è che la parola va data alle cittadine e ai cittadini perché si esprimano liberamente, senza pressioni e soprattutto senza ”ricatti”.

 

b. nell’aderire ai Comitati referendari già costituiti, l’ANPI mantiene la sua piena autonomia e la sua piena libertà di azione e di giudizio, impegnandosi peraltro a contribuire ad un efficace svolgimento della campagna referendaria, basata, prima di ogni altra cosa, su una corretta e completa informazione delle cittadine e dei cittadini sui contenuti dei provvedimenti di cui si chiederà l’abrogazione.

 

c. l’ANPI non è interessata – nel caso particolare delle riforme – ai problemi più specificamente “politici” (il “plebiscito”, la tenuta e le sorti del Governo, etc.); per la nostra Associazione il tema è solo quello dell’intransigente difesa della Costituzione da ogni “stravolgimento” che rimetta in discussione le linee portanti (anche della seconda parte) ed i valori di fondo; considera la Riforma del Senato e la legge elettorale, così come approvate dal Parlamento, un vulnus al sistema democratico di rappresentanza ed ai diritti dei cittadini, in sostanza una riduzione degli spazi di democrazia;

 

d. l’ANPI esclude la collocazione della battaglia referendaria nel recinto di un qualsiasi schieramento politico, nonché ogni altra opzione politica che non sia quella, appunto, della salvaguardia della Costituzione;

 

e. l’ANPI, che attualmente ha oltre 120.000 iscritti e un’organizzazione estesa all’intero territorio nazionale, deve godere di una rappresentatività all’interno dei Comitati referendari, adeguata a ciò che essa rappresenta, in tema di iscritti e di valori;

 

f. l’ANPI ritiene che - rispetto alle Assemblee pubbliche, pur talora necessarie - debbano essere privilegiati gli incontri e le iniziative di contatto e rapporto con i cittadini attraverso la formazione di Comitati locali, ampi ed aperti e rivolti soprattutto alla popolazione, per informare e convincere sui complessi temi in discussione;

 

g. si ritiene opportuno che i Comitati referendari, se non lo hanno già fatto, provvedano alla costituzione di esecutivi snelli e dotati di particolare autorevolezza, in grado di coordinare ed intervenire con indicazioni, suggerimenti e proposte, anche in rapporto con i comitati locali che si andranno costituendo;

 

h. l’ANPI si riserva di assumere anche iniziative autonome, ma non confliggenti con quelle dei Comitati, per informare sulla posizione assunta e sulle sue caratteristiche anche di autonomia, nonché su tutte le questioni che riguardano le due leggi in discussione.

 

Questi sono i connotati fondamentali e le “condizioni” dell’adesione dell’ANPI ai Comitati referendari.

Sotto il profilo interno, è evidente che questo ci impegna a dare il nostro contributo, in sede nazionale e in periferia, allo sviluppo della campagna referendaria, con iniziative, con la costituzione dei Comitati, con tutti i mezzi e gli strumenti di informazione e di convincimento.

Naturalmente, ci sono due condizioni “interne”, perché tutto questo si possa svolgere regolarmente: la prima dipende strettamente dalla concomitanza con la campagna congressuale, che culminerà nel Congresso nazionale a metà maggio. Bisogna riuscire a far bene l’una e l’altra cosa, considerando

l’importanza che assume per la nostra Associazione, il Congresso, che è occasione di confronto, ma anche e soprattutto di definizione della linea che si adotterà per il futuro.

La seconda è che in una associazione pluralista come la nostra ci saranno certamente opinioni anche diverse da quella prevalsa nel Comitato nazionale; e del resto, alcune perplessità e preoccupazioni sono emerse anche in quella sede. Ebbene, la parola chiave è: “rispetto” di tutte le opinioni, pur nel contesto

dell’attuazione delle decisioni assunte. Ognuno sarà libero di votare come crede, quando verrà il momento; ma oggi sono da evitare azioni ed iniziative che contrastino con la linea assunta dal massimo organo dirigente, così come devono essere - da parte di chi è convinto della bontà e della giustezza della decisione adottata – evitati toni e comportamenti che in qualche modo possano apparire prevaricatori. L’ANPI è perfettamente in grado di mantenere la sua preziosa unità se tutti rispettano le regole, le decisioni adottate e – al tempo stesso – le opinioni diverse.

C’è troppo da fare per continuare a discutere all’infinito: c’è il Congresso e ci sarà la campagna referendaria. Dunque, c’è lavoro in abbondanza è c’è, soprattutto, la convinzione e la certezza che ciò che facciamo, in piena autonomia e con assoluta attenzione all’identità ed ai valori dell’ANPI, è funzionale al bene del Paese e della collettività e soprattutto all’intransigente (e non conservatrice) salvaguardia della Costituzione.

Non escludiamo la possibilità di iniziative anche autonome, per illustrare e chiarire la nostra posizione e per indicare positivamente (lo ripeto per l’ennesima volta, non siamo per la conservazione dell’esistente a tutti i costi) ciò che si potrebbe (e si dovrebbe) fare, semmai, per superare alcuni difetti del bicameralismo “perfetto”, senza stravolgere la Costituzione, prendendo esempio anche da esperienze già realizzate in altri Paesi.

Pertanto, è opportuno “attrezzarsi”, conoscere bene la legge di riforma del Senato, conoscere bene la legge elettorale, per poterne indicare e spiegare i difetti, i limiti e le ragioni per cui ne chiediamo la cancellazione.

 

E’ un momento delicato e complesso; ancora una volta, questo costituirà motivo e stimolo per un impegno solido e convinto.


La campagna referendaria è partita. No allo stravolgimento della Costituzione che è cosa ben più importante del destino di Renzi

di Alfiero Grandi

21 gennaio 2016

 

Consapevole o meno Renzi, con la sua affermazione che il suo futuro personale e' legato all’esito del referendum sulle modifiche costituzionali, contribuisce a destare interesse per un appuntamento politico che molti elettori neppure sapevano ci sarebbe stato. Naturalmente sovrapporre il suo destino all’esito del referendum da parte di Renzi e' strumentale, per mettere il merito del referendum in secondo piano, per sfuggire alle accuse di stravolgere la Costituzione nata dalla Resistenza, puntando ad una sorta di Sindaco d'Italia o, come dicono altri, ad un premierato forte mascherato. Renzi lo fa puntando a trasformare questo appuntamento in un referendum su di lui piuttosto che sullo stravolgimento della Costituzione che è il vero oggetto del referendum.

Questo tentativo strumentale va respinto. Gli elettori saranno chiamati a votare sulle modifiche della Costituzione che e' cosa ben piu' importante del destino di Renzi.

Lo stravolgimento della Costituzione attuato con queste modifiche, fortemente volute da Renzi, sta arrivando in porto con modalita' che stravolgono la prassi e lo spirito della Costituzione, lavorando su proposte del governo per rafforzane il ruolo diminuendo quello del parlamento, fingendo di dimenticare che dovrebbe essere il parlamento a definire il ruolo del governo e non viceversa. Non va infatti dimenticato che la Costituzione stabilisce che l'Italia e' una repubblica parlamentare.

Va aggiunto che Renzi dopo avere ricattato numerose volte i parlamentari (o votate la fiducia al governo o tutti a casa) perfino sulla legge elettorale, ora cerca di ricattare gli elettori minacciando il suo ritiro con un sovraccarico che riguarda solo lui e il suo metodo di continuo rilancio della posta in gioco.

Occorre reagire con serenita', mantenendo al centro il merito delle proposte sottoposte a referendum, per convincere gli elettori a respingerle. Se poi qualcuno approfittera' della sfida per altri fini sara' responsabilita' anzitutto di chi ha innescato questa spirale perversa, cioe' Renzi stesso.

Va sottolineato che in ballo ci sono oltre le pur decisive modifiche della Costituzione anche la legge elettorale. Infatti sul piano degli effetti istituzionali le modifiche costituzionali sono intrecciate fino a fare un tuttuno con la legge elettorale Renzi-Boschi.

La legge elettorale, approvata con un abuso del voto di fiducia, infatti contribuisce a cambiare la sostanza delle regole democratiche e in particolare della rappresentanza politica del nostro paese, con una pesante torsione maggioritaria. Un solo partito avra' un enorme premio di maggioranza (340 deputati) se raggiungera' il 40 % dei voti al primo turno. Altrimenti andra' al ballottaggio con il secondo piazzato e il vincitore nello spareggio avra' un premio di maggioranza ancora maggiore. Inoltre i deputati saranno per almeno i 2/3 nominati dal capo partito (nel caso specifico capo del partito e insieme del governo) il quale si trovera' ad avere del tutto asservita l'unica Camera che da' e toglie la fiducia al governo e che ha l'ultima parola sui provvedimenti di legge. Se a questo aggiungiamo la spogliazione di poteri delle regioni, l'accentramento delle decisioni nelle mani del governo perfino sui tempi dei lavori parlamentari, il declassamento del Senato ad una camera dopo-lavoro, visto che sindaci e consiglieri regionali sono eletti per fare altre cose, e quindi non potranno esercitare seriamente neppure i poteri rimasti, con senatori non eletti e che quindi non rispondono agli elettori. Così arriviamo alla chiusura del cerchio di un accentramento mai visto dei poteri nelle mani del capo del governo, con una torsione se non proprio autoritaria certamente molto decisionista. Del resto ne abbiamo avuto gia' numerose anticipazioni, da atteggiamenti di negazione del valore del dialogo sociale e in particolare del ruolo dei sindacati, all'attacco ai diritti di chi lavora rappresentato dalla liberalizzazione del tempo determinato e dalla cancellazione dell'articolo 18 per i nuovi assunti, fino a decisioni su materie ambientali che hanno fatto insorgere le regioni che hanno chiesto un referendum contro i permessi di trivellazione concessi in spregio alle norme ambientali. In futuro per le regioni questo referendum sarebbe molto difficile chiederlo.

Sono solo alcune della anticipazioni che dicono molto della concezione del potere e quindi del significato delle modifcihe della Costituzione, insieme alla legge elettorale.

Non si tratta solo della ricerca di un rafforzamento del potere personale da parte di Renzi, che pure c’è. C'e' qualcosa di piu'. La cortina fumogena alzata con la polemica con Juncker non serve solo ad ottenere qualche zero virgola di flessibilita' in piu', dopo avere abbandonato in passato la Grecia al suo destino, ma rivela che il governo Renzi per rispettare i parametri europei (più o meno gli stessi che ha dovuto subire la Grecia) si prepara a manovre pesanti, socialmente indigeribili e che le misure che rafforzano il potere autoritativo del governo sono funzionali a farle passare, costi quel che costi, cioe' ad imporle nei prossimi anni.

Il referendum sulle modifiche della Costituzione e la raccolta delle firme per promuovere quelli sulla legge elettorale saranno un’occasione importante per le elettrici e gli elettori per farsi sentire, tanto più che altri referendum saranno in campo a partire dalla scuola e dal lavoro. Ad aprile partirà la raccolta delle firme per ottenere i referendum per abolire premio di maggioranza e ballottaggio e garantire il diritto per i cittadini di eleggere tutti i deputati, senza nominati dai capi partito.

Alfiero Grandi

La campagna referendaria e' partita.

Consapevole o meno Renzi, con la sua affermazione che il suo futuro personale e' legato all’esito del referendum sulle modifiche costituzionali, contribuisce a destare interesse per un appuntamento politico che molti elettori neppure sapevano ci sarebbe stato. Naturalmente sovrapporre il suo destino all’esito del referendum da parte di Renzi e' strumentale, per mettere il merito del referendum in secondo piano, per sfuggire alle accuse di stravolgere la Costituzione nata dalla Resistenza, puntando ad una sorta di Sindaco d'Italia o, come dicono altri, ad un premierato forte mascherato. Renzi lo fa puntando a trasformare questo appuntamento in un referendum su di lui piuttosto che sullo stravolgimento della Costituzione che è il vero oggetto del referendum.

Questo tentativo strumentale va respinto. Gli elettori saranno chiamati a votare sulle modifiche della Costituzione che e' cosa ben piu' importante del destino di Renzi.

Lo stravolgimento della Costituzione attuato con queste modifiche, fortemente volute da Renzi, sta arrivando in porto con modalita' che stravolgono la prassi e lo spirito della Costituzione, lavorando su proposte del governo per rafforzane il ruolo diminuendo quello del parlamento, fingendo di dimenticare che dovrebbe essere il parlamento a definire il ruolo del governo e non viceversa. Non va infatti dimenticato che la Costituzione stabilisce che l'Italia e' una repubblica parlamentare.

Va aggiunto che Renzi dopo avere ricattato numerose volte i parlamentari (o votate la fiducia al governo o tutti a casa) perfino sulla legge elettorale, ora cerca di ricattare gli elettori minacciando il suo ritiro con un sovraccarico che riguarda solo lui e il suo metodo di continuo rilancio della posta in gioco.

Occorre reagire con serenita', mantenendo al centro il merito delle proposte sottoposte a referendum, per convincere gli elettori a respingerle. Se poi qualcuno approfittera' della sfida per altri fini sara' responsabilita' anzitutto di chi ha innescato questa spirale perversa, cioe' Renzi stesso.

Va sottolineato che in ballo ci sono oltre le pur decisive modifiche della Costituzione anche la legge elettorale. Infatti sul piano degli effetti istituzionali le modifiche costituzionali sono intrecciate fino a fare un tuttuno con la legge elettorale Renzi-Boschi.

La legge elettorale, approvata con un abuso del voto di fiducia, infatti contribuisce a cambiare la sostanza delle regole democratiche e in particolare della rappresentanza politica del nostro paese, con una pesante torsione maggioritaria. Un solo partito avra' un enorme premio di maggioranza (340 deputati) se raggiungera' il 40 % dei voti al primo turno. Altrimenti andra' al ballottaggio con il secondo piazzato e il vincitore nello spareggio avra' un premio di maggioranza ancora maggiore. Inoltre i deputati saranno per almeno i 2/3 nominati dal capo partito (nel caso specifico capo del partito e insieme del governo) il quale si trovera' ad avere del tutto asservita l'unica Camera che da' e toglie la fiducia al governo e che ha l'ultima parola sui provvedimenti di legge. Se a questo aggiungiamo la spogliazione di poteri delle regioni, l'accentramento delle decisioni nelle mani del governo perfino sui tempi dei lavori parlamentari, il declassamento del Senato ad una camera dopo-lavoro, visto che sindaci e consiglieri regionali sono eletti per fare altre cose, e quindi non potranno esercitare seriamente neppure i poteri rimasti, con senatori non eletti e che quindi non rispondono agli elettori. Così arriviamo alla chiusura del cerchio di un accentramento mai visto dei poteri nelle mani del capo del governo, con una torsione se non proprio autoritaria certamente molto decisionista. Del resto ne abbiamo avuto gia' numerose anticipazioni, da atteggiamenti di negazione del valore del dialogo sociale e in particolare del ruolo dei sindacati, all'attacco ai diritti di chi lavora rappresentato dalla liberalizzazione del tempo determinato e dalla cancellazione dell'articolo 18 per i nuovi assunti, fino a decisioni su materie ambientali che hanno fatto insorgere le regioni che hanno chiesto un referendum contro i permessi di trivellazione concessi in spregio alle norme ambientali. In futuro per le regioni questo referendum sarebbe molto difficile chiederlo.

Sono solo alcune della anticipazioni che dicono molto della concezione del potere e quindi del significato delle modifcihe della Costituzione, insieme alla legge elettorale.

Non si tratta solo della ricerca di un rafforzamento del potere personale da parte di Renzi, che pure c’è. C'e' qualcosa di piu'. La cortina fumogena alzata con la polemica con Juncker non serve solo ad ottenere qualche zero virgola di flessibilita' in piu', dopo avere abbandonato in passato la Grecia al suo destino, ma rivela che il governo Renzi per rispettare i parametri europei (più o meno gli stessi che ha dovuto subire la Grecia) si prepara a manovre pesanti, socialmente indigeribili e che le misure che rafforzano il potere autoritativo del governo sono funzionali a farle passare, costi quel che costi, cioe' ad imporle nei prossimi anni.

Il referendum sulle modifiche della Costituzione e la raccolta delle firme per promuovere quelli sulla legge elettorale saranno un’occasione importante per le elettrici e gli elettori per farsi sentire, tanto più che altri referendum saranno in campo a partire dalla scuola e dal lavoro. Ad aprile partirà la raccolta delle firme per ottenere i referendum per abolire premio di maggioranza e ballottaggio e garantire il diritto per i cittadini di eleggere tutti i deputati, senza nominati dai capi partito.

Alfiero Grandi

La campagna referendaria e' partita.

Consapevole o meno Renzi, con la sua affermazione che il suo futuro personale e' legato all’esito del referendum sulle modifiche costituzionali, contribuisce a destare interesse per un appuntamento politico che molti elettori neppure sapevano ci sarebbe stato. Naturalmente sovrapporre il suo destino all’esito del referendum da parte di Renzi e' strumentale, per mettere il merito del referendum in secondo piano, per sfuggire alle accuse di stravolgere la Costituzione nata dalla Resistenza, puntando ad una sorta di Sindaco d'Italia o, come dicono altri, ad un premierato forte mascherato. Renzi lo fa puntando a trasformare questo appuntamento in un referendum su di lui piuttosto che sullo stravolgimento della Costituzione che è il vero oggetto del referendum.

Questo tentativo strumentale va respinto. Gli elettori saranno chiamati a votare sulle modifiche della Costituzione che e' cosa ben piu' importante del destino di Renzi.

Lo stravolgimento della Costituzione attuato con queste modifiche, fortemente volute da Renzi, sta arrivando in porto con modalita' che stravolgono la prassi e lo spirito della Costituzione, lavorando su proposte del governo per rafforzane il ruolo diminuendo quello del parlamento, fingendo di dimenticare che dovrebbe essere il parlamento a definire il ruolo del governo e non viceversa. Non va infatti dimenticato che la Costituzione stabilisce che l'Italia e' una repubblica parlamentare.

Va aggiunto che Renzi dopo avere ricattato numerose volte i parlamentari (o votate la fiducia al governo o tutti a casa) perfino sulla legge elettorale, ora cerca di ricattare gli elettori minacciando il suo ritiro con un sovraccarico che riguarda solo lui e il suo metodo di continuo rilancio della posta in gioco.

Occorre reagire con serenita', mantenendo al centro il merito delle proposte sottoposte a referendum, per convincere gli elettori a respingerle. Se poi qualcuno approfittera' della sfida per altri fini sara' responsabilita' anzitutto di chi ha innescato questa spirale perversa, cioe' Renzi stesso.

Va sottolineato che in ballo ci sono oltre le pur decisive modifiche della Costituzione anche la legge elettorale. Infatti sul piano degli effetti istituzionali le modifiche costituzionali sono intrecciate fino a fare un tuttuno con la legge elettorale Renzi-Boschi.

La legge elettorale, approvata con un abuso del voto di fiducia, infatti contribuisce a cambiare la sostanza delle regole democratiche e in particolare della rappresentanza politica del nostro paese, con una pesante torsione maggioritaria. Un solo partito avra' un enorme premio di maggioranza (340 deputati) se raggiungera' il 40 % dei voti al primo turno. Altrimenti andra' al ballottaggio con il secondo piazzato e il vincitore nello spareggio avra' un premio di maggioranza ancora maggiore. Inoltre i deputati saranno per almeno i 2/3 nominati dal capo partito (nel caso specifico capo del partito e insieme del governo) il quale si trovera' ad avere del tutto asservita l'unica Camera che da' e toglie la fiducia al governo e che ha l'ultima parola sui provvedimenti di legge. Se a questo aggiungiamo la spogliazione di poteri delle regioni, l'accentramento delle decisioni nelle mani del governo perfino sui tempi dei lavori parlamentari, il declassamento del Senato ad una camera dopo-lavoro, visto che sindaci e consiglieri regionali sono eletti per fare altre cose, e quindi non potranno esercitare seriamente neppure i poteri rimasti, con senatori non eletti e che quindi non rispondono agli elettori. Così arriviamo alla chiusura del cerchio di un accentramento mai visto dei poteri nelle mani del capo del governo, con una torsione se non proprio autoritaria certamente molto decisionista. Del resto ne abbiamo avuto gia' numerose anticipazioni, da atteggiamenti di negazione del valore del dialogo sociale e in particolare del ruolo dei sindacati, all'attacco ai diritti di chi lavora rappresentato dalla liberalizzazione del tempo determinato e dalla cancellazione dell'articolo 18 per i nuovi assunti, fino a decisioni su materie ambientali che hanno fatto insorgere le regioni che hanno chiesto un referendum contro i permessi di trivellazione concessi in spregio alle norme ambientali. In futuro per le regioni questo referendum sarebbe molto difficile chiederlo.

Sono solo alcune della anticipazioni che dicono molto della concezione del potere e quindi del significato delle modifcihe della Costituzione, insieme alla legge elettorale.

Non si tratta solo della ricerca di un rafforzamento del potere personale da parte di Renzi, che pure c’è. C'e' qualcosa di piu'. La cortina fumogena alzata con la polemica con Juncker non serve solo ad ottenere qualche zero virgola di flessibilita' in piu', dopo avere abbandonato in passato la Grecia al suo destino, ma rivela che il governo Renzi per rispettare i parametri europei (più o meno gli stessi che ha dovuto subire la Grecia) si prepara a manovre pesanti, socialmente indigeribili e che le misure che rafforzano il potere autoritativo del governo sono funzionali a farle passare, costi quel che costi, cioe' ad imporle nei prossimi anni.

Il referendum sulle modifiche della Costituzione e la raccolta delle firme per promuovere quelli sulla legge elettorale saranno un’occasione importante per le elettrici e gli elettori per farsi sentire, tanto più che altri referendum saranno in campo a partire dalla scuola e dal lavoro. Ad aprile partirà la raccolta delle firme per ottenere i referendum per abolire premio di maggioranza e ballottaggio e garantire il diritto per i cittadini di eleggere tutti i deputati, senza nominati dai capi partito.

 

Alfiero Grandi


Alberto Lucarelli

“Riforme, la Costituzione secondo Renzi: premierato assoluto e negazione della democrazia

 

1. Dubbi (sic!) sulla legittimità dell’attuale Parlamento a modificare la seconda parte della Costituzione. La sentenza della Corte costituzionale n. 1 del 2014 nel dichiarare l’incostituzionalità della legge elettorale definita Porcellum affermava che le Camere, elette appunto con una legge dichiarata incostituzionale, in particolare per l’assenza di una soglia minima per l’assegnazione del premio di maggioranza, avrebbero potuto continuare ad esercitare le loro funzioni soltanto sulla base di un principio implicito all’ordinamento giuridico ovvero su il principio fondamentale della continuità dello Stato. Un principio che tuttavia non legittima un esercizio prolungato nel tempo, tra l’altro finalizzato a stravolgere l’impianto costituzionale, ma al massimo, come esemplificato dalla Corte nella medesima sentenza, limitato nel tempo. In questo senso la stessa Corte fa riferimento alla prorogatio prevista negli articoli 61 e 77, comma 2 della Costituzione. Istituto che al massimo può prevedere un’efficacia di tre mesi. Quindi un Parlamento eletto con premi di maggioranza dichiarati incostituzionali e con un potere limitato nel tempo, come affermato dalla Corte, si avvia a mutare forma di governo e forma di Stato.

 

2. La crisi della rappresentatività ed il dominio dell’esecutivo. Ai sensi del’art. 55 del progetto di riforma costituzionale Renzi/Boschi il rapporto di fiducia si instaurerà soltanto tra la Camera dei deputati ed il Governo.  Soltanto la Camera dei deputati potrà concedere o revocare la fiducia. Questa norma tuttavia va letta unitamente alle disposizioni di cui alla legge n. 52 del 2015 (c.d. Italicum) che, come è noto, assicurano una maggioranza assoluta dei seggi all’unica lista che ottiene il miglior risultato. In sostanza, se un partito supera la soglia del 40% dei voti validamente espressi, al secondo turno al ballottaggio, anche con una soglia bassa di partecipazione, quindi anche in presenza di un’alta astensione, avrà la maggioranza dei seggi. Quindi, un partito anche non altamente rappresentativo sarà in condizione ed abilitato a formare  il governo ed ottenere il voto di fiducia da parte della Camera dei deputati; un partito poco rappresentativo del corpo elettorale, espressione di una esigua minoranza di voti,  potrà governare da solo il Paese.  Il partito di maggioranza relativa anche con il 30% dei voti, ad esempio con il 50% degli astenuti, otterrebbe la maggioranza dei seggi. La funzione di determinazione ed attuazione dell’indirizzo politico si concentra tutta nelle mani dell’Esecutivo, anche in contrasto con quanto sostenuto ed argomentato nella sentenza n. 1 del 2014 della Corte Costituzionale con la quale si dichiarava l’illegittimità del c.d Porcellum. In particolare la Corte affermava che la “rappresentatività” non dovrebbe mai essere penalizzata dalla “governabilità”.

 

3. Composizione del Senato. Peregrina è la composizione del Senato. 100 senatori di cui 74 consiglieri regionali, 21 sindaci e cinque nominati dal Presidente della Repubblica. Tutto incerto per le modalità di elezione di consiglieri e sindaci che, espressione delle autonomie territoriali, non saranno eletti dai cittadini ma le cui modalità di elezione sono rinviate ad una futura legge ordinaria. I 95 personaggi in cerca d’autore (per i cinque di nomina presidenziale l’autore è il Capo dello Stato che formerà un suo partitino) non hanno nulla in comune con la tanto evocata Camera delle regioni del cancellierato tedesco (Bundesrat). Infatti, a differenzadel sistema tedesco, nella c.d. Camera delle regioni nostrana, non saranno presenti gli esecutivi regionali, ma 100 senatori part time. Ci troviamo dunque in presenza di un Senato debole, sia di fronte alla Camera che al Governo, ma altresì debole nei confronti degli stessi 

 

4. Kafkiano iter legislativo. L’iter di formazione delle leggi è molto complesso. Si contano circa una decina di diverse modalità di approvazione di una legge, al di là delle leggi monocamerali e bicamerali( leggi costituzionali, leggi in materia di elezione del Senato, referendum popolare e ordinamento degli enti territoriali). E’ evidente che i valori dell’efficienza e dell’efficacia (oltre che della velocità) su cui si basa il mainstream renziano risultano fortemente ridimensionati e soprattutto la farraginosità delle procedure legislative, presumibilmente, determinerà un forte contenzioso davanti alla Corte Costituzionale. In questo marasma legislativo si introduce il controllo preventivo di legittimità costituzionale affidato alla Corte costituzionale sulle leggi elettorali. Molto bene! Tuttavia un piccolo particolare: non è stato definito il rapporto  tra sindacato in via preventiva della Corte e sindacato in via successiva. In sostanza, legittimamente ci si domanda: può una legge elettorale essere sindacata anche successivamente e quale sarà il rapporto tra giudizio preventivo e giudizio successivo? Boh! Non è dato saperlo…..con buona pace della certezza 

 

5. Elezione degli organi costituzionali di garanzia. Il Capo dello Stato è eletto dalla Camera e dal Senato. Inutile dire che vista la sproporzione di numeri tra le due Camere sarà la volontà della Camera dei deputati a decidere ed a prevalere. Dal primo al terzo scrutinio occorrerà la maggioranza dei due terzi dell’assemblea, dal quarto al sesto dei tre quinti dell’assemblea, dal settimo scrutinio saranno sufficienti i tre quinti dei votanti. Come si vede dal settimo scrutinio la maggioranza è calcolata sui votanti e non sui componenti. Il che significa che dal settimo scrutinio il presidente potrà essere eletto con maggioranze parlamentari ridotte, qualora una o più forze politiche decidano di non presentarsi al voto. Pertanto, aumenta la forza della Camera nella scelta del Capo dello Stato, in raccordo con l’Italicum e soprattutto il potere del partito che ha la maggioranza grazie al premio elettorale. Strategie di partito sarebbero dunque in grado di far perdere il ruolo di neutralità che la Costituzione assegna al Presidente della Repubblica e la titolarità di quella sua funzione che notoriamente viene definita di indirizzo politico di controllo e garanzia, ovvero estranea all’indirizzo politico governante o di maggioranza.Un discorso analogo, ovvero di potenziale prevalenza del partito di governo nell’elezione degli organi di garanzia, è possibile farlo per l’elezione della componente laica del CSM che, come è noto,  dalla terza votazione è eletta con i tre quinti dei votanti e non dei componenti l’assemblea, come invece avviene per i primi due scrutini. Infine, per quanto attiene all’elezione parlamentare dei cinque giudici costituzionali appare sproporzionato, vista la diversa composizione quantitativa tra le due Camere, che tre siano espressione della Camera e due del Senato, ma a parte questo dato anomalo, risulta quanto meno singolare che nell’ambito di un organo costituzionale non territoriale (quale la Corte costituzionale) l’elezione di due giudici avvenga da parte di un organo, appunto il Senato, che rappresenta nel progetto di riforma le istituzioni territoriali.

 

6. Il c.d. Statuto delle opposizioni. Nel nuovo art. 64 del progetto di riforma è introdotta una modifica, ovvero i regolamenti delle Camere garantirebbero i diritti delle minoranze parlamentari ed il regolamento della Camera dei deputati disciplina lo statuto delle opposizioni.  I regolamenti parlamentari sono approvati a maggioranza assoluta, ovvero con il 50% per cento dei componenti l’assemblea, il che significa che, ancora una volta, in relazione con l’Italicum, sarà il partito di maggioranza che sostiene il Governo a decidere quando e quali poteri e garanzie concedere all’opposizione. I diritti delle opposizioni ostaggio delle maggioranze (sic!), anche, perché no, di un possibile ostruzionismo della maggioranza

 

7. Democrazia diretta o partecipativa. Per l’iniziativa legislativa popolare l’inganno è evidente: si innalzano le firme richieste da 50.000 a 150.000 con il pretesto che poi i testi dei cittadini avranno un percorso certo. Ancora una volta questo percorso certo, sia per l’esame che per la votazione, è riservato alla competenza dei regolamenti parlamentari, per cui valgono le considerazioni di cui al punto precedente. Al buon cuore del partito di maggioranza decidere sulle sorti della democrazia partecipativa e diretta. In merito all’istituto referendario, si aggiunge, accanto a quella esistente, un’altra procedura con un altro quorum. Infatti in caso di sottoscrizione della proposta da parte di 800 mila elettori sarà sufficiente per la validità del referendum la maggioranza dei votanti all’ultima elezione della Camera dei deputati. Si tratta di una norma che con il secondo quorum intenderebbe, rispetto al testo attuale, a facilitare la validità del referendum. Tuttavia, va ricordato che il vero nodo dell’esito referendario è la sua effettività, è consentire che la volontà referendaria sia poi recepita dall’organo legislativo. Sul punto va ricordata la recente sentenza n. 199 del 2012 della Corte costituzionale con la quale annullava norme tese a negare l’esito dei referendum del 2011 contro la privatizzazione dei servizi pubblici locali, compresa l’acqua. In quell’occasione la Corte nell’annullare tali norme ribadì anche il principio del vincolo referendario ovvero il principio secondo il quale la sovranità popolare (art. 1 cost.) che si esprime anche attraverso gli istituti della democrazia diretta e partecipativa prevale e vincola il legislatore ovvero la sovranità statuale o legislativa. Una reale volontà a valorizzare gli istituti della democrazia partecipativa e diretta avrebbe spinto a valutare ipotesi quali il referendum confermativo e il referendum propositivo sdoganando il referendum soltanto dalla sua forza demolitoria di abrogazione delle leggi.

 

8. La democrazia partecipativa oltre il referendum.  I referendum del 2011 sui beni comuni e contro il nucleare, caratterizzati da una ampia partecipazione, hanno arrestato il processo di privatizzazione bipartisan lanciato sin dagli anni novanta. Tuttavia, il referendum abrogativo rimane comunque uno strumento di mediazione della sovranità dello Stato; è comunque uno strumento che non si può fare interprete in toto della democrazia partecipativa e/o diretta, in quanto è sempre governato e gestito, nei suoi esiti, dalla sovranità statuale piuttosto che dalla sovranità popolare. E' comunque uno strumento "concesso dall'alto" e proprio "dall'alto" ne può essere depotenziata la sua efficacia, la sua portata. Tende ad essere uno strumento ancellare della democrazia della rappresentanza che lo utilizza per smaltire le sue tossine. La prova ne è l'esito dei referendum del 2011 assolutamente depotenziati nei suoi effetti dalla sovranità statuale. L'abrogazione, quale effetto del referendum come previsto dall'articolo 75 della Costituzione, può assumere caratteri della democrazia partecipativa soltanto se si innesta in un binario democratico più ampio che si articola in analisi, proposta, conflitto, dissenso, lotta. In forme di autogestione e di auto rappresentazione e, come si è detto,  in altre forme referendarie più incisive di quella abrogativa sotto il profilo della dimensione partecipativa.

 

9. A mò di conclusioni. Si potrebbero porre all’attenzione del dibattito tante altre considerazioni – negative - sulla riforma, come ad esempio che: 

  • a. non è vero che scompaiono le province, ma soltanto che si toglie ad esse la copertura costituzionale e che quindi potrebbero continuare ad esistere fintanto che non lo voglia 
  • b.  sono introdotte con il progetto di riforma  disposizioni proprie di un federalismo competitivo che nulla hanno in comune con il nostro impianto di regionalismo collaborativo. Ad esempio la clausola di supremazia statale, che attribuisce sostanzialmente al governo il potere di decidere quando c’è l’interesse nazionale, e  che consente allo Stato di legiferare anche in materie di competenza esclusiva delle regioni;
  • c. la norma che attribuisce al Governo il potere di imporre alla Camera dei deputati di deliberare entro settanta giorni su disegni di legge governativi, dichiarati prioritari, attribuisce all’Esecutivo la possibilità di dettare l’agenda politica: tempi e contenuti, relegando il Parlamento in un angolino.

Queste riflessioni, che meritano ovviamente ulteriori approfondimenti, non vogliono assolutamente apparire come il desiderio di un ritorno al passato o come il rimpianto proporzionale o del Parlamento quale luogo esclusivo della rappresentanza, intendono piuttosto evidenziare la singolarità di un processo di così ampie proporzioni promosso da un Parlamento sul quale pesa una sentenza della Corte costituzionale che sostanzialmente lo delegittima, perlomeno per progetti così ambiziosi, articolati e complessi. Si è voluto evidenziare come il combinato riforma elettorale-riforma Renzi-Boschi configuri un modello fondato sulla tirannia della maggioranza, nel quale gli stessi organi di garanzia non sono messi in condizione di operare come strumenti di pesi e contrappesi. 

I cittadini italiani devono essere consapevoli, alla vigilia della campagna referendaria, allorquando in ottobre saranno chiamati alle urne per confermare o meno la riforma, che li si propone un modello del tutto originale per le democrazie occidentali, e comunque ben distante dai principi fondativi della nostra architettura costituzionale quali la partecipazione democratica, la rappresentanza politica, l’equilibrio tra i poteri.

a.  il rafforzamento dell’esecutivo, la stabilità, la governabilità non richiedono necessariamente la devastazione della nostra forma di governo e dei suoi principi fondativi, anzi esecutivi forti necessitano di opposizioni forti; 

b. che l’uscita dal bicameralismo perfetto o paritario non significa mascherarlo con un mocameralismo di fatto accompagnato da una camera di zombie. 

Se malauguratamente dovesse passare  questa riforma sarà molto più semplice per il partito-governo-maggioranza parlamentare incidere di fatto, con leggi ordinarie, e perché no con buona pace di Kelsen, con regolamenti, anche sulla prima parte della Costituzione

 

14 gennaio 2016


9 gennaio 2015 - Il Fatto Quotidiano
«In gioco c’è la Costituzione, non il destino del premier»

Intervista di Silvia Truzzi a Lorenza Carlassare, costituzionalista

Lunedì sarà il battesimo: nell’aula dei gruppi parlamentari della Camera dei deputati si terrà il primo incontro dei Comitati del No alla riforma Boschi: «Proveremo a sensibilizzare i cittadini», spiega Lorenza Carlassare, uno dei relatori dell’incontro. «Speravo – in un eccesso di ottimismo – che ci fosse un ripensamento in Parlamento su alcuni aspetti della riforma costituzionale. Ci preoccupiamo di chiedere il referendum in base all’idea che questa riforma venga approvata così com’è, con tutti i difetti che ha. Addirittura una modifica che saggiamente la Camera aveva eliminato (l’attribuzione al Senato del potere di eleggere da solo due dei cinque giudici costituzionali che ora vengono eletti dal Parlamento in seduta comune) è stata ripristinata dal Senato, e ormai l’approvazione della Camera sembra sicura. Evidentemente non c’è spazio per una riflessione critica. Non resta che mobilitare le persone in vista del futuro referendum, che il presidente del Consiglio va annunziando come un’iniziativa sua: lui sottoporrà la riforma al popolo perché la approvi; lui, in caso contrario, si dimetterà. Si arriva al punto di personalizzare persino il referendum costituzionale. Ma non è questo il senso del referendum costituzionale che non è previsto per ‘acclamare’, ma per opporsi a una riforma sgradita». 

L'equivoco non è nuovo: nel 2001 votammo per confermare la riforma del Titolo V della Costituzione. Governo di centrosinistra. 

«Si vede che è un’idea del Pd! Ma è sbagliata. E non si tratta di una sfumatura. Il referendum serve a rafforzare la rigidità della Costituzione impedendo alla maggioranza di cambiarla da sola. O la riforma è approvata da entrambe le Camere con la maggioranza dei due terzi – vale a dire con il concorso delle minoranze – oppure la legge, pubblicata per conoscenza, è sottoposta a referendum qualora entro tre mesi “ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o 500 mila elettori o cinque Consigli regionali”. Se nessuno chiede il referendum, trascorsi i tre mesi la legge costituzionale viene promulgata, pubblicata ed entra in vigore; interessato a chiedere il referendum dovrebbe essere chi è contrario ai contenuti della riforma, per impedirne l’entrata in vigore. L’art. 138 non si presta a equivoci. Il referendum quindi è una possibilità, quando la riforma non ha coinvolto le minoranze, per consentire a chi non è d’accordo di provare a farla fallire; può essere anche una minoranza esigua non essendo previsto un quorum di partecipazione». 

Che significato hanno le dichiarazioni con cui il premier ha legato il suo destino politico all'esito del referendum? 
«Insisto: il referendum costituzionale non è uno strumento nelle mani del Presidente del Consiglio a fini di prestigio personale. In molti hanno messo in luce l’intenzione di trasformare la consultazione in un plebiscito pro o contro Renzi: ma qui è in ballo la sorte della Costituzione, non la sua. Invece , pens ando che – 5Stelle e Sinistra Italiana a parte – non troverà oppositori sul suo cammino e il referendum sarà un trionfo, intende servirsene per rafforzare il suo potere personale, da esercitare senza controlli e contrappesi, senza che nessuno lo contraddica». 

Risponderete con un'informazione basata sui contenuti della riforma: come pensate di farli passare? C’è il precedente del 2006 in cui i cittadini bocciarono la riforma Berlusconi: ma era Berlusconi, appunto. 
«Questo è il vero problema. Mentre nel 2006 il progetto di modifica della forma di governo era chiara perché Berlusconi aveva parlato esplicitamente di premierato, ora apparentemente la forma di governo non viene modificata; ma nella sostanza – grazie al combinato disposto di Italicum e riforma Boschi l’effetto è proprio di trasformare la forma di governo e persino la forma di Stato, vale a dire la democrazia costituzionale». 

Il leitmotiv è stato “abolire il bicameralismo perfetto”. 
«Su questo erano d’accordo tutti. Bastava fare una riforma circoscritta, non c’era bisogno di sfigurare la Costituzione. Fra l’altro, una delle ragioni della riforma del bicameralismo perfetto era la semplificazione delle procedure: semplificazione che non c'è stata, semmai si è complicato e confuso il procedimento legislativo. Per alcune leggi il Senato interviene, per altre no . Per alcune il Senato vota, ma poi la Camera con maggioranze diverse deve tornare sul testo del Senato. Tutto irrazionale. Il vero dato è che la composizione del nuovo Senato – della quale abbiamo già detto molto nei mesi scorsi – lo rende agevolmente controllabile. Le riforme vanno tutte nella stessa direzione: pensi alla Rai! »

Cioè “chi vince piglia tutto”? 
«La legge elettorale che entra in vigore nel 2016 è una via traversa per giungere di fatto all’elezione diretta del premier. Quando si arriva al ballottaggio (per il quale non c’è quorum, e dunque le due liste più votate partecipano a prescindere dal seguito elettorale che hanno ricevuto), l’elettorato deve necessariamente schierarsi a favore di uno dei contendenti e chi vince si prende tutto. È una forma d’investitura popolare per chi guida il governo; un discorso non nuovo che precede Renzi di molti anni: le elezioni come strumento non tanto per eleggere il Parlamento, ma per scegliere e investire un governo e il suo Capo.E senza che a una simile trasformazione si accompagnino i contrappesi indispensabili in una democrazia costituzionale».

Il REFERENDUM PLEBISCITO

di Massimo Villone 

Il Manifesto 30 dicembre 2015

 

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Una riflessione di Baicchi sulla mancata elezione dei giudici della Corte Costituzionale

pubblicato il 9 dicembre 2015

La vicenda della mancata elezione dei giudici costituzionali sta assumendo aspetti grotteschi, ma si inserisce coerentemente nel tentativo portato avanti da alcuni gruppi di potere di alimentare la sfiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche.

Occorre ricordare che, in presenza di un Parlamento di dubbia legittimità perché frutto di una legge elettorale incostituzionale, e per questo sicuramente non rappresentativo della volontà popolare, la Corte Costituzionale rimane il supremo strumento di difesa della legalità e della democrazia nei confronti di tentazioni autoritarie dell’Esecutivo.

Contrariamente a quanto si vorrebbe far credere, il corretto funzionamento di questo organismo non è legato solo alla completezza della sua composizione, ma soprattutto al rispetto, nella procedura di elezione dei suoi membri, dello spirito che portò a prevedere il consenso di una ampia maggioranza, garanzia di indipendenza dei Giudici dai loro stessi elettori e di fedeltà solo alla Costituzione.

Quella che stiamo vivendo è l’ennesima dimostrazione delle conseguenze gravissime della scelta di tenere in vita la legislatura dopo la sentenza n.1/2014 della Consulta, invece di consentire ai cittadini di eleggere un nuovo Parlamento con procedure non viziate da incostituzionalità.

E’ dunque sbagliato sollecitare tempi rapidi per l’individuazione dei componenti mancanti senza deprecare il tentativo di ottenere, a qualunque costo e con baratti inconfessabili, l’approvazione di candidati pregiudizialmente schierati, al solo scopo di garantire l’esito di specifiche sentenze. 

Perché il rifiuto della attuale maggioranza, allargata a estemporanei gruppi di mercenari, a cambiare metodo e cercare convergenze ampie su candidature indipendenti appare oggettivamente funzionale a impedire una serena valutazione da parte della Consulta proprio della nuova legge elettorale (italicum), che ripete gli errori della precedente, e delle ‘riforme’ che stanno progressivamente cancellando il sistema dei diritti faticosamente conquistato nella seconda metà del secolo scorso.

Auspichiamo che i richiami delle supreme cariche dello Stato a ‘fare presto’ esprimano esplicitamente anche l’esigenza a ‘fare bene’, nel senso di rientrare nello spirito della Costituzione repubblicana del 1948, che sarebbe colpevole dimenticare fu confermata nel 2006 a larghissima maggioranza dal voto delle italiane e degli italiani, che non si sono mai espressi in favore del suo stravolgimento.


E’ tempo di passare all’azione

Costituiamo i Comitati locali del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale

L'appello di Domenico Gallo

 

Con la formale nascita del Comitato per il NO nel referendum costituzionale, avvenuta lo scorso 30 ottobre, e la imminente costituzione del Comitato per il SI nel referendum abrogativo del cosiddetto ‘Italicum’, logica conseguenza della presentazione dei relativi quesiti, si è aperta una fase estremamente impegnativa della nostra lotta contro la deriva conservatrice e autoritaria che minaccia il Paese.

Ancora una volta, come nel non lontano 2006, saremo costretti a scendere in strada per chiedere alle cittadine e ai cittadini italiani di assumersi, con una firma e col voto, la responsabilità connessa con la sovranità riconosciuta a ognuno di noi dal primo articolo della Costituzione repubblicana.

Questo ci impone di creare, in tempi brevissimi, una struttura organizzativa che ci permetta di essere presenti capillarmente in tutta Italia e che possa successivamente adempiere, su delega dei rispettivi Comitati nazionali, alle formalità necessarie sia per la raccolta firme (referendum abrogativo sull’italicum), che per la campagna sul referendum costituzionale.

A questo scopo riteniamo indispensabile che quanto prima in ogni regione vengano creati organismi di coordinamento fra le sedi locali delle organizzazioni che hanno aderito al Coordinamento per la Democrazia Costituzionale e tutte le altre forme associative che vorranno aderire condividendo gli stessi obiettivi. Analoghi organismi dovranno nascere a livello provinciale.

E’ facilmente comprensibile la necessità di puntare alla massima partecipazione, sia di singoli che di associazioni, movimenti, strutture sindacali (anche aziendali), organismi politici locali, che condividano l’impegno per il mantenimento del sistema istituzionale rappresentativo e democratico su cui è fondata la nostra Repubblica.

Proponiamo pertanto, nelle regioni e nelle province ove non sia già avvenuto, la convocazione di un incontro fra i rappresentanti locali delle organizzazioni che hanno aderito al Coordinamento, aperto alla partecipazione paritaria di quanti vorranno aderirvi.

Per motivi di opportunità, allo scopo di facilitare le adesioni, riteniamo preferibile che, ove possibile, la convocazione avvenga per iniziativa di uno o più soggetti unitari anziché di un singolo soggetto politico.

Il primo incontro dovrebbe portare alla costituzione del Coordinamento regionale per la Democrazia Costituzionale (ovvero dei Coordinamenti provinciali) anche in funzione di Comitato regionale (e provinciale) per il No nel referendum costituzionale, e di Comitato per i referendum abrogativi dell’Italicum, che potranno anche avere composizione non identica; entrambi gli organismi dovrebbero essere aperti alla adesione successiva di altri soggetti su base assolutamente paritaria. Se lo si ritiene opportuno all’incontro potranno partecipare rappresentanti del CDC per illustrare le iniziative in corso e il programma temporale degli impegni che ci attendono.

Come tutti sanno, è decollata un po’ dappertutto l’iniziativa di contestazione dell’italicum per via giudiziaria coordinata dall’avv. Besostri. Il prossimo 11 gennaio è previsto il voto finale (in prima lettura) della Camera sulla riforma costituzionale Boschi/Renzi; per lo stesso giorno il Coordinamento ha organizzato un incontro, che si terrà presso la sala della Regina della Camera dei Deputati, nel quale autorevoli costituzionalisti illustreranno le ragioni del No e lanceranno un grido d’allarme. Alla fine del mese di gennaio convocheremo un’assemblea in Roma per fare il punto sullo sviluppo dei contatti e delle iniziative in corso e decidere se ci sono le condizioni politiche ed organizzative per far partire la campagna di raccolta delle firme sui referendum abrogativi dell’Italicum, che dovrà svolgersi prevedibilmente nel periodo che va da marzo a maggio/giugno.

Della nascita dei comitati regionali, provinciali e locali e della loro composizione dovrà essere data notizia compilando l’apposito modulo scaricabile dal sito  al seguente indirizzo:

  http://coordinamentodemocraziacostituzionale.net/elenco-e-contatti-comitati-locali-cdc/

I comitati verranno elencati e pubblicizzati sulla pagina web del CDC.

Roma 1° dicembre 2015

Domenico Gallo                     Alfiero Grandi

 


Appello ai presidenti della Camera e del Senato e ai deputati e senatori della Repubblica per la sospensione della discussione sulla riforma costituzionale Renzi-Boschi

pubblicato il 18 novembre 2015

In un tornante della storia, quale si va profilando in conseguenza della mattanza occorsa il 13 novembre a Parigi per opera di seguaci del Daesh, il Direttivo del Comitato per il No al referendum costituzionale sulla riforma Renzi-Boschi, chiede al Presidente della Camera dei deputati e ai Presidenti dei gruppi parlamentari di rinviare a data da destinarsi la discussione, già fissata per il prossimo 20 novembre, davanti alla Camera dei deputati, per l’approvazione, in prima deliberazione, del d.d.l. cost. n. 2613-B.

Il Comitato ritiene infatti inopportuno che in un momento così grave che richiede l’unità di tutte le forze politiche e sociali – come ai tempi del terrorismo, se non peggio -, le Camere possano procedere tranquillamente nel loro lavoro di revisione della gran parte degli articoli della Costituzione come se nulla fosse accaduto. Mentre è proprio nei momenti di crisi, che la Costituzione, nei suoi principi e valori, dovrebbe costituire il simbolo, per eccellenza, dell’unità del popolo italiano.

Né si obietti che, con la progettata modifica della Camera e del Senato, lo Stato italiano acquisirebbe maggior forza per contrapporsi al terrorismo jihadista. Proprio l’esperienza degli anni di piombo ha infatti insegnato che le battaglie contro l’eversione non si combattono limitando i poteri del Parlamento, che erano gli stessi di quelli tuttora previsti dalla Costituzione del 1947, e che potrebbero semmai essere rimodulati agevolmente con appropriate modifiche regolamentari.

La gravità dell’attuale situazione che potrebbe addirittura sfociare, come da più parti si sostiene, in uno stato di guerra o in una situazione analoga, induce il Comitato per il No a sottolineare che se la riforma Renzi-Boschi venisse approvata nel testo di cui al d.d.l. cost. n. 2613-B, non sarebbero più le Camere a deliberare lo stato di guerra, come previsto dal vigente articolo 79 della Costituzione, ma la sola Camera dei deputati. E ciò, come se il Senato, ancorché rappresentativo delle autonomie locali, quale previsto dalla riforma Renzi-Boschi, non fosse anch’esso un organo dello Stato-comunità e quindi della Repubblica italiana.

Roma, 16 novembre 2015

Prof. Alessandro Pace – Presidente del Comitato per il No[1]

[1] Consiglio direttivo del Comitato per il No nel referendum costituzionale: Gustavo Zagrebelsky (Presidente onorario), Alessandro Pace (Presidente), Pietro Adami, Alberto Asor Rosa, Gaetano Azzariti, Francesco Baicchi, Vittorio Bardi, Mauro Beschi, Felice Besostri, Francesco Bilancia, Sandra Bonsanti, Lorenza Carlassare, Sergio Caserta, Claudio De Fiores, Riccardo De Vito, Carlo Di Marco, Giulio Ercolessi, Anna Falcone, Antonello Falomi, Gianni Ferrara, Tommaso Fulfaro, Domenico Gallo, Alfonso Gianni, Alfiero Grandi, Raniero La Valle, Paolo Maddalena, Giovanni Palombarini, Vincenzo Palumbo, Francesco Pardi, Livio Pepino, Antonio Pileggi, Marta Pirozzi, Ugo Giuseppe Rescigno, Stefano Rodotà, Franco Russo, Giovanni Russo Spena, Cesare Salvi, Mauro Sentimenti, Enrico Solito, Armando Spataro, Massimo Villone, Vincenzo Vita, Mauro Volpi.




CAMERA DEI DEPUTATI: AUDIZIONE DI FRONTE ALLA I COMMISSIONE (AFFARI COSTITUZIONALI, DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO E INTERNI) SUL D.D.L. COSTITUZIONALE A.C. 2613-B

 

Prof. Mauro Volpi - 28 ottobre 2015  

Ringrazio il Presidente della Commissione e i deputati che ne fanno parte per l’invito che mi è stato rivolto. Un anno fa (esattamente il 20 Ottobre 2014) sono stato audito da questa Commissione sul disegno di legge costituzionale prima che fosse approvato con modifiche dalla Camera e successivamente dal Senato. In quella sede ho espresso un giudizio fortemente critico sulla revisione costituzionale in atto. Mi propongo pertanto di valutare se, alla luce delle modificazioni apportate al d.d.l. ora sottoposto all’esame della Camera, quel giudizio vada ripensato o debba essere confermato.

 

 

1.             In linea generale ritengo che le modificazioni apportate dal Senato il 13 ottobre 2015 al testo approvato dalla Camera il 10 marzo 2015 non siano state qualitativamente molto rilevanti anche a causa della applicazione rigida che è stata data della regola della “doppia lettura conforme” (art. 104 Re. Se.). Ciò è derivato a mio avviso da ragioni politiche e dalla volontà del Governo di accelerare i tempi, mentre una diversa interpretazione, fondata sulla considerazione che il procedimento di revisione costituzionale non può essere considerato alla stregua del procedimento legislativo ordinario, dovrebbe riconoscere a ciascuna Camera il potere di apportare modifiche al testo approvato dall’altra anche successivamente alla prima delibera.

 

2.             La modificazione che è stata da alcune parti propagandata come la più rilevante riguarda le modalità di elezione del Senato, inserita nel comma 5 dell’art. 2 del d.d.l.

Qui si impone innanzitutto un rilievo di forma, che acquista particolare importanza nel momento in cui si va a toccare il testo della Costituzione. La modifica che fa riferimento alle “scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo” degli organi “dai quali sono stati eletti” è stata inserita non nella sua sede naturale, il comma 2 dell’art. 2 che ha ad oggetto l’elezione dei Senatori da parte dei Consigli regionali e dei Consigli delle Province autonome, ma nella disposizione che riguarda la durata in carica dei Senatori. Si è parlato a tal proposito di “bizantinismi costituzionali”. Ma io credo che si tratti di una vera e propria mortificazione del testo della Costituzione, che i nostri padri costituenti vollero il più chiaro e accurato possibile, anche facendo ricorso a competenze linguistiche e letterarie esterne (Pietro Pancrazi) o interne (Concetto Marchesi) all’Assemblea Costituente. È sconsolante doverlo dire, ma questo modo di procedere, oltre a creare problemi di comprensione del testo, finisce per degradare la Costituzione ad un regolamento di condominio, nel quale quella che conta è la volontà dei singoli condomini comunque espressa.

Nella sostanza la modificazione citata presenta una notevole dose di ambiguità, che consente agli uni di parlare di un’elezione popolare dei Senatori, agli altri di ribadire che si tratta di elezione indiretta ad opera dei Consigli regionali. L’ambiguità è già insita nel termine impiegato: “scegliere” non è come “eleggere”, ma implica solo che gli elettori saranno chiamati a dare un’indicazione non necessariamente vincolante per i Consigli regionali. Tant’è che il relatore on Fiano nella presentazione del d.d.l., tenuta nella seduta di questa Commissione del 21 ottobre 2015, parla di “individuazione delle modalità con cui le scelte degli elettori incideranno [corsivo mio] sull’elezione dei senatori da parte dei consigli regionali e provinciali”.

Tali modalità saranno stabilite dalla legge bicamerale di cui al comma 6 dell’art. 2 e dalle normative elettorali di attuazione delle Regioni. E qui si annidano problemi di non facile soluzione che rendono altamente improbabile una “elezione popolare” dei Senatori. E infatti come conciliare la previsione del comma 5 con quella che al comma 2 stabilisce che l’elezione dei Consiglieri-Senatori avvenga “con metodo proporzionale” e ancora di più con la previsione di cui al comma 6 che i seggi siano attribuiti “in ragione dei voti espressi e della composizione di ciascun Consiglio”? Evidentemente il d.d.l. quando parla di proporzione fa riferimento alla consistenza dei gruppi consiliari e aggiunge poi una condizione, quella dei “voti espressi” già di per sé difficilmente conciliabile con quel criterio, visto che tutte le leggi elettorali regionali attribuiscono un premio di maggioranza consistente che altera notevolmente la proporzionalità nella trasformazione dei voti in seggi. Si aggiunga poi la difficoltà derivante dal fatto che otto Regioni e le due Province autonome eleggeranno solo due Senatori (di cui uno Sindaco e quindi non soggetto alle “scelte” degli elettori del Consiglio regionale). Per dare attuazione all’improbabile elezione popolare di cui al comma 5 si parla di reintroduzione di listini regionali, che non potrebbero non essere collegati ai candidati-Presidenti, con ciò riesumando un istituto che ha dato cattiva prova ed è stato aspramente criticato, in quanto consentiva l’elezione a consigliere di personalità collegate al candidato vincente scelte dall’alto e non soggette ad alcun voto popolare. Si ventila allora il ricorso al voto di preferenza, ma in tale ipotesi può accadere che il candidato che ha avuto un maggior numero di preferenze popolari sia escluso a vantaggio di quello meno “preferito”, ma appartenente ad una lista più forte, magari perché collegata al candidato-Presidente vincente, e quindi legittimata ad esprimere il Senatore in applicazione del “metodo proporzionale”. Insomma quel che viene fuori è un grande pasticcio, dal quale non solo una legge di revisione della Costituzione, ma qualsiasi testo normativo dovrebbe rifuggire. Qui non si tratta di “bizantinismi costituzionali”, ma di trovate furbesche della politica che rendono ambiguo e incerto il testo della Costituzione.

 

3.             Il pasticcio prodotto dalla modificazione del comma 2 dell’art. 5 non è attenuato dalla modifica del comma 11 della norma transitoria (art. 39). Anche qui l’applicazione rigida della regola della doppia lettura conforme ha prodotto il risultato che nella disposizione transitoria convivono due diversi termini per l’approvazione della legge bicamerale sulle modalità di elezione dei membri del Senato: quello di sei mesi dalla data di svolgimento delle elezioni della Camera (comma 6, che il Senato ha lasciato intatto in quanto non modificato dalla Camera) e quello di sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge costituzionale (comma 11). Ora, è evidente che si tratta di due disposizioni tra loro contraddittorie, in quanto, anche nell’ipotesi che la Camera fosse sciolta subito dopo l’approvazione della legge costituzionale, i tempi necessari per l’indizione delle elezioni e per il loro svolgimento renderebbero impossibile una coincidenza temporale fra i due termini. Potrebbe quindi manifestarsi un serio dubbio interpretativo su quale delle due disposizioni debba essere applicata. E se le Camere ritenessero meramente ordinatorio il termine di cui al comma 11 e applicassero quello di cui al comma 6, nessuno potrebbe sostenere che violerebbero la legge costituzionale.

In tanta confusione una cosa è certa: il nuovo Senato, a meno di ipotizzare un improbabile e improponibile scioglimento simultaneo di tutti i Consigli regionali, sarà costituito per gradi. Ciò significa che, se la legislatura giungesse al suo termine naturale, anche ipotizzando che la legge bicamerale sulle modalità di elezione dei Senatori sia approvata entro sei mesi dalla entrata in vigore della legge costituzionale e le conseguenti normative elettorali regionali entro i novanta giorni successivi, i Consiglieri-Senatori potrebbero essere “scelti” dal corpo elettorale solo nelle cinque Regioni il cui Consiglio scade entro la primavera del 2018 (Lombardia, Lazio, Molise, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia), mentre in tutte le altre i Consiglieri sarebbero eletti come Senatori dai rispettivi Consigli secondo le modalità stabilite dal comma 1 dell’art. 39, senza alcuna “scelta” da parte del corpo elettorale. In termini numerici ciò significa che sui 74 Senatori-Consiglieri ben 51 sarebbero eletti dai Consigli in sede di prima applicazione della legge.  A questi sono da aggiungere i 21 Sindaci per i quali è scontato che l’elezione spetti esclusivamente ai Consigli regionali, visto che il nuovo art. 2 comma 2 richiama le scelte espresse dagli elettori solo per i candidati Consiglieri. Insomma nel primo Senato costituito dopo l’entrata in vigore della legge costituzionale su 95 Senatori elettivi 72 sarebbero eletti dai Consigli senza alcuna indicazione da parte degli elettori.

 

Rimane inoltre intatta la scelta di fondo che i Senatori elettivi siano Consiglieri regionali o Sindaci, il che è molto raro negli ordinamenti che prevedono una seconda Camera eletta indirettamente, i quali prevedono, o almeno consentono, che a candidarsi alla elezione siano i cittadini e non, o non necessariamente, i membri delle Assemblee elettive territoriali (nell’ambito dell’Unione Europea l’unica eccezione è il Belgio, dove dopo la riforma costituzionale del 2014 diventano Senatori i membri dei Parlamenti della Comunità linguistiche). Inutile dire che la scelta dei Senatori tra Consiglieri regionali o parlamentari degli Stati membri è inesistente nei non pochi ordinamenti che prevedono l’elezione popolare della seconda Camera. Il cumulo delle cariche che verrebbe a realizzarsi sarebbe assolutamente negativo per il buon esercizio delle funzioni e l’autorevolezza dei futuri Senatori sarebbe seriamente compromessa e ridotta rispetto a quella che all’interno del sistema delle Conferenze possono giocare i Presidenti delle Regioni e i Sindaci delle grandi città.

 

4.             Quanto alle funzioni della seconda Camera, nelle modificazioni apportate dal Senato le novità sono molto ridotte. Per quelle legislative rimane la discrasia tra funzioni bicamerali, che comprendono le leggi costituzionali, e un Senato non eletto direttamente dal popolo, ma formato da Consiglieri regionali, titolari di competenze legislative ridimensionate, e da Sindaci, che di competenze legislative non ne hanno alcuna. Anche la restituzione al Senato della competenza di eleggere due dei cinque giudici costituzionali di nomina parlamentare non si giustifica affatto alla luce della composizione debole e indiretta della seconda Camera e più in generale solleva perplessità sulla possibile configurazione dei due giudici come “avvocati delle Regioni”. Dubbi più che fondati possono poi esprimersi sulla capacità politica del Senato di incidere sulla legislazione di competenza della Camera, la cui maggioranza potrà facilmente mettere nel nulla le proposte formulate dal Senato, per cui il principale risultato da attendersi è che i numerosi procedimenti legislativi che emergono dal d.d.l. verranno a costituire una enorme complicazione (altro che semplificazione!) e potranno essere fonte di una improduttiva conflittualità. Quanto alle novità per cui il Senato non “concorre alla valutazione”, ma “valuta le politiche pubbliche e l’attività delle pubbliche amministrazioni e verifica l’impatto delle politiche dell’Unione europea sui territori”, si tratta di formule generiche che potranno essere riempite o svuotate da future leggi approvate dalla maggioranza della Camera, le quali dovranno indicare quali saranno gli atti, gli strumenti e le procedure di valutazione e di verifica di cui il Senato potrà avvalersi.

Rimane poi del tutto aperta la questione della elezione degli organi di garanzia. Qui si tocca con mano quanto sia negativa e pericolosa la riduzione drastica del numero dei Senatori rispetto al mantenimento dell’attuale numero dei deputati, nonostante che il dibattito sulle riforme costituzionali degli ultimi venti anni abbia sempre prospettato una riduzione contestuale e bilanciata dei componenti delle due Camere. Ma evidentemente calcoli di convenienza politica hanno fatto premio sulle ragioni della coerenza costituzionale. È evidente che il peso specifico ridotto del Senato riduce la valenza dei quorum di garanzia per l’elezione del Presidente della Repubblica e dei componenti laici del CSM. È vero che per il Capo dello Stato già la Camera aveva provveduto ad elevare il quorum ai tre quinti dei componenti del Parlamento in seduta comune, ma dopo il settimo scrutinio ha reso sufficiente la maggioranza dei tre quinti dei votanti. Diventa quindi possibile “il rischio di un capo dello Stato «scelto» da chi vince le elezioni” (come ha spiegato D’Alimonte, non certo ostile alla riforma, su Il Sole 24 Ore del 29 settembre 2015). Anche qui da venti anni si discute della necessità di elevare i quorum di garanzia, e in passato vari disegni di legge costituzionale sono stati presentati in proposito, in un contesto di tipo maggioritario, nel quale una maggioranza più che assoluta della Camera è fabbricata artificialmente dall’attribuzione di un premio abnorme. Ne deriva che le maggioranze qualificate dovrebbero sempre essere calcolate sul numero dei componenti, se vogliono svolgere un ruolo di effettiva garanzia.

 

5.             Poche parole sul Capo IV del d.d.l. che contiene modifiche al Titolo V della Parte II della Costituzione. Qui le uniche novità introdotte dal Senato riguardano l’art. 116 comma 3 della Costituzione, vale a dire il cosiddetto “regionalismo differenziato”, con l’inserimento fra le materie che possono essere attribuite alle Regioni in condizioni di equilibrio tra entrate e spese con legge approvata dalle Camere (non più a maggioranza assoluta, ma semplice) sulla base di intesa tra lo Stato e la Regione interessata, le “disposizioni generali e comuni per le politiche sociali” e il “commercio con l’estero”. Il rischio è che in questo modo si dia vita ad un puzzle indigeribile e difficilmente accettabile da parte dei cittadini, che non sono certo responsabili delle scelte finanziarie operate dalla Regione nella quale risiedono. La confusione è aumentata dalla previsione ex comma 13 art. 39 che l’art. 116 comma 3 si applichi in via transitoria anche alla Regioni a statuto speciale e che tale applicazione diventi definitiva dopo la revisioni degli Statuti. Rimane quindi un’ambiguità di fondo sul tipo di regionalismo che si intende adottare, se legislativo o prevalentemente di esecuzione e sull’opportunità o meno di mantenere il regionalismo differenziato determinato dall’esistenza delle Regioni a statuto speciale. L’unica cosa certa è che viene operata una ricentralizzazione dei poteri che, se da un lato pone rimedio ad alcuni eccessi introdotti dalla legge costituzionale n. 3 del 2001, dall’altro comprime il ruolo delle Regioni e ne riduce l’autonomia finanziaria (già compromessa dalla legge costituzionale n. 1 del 2012 sul cosiddetto “pareggio di bilancio”). In definitiva mi pare che si sia persa l’occasione di affrontare i nodi fondamentali dello Stato regionale italiano che possono compendiarsi nei seguenti termini: quale regionalismo e quali Regioni (il che dovrebbe comportare anche una discussione seria e partecipata sulla revisione dell’attuale assetto eccessivamente frammentato).

 

6.             In conclusione restano intatte le ragioni di fondo che mi avevano spinto un anno fa ad una valutazione fortemente critica, rispetto alle quali le ultime modificazioni del d.d.l. non recano cambiamenti significativi. Ritengo infatti che dal combinato disposto della nuova legge elettorale “italica” (n. 52 del 2015) con  la “riforma” costituzionale derivi un cambiamento surrettizio della forma di governo da parlamentare a iperpresidenziale, ma non “presidenziale”, in quanto priva dei contrappesi che caratterizzano il sistema di governo degli Stati Uniti, e venga ad essere pregiudicato l’equilibrio fra i poteri (come ho ampiamente argomentato nella relazione ad un recente seminario della Associazione italiana dei costituzionalisti, tenutosi a Bologna l’11 giugno 2015). Avremmo quindi una forma di governo a “Premierato assoluto”, per richiamare l’espressione con la quale Leopoldo Elia qualificò nel 2005 la riforma della seconda parte della Costituzione approvata dall’allora maggioranza di centro-destra e poi bocciata dal referendum popolare del 25/26 giugno 2006, o, se si preferisce, una forma di governo “non parlamentare del primo ministro”, che “senza idonei contrappesi può diventare un modello preoccupante”, come ha dichiarato Luciano Violante in un’intervista a La Stampa dell’1 maggio 2015.

Infine mi sia consentito criticare il tentativo mediatico in corso di trasformare il referendum costituzionale ex art. 138 Cost. in uno strumento plebiscitario di approvazione della legge costituzionale concesso dal Governo e dal Presidente del Consiglio. Non è così: il referendum costituisce un diritto che le opposizioni possono esercitare qualora la legge costituzionale sia approvata, anche in una sola delle due Camere, con una maggioranza inferiore ai due terzi dei componenti. 


ITALICUM, RAFFICA DI RICORSI IN CORTI D'APPELLO

Pubblicato il 27 ottobre 2015

Nel mirino: premio di maggioranza e ballottaggio.

A muoversi il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale   

La nuova legge elettorale è stata impugnata anche a Roma, Milano e Napoli. Nel mirino: premio di maggioranza e ballottaggio. A muoversi il Coordinamento democrazia costituzionale: vi aderiscono numerosi giuristi, sindacati come la Fiom e molti parlamentari della sinistra PD

ROMA - Raffica di ricorsi contro l'Italicum. La nuova legge elettorale è stata impugnata con una serie di ricorsi analoghi, depositati in contemporanea in una quindicina di Corti d'appello, tra cui Roma, Milano, Napoli. Nel mirino, tra le altre questioni, premio di maggioranza e ballottaggio. Ora spetta ai giudici valutare se accogliere le istanze.


L'Italicum è stato  
approvato dal parlamento il 4 maggio scorso (il premier Matteo Renzi esultò parlando di "promessa mantenuta e impegno rispettato") e la sua entrata in vigore è prevista per luglio 2016. A promuovere l'iniziativa dei ricorsi è stato il 'Coordinamento democrazia costituzionale', a cui aderiscono numerosi giuristi, insieme a diversi comitati locali.

Stando al sito internet del Cdc, del Coordinamento medesimo fanno parte, a oggi, associazioni come l'Ars (Per il rinnovamento della sinistra), Articolo 21, i Comitati Dossetti, Libertà e giustizia, l'associazione per la Democrazia costituzionale, Giuristi democratici, Rete per la Costituzione, il Manifesto in rete, 'Agire politicamente' (coordinamento cristiano democratico) il gruppo di Volpedo, Iniziativa 21 giugno, Iniziativa socialista, Sinistra-lavoro, Rete socialista-socialismo europeo, Futura umanità, Libera cittadinanza, Alleanza Lib-Lab. Dentro anche strutture sindacali come la Fiom, l'Usb (i sindacati di base) e organizzazioni politiche come l'Altra Europa con Tsipras, Rifondazione comunista, Lavoro e società, parlamentari del gruppo misto, di Sel e della sinistra Pd (Cgil e Libera partecipano ai lavori come osservatori).

Hanno aderito al Cdc, inoltre, costituzionalisti e personalità della cultura comeGustavo ZagrebelskyLuigi FerrajoliGianni FerraraMassimo Villone,Nadia UrbinatiPietro AdamiFranco RussoAnna FalconeDomenico GalloPancho PardiFrancesco BaicchiSandra BonsantiFelice BesostriAntonio CaputoRaniero La ValleVincenzo VitaSergio CasertaAlfiero GrandiTommaso FulfaroLanfranco TurciGim CassanoPaolo CiofiCesare SalviAntonello FalomiGiovanni Russo SpenaEmilio Zecca, nonché i parlamentari (molti della minoranza Pd)Vannino ChitiErica D'AddaFrancesco CampanellaMaria Grazia Gatti,Alfredo D'AttorrePaolo CorsiniFelice CassonLoredana De Petris,Stefano FassinaStefano QuarantaCorradino MineoGiorgio Airaudo,Lucrezia RicchiutiWalter Tocci.

Tra le Corti d'appello presso le quali i ricorsi sono stati depositati, oltre a Roma, Milano, Napoli, anche Venezia, Firenze, Genova, Catania, Torino, Bari, Trieste, Perugia. Tra le previsioni della legge che sono state impugnate, figurano il premio di maggioranza assegnato alla lista che supera il 40%; il ballottaggio senza soglia previsto invece tra i due partiti più votati se nessuno supera quota 40%; la contraddizione ravvisata nel fatto che chi raggiunga, per ipotesi il 39,9% dei voti deve comunque andare a ballottaggio; le norme

sulle minoranze linguistiche che non consentono - secondo i ricorrenti - la rappresentanza di tutte le minoranze riconosciute, ma solo di alcune. L'iniziativa sarà presentata nel dettaglio nel corso di una conferenza stampa a Montecitorio il 29 ottobre alle 14.30.    


RANIERO LA VALLE DENUNCIA LO SCEMPIO DELLA COSTITUZIONE REPUBBLICANA

Il capitale finanziario,  in particolare la finanziaria JP Morgan, già il 28 maggio 2013  lamentavano le Costituzioni “influenzate dalle idee socialiste”, e indicavano delle caratteristiche dei sistemi che ne derivavano che dovevano essere cambiate. E le caratteristiche erano le seguenti: “esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti, poteri centrali deboli nei confronti delle regioni, tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori” nonché “la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo”. Era questo che turbava la banca americana e anche oggi la richiesta che sale dall’attuale sistema economico-sociale è quella di blindare i poteri esistenti perché tutto possa continuare com’è e non ci siano ideali avvenieristici a turbare i sonni degli gnomi della finanza.

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Pubblicato il 22 ottobre 2015


Bersani scopre la Costituzione!

 

Riflessioni di Claudio Mazzoccoli - Ass. Articolo 53

 

Pubblicato il  20 Ottobre 2015

 

Dunque Bersani oppone a Renzi la Costituzione in tema di Tasse. In questo, si inizia a citare l’Articolo 53 della Costituzione…Allelujah!

Ma , a ben guardare, le parole dei Bersaniani entrano solo in punta di piedi nella questione fiscale, toccando appena quello che riguarda il secondo comma dell’Articolo 53, ovvero il tema della progressività del sistema fiscale.

Al caro Bersani occorrerà ricordare che, forse, tanto e poi ancora tanto ci sarebbe stato da dire e, soprattutto, da fare quando ben altra era la sua posizione nel partito.

Ad esempio: l'attuazione del principio di determinazione della Effettiva Capacità Contributiva per tutti, eliminando Studi di Settore, fortettini, forfettoni, contabilità semplificate, cedolari secche o meno sugli affitti e sul capitale etc.

 

Leggi l'articolo

 


ARTICOLO - Zagrebelski: riformatori questi? No esecutori di progetti altrui.
 Il Manifesto 14 ottobre 2015
Ave­vamo chie­sto al pro­fes­sor Gustavo Zagre­bel­sky di sot­to­scri­vere l’articolo che abbiamo pub­bli­cato ieri con le firme di sei tra i più auto­re­voli costi­tu­zio­na­li­sti ita­liani, e che ripub­bli­chiamo oggi qui accanto. Zagre­bel­sky ha pre­fe­rito non fir­mare, ma ha aggiunto delle moti­va­zioni che rite­niamo valga la pena far cono­scere – con il suo con­senso — ai nostri let­tori. «Dopo averci pen­sato, ho deciso di non fir­mare, non per­ché non sia d’accordo sugli argo­menti, pro­po­sti all’attenzione dei respon­sa­bili della riforma. La ragione — sostiene l’ex pre­si­dente della Corte costi­tu­zio­nale - è un’altra: la totale irri­le­vanza dell’invito alla rifles­sione presso chi si appella sem­pli­ce­mente all’argomento della forza. Una delle espres­sioni più ricor­renti, in que­sto tempo di auto­ri­ta­ri­smo non solo stri­sciante ma addi­rit­tura con­cla­mato come virtù, è «abbiamo i voti», «abbiamo i numeri». Una con­ce­zione della demo­cra­zia da scuola ele­men­tare! Dun­que, che cosa serve discu­tere? Un bel nulla. Oltre­tutto, ho l’impressione che i nostri rifor­ma­tori, tronfi dei loro numeri rac­co­gli­ticci in un con­sesso che ha rag­giunto il grado più basso di cre­di­bi­lità, non agi­scano in libertà, ma come ese­cu­tori di pro­getti che li sovra­stano, di cui hanno accet­tato di farsi pas­sivi e arro­ganti ese­cu­tori in nome di inte­ressi o poco chiari, o indi­ci­bili ch’essi rias­su­mono nel ridi­colo nome di «gover­na­bi­lità»: parola di cui non cono­scono nem­meno il signi­fi­cato. Non dis­sento nel merito, ma sono certo della totale inef­fi­ca­cia dell’invito al con­fronto. Mi astengo, dun­que, dal fir­mare — con­clude Zagre­bel­sky -, i tempi dell’impegno ver­ranno quando saranno chia­mati i cit­ta­dini a espri­mersi, saranno duri e immi­nenti. Allora sarà un’altra storia».

Il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale riunito a Roma il 15 ottobre ha deciso quanto segue:

 

1) L’approvazione da parte del Senato della legge che apporta profonde modificazioni alla nostra Costituzione, nata dalla Resistenza, crea insieme alla legge elettorale ipermaggioritaria un quadro istituzionale preoccupante per il futuro democratico dell’Italia, in particolare per le nuove generazioni.

2) Per questo il coordinamento esprime piena condivisione e sostegno all’appello dei giuristi che aveva chiesto al Senato di non approvare questa riforma. Appello che nei contenuti sostanziali resta tuttora pienamente valido e rappresenta una critica di fondo a quanto deciso a maggioranza da un Parlamento screditato ed eletto con una legge dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale.

3) Il coordinamento sulla base della introduzione svolta dal prof. Azzariti sulle modifiche della Costituzione approvate dal Senato ha deciso di diffondere nei prossimi giorni una nota critica per favorire una migliore comprensione dei pericoli che corre la democrazia del nostro paese per effetto dell’approvazaione del disegno di legge di riforma costituzionale. Infatti le modifiche della Costituzione sono state decise da una maggioranza che è tale solo per effetto del “porcellum” e che in spregio ad ogni elementare prudenza ha costruito un mostro istituzionale modificando la Costituzione e approvando contestualmente una nuova legge elettorale che ripropone un sistema elettorale ipermaggioritario che ha effetti probabilmente peggiori dello stesso “porcellum”.

Sulla base delle valutazioni espresse sulle modifiche della Costituzione il Coordinamento ha deciso di promuovere la costituzione del comitato per il No in vista del referendum previsto dalla Costituzione, che come è noto è senza quorum dei partecipanti.

4) Il coordinamento sostiene pienamente la piattaforma per i ricorsi immediati ai tribunali predisposta dal suo gruppo di lavoro contro l’Italicum (L. 52/2015) che ha l’obiettivo di ottenere una pronuncia della Corte Costituzionale, e decide di costituire in tutti i territori i comitati a sostegno dei ricorsi.

5) Il coordinamento condivide i quesiti abrogativi predisposti dal prof. Villone sulla legge elettorale (52/2015) e farà il loro deposito immediato in Cassazione in vista dell’avvio dei contatti con tutte le associazioni politiche e sociali alle quali chiederà di contribuire a formare un fronte referendario ampio, unitario e inclusivo che sia in grado di raccogliere le firme in calce alle richieste referendarie nel primo semestre del prossimo anno.

6) Il coordinamento appoggerà pienamente il referendum abrogativo promosso dalle Regioni su sollecitazione del comitato Notriv che si svolgerà nella prossima primavera.

Il coordinamento dando seguito ai rapporti di collaborazione già consolidati con il mondo della scuola dichiara fin d’ora di essere disponibile ad appoggiare eventuali iniziative referendarie abrogative sull’ultima riforma fatta approvare dal governo Renzi. Analogamente il coordinamento esprime la sua disponibilità ad appoggiare iniziative referendarie sui temi del lavoro, e in particolare dei diritti dei lavoratori gravemente intaccati dal governo Renzi con provvedimenti come il jobs act.

7) Il coordinamento decide la sua articolazione nel territorio e quindi la costituzione di comitati a livello locale che affrontino insieme la campagna per il No alla revisione costituzionale e quella per l’abrogazione di punti fondamentali della legge elettorale. L’avvio di contatti con tutti i soggetti sociali e politici disponibili per costruire la campagna referendaria, avviene nella piena consapevolezza che raccogliere le firme è certamente un compito molto impegnativo ma convincere a votare il 50% più uno degli elettori per l’abrogazione richiede un forte coinvolgimento delle elettrici e degli elettori, obiettivo che può realizzare un insieme di forze di grande portata, in larga misura tuttora da costruire.

8) Il coordinamento convocherà un seminario nazionale per mettere a punto e selezionare gli argomenti della campagna referendaria, sia per il No alla legge di revisione costituzionale, sia per l’abrogazione del meccanismo ipermaggioritario della legge elettorale, per restituire ai cittadini il potere di eleggere i loro rappresentanti e di essere rappresentati in condizioni di eguaglianza.  Il seminario metterà a punto anche gli argomenti propositivi che faranno parte costitutiva della prossima fase di iniziative.

Inoltre il coordinamento decide di convocare un’assemblea nazionale nel prossimo gennaio 2016 per valutare l’esito dei contatti e i sostegni ottenuti nella campagna referendaria in vista delle decisioni operative conseguenti al punto 5.

Roma 15/10/2015.

Domenico Gallo                              Alfiero Grandi


15 OTTobre ASSEMBLEA CDC

ROMA

14:30 - 18:30 Sala Fredda, Via Buonarroti 12

In questi giorni si sta esaurendo in Senato la discussione sulla riforma costituzionale, che dovrebbe concludersi il 13. Per quel che è stato possibile noi abbiamo avviato un’interlocuzione con i senatori che si oppongono alla riforma. Il 6 ottobre ci siamo recati in Senato consegnando la petizione con le prime 3.000 firme alla sen. De Petris (Sel) e al Sen. Crimi (M5S). L’esito dei lavori parlamentari purtroppo sembra scontato, però questo ci richiama ad una grande responsabilità.

Prima ancora che la riforma completi il suo percorso parlamentare il nostro Coordinamento può dare vita al Comitato nazionale per il no e porre la prima pietra per affrontare il referendum costituzionale.

Sempre in tema di referendum dobbiamo registrare il successo dell’iniziativa promossa dai nostri amici No-Triv che sono riusciti ad ottenere che ben 10 Regioni chiedessero il Referendum sui quesiti da loro suggeriti; referendum che avrà luogo nella primavera del 2016.
Infine è imminente il deposito dei ricorsi giudiziari contro l’italicum e della richiesta di referendum anti-italicum sui due quesiti che abbiamo individuato a giugno.
Ci attende una stagione di prolungato impegno civile, abbiamo bisogno del contributo di tutti, di qui l’importanza della prossima riunione a cui vi preghiamo di non mancare.


LA PEGGIORE RIFORMA

di Lorenza Carlassarre, Gaetano Azzariti, Gianni Ferrara, Alessandro Pace, Stefano Rodotà, Massimo Villone

Da Il Manifesto del 13 ottobre 2015

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LA COSTITUZIONE DI RENZI: MENO DIRITTI MENO LIBERTA'

Di Paolo Ciofi

Pubblicato il 8 ottobre 2015

Sentite questa. È la scoperta epocale di Ezio Mauro direttore di Repubblica. Secondo lui, da come si comporterà un plurindigato ex spicciafaccende del Cavaliere dipenderà il profilo del Pd, addirittura «cosa sarà la nuova sinistra nel nuovo secolo». Né più né meno questo sarebbe il tema al centro della politica italiana, «Verdini permettendo».

È la solita visione della politica politicante (e dichiarante), in questo caso spinta al limite del grottesco, tutta concentrata sulle manovre di palazzo. Lontana mille miglia dai contenuti, dai mille problemi che travagliano la vita quotidiana delle donne e degli uomini in carne e ossa.

In compenso Mauro affibbia a Renzi la patente di leader indiscusso del partito della nazione, che deve decidere se impiantare il Pd nel territorio del centrosinistra o farne un partito pigliatutto. Ma evita di mettere le mani nell’acqua sporca dei provvedimenti sociali e istituzionali del governo, mentre Verdini dà più di una mano e rivendica il ruolo di picconatore (renziano) della Costituzione.

La belletristica del direttore non pulisce però l’acqua sporca. Andiamo allora alla sostanza. La controriforma costituzionale del Senato, accettata dalla minoranza Pd in cambio di un piatto di lenticchie che non ne cambia la natura, e la legge elettorale («ottima» secondo lo statista di Rignano), che trasforma una assoluta minoranza di voti in una maggioranza assoluta di seggi, pongono una questione di fondo. Perlopiù trascurata anche da chi generosamente si batte in difesa della Costituzione.

Come è possibile garantire i diritti costituzionali, in particolare i diritti sociali sanciti nel titolo III dagli articoli 35-47, se i titolari di tali diritti, i lavoratori e le lavoratrici nel nuovo secolo, sono sopraffatti ed esclusi, senza rappresentanza e senza rappresentazione culturale e mediatica? Lasciate perdere Verdini, esperto cacciatore di soldi, di posti e di prebende: questo è il tema centrale della politica e della democrazia. A cui però Renzi, imprigionato nel blairismo, una delle cause scatenanti della crisi, non dà, e non può dare, una risposta.

Se, come ha annotato più obiettivamente Scalfari, «il rischio è di diventare una democrazia che interessa il 30-40 per cento» degli italiani, allora bisogna ammettere che di fatto viene cancellato l’articolo 3 della Costituzione anche se formalmente resta in vita. È infatti evidente che in tali condizioni non si può neanche immaginare «l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese», rimuovendo gli ostacoli di ordine economico e sociale che lo impediscono.

Si discute di “riforma” del Senato e di legge elettorale. Di fatto si sta abbattendo il pilastro fondamentale su cui si regge l’intero impianto costituzionale. Più che un governo delle élites si delinea un’oligarchia capitalistica di nuovo conio, che trae vigore dal fallimento senza rimpianti delle vecchie classi dirigenti. Ma non si può ignorare – una sinistra degna di questo nome non può ignorare – che riconoscendo nel lavoro il fondamento della Repubblica la Costituzione pone un limite alla proprietà, sottoposta al vincolo della «funzione sociale» e della «utilità generale».

Senza di che non avrebbe senso l’affermazione secondo cui «la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo tale diritto» (Art. 4).  Nella nostra Costituzione è il lavoro il fondamento che tiene insieme i principi di libertà e di uguaglianza ridisegnandoli in termini moderni, e i diritti che ne derivano. Non il capitale. La conseguenza, come ormai dovrebbe essere di pubblico dominio, è che se stai dalla parte del capitale i diritti di libertà e di uguaglianza si indeboliscono e vengono attaccati. È precisamente questa la fase che stiamo vivendo, come già è capitato in altri momenti della nostra storia.

Dove è finito il diritto «a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro» sufficiente ad assicurare «una esistenza libera e dignitosa», insieme al diritto al riposo settimanale e alle ferie retribuite? (Art.36). E il diritto alla parità di retribuzione per pari lavoro tra uomini e donne? (Art. 37). E quello alla pensione e all’assistenza sociale? (Art. 38). In discussione sono anche la tutela della salute «come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività» (Art. 32), il diritto per «i capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi» «di raggiungere i gradi più alti degli studi» (Art. 34), lo sviluppo della cultura e della ricerca, nonché la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico (Art. 9).

Da qui, dalla lotta per l’applicazione dei diritti sociali costituzionalmente garantiti, che delineano una civiltà più avanzata, occorre muovere per la costruzione di una formazione politica con caratteristiche popolari e di massa, che faccia asse sul lavoro nelle sue diverse forme, oggi retrocesso da diritto a pura merce nella piena disponibilità del capitale. Su questo metro si misura la capacità della sinistra di porsi all’altezza dei tempi nella dimensione europea e mondiale, in quanto portatrice di solidarietà e di unità delle persone che per vivere devono lavorare, oggi divise e in lotta tra loro. Tutto il resto è una favola, la narrazione fantastica di una sinistra che non esiste.

D’altra parte, il referendum confermativo della controriforma costituzionale, che vedrà solidamente affratellati Renzi e Verdini nel ruolo di ammazzasette della casta, si potrà vincere sventando un’operazione conservatrice e reazionaria di portata storica solo se si riuscirà a rendere chiaro agli italiani che la vera posta in gioco non è un arzigogolo istituzionale molto lontano dalla nostra vita, ma ben altro. Sono i nostri diritti, la nostra possibilità di avere un ruolo nelle scelte dell’Italia e dell’Europa, la qualità del nostro presente e del nostro futuro, l’avvenire dei nostri figli e nipoti. Il referendum sarà davvero un passaggio decisivo per tutti noi. E sin da ora è necessario cominciare a lavorarci.   

Commenti: 5
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  • #3

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  • #2

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  • #1

    Albino (sabato, 17 ottobre 2015 23:03)

    Non sono un costituzionalista, ma sottoscrivo!


IL PRECEDENTE PERICOLOSO

di Massimo Villone

Pubblicato il 2 ottobre 2015

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Articolo di Massimo Villone sulla riforma Costituzionale in votazione al Senato
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