"POLITICHE DI SVILUPPO RURALE IN VALPOLCEVERA"

pubblicato il 4 gennaio 2016

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Politiche di Sviluppo rurale in Valpolcevera
Comitato Morego-Morigallo
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Premessa: aspetti del quadro generale

 

Da troppo tempo abbiamo consolidato l’abitudine di soddisfare un bisogno primario ed essenziale come quello di nutrirci servendoci meccanicamente al supermercato.  Eppure fino a non molti decenni fa i negozi al dettaglio erano i principali fornitori e, nella zona di Genova, i venditori erano chiamati “besagnini” a testimoniare che  i prodotti non venivano da lontano (dalla val Bisagno in questo caso).  La catena , o filiera, era corta ed è sempre stato così. Ora, facendoli arrivare da altri paesi abbiamo perso totalmente il rapporto con la produzione del cibo e ci abbiamo rimesso in qualità e, in non pochi casi , anche in salute.  Questo perchè chi controlla il mercato ( sementi, produzione ,distribuzione ecc) ha come principale scopo di “far soldi” e, spesso, ciò accade facendo in modo che interessi speculativi o dell’industria della chimica, o delle multinazionali vengano prima degli interessi delle persone. Ma non sono solo i cittadini a rimetterci. Infatti il settore è da anni in crisi e gli agricoltori, stretti tra interessi spesso a loro estranei e una competizione che il mercato globale gli impone,  faticano a resistere. Basti pensare che i prezzi all’ingrosso del grano o del latte , tanto per fare due esempi, sono fermi da più di trent’anni ! In questo quadro la necessità di competere porta  condizioni sempre più difficili per gli addetti, che si tratti di salariati , soprattutto stagionali, le cui condizioni di sfruttamento, in certi casi da denuncia, in certi casi con l’adozione del caporalato, in certi casi nelle mani della malavita organizzata, sono un’amara realtà, tenuta ben nascosta  fin quando non esplodono casi eclatanti (vedi i fatti di Rosarno) Eppure questi sono gli standard imposti dal mercato, e gli imprenditori stessi, a metà strada tra far lavorare in certe condizioni e il non raccogliere neanche i prodotti, non vivono di buona salute...Stessa condizione per i coltivatori diretti per i quali bisogna parlare di autosfruttamento.     Ovviamente tutto questo non si sa o non ci si pensa.  E non è certo piacevole sapere che si è quasi costretti ad essere parte integrante di questo modo di produrre. 

 

Sono passati solo pochi decenni da quando le nostre campagne non erano abbandonate e si facevano ovunque produzioni di qualità (c’erano solo quelle!) Eppure , paradossalmente , per bizzarro modo di dare significato alle parole, oggi si intende per agricoltura tradizionale quella chimica, e per agricoltura biologica, non tradizionale  quella dei secoli e dei millenni scorsi!

 

E in Liguria ?

 

Le difficoltà dovute a fattori generali  fin qui accennate, in un territorio particolare come la Liguria , si moltiplicano.  Alle problematiche riferite ad un’economia globale si aggiungono le difficoltà derivati dai fattori geografici.  Stretta tra una costa supercementificata e un’entroterra da sempre troppo ripido per favorire insediamenti umani e campi da coltivare, la superficie dei pochi terreni pianeggianti è oggi erosa dalla fame di spazi da destinare a capannoni e speculazioni varie. In un ambiente così “difficile” con una scarsa possibilità di intervenire meccanicamente, il lavoro agricolo si è conservato  spesso in forma manuale , accentuandosi così il divario , economico e non solo , rispetto ad altre zone e facendo sì che la remunerazione del lavoro sia stata sempre meno competitiva.

 

Agricoltura, spopolamento  e problemi del territorio

Urbanizzazione , industrializzazione ed emigrazione hanno favorito la fuga dalle campagne e il territorio si è via via spopolato lasciando paesi interi e campi abbandonati , salvo la presenza di pochi e anziani superstiti.  Con questa perdita si è avuta, come conseguenza, la perdita di cultura del territorio, ovvero tutti i saperi accumulatisi nel tempo utili per gestire il territorio in cui si vive. Questa perdita determina, nell’ignoranza comune e negli amministratori, anche quelli in buona fede, l’inadeguatezza , la mancanza di risposte e la sottovalutazione dei problemi.

Quello che si è dimenticato è che l’assenza di manutenzione, effettuata su un territorio antropizzato e quindi trasformato dall’uomo a fini abitativi e per coltivare, è di per sè causa di disastri: l’acqua che si incanala in modo errato in un fosso non custodito a monte, porterà i suoi effetti devastanti a valle in modo esponenziale .  In questo senso, su questo piano di intervento non esistono decreti che tengano: esistono solo l’urgenza di cambiare rotta in totale discontinuità con il passato e mettere queste problematiche al centro di un programma, insieme agli altri punti importanti.

Lo stesso dicasi per quanto riguarda gli incendi: chi mantiene un prato sfalciato e un bosco pulito mantiene un argine all’avanzare del fuoco. Le attività dei contadini sono il primo baluardo contro di esso. Poi vengono i mezzi di intervento , sempre insufficienti rispetto alle necessità.

Sugli incendi boschivi bisogna aggiungere che si pagano anche politiche sbagliate di rimboschimenti dei decenni passati , quando furono piantati pini neri ed altre conifere invece di valorizzare specie autoctone. Tali alberi costituiscono , per la resina e per il tappeto di aghi che producono, una vera e propria miccia. Altra politica sarebbe la manutenzione del ceduo con tagli regolari e la  formazione progressiva di boschi d’alto fusto.

 

Un’inversione di rotta è dunque necessaria, adottando misure per dare la possibilità a chi ancora coltiva di continuare a farlo, e per favorire l’ingresso di nuovi insediamenti.

 

Per andare in questa direzione bisogna innanzitutto eliminare una serie di ostacoli dal punto di vista burocratico ed uscire da una logica punitiva per quanto riguarda eccessive e paradossali imposizioni per quanto riguarda le normative igienico-sanitarie, partendo dal presupposto che non si possono richiedere stessi adeguamenti ad aziende indipendentemente dalle loro dimensioni. In questo senso sono in corso rivendicazioni per il riconoscimento della figura del contadino e di un’agricoltura contadina. differente da quella dell’imprenditore, che si riconoscono nella Campagna Contadina ( http://www.agricolturacontadina.org/) attualmente indirizzata in una proposta di legge a livello nazionale ma che può essere adeguatamente recepita anche a livello locale come già è stato fatto dalla provincia di Bolzano.

 

 

(DA QUI IN POI ESPONGO PER TITOLI)

Alcune possibilità per favorire un’inversione di rotta è l’adozione della Legge sulla montagna Legge 31 gennaio 1994, n. 97 -www.uncem.it/documenti/l97_94.pdf) che la Regione Liguria non ha mai favorito.

 

Favorire ed incentivare forme associate di lavoratori agricoli e giovani disoccupati in opere destinate al ripristino e la manutenzione

Istituire allo scopo dei corsi per essere in grado di intervenire , utilizzando le tecniche innovative di ingegneria del paesaggio che prevedono scarso impatto utilizzando materiale naturale e del luogo.

Dare impulso al volontariato in questa direzione fornendo adeguata preparazione .

 

Per porre un argine all’abbandono dare possibilità di sgravi fiscali od esenzione ai piccoli dettaglianti locali, veri dispensatori di servizi contro lo spopolamento, dando maggiori vantaggi a coloro che vendono prodotti del territorio. Questa ipotesi (da approfondire) agirebbe da volano rispetto alle piccole produzioni locali.

 

Favorire ,andando incontro ai richiedenti, la diffusione dei mercatini del biologico e delle produzioni locali

 

TERRE INCOLTE

Se, come è evidente, le motivazioni economiche sono la principale causa dell’abbandono, è altrettanto evidente che ciò costituisca una vera e propria piaga. Se l’amministrazione precedente si è mossa concependo forme di unificazione fondiaria (ovviamente condivisibile in una realtà estremamente frammentata come la nostra)  non sono altrettanto condivisibili passaggi di mano della proprietà dei terreni abbandonati in mano ad altri privati, sarebbe auspicabile, in questo caso, onde evitare rischi di cambio di destinazione d’uso o di interventi impropri sul patrimonio boschivo,  che tale recupero di terreni fosse destinato ad un conferimento e ad una gestione dell’ente regionale, con severi vincoli per una corretta gestione e per sane pratiche agricole per coloro che ne facessero richiesta, concedendone l’uso per tempo illimitato salvo venire meno ai requisiti. Altrettanto ferma deve essere l’intenzione di non svendere il patrimonio demaniale ma favorire, a maggior ragione ,un’oculata gestione del patrimonio.

 

Turismo e territorio

Se siamo d’accordo che si debba in tutti i modi arrestare l’avanzata del cemento e la sottrazione di terreni al potenziale uso agricolo, è evidente che anche l’offerta di ricettività turistica  vada improntata al recupero dell’esistente.  Considerando l’enorme patrimonio di piccoli e grandi centri storici sparsi per la Liguria e il grande interesse dimostrato dal turista straniero che in certi casi arriva e colonizzare nel vero senso della parola villaggi abbandonati, si dovrebbe incentivare non solo l’offerta di agriturismi e B&B, ma anche di quello da alcuni è stato chiamato l’”albergo diffuso” ovvero la messa a disposizione di camere e appartamenti appositamente ristrutturati e messi in rete tra loro.

 

O.G.M.

Cosa può fare La Regione Liguria per contrastare l’introduzione e la semina degli Organismi geneticamente modificati ?

Di fronte a continue pressioni per favorire  la produzione e il consumo in casa nostra, l’argine va posto, quando è possibile, a tutti il livelli , da quello europeo a quello statale e regionale.

E’ stato  dimostrato, come se ce ne fosse stato bisogno, come il concetto di “coesistenza” tra coltivazioni OGM e quelle convenzionali o biologiche, è di fatto un “falso scientifico”. Questa verità sarà incontrovertibile fino a quando esisterà il vento e i pollini potranno viaggiare.  Pertanto proposte di legge in questo senso vanno fermamente avversate. 

Il precedente della Regione Friuli

Il 23 Giugno scorso è scaduto il termine entro il quale la Commissione europea avrebbe potuto impugnare il disegno Legge regionale (del Friuli Venezia Giulia) che intendeva vietare le coltivazioni OGM a causa della impossibile coesistenza con le altre coltivazioni. In conseguenza è diventata la prima regione libera da Ogm. L’importante provvedimento legislativo segna una svolta storica.

La strada tracciata con successo in Friuli Venezia Giulia, deve costituire ora uno esempio da seguire con sollecitudine da tutte le altre regioni italiane, anche in considerazione del fatto che “l’ombrello protettivo” costituito dal Decreto interministeriale di luglio 2013, con cui si vieta sul territorio nazionale la coltivazione del mais OGM MON810, scadrà all’inizio del nuovo anno, lasciandole tutte esposte al rischi di semine massicce… salvo la previdente e coraggiosa Regione FVG, oramai definitivamente  “libera da OGM”!!

Un aiuto in questo senso ci viene in questi giorni dal via libera della Commissione Ambiente del   Parlamento Europeo alla nuova normativa che prevede la facoltà, da parte dei singoli Stati Membri, di   limitare o vietare la coltivazione di OGM sul proprio territorio, anche se autorizzati dalla stessa UE.  Questo voto concede il permesso ai singoli stati di vietare le coltivazioni OGM, e costituisce un passo avanti per la tutela della biodiversità.

 

Di Roberto Pisani