APPROFONDIMENTI

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Glifosato

per saperne di più

di Redazione

3 dicembre 2017

Nel 2015 l'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) ha classificato il glifosato in classe 2A: probabile cancerogeno per l'uomo; a maggio di quest'anno l'Iniziativa dei Cittadini Europei per la messa al bando del glifosato ha superato 1,3 milioni di firme, consegnate alla Commissione Europea.

Pochi giorni fa l'Unione Europea ha concesso una deroga di cinque anni sull'uso della sostanza in agricoltura.

LEGGI L'ARTICOLO


Il cambiamento climatico è qua ed è ora

di Simonetta Astigiano

27 novembre 2017

 Ce lo dice l'esperienza ce lo dicono i dati statistici e gli effetti, che saranno devastanti, colpiranno prevalentemente le generazioni future

LEGGI IL TESTO


Attuare la Costituzione

Il nostro contributo al convegno

Napoli, 30 settembre 1 ottobre 2017

Art. 9 La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.

Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

 

Simonetta Astigiano (per L’Altra Liguria- Prima le Persone, Azione Civile) documento per Attuare la Costituzione.

 

Cureremo il cancro alla prostata in tre anni” Berlusconi 2010

Lanciamo un piano nazionale per la ricerca” Renzi 2016

20.000 posti per i ricercatori precari” Lorenzin 2016

 

Mi ha sempre intrigato la scelta da parte dei costituenti di mettere insieme la promozione dello sviluppo di cultura e ricerca e la tutela del paesaggio e del patrimonio della Nazione. E’ chiaro che la ricerca e la conoscenza siano basilari per la messa in campo di politiche efficaci per la tutela e valorizzazione del territorio e del nostro enorme patrimonio artistico, ma è altrettanto chiaro che la ricerca abbraccia una quantità molto più ampia di argomenti, ed uno di questi è certamente la salute. La ricerca sanitaria o biomedica è fondamentale per dare corpo all’Art.32 della Costituzione, che riesce magistralmente ad includere la complessità dell’argomento in quattro parole: diritto individuale e interesse collettivo.

La ricerca biomedica è il mio campo ed è quindi ciò su cui mi concentrerò, ma altri settori se la vedono altrettanto male, se non peggio.

 

La ricerca sanitaria si svolge in alcune strutture definite, Istituto Superiore di Sanità (ISS), Istituti Zooprofilattici (IZS), ASL e Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS), tutte dipendenti dal Ministero della Salute. Anche all’interno delle Università si fa ricerca biomedica o sanitaria naturalmente, ma questa dipende dal Ministero di Università e Ricerca ed è quindi tutto diverso: inquadramento contrattuale, accesso ai finanziamenti, normativa di riferimento, percorsi di formazione e possibilità di carriera. Si tratta tuttavia di due realtà che si incontrano, incrociano, e qualche volta si scontrano, ad esempio negli IRCCS, dove la quasi totalità dei Direttori Scientifici sono Universitari, Medici, e anche maschi, ma questo esula dal discorso. La ricerca sanitaria quindi è di per sé variegata, complessa e multidisciplinare (medici, biologi, chimici, ingegneri, fisici ecc…) e poiché nel nostro paese non esiste il ruolo della ricercatrice sanitaria, ma solo quello di Dirigente, distinto per laurea (Medico Veterinario, Sanitario, Tecnico Amministrativo) vi sono non pochi problemi, anche di pari opportunità e parità di trattamento (io biologa vengo pagata meno di una collega medico solo in base alla laurea). Cito queste problematiche, di carattere contrattuale perché significative dell’incapacità della politica (complice a volte anche un certo sindacalismo) di risolvere i problemi concreti, anche semplici. La dicotomia tra carriera universitaria e sanitaria, anche dove le due figure lavorino fianco a fianco, la mancata equipollenza dei titoli di specialità e di dottorato, ma anche il predominio della facoltà di Medicina tra i corsi scientifici, sono parte degli attuali problemi nella stabilizzazione delle ricercatrici precarie di lungo corso e nel reclutamento di personale.

(Uso termini al femminile perché oltre il 70% della forza lavoro in ricerca è costituita da donne, ma la percentuale crolla drammaticamente se si guardano le posizioni apicali).

 

Le difficoltà che vive la ricerca sono però legate prevalentemente alla carenza cronica di fondi ed all’idea che la ricerca debba produrre utili, quando l’avanzamento delle conoscenze non è diretamente monetizzabile.

Il grafico mostra l’andamento dei finanziamenti ministeriali (ricerca corrente) agli IRCCS. Nel 2003 32 Istituti ricevettero, 179 milioni €, nel 2016 49 IRCCS si sono spartiti 153 milioni. Tanto per fare un paragone, l’IIT, Fondazione Privata, ha preso ogni anno per 10 anni la stessa cifra concessa nel 2016 ai 49 Istituti. Di questi però ben 28 sono privati (San Raffaele, Fondazione Maugeri, San Camillo ne fanno parte) e, secondo un report della Corte dei Conti, tra il 2007 e il 2011 hanno assorbito ben due terzi delle risorse. (GRAFICO)

 

Per inciso nel 2003, quando si vede il picco di aumento nel numero di IRCCS (da 32 a 41 in soli due anni) è stata approvata la legge 288 che ha posto gli Istituti sotto il controllo delle Regioni, aperto alle Fondazioni e spinto verso la ricerca applicata, per intenderci quella appetibile per big pharma.

I 21 IRCCS pubblici impiegano 3500 precari dal futuro incerto dato che sono stati tagliati fuori da qualunque percorso di stabilizzazione e che, grazie alla Legge Madia, dal 1° gennaio 2017 non possono più avere accesso a nuovi co.co.co., la tipologia contrattuale più utilizzata in ricerca, ma solo rinnovare quelli in corso, e comunque non oltre il 31 dicembre 2018. Non ci si può quindi stupire se i dati degli ultimi due anni mostrino come, all’interno di questi enti, la “fuga dei cervelli” arrivi a  raggiungere punte del 30%.

 

Oltre ad essere finanziata poco e male dallo stato italiano, la ricerca sanitaria soffre anche per la continua spinta verso il privato, sia attraverso la promozione di ricerca applicata, a discapito di quella di base, che attraverso l’abitudine di finanziare progetti grossi e preferibilmente co-finanziati da industrie private. In buona sostanza, lo stato taglia i fondi pubblici alla ricerca per spingerla sempre più nelle braccia del privato che, ovviamente, non fa investimenti per amore del sapere ma per poterne trarre profitto. La beffa però sta nel fatto che la mancanza di turn over del personale e la contrazione dei fondi, uniti a scelte strategicamente sbagliate, fanno sì che le attività di ricerca si basino sempre più su lavoratrici dall’età media elevata e con conoscenze tecnologiche ed un parco macchine sempre più obsoleto, innescando quindi un circolo vizioso che rende sempre più difficile reperire fondi dall’esterno. Naturalmente esistono le eccezioni ma la situazione è comune a molti Istituti di ricerca pubblici, vedi ISPRA.

 

Quanto si è vissuto in questi ultimi 15 -20 anni è insomma l’applicazione del pensiero neoliberista alle attività di ricerca: il profitto e l’omologazione prima di tutto. Ciò che serve affinché la ricerca possa dare il suo contributo ad attuare gli articoli 9 e 32 della Costituzione è pensarla come bene comune pubblico da tutelare. Occorrerebbe aumentare il finanziamento pubblico ad almeno il 2,5 - 3% del PIL per rientrare nella media europea e garantire che le attività siano prive di condizionamenti esterni. Occorre il riconoscimento del ruolo dei ricercatori sanitari con l’individuazione di percorsi formativi adeguati, possibilità di carriera ed aggiornamenti congrui con l’attività svolta. Occorre garantire il rinnovo generazionale, fondamentale per un lavoro che è in continua evoluzione, attraverso prima la stabilizzazione di tutti i precari di lungo corso e poi l’individuazione di percorsi lavorativi integrati tra Università e strutture sanitarie. Occorrono anche sistemi di valutazione della ricerca che escano dalla dittatura della produttività a tutti i costi e premino la qualità piuttosto che la quantità, ma qua bisognerebbe aprire un altro lungo capitolo.

 

Genova, 30 settembre 2017


Ricerca sanitaria e precari, la farsa della Lorenzin

di Simonetta Astigiano

15 settembre 2017

Era il 27 aprile 2016 quando il Ministero della Salute inaugurò con gran cassa mediatica la due giorni degli Stati Generali della Ricerca Biomedica, e la Ministro Beatrice Lorenzin, evidentemente presa dall’euforia del momento, annunciò l’assunzione di 20.000 nuovi ricercatori nel Servizio Sanitario Nazionale. Lo strepitoso evento venne trasmesso in diretta streaming ed una Lorenzin in grande spolvero dichiarò che chi fa ricerca talvolta guadagna 800€/mese (lei sì che conosce i problemi dei ricercatori!) e che per fermare la fuga dei cervelli bisogna dare certezza per il futuro portando gli stipendi a 1800-2000€ (sigh!). Il futuro che la Lorenzin prevedeva in quel momento di estasi mediatica aveva la durata di ben 15 anni, con tanto di trattamento economico composto da una parte variabile ed una fissa (come un vero stipendio!) e con contratti di lavoro strutturati su  una piramide composta da gradoni di carriera scalabili in base al merito. La piramide avrebbe dovuto essere pronta entro fine anno (2016), giusto in tempo per evitare che il divieto per la pubblica amministrazione di attivare nuovi contratti co.co.co., largamente utilizzati in ricerca, potesse lasciare tutti a casa. Gli scalini di carriera previsti erano tre, di durata variabile in base al merito: 5 anni + 2 (per i più bravi); 3 anni + 2 (per i più bravi);  3 anni. Arrivati in cima i ricercatori avrebbero potuto continuare a fare ricerca (come non è dato saperlo, probabilmente emigrando all’estero) o entrare nel SSN con un ruolo assistenziale. Cioè: dopo 15 anni di brillante carriera (da sommare ai precedenti anni di precariato), valutazioni stringenti e molto competitive, esami ecc.. si sarebbe potuta ottenere la grande concessione di cambiare lavoro, naturalmente tramite concorso e solo per i fortunati che avessero scelto di prendere una specialità (che si paga), piuttosto che prendere un dottorato di ricerca (dove si viene pagati, anche se poco), una genialata insomma, come se si formassero degli ingegneri per poi mandarli a fare i filosofi.

Poiché una piramide, come noto, termina a punta, se nel primo scalino ne potevano entrare 20.000 (laureati, con specialità o con anni di lavoro precario sulle spalle) quanti avrebbero potuto arrivare all’agognata vetta? Facile, dipende dalle esigenze del Sistema Sanitario Nazionale, quello che da anni taglia costi, personale, servizi e risorse e se ne frega della ricerca. In sintesi i migliori che sapranno scalare la piramide potranno ricevere un calcio in culo, ma questi so’ dettagli, l‘importante è parlare e finire in TV.

Così tutti noi ricercatori del SSN fummo invitati, insieme a sindacati, rappresentanti dei precari, giornalisti, personalità di vario genere ecc…. per “condividere” questo meraviglioso progetto. Seguirono diversi incontri a Roma, per partecipare ai quali i precari da 800€/mese si sono pure autotassati, sono state fatte assemblee, proposte, discussioni elaborazioni ecc.. intanto, nessuna parola sullo stato di dissesto degli Istituti di ricerca pubblici, sulla mancanza di finanziamenti, sulle mille criticità di un settore in dismissione.  E che caspita! Bisogna premiare il merito e fermare la fuga di cervelli, quello che conta è la piramide! E poi insomma, guardate l’IIT, pubblicazioni, brevetti, start-up e spin-off, in fondo il fatto che si prenda 98 milioni ogni anno per decreto è irrilevante.

Comunque sia a fine 2016 nulla accadde, siamo ormai alla fine del 2017 e della famosa piramide non si parla più, anzi, pare che sia implosa, forse sotto il peso del Fertility day e delle vaccinazioni imposte con la forza. Certamente è un bene che sia implosa, ma nessuno sa quanto siano costati quegli stati generali in termini di denaro e di tempo speso per viaggi a Roma, elaborazioni e discussioni varie. Un po’ di fumo negli occhi insomma utile solo a sperperare un po’ di denaro ed a far parlare di sé. Nel frattempo i precari (circa 3500 in Italia) sono sempre più precari e dal 2016 cercano di capire come superare il blocco dei co.co.co, e tra 15octies, borse di studio, tempi determinati, dottorati e partite IVA (si, proprio quelle, le false partite IVA, perché di questo si tratta) vanno avanti di mese in mese, i più fortunati possono arrivare all’anno, portando avanti le sorti di Istituti di Ricerca, un tempo fiori all’occhiello del SSN, oggi  più vecchi nel personale, nei macchinari, nelle strutture e decisamente in dismissione ma con lenta agonia, in modo che a nessuno in particolare possa essere imputata la responsabilità.

 

Poi ci si chiede come mai tanti giovani emigrino all’estero dove vale, sì, il merito, ma dove le istituzioni mettono a disposizione tutto ciò che è necessario per fare in modo che questo merito sia messo a frutto, che il ricambio generazionale sia garantito, che il lavoro sia reso facile e privo di intoppi burocratici. Altrove gli Stati Generali della Ricerca non servono, perché alle parole si prediligono i fatti.

 


Spostamento del mercatino di via Quadrio, il nostro intervento al Municipio Valpolcevera

di Ornella Ventullo 15 settembre 2017

QUA


BREVE CRONISTORIA DI UNA PRIVATIZZAZIONE IN ITINERE: L’ AGGREGAZIONE SOCIETARIA TRA AMIU E IREN AMBIENTE

di Antonio Bruno  16 maggio 2017

AMIU Genova Spa è un’azienda partecipata del Comune di Genova in quota maggioritaria (93,94% comune Genova, 6,06% azioni proprie senza diritto di voto) e svolge il servizio per i servizi di igiene urbana nel comune di Genova in virtù di un incarico in-house con un contratto di servizio.

IREN Ambiente Spa è un’azienda di proprietà 100% di Iren Spa, Società di diritto privato, partecipata da Comuni per il 51% e per il 49 % da soggetti privati (banche e fondi di investimento).

Nel 2013, il Consiglio comunale di Genova approva a maggioranza la delibera 75/2013 per la razionalizzazione delle aziende partecipate del Comune stesso, inserendo per AMIU Genova la disposizione di cercare un partner societario mediante la vendita di una parte minoritaria delle quote societarie, con lo scopo di realizzare il piano industriale che prevedeva impianti di nuova costruzione.

Con delibera di consiglio 15/2015 la stessa indicazione viene trasformata in quella di ricercare un partner industriale che apportasse impiantistica esistente. 
Con delibera CC n.15 del 12 maggio 2015 il Comune di Genova approva un “Piano di razionalizzazione delle società partecipate e delle partecipazioni azionarie” relativo anche a AMIU.

Il 12 febbraio 2015 il Sindaco di Genova invita AMIU a predisporre studi di fattibilità, comprensivi di analisi industriali, economico-finanziarie e dei necessari approfondimenti tecnico-giuridici, relativi ad eventuali ipotesi aggregative, alla luce delle previsioni in materia di servizi pubblici locali contenuti nella legge di Stabilità 2015.

Il 3 marzo 2015 AMIU invita Iren a partecipare alla redazione di uno studio di fattibilità (comprensivo di analisi industriali, economico-finanziarie e dei necessari approfondimenti tecnico-giuridici), conformemente a quanto richiesto dal Comune con la lettera del 12 febbraio 2015, nonché anche in previsione del Piano di Razionalizzazione delle società partecipate (poi approvato con Ordinanza Sindacale n.64/2015 e ratificato con delibera del Consiglio Comunale n. 15/2015).

Nel frattempo eventi alluvionali costringono alla chiusura della discarica di Scarpino con conseguente necessità di ripristino delle condizioni di sicurezza e trasferimento fuori regione dei rifiuti indifferenziati, senza che venga prodotto alcun aumento della TARI per far fronte ai cosiddetti “extracosti”.

Inoltre, il Comune di Genova non consente il prolungamento del contratto di servizio di dieci anni come richiesto dall’azienda.
Questo consegna Amiu a una grave crisi economica e di liquidità, oltre a far diminuire il valore dell’azienda a circa5 milioni di euro.

Il 06.06.2016 l’assessore all’Ambiente Italo Porcile rispondendo a una interrogazione del Consigliere Comunale Antonio Bruno conferma che “ Nell'ambito del progetto di ricerca di un partner capace di aiutare AMIU (come definito anche nella Delibera Consiliare 15/2015 che riassume fornendo ulteriori precisazioni gli indirizzi già contenuti in delibere precedenti sullo stesso tema a partire dal 2013) ad uscire dalla situazione di difficoltà finanziaria scatenata dalle note vicende di Scarpino, il Comune di Genova ha dato mandato ad AMIU di avviare un dialogo con IREN su base tecnica finalizzato alla verifica di elementi di potenziale sinergia fra i rispettivi piani industriali. Conseguentemente AMIU ha attivato un tavolo tecnico con IREN nel quale sono tuttora in corso discussioni finalizzate ad un esame dei reciproci programmi di sviluppo, con riferimento particolare se non esclusivo, agli aspetti impiantistici legati al ciclo di trattamento dei rifiuti alla luce delle recenti novità normative emanate da Regione e Città Metropolitana (che recentemente ha approvato il piano di ambito che recepisce il piano industriale di AMIU definendone la relativa impiantistica, in divenire, di pertinenza ATO). Qualora, come sembra, dovessero essere ravvisati forti elementi di sinergia fra i rispettivi programmi industriali potrà essere avviata, nel rispetto delle procedure in materia di trasparenza, un’ulteriore fase di analisi finalizzata alla definizione di una possibile operazione di carattere societario i cui parametri saranno eventualmente immediatamente a valle della prima fase sopra descritta.”

Il 29 giugno 2016, durante i lavori della Commissione Consiliare Sviluppo Economico del Comune di Genova, il Direttore Generale del Comune di Genova dott. Franco Giampaoletti conferma quanto evidenziato dall’assessore Italo Porcile e dichiarava che“ … Ad oggi sono già in corso interlocuzioni all’interno di un perimetro definito all’interno di uno scambio di corrispondenza fra Comune di Genova ed AMIU, fra AMIU ed IREN finalizzate alla definizione, all’analisi, all’individuazione di elementi di sinergia nei rispettivi piani industriali…. È estremamente probabile, non possiamo dire certo che ci sia l’offerta di Iren in tempi estremamente rapidi, e nel caso in cui l’offerta di Iren sia l’unica offerta, si attiverà immediatamente un processo negoziale per la definizione di quelli che sono aspetti di dettaglio …”.

Alle reazioni sollevate da queste dichiarazioni che, sostanzialmente, già identificavano in IREN (Società di diritto privato con una quota rilevante di azionariato privato) il soggetto che avrebbe concorso alla aggregazione societaria, non garantendo una procedura dotata della necessaria trasparenza, la “par condicio” e la “concorrenza” necessarie, il Sindaco Marco Doria (in assenza del Direttore Generale) risponde “..il dottor Giampaoletti aveva citato Iren, perché leggendo i giornali, ci sono state dichiarazioni dei vertici di Iren che dicevano che Iren aveva individuato nell’area ligure, piemontese, emiliana, l’area di riferimento di questa azienda ..”

Con la delibera di giunta 162/2016 del 29 luglio 2016 si delibera, tra il resto:
1) di approvare le linee di indirizzo, di cui in premessa, per la pubblicazione di un Avviso esplorativo di sollecitazione di manifestazioni d’interesse a dar luogo ad un’operazione di aggregazione societaria ed industriale con Amiu Genova S.p.A., ai sensi e per gli effetti dell’art. 3bis, comma 2bis, legge 148/2011, come modificato dall’art. 1, comma 609, lett. b), legge 190/2014, funzionale alla valorizzazione e alla riorganizzazione della società.

Nel settembre 2016 viene pubblicato l’avviso esplorativo cui risponde solo Iren Ambiente.

Il 3 novembre 2016, con delibera di giunta 238/2016, l’Amministrazione comunale di Genova prende atto di quanto sopra, autorizzando il proseguimento della trattativa con Iren Ambiente, unico soggetto che aveva manifestato il proprio interesse.

Il 19 dicembre 2016 la delibera di giunta 436/2016, propone di approvare la “Definizione dei criteri operativi a cui ispirare il modello di aggregazione industriale e societaria tra Amiu s.p.a. ed Iren Ambiente s.p.a.”. Con tale delibera si propone 
• l’ingresso di Iren Ambiente inizialmente con una quota del 49% (aumento di capitale di 5 milioni), successivamente dopo il 2020 fino al 69 %; 
• una governante fortemente in mano a Iren Ambiente; 
• un nuovo piano industriale che, differentemente da quello approvato in accordo con il Conai (Consorzio Nazionale Imballaggi), NON prevede il raggiungimento dei termini di legge 65% di raccolta differenziata e prevede la produzione di CSS (Combustibile Secondario di Rifiuti) da bruciare in cementifici o inceneritori.

Il 7 febbraio 2017 il Consiglio Comunale di Genova boccia tale mandato con 19 voti contrari, 14 favorevoli e 6 astenuti.

Il Sindaco di Genova Marco Doria manifesta l’intendimento di non rispettare tale diniego e di procedere con le trattative con l’azienda per la presentazione di una nuova delibera ripresentandol’aggregazione tra Amiu e Iren.

Tale delibera viene messa all’ordine del giorno del consiglio comunale del 30 marzo 2017, ma NON VIENE MESSA IN VOTAZIONE per non andare incontro a una nuova bocciatura dell'aula.

Viene comunque votato, a maggioranza, un adeguamento della TARI (Tassa Rifiuti) del 6,89%, contro i pareri di giunta e degli uffici.
Il consiglio comunale approva un emendamento del Partito Democratico che riporta al 6,89% l'aumento della tariffa sui rifiuti per il 2017, ovvero al valore che sarebbe stato consentito dall'aggregazione Amiu-Iren. Viene così modificata la proposta della giunta di approvare un aumento tariffario del 18%. 
L’intento è quello di forzare il Consiglio Comunale ponendo l’aut aut “aggregazione o aumento della TARI” (in ogni caso la delibera ritirata prevedeva l’aumento della Tari del 30 % in tre anni comunque anche con l’aggregazione con Iren).

Infatti, il 7 aprile 2017 con delibera 28/2017, la Giunta Comunale di Genova propone nuovamente di approvare i principi e gli obiettivi su cui si sviluppa il modello di aggregazione alla base dell’operazione di integrazione industriale tra AMIU e IREN AMBIENTE, con le medesime caratteristiche della delibera bocciata un mese prima. Questa delibera viene posta in coda all’approvazione del Bilancio Previsionale del Comune di Genova.

Le delibere facenti costituenti il Bilancio Previsionale di Genova vengono discusse nelle sedute del 2 e 3 maggio 2017.
Durante tale discussione vengono bocciati emendamenti che stornano fondi da ordine pubblico e interventi non prioritari (Blueprint ad esempio) a favore della messa in sicurezza della discarica di Scarpino, una delle voci più ingenti di spesa che causano una sofferenza economica per Amiu.

Il 3 maggio 2017, la Giunta constatando l’assenza di una maggioranza favorevole ritira la delibera rimandando al successivo ciclo amministrativo la risoluzione del problema.

Considerazioni a latere: la NON approvazione dell’aggregazione societaria è sicuramente un fatto positivo perché avrebbe condizionato pesantemente e in maniera pressoché irreversibile la gestione del ciclo dei rifiuti a Genova.
E’ stata resa possibile dall’ostinazione del Gruppo Gestione Corretta dei Rifiuti, di alcune forze politiche, della Segreteria Forum Acqua, dei comitati piemontesi e emiliani presenti a Genova, e dall’inedito impegno di gruppi di lavoratori di diversi sindacati riunitisi spontaneamente nella ULA Unione Lavoratori Amiu. Un altro fattore decisivo è stata l’imminenza delle elezioni amministrative del 11 giugno, che hanno indotto il Centro Destra (favorevole esplicitamente a processi di privatizzazione dei servizi pubblici) a contrastare l’aggregazione per dare una spallata (forse decisiva) alla coalizione di centrosinistra.
Decisiva sarà il risultato delle elezioni amministrative di giugno; sarà il nuovo Sindaco e il nuovo Consiglio Comunale a decidere se riprendere, e far questa volta approvare, l’aggregazione societaria o scegliere altre strade, alcune verso un pieno controllo pubblico verso un integrale ciclo dei rifiuti, altre verso lo spezzatino e una gestione, di fatto, in mano a singoli settori privati.


Droghe e repressione

di Luigi Fasce

17 febbraio 2017

Non voglio minimamente entrare nel merito su quanto riguarda il drammatico suicidio di un adolescente sebbene ne abbia qualifica, come ex psicologo  di consultorio familiare, vice presidente del comitato per la prevenzione delle tossicodipendenze e componente esperto della sezione per il ricovero coatto del tribunale di Genova, tutte  esperienze del secolo scorso quando eravamo ancora nel trend progressista. Ora al contrario siamo nel trend oscurantista di cui non si vede cambio di rotta.Dunque nessuna considerazione sui comportamenti specifici riportati variamente dai giornali che fortunatamente hanno scelto giustamente di non colpevolizzare le persone coinvolte nella vicenda. Mettendo però ancora una volta sotto accusa la droga. Eppure un colpevole in questa drammatica vicenda c'è: lo Stato, anzi i suoi governi.

Un po' di storia.

È evidente che non era proprio  nel pensiero di Madri e Padri costituenti la questione del diritto alla libertà dell’uso personale di droghe. Di droghe nel 1948 c'erano solo alcol e tabacco che nemmeno si consideravano tali.

Tuttavia la tutela costituzionale esiste: “Art. 13. La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell'autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.” Inoltre per suffragare debolmente la tesi del diritto individuale al proprio stile di vita sessuale e all’uso personale di droghe. «Art.32 Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». A questo riguardo possiamo  risalire anche alla Carta dei diritti dell’Uomo, Articolo 12: «Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata […]» questo per suffragare seppure debolmente la tesi del diritto individuale al proprio stile di vita sessuale e all’uso personale di droghe. I nostri moralistici e sofistici legislatori italiani hanno però scelto di perseguire penalmente tutti coloro che compiono atti osceni in luogo pubblico, che inducono e favoriscono prostituzione o la produzione, lo spaccio e l’uso di droga. Troppo complicato qui chiarire la contraddittorietà di vietare l’eutanasia, mentre non viene perseguito per legge, giustamente, il tentato suicidio. Il risultato sono state leggi illiberali proibizioniste anticostituzionali, con la conseguenza di avere consegnato di fatto alle mafie il monopolio di controllo di droga e  prostituzione.

Droghe

Nonostante causino dipendenza e pesanti danni alla salute, alcol, tabacco sono droghe legali sedimentate nei secoli nella nostra cultura occidentale. Il vino fa parte addirittura del rito cattolico dell' eucarestia.

Il testo unico che disciplina in materia di stupefacenti, prevenzione, cura e disintossicazione è in Italia la legge 390 del 1999, che a sua volta modifica e integra la legge 685 del 1975: il testo riguarda principalmente droghe e sostanze psicotrope e, nonostante faccia accenno alla dipendenza da alcol, su questo argomento si limita a dare indicazioni di educazione sanitaria. La normativa è stata poi modificata dalla legge 49 del 2006, detta anche legge Fini-Giovanardi: stabilisce un inasprimento delle sanzioni relative alla produzione, al traffico e alla detenzione di sostanze stupefacenti, abolendo la distinzione tra vari tipi di droghe, nello specifico tra droghe leggere – come la cannabis, l’hashish o la marijuana – e droghe pesanti, come l’eroina o la cocaina.Il risultato finale è un immenso mercato monopolistico consegnato dallo Stato alla malavita organizzata. Lo Stato mediante le forze dell'ordine  tuttavia è costretto a reprimere il mercato illegale con un enorme dispendio economico e umano. Ecco quello che pensa a proposito Roberto Saviano: La coca è energia devastante, terribile, mortale. Gli arresti sembrano non finire mai. Le politiche di contrasto sembrano sempre sbagliare l’obiettivo. Per quanto possa sembrare terribile, la legalizzazione totale delle droghe potrebbe essere l’unica risposta. Forse una risposta orrenda, orribile, angosciosa. Ma l’unica possibile per bloccare tutto. Per fermare i fatturati che si gonfiano. Per fermare la guerra. O almeno è l’unica risposta che viene da dare quando alla fine di tutto ci si domanda: e ora che si fa? Infatti, quello che gli osservatori ripetono da anni è ora confermato dai ricercatori del Bc Centre for Exellence in Hiv/Aids di Vancouver, pubblicato sul British medical Journal. «Il consumo globale di sostanze stupefacenti negli ultimi vent’anni» scrivono nel 2013 gli autori Dan Werb e Evan Wood, «non solo non è diminuito, ma eroina, cocaina e cannabis oggi sono più a buon mercato che mai». Insomma, la guerra alle droghe dichiarata nel 1972 da Richard Nixon è finita male. Così termina l’articolo: «La conclusione dello studio (recapitato in questi giorni a numerose cancellerie occidentali) è una sola: “le misure repressive contro il mercato delle droghe sono fallite sotto ogni aspetto”».Ciononostante in quasi nessuno Stato del mondo le droghe sono legali. Del tutto circoscritto e senza prospettiva è stato l’esperimento fatto in Svizzera a Zurigo, nel periodo che va dal 1990 al 1997 di dedicare “Platzspitz”, il cosiddetto parco delle siringhe, per consentire di drogarsi liberamente. In Europa resta solo l’Olanda ad avere da tempo una normativa tollerante per l’uso della cannabis. Solo recentemente ha imparato la lezione José Pepe Mujica, il presidente dell’Uruguay: (ASCA) – Roma, 11 dicembre 2013 – L’Uruguay è il primo paese al mondo ad aver legalizzato la produzione e la vendita della marijuana. Dopo un dibattito durato dodici ore, sedici senatori su ventinove hanno approvato la legge fortemente voluta dal presidente. La nuova normativa aveva ottenuto già ad agosto il via libera della Camera, autorizza la produzione, la distribuzione e la vendita della cannabis, consente ai privati cittadini una piccola coltivazione per uso personale, prevede la nascita di “club per consumatori” sotto la supervisione e il controllo dello Stato. Mujica, ex combattente della guerriglia di sinistra, lo ha definito un esperimento. “Ci sono molti dubbi e i dubbi sono legittimi”, ha detto in un’intervista televisiva. “Ma i dubbi non devono impedirci di provare nuove strade per combattere questo problema”. La nuova legge uruguayana va ben oltre la legalizzazione recentemente approvata dagli stati americani del Colorado e di Washington e delle norme di tolleranza che ci sono in Olanda e Spagna. I consumatori maggiorenni potranno coltivare la propria erba, in una misura non superiore a sei piante a persona, fumare negli appositi club o comprarne fino a 40 grammi al mese in farmacia. In ogni caso, dovranno essere registrati. Nel  mondo in genere  il contrasto all’uso della droga è  repressivo. Tuttavia bisogna anche domandarsi come sia mai possibile che nell’Occidente, dopo più di duecento anni di libertà individuale si ritiene che la maggioranza silenziosa resti dalla parte della repressione dura alle droghe. Per decodificare la dinamica inconscia che sottende i comportamenti repressivi di massa è qui il caso di interpellare la psicoanalisi. La verosimile interpretazione che viene fuori è quella che fin dall’infanzia si sviluppa nella persona una inconscia, rigida e repressiva coscienza morale (Super-Io), conseguenza dell’educazione religiosa che in genere si fonda su dogmi e precetti superati dalla scienza che ognuno si porta dietro tutta la vita e che si accentua con la vecchiaia. In  Italia più che la cultura cattolica ritengo entri in gioco il conservatorismo a maggioranza silenziosa over 60, alcol e tabacco fanno parte della atavica tradizione, mentre le “nuove droghe” no,  è questo   il substrato di opinione pubblica che suffraga l'ignavia dei governi italiani che si sono succeduti dopo la legge libertaria n.194/78 sull'aborto. Dopo gli anni 80 del secolo scorso  il mondo è regredito e a tutt'oggi permane sembra accentuarsi. Agli italiani adulti basta e avanza la legalizzazione di alcol e e tabacco  per continuare con tabagismo e alcolismo, senza sanzioni penali, ma con danni estremamente rilevanti alla salute. Pertanto come dice amaramente Saviano,  non c'è altra via che depenalizzare le restanti droghe. Restano i danni alla salute (da affrontare con efficaci campagne di educazione alla salute)  ma si stroncano mercato nero di  mafie, criminalità organizzata, si sfoltiscono le cause nei Tribunali e si svuotano le carceri italiane, con un enorme risparmio di risorse economiche e umane da parte dello Stato.

 

Bibliografia di riferimento (da Luigi Fasce Quali Politiche per le riforme ?)

1) R. Saviano, ZeroZeroZero, Feltrinelli, Milano 2013.

2) Simone Porrovecchio, La guerra al mercato delle droghe è finita male,

3) “Il Venerdì di Repubblica”, 25 ottobre 2013.

4) http://www.ecn.org/hemp/Legislazione/Fenomeno.html 

5) http://www.asca.it/newsUruguay__legalizzata_la_marijuana__e__il_primo_paese_al_mondo-1346024-ATT.   http://www.tabaccologia.it/PDF/1_2007/4_12007.pdf

6) Werb, D. et al. The temporal relationship between drug supply indicators: an audit of international government surveillance systems. BMJ Open. 2013 Sep 30;3(9):e003077. doi: 10.1136/bmjopen-2013-003077.

 


Trump e l'evidenza scientifica, due mondi a parte

di Simonetta Astigiano

30 gennaio 2017

Ci sono provvedimenti dell’amministrazione Trump a cui i nostri media non hanno dato alcuna rilevanza ma che potrebbero avere conseguenze disastrose per tutti noi. La posizione anti-ambientalista di Trump è nota, avendo più volte espresso scetticismo sui dati che individuano nell’attività umana la causa maggiore del riscaldamento globale. Tuttavia, alcuni provvedimenti recenti, passati del tutto inosservati in Italia, fanno pensare ad una vera e propria campagna contro le evidenze scientifiche, ancor più preoccupante dopo la nomina del vice presidente Pence che in più occasioni si è espresso contro la teoria evoluzionistica delle specie.

Il personale dell’EPA, l’Agenzia per la Protezione Ambientale e i dipartimenti dell’Interno, dell’Agricoltura e dei Servizi Umani e Salute, hanno ricevuto l’ordine di non rilasciare pubblicamente i loro dati, né aggiornare i siti web ufficiali. I dipendenti dovranno, inoltre, ottenere il permesso dei propri superiori prima di poter parlare con la stampa, o trasmettere istanze al Congresso, andando, in quest’ultimo caso, contro la legge che vieta di interferire con il diritto dei dipendenti federali a comunicare con i suoi membri. Ma c’è di più, i manager del Dipartimento dell’Energia, sono stati contattati dallo staff di Trump per identificare tutti coloro che negli ultimi cinque anni hanno partecipato a congressi internazionali sul clima. Difficile non pensare ad una vera e propria strategia intimidatoria, che va di pari passo con le promesse fatte all’industria automobilistica di allentare i parametri sulle emissioni inquinanti delle auto.

La risposta della comunità scientifica non si è fatta attendere e sta organizzando a Washington una grande “Marcia per la Scienza”, per ribadire il concetto, essenziale, che i dati scientifici, controllati e validati dalla comunità scientifica internazionale stessa, devono essere alla base di  scelte politiche consapevoli e assunte per il bene di tutta la comunità, non solo di alcuni attori.

Questa vicenda di oltre oceano stimola alcune riflessioni. I ricercatori hanno, da sempre, un rapporto difficile con la collettività, in parte perché vengono visti come privilegiati che, chiusi nei loro laboratori, non si interessano dei problemi del mondo, in parte perché il linguaggio scientifico è complesso e si scontra, in maniera sempre maggiore, con la galoppante semplificazione del pensiero unico. Da ricercatrice, da anni impegnata nel sindacato ed in politica, conosco bene la difficoltà a coinvolgere i colleghi e le colleghe in qualunque iniziativa che non sia strettamente correlata alla propria ricerca, e questa difficoltà si riflette nel parlamento dove, a parte la Prof.ssa Cattaneo, Senatrice a vita, solo eccezionalmente siedono ricercatori. Questa lontananza dei ricercatori dalla società e dalla politica rende per noi difficile far comprendere al grande pubblico l’importanza di ragionare su dati validati dall’evidenza scientifica, e contrastare così la disinformazione che viaggia sul web alla velocità della luce, ma rende impossibile anche incidere sui processi politici che pretendono di governare e dirigere la ricerca senza conoscerne problematiche e necessità.

Le dichiarazioni e le scelte di Trump sono figlie di questa incultura che regna sovrana anche in Italia, ma non solo, e che produce prese di posizione assurde, come quella secondo cui i ricercatori devono essere precari per definizione, che la ricerca serve nella misura in cui produce brevetti, che la ricerca non serve e può essere tagliata a piacimento, che tutti i ricercatori sono sul libo paga delle multinazionali del farmaco, ecc….. In realtà la ricerca serve se è libera da condizionamenti politici e commerciali, quindi se riceve fondi pubblici adeguati, serve se riesce a comunicare adeguatamente con la collettività ed a influenzare le scelte politiche sulla base di dati concreti, serve ad aumentare il senso critico e la crescita culturale di un paese.

Il mio auspicio è che la Marcia per la Scienza riesca a rompere questo muro, a far scendere in piazza tanti ricercatori, ma anche tanti cittadini, innescando un percorso virtuoso in grado di aprire una via che possa rendere l’evidenza scientifica un valore aggiunto, da tenere presente quando si fanno alcune scelte legislative, e non qualcosa da usare a proprio piacimento.


L'era del Trumpismo

Le riflessioni di Walter Gaggero

27 gennaio 2017

PARALLELISMI

Il discorso di insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca può essere paragonato a quelli nazional-socialisti, e non a caso nelle manifestazioni antagoniste viene accusato di fascismo. Lo slogan "l'America prima di tutto", l'attacco alle oligarchie finanziarie, il richiamo del potere agli americani patrioti (cioè quelli che condividono l'idea di patriottismo di Trump),  ricordano tempi bui della nostra storia in cui il cittadino patriota, e solo quello, aveva diritto al lavoro e ad un posto nella società.  Il nazional-socialismo tedesco prese il potere promettendo la creazione di 6 milioni di posti di lavoro, sviluppo e modernizzazione, patriottica difesa della nazione, guerre "difensive". La prospettiva di pace, lavoro e bella vita, conquistate difendendo i sacri confini, la famiglia patriarcale, dove le donne erano relegate a produttrici di bambini e fonte di svago per i patrioti maschi (si arrivò all'esclusione delle donne dal lavoro), conquistarono il paese. Oggi Trump ha conquistato gli americani facendo leva su quegli stessi valori, l'orgoglio patriottico, la difesa dell'americanismo contro gli immigrati, l'attacco al welfare visto come assistenzialismo che svilisce l'uomo, gli attacchi all'autodeterminazione femminile.

RAGIONI DEL SUO EMERGERE

La tesi "trumpina" del "rifaremo grande l'America" ammette la sconfitta di un'America che grande non è più. Gli USA, dopo la seconda guerra mondiale, erano la nazione guida che esportava democrazia, progresso e libertà. Dagli USA, nel corso degli anni, sono partite guerre in nome della democrazia e per contrastare l'avanzata dell'Impero sovietico, visto come il male assoluto. La caduta dell'avversario ideologico, unico argine contro l'avanzare del capitalismo finanziario, ridussero il ruolo  mondiale degli USA, mentre la grande capacità della Cina ad attrarre la preminenza della produzione manifatturiera, attirando i grandi capitali della finanza internazionale, indebolirono enormemente l'economia americana. Il ruolo internazionale degli USA fu allora implementato costruendo nuovi nemici: i talebani disponevano di sofisticati lancia missili (20 milioni l'uno), aerei ed elicotteri, stessa cosa con l'ISIS. Può trattarsi solo di tecnologa comprata sul mercato? Con quale denaro e quali competenze. Bin Laden non fu addestrato dalla CIA? I talebani non vennero foraggiati come alleati durante la guerra in Afghanistan? Ma il gioco, ormai scoperto, trovò un scoglio in Siria, il cui governo ha prima resistito da solo e poi ha trovato appoggi dalla Russia, ma anche Cina e Persia. La prospettiva di una guerra contro tutti non era praticabile gli USA sono troppo dipendenti dal commercio internazionale, hanno un deficit manifatturiero enorme, ed un'economia basata sul furto permesso dall'imposizione del dollaro come moneta di scambio internazionale. Avrebbero anche, secondo Trump, una forza militare carente rispetto alla tecnologia sovietica. Per questo Obama ha tentato un rilancio dell'industria manifatturiera, ed in questo conteso si  inserisce Marchionne, ma il terrorismo prima foraggiato dagli USA, ha preso campo a livello internazionale e la politica estera di Obama è stata decisamente carente e carica di improvvisazioni e fallimenti.

In questo contesto emerge il trumpismo per cui diventa prioritario ricostruire un consenso nazionale, costruire alleanze tattiche per cercare di rompere l'asse Russia/Cina, rafforzare l'apparato militare. Il primo risultato è stato l'allineamento dell'Inghilterra agli USA dopo la Brexit, il rafforzamento dei rapporti con Israele, un ritorno al braccio di ferro con l'Iran.

Le prospettive sono tutte da indovinare, ma a buon intenditore......


Donald Trump

Le considerazioni di Giorgio Boratto

25 gennaio 2017

Ancora una volta, come se ce ne fosse bisogno, l'elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti porta alla ribalta la fallimentare ideologia del capitalismo; della mancanza di regole dello Stato nella ridistribuzione della ricchezza. Come se i profitti delle aziende facessero crescere il benessere del popolo. Del proprio popolo. Come se lo sfruttamento delle risorse ambientali e umane si trasformasse in ricchezza per tutti.

Di più Donald Trump coniuga il capitalismo e le conseguenti leggi di mercato in una visione autarchica come se l'espansione e il controllo del mercato globale non fosse fino ad oggi quello che ha fatto grande l'economia degli USA. Come se le guerre fatte dagli USA, e tutt'ora in corso, non siano sostanzialmente guerre ideologiche fatte in nome di una supremazia politica, commerciale e militare americana.

Certo che questo rimane il punto originale di questo nuovo corso 'trumpiano'.

Quanto sarà applicabile, con 8 multinazionali su 10 di proprietà USA, la politica di Trump? D'accordo, secondo Donald Trump, i profitti saranno spesi negli USA; ma sicuramente gli investimenti non lo potranno essere. Le proprietà delle multinazionali hanno come elemento principale l'investimento in luoghi del mondo dove è più facile lo sfruttamento delle risorse.

In sostanza Donald Trump sostenendo -nel discorso di insediamento alla presidenza USA- che: 'Dovremo difendere gli interessi degli Usa dalla razzia di altre imprese. Questa tutela porterà prosperità e forza e io combatterò con ogni respiro per questo obiettivo, non vi deluderò. L'America riprenderà a vincere come mai prima. Riporteremo l'occupazione e i nostri confini, torneremo a sognare. Costruiremo nuove autostrade, ponti, stazioni ferroviarie in tutta la nostra grandiosa Nazione. Porteremo le persone fuori dalla disoccupazione. Con due regole semplici: assumi americani, compra prodotti americani'. E se facessero con la stessa logica ugualmente anche tutte le altre Nazioni? Gli USA si impoverirebbero subito. Certo che la disfatta dell'Europa unita porterebbe comunque un vantaggio agli USA che avrebbero vita facile nel contrastare e girare a proprio vantaggio accordi economici con i singoli Stati europei. Per non parlare della nascita di nuove possibili monete che saranno tutte sottomesse al potere del dollaro. Gli scambi commerciali mondiali saranno regolati solo dal dollaro e non come ora anche dall'Euro. L'unica moneta a contrasto sarebbe lo yen cinese che ricordiamo detiene molto del debito statunitense...oltre che europeo. Paradossalmente per la Cina forse uno scenario nuovo, utile ad impadronirsi del mondo...altro che Americani vincenti nel mondo!

Non è certo rispolverando nuovi nazionalismi che si riuscirà a superare la crisi che ha investito tuto l'occidente. Ricordiamo inoltre che l'occidente e la sua filosofia hanno perseguito una cultura dei diritti della persona sottoscritta da tutti gli Stati. I nazionalismi responsabili i tutte le guerre mondiali non potranno certo fermare quelle conquiste se non con nuovi conflitti armati.

Un'altra cosa di Donald Trump che a me fa paura è quando afferma: Noi dobbiamo aprire le menti e agire in armonia e solidarietà. Così l'America è inarrestabile. Non c'è paura, saremo sempre protetti dalle forze dell'ordine di questo Paese. E, più importante, da Dio. Ecco tirare quel Dio dalla propria parte mi ricorda il Got mit unsdei tedeschi. Poi Donald Trump usa spesso l'espressione America come se l'America fossero solo gli USA. America è anche il Messico; America è il Cile, è l'Argentina, il Nicaragua, Panama, Perù, Ecuador ecc.


Sanità, la Liguria apre al privato

Genova, 23 gennaio 2017

 

La giunta Toti l’aveva detto fin da subito: per la gestione della sanità guardiamo al modello lombardo. Detto fatto, dopo la presentazione del libro Bianco, una vaga proiezione di diapositive che nulla dicevano nel concreto, è arrivata A.Li.Sa., l’ASL regionale dotata di superpoteri, che ha avuto il mandato dalla giunta regionale di avviare un’indagine di mercato per cedere in gestione ai privati tre piccoli Ospedali: Albenga, Cairo Montenotte e Bordighera (circa 250 posti letto totali) a cui si potrebbe aggiungere la cessione ad Humanitas del tanto atteso Ospedale del Ponente che dovrebbe sorgere sulla collina degli Erzelli. Un poker che farebbe aumentare la sanità privata in convenzione nella nostra Regione, nel tentativo di avvicinarla a quel modello lombardo dove il privato è arrivato a coprire il 40% dell’offerta sanitaria. Poco importa che la spesa sanitaria in Lombardia, con quasi 19 milioni, sia la più alta in Italia e che il sistema si possa sostenere solo se agisce come un’idrovora assorbendo pazienti/clienti da tutta Italia. Poco importa se scandali come quelli che hanno coinvolto il San Raffaele, la Clinica Santa Rita, la Fondazione Maugeri e la ligure GSL (che gestisce l’ortopedia all’Ospedale di Albenga) chiederebbero una maggiore cautela nell’invocare il servizio privato. Importa semplicemente muoversi a passi da gigante verso la privatizzazione dei servizi che il sistema neoliberista impone ovunque, generando quell’iniquità sociale che ormai è evidente persino ai potenti di Davos.

Noi pensiamo che la sanità, debba garantire il diritto alla tutela della salute previsto dalla nostra Costituzione, e che per farlo in maniera equa ed universale debba restare servizio totalmente pubblico finanziato attraverso la fiscalità generale (ed un sistema fiscale progressivo e più equo sarebbe opportuno), ma andiamo anche oltre, perché riteniamo che si debba finalmente operare una separazione netta tra attività pubblica e privata e che questa separazione debba riguardare l’uso delle strutture e tutti gli operatori sanitari. Il pubblico può e deve funzionare in maniera efficiente per tutti, è compito delle istituzioni raggiungere l’obiettivo, è compito nostro di operatori sanitari, cittadini e pazienti adoperarsi affinché sia tutelato.


AMIU

di Federico Valerio

Genova, 18 dicembre 2016

 

E finalmente il nuovo Sindaco di Genova, a partire dagli scarti delle materie valorizzate, realizza il Modello Genova.

La lunga crisi globale ci sta traghettando verso una nuova epoca in  cui i valori di riferimento non sono più la crescita, il PIL, i mercati. Chi non se ne è ancora accorto è perduto e quindi sarà opportuno che i genovesi, alla prossima tornata elettorale scelgano bene a chi affidare il timone del vascello comunale che ci dovrà traghettare verso i nuovi e anche misteriosi lidi.

Uno dei fari a cui dovremo rivolgerci è quello della "economia circolare", rotta che l´attuale dirigenza AMIU ha tracciato ma che la Giunta Doria palesemente non vuole affrontare. Con l´economia circolare si avvia la scelta ineludibile di una

società che bandisce l´usa e getta , che non produce più rifiuti, e che in ogni oggetto scartato vede utili materiali valorizzati da precedenti lavorazioni che possono essere inseriti in nuovi cicli produttivi.

Questa visione, insieme alla realizzazione di un sistema di raccolta differenziata "porta a porta" e alla "tariffazione puntuale" è il Modello Genova che potrebbe vedere il capoluogo ligure all´avanguardia , a livello internazionale.

Intraprendere questa nuova rotta, con un "armamento" interamente pubblico, in quanto pubblici devono essere i ritorni economici, occupazionali, ambientali significa qualificare l´attuale personale AMIU, creare nuove ed innovative opportunità di lavoro, acquisire competenze altamente qualificate da mettere a disposizione di altri

Comuni, anche fuori Regione. E una regia pubblica nella gestione dei materiali valorizzati di scarto non ostacola l´altro obiettivo fondamentale, quello della riduzione alla fonte dei rifiuti.

Prima della partenza, tra un anno, di un nuovo consiglio comunale, il sindaco Doria e la sua Giunta vorrebbero imbarcare un privato, nella fattispecie IREN, che vuole il comando di AMIU (il 51% delle quote societarie) e in cambio contribuirebbe all´impresa mettendoci i suoi impianti (un digestore anaerobico, qualche inceneritore e un impianto di trattamento biologico) peccato che siano eredità di un modello di crescita ormai bello che andato, in gran parte frutto di tecnologie antiche di fatto monumenti di archeologia industriale.

Se è vero che la rotta verso un´economia circolare non sia facile e richieda un forte investimento di cervelli e capacità imprenditoriale non sarà certo IREN a permetterci di raggiungere i nuovi lidi: l´ esperienza di IREN in economia circolare, raccolta differenziata di qualità, recupero e riuso di materia, gestione integrata di depurazione delle acque, gestione fanghi e produzione e commercializzazione di biometano è pressocchè nulla.

Il vascello comunale adibito ad offrire servizi alla comunità, affidata alla guida di IREN ci riporterà ai vecchi lidi, quelli di una raccolta differenziata di bassa qualità, della termovalorizzazione dei rifiuti, della riduzione del personale, delle scelte più costose, senza ritorni economici per la comunità, la quale sarà costretta a pagare gli utili di impresa del privato e sarà costretta a continuare a produrre rifiuti per alimentare gli impianti e produrre utili. IREN ha condizionato il suo ingresso maggioritario in AMIU con il conferimento dei nostri scarti umidi nell´impianto di digestione anaerobica di Tortona.

Quest´ offerta, apparentemente allettante,è la classica "mela avvelenata.

Apparentemente IREN ci fa un favore, in quanto Genova non deve più individuare un´area sul suo territorio dove realizzare l´impianto, ma l´obbligo di esportare le nostre preziose frazioni umide a Tortona, vuol dire che Genova non potrà usare il biometano prodotto con i suoi scarti e quindi non potrà realizzare il progetto di metanizzare con

questa fonte di energia rinnovabile e a basso impatto la flotta di automezzi AMIU e AMT che questa scelta tecnologica realizzata in "casa" renderebbe possibile.

E la metanizzazione degli autobus AMT e dei mezzi di trasporto leggeri e pesanti di AMIU ridurrebbe significativamente un´importante fonte urbana di ossidi di azoto e polveri sottili, una di quelle sfide che saranno "impossibili" affidando ai privati i ricchi servizi pubblici, come pretende l´imperante e morente neo-liberismo renziano che di tutelare la salute dell´ambiente e dei cittadini sene "strabatte " in quanto queste variabili non rientrano nell´"asset aziendale".

E´ troppo chiedere al sindaco Doria di fare un regalo alla città, prima di lasciare Tursi, sospendendo la delibera sulla privatizzazione di AMIU?


La nostra lettera agli elettori

2 DICEMBRE 2016

 

Buon giorno,

 

sono una componente del Comitato per il NO #IoVotoNO al referendum del 4 dicembre.

 

Immagino che anche voi, come me, abbiate ricevuto per posta il bel depliant sulla riforma costituzionale che invita a votare Sì.

 

Noi non abbiamo i soldi necessari (3 milioni) a mandare tutte quelle lettere, per cui lo facciamo artigianalmente raggiungendo chi possiamo raggiungere. Ciò che vi chiedo è di passare questa mia lettera a qualche vostro conoscente, naturalmente se ne condividete i contenuti. In caso contrario mi scuso fin da subito per il disturbo.

Il depliant in questione contiene una serie di falsità che vorrei analizzare insieme a voi. Ce ne sono molte ma ne sceglierò solo alcune per non farla troppo lunga.

 

Nella sezione “La riforma in numeri” è scritto che i 100 senatori non prenderanno stipendio né rimborsi. Il Senato costa 540 milioni/anno (pari a 0,064% dell’intero bilancio dello stato), la spesa per le indennità dei senatori è di 42 milioni. I costi di diaria, comprensiva dei rimborsi di viaggio restano ed ammontano a 37 milioni (fonte bilancio del Senato pubblicato sul sito). La Commissione Bilancio del parlamento ha valutato in 50 milioni/anno il risparmio che si otterrebbe (non i millantati 500) con la riforma, meno di un caffè al giorno per ciascun italiano.

 

Approvazione delle leggi. Non ho i mezzi per controllare la statistica che viene riportata e di cui non viene citata la fonte, ma vi presento una statistica diversa pubblicata nel Rapporto Openpolis. Nella XVI legislatura su 360 leggi ben 301 sono state approvate con due sole letture, una alla Camera ed una al Senato, solo 3 hanno richiesto più di 4 letture.

 

Quorum per referendum abrogativo. Diminuisce il quorum se si raccolgono 800.000 firme e chi, come me, ha partecipato a precedenti referendum sa che non è un’impresa semplice per chi non ha alle spalle un partito e finanziamenti (gli autenticatori costano). Al di là di ciò il problema vero è che la volontà espressa dai cittadini attraverso i referendum non viene rispettata, come dimostrano le leggi sui finanziamenti pubblici ai partiti e la recente legge Madia (fortunatamente bocciata dalla corte Costituzionale) che prevede la privatizzazione dei servizi pubblici, tra cui la gestione del sistema idrico.

 

Infine, secondo quanto riportato nella sezione “Voto NO perché”, i senatori, essendo sindaci e consiglieri, sarebbero eletti direttamente dai cittadini e nelle elezioni successive alla riforma i cittadini riceveranno una scheda per indicare direttamente i consiglieri che diventeranno senatori. Questo è falso e sarebbe anche contrario alla stessa riforma costituzionale in quanto l’Art. 57 comma 2 verrebbe così modificato: I Consigli regionali e i Consigli delle Province autonome di Trento e Bolzano eleggono con metodo proporzionale, i senatori fra i propri componenti…….. Inoltre, invito a riflettere che potrebbe anche accadere che chi viene indicato come Senatore dai cittadini non sia eletto consigliere regionale, come si risolverebbe in questo caso la questione?

 

Avrei molto altro da scrivere ma non vi tedierò oltre, posso solo sollecitarvi a leggere direttamente la riforma ed a non fidarvi del quesito referendario che riporta solo una piccola parte delle modifiche che sarebbero introdotte in caso di vittoria del sì. Il ddl Boschi modifica infatti 47 articoli su 138.

 

PS: un’ultima cosa sull’abolizione del CNEL. Secondo quanto dichiarato dal vicepreseidente del CNEL l'ente potrebbe essere riformato ma non cancellato del tutto in quanto previsto dai trattati, tutti gli stati dell'Unione Europea hanno uno o più enti simili.

 

Simonetta


La riforma costituzionale vista da una cittadina

La riforma del titolo V

di Simonetta Astigiano

Di fronte all’imperversare invasivo in ogni mezzo di comunicazione di Matteo Renzi, che ad ogni soffio di vento lancia qualche slogan per il sì al referendum del 4 dicembre, riesce davvero difficile esprimere una valutazione sulla riforma costituzionale che prescinda dal giudizio sul Presidente del Consiglio/Segretario del PD/Testimonial Unico del Comitato per il sì. Difficile non mettere in relazione le politiche che il governo sta portando avanti con tanta aggressività, con una riforma che promette più rapidità decisionale e quindi, inevitabilmente, più accentramento dei poteri nelle mani del governo stesso.

A chi accusa il fronte del NO di voler esprimere un voto pro o contro Renzi rispondo che è inevitabile, perché la riforma è del governo Renzi e perché Renzi sta puntando tutto, ma proprio tutto, su di essa (e la sua invadente presenza televisiva lo dimostra), arrivando a dire che votando a favore della riforma del suo partito (più volte l’ha definita così), si risolverebbero come d’incanto tutti i problemi dell’Italia, dal debito pubblico, al lavoro, all’ambiente, alla scuola ecc…. Se dovessi attribuire una responsabilità all’attuale spaccatura nel paese, che provoca eccessi ed intolleranza da entrambe le parti, la attribuirei totalmente a Matteo Renzi. Questa situazione è gravissima, e dovrebbe preoccupare ogni sincero democratico, indipendentemente dall’appartenenza, in quanto, come Presidente del Consiglio, Renzi è capo del Governo di tutti gli italiani, avendo ricevuto la fiducia dal Parlamento, e dovrebbe lavorare per l’unità del paese mentre lui, con il suo linguaggio, gli strali lanciati a reti unificate, i suoi slogan, non fa altro che alimentare litigiosità ed intolleranza, impedendo di fatto una discussione serena sul provvedimento e creando un clima che sarà molto difficile ricomporre dopo il referendum, qualunque sia il suo esito.

 

Ciò premesso, vorrei qua riportare quanto ho potuto capire delle conseguenze della modifica del Titolo V (Artt. 114-133) –Le Regioni, le Province, i Comuni, argomento su cui mi sono concentrata nel tentativo di comprendere come questa riforma possa impattare sulla gestione del sistema sanitario.

 

Chiarisco subito che no, non l’ho capito.

 

Parto dall’Art. 5 della Costituzione per dire che le modifiche del TitoloV contenute nel ddl Boschi sono in netto contrasto con questo principio La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento”.

Questo mette in discussione la teoria secondo cui la riforma non intaccherebbe i Principi Fondamentali della Carta Costituzionale, quelli enunciati negli Artt. 1-12.

La modifica più sostanziale riguarda l’Art. 117 che ripartisce le competenze tra Stato e Regioni.

La riforma allunga notevolmente l’elenco delle materie su cui lo Stato ha legislazione esclusiva e in fondo, dopo la lettera z, introduce un piccolo paragrafo che dice molto sulla sua vocazione accentratrice, si chiama “clausola di supremazia” e dice che “Su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell'unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale”.  Abbastanza chiaro nella sua vaghezza no? Praticamente il governo può invocare l’interesse nazionale e bloccare qualunque cosa. Vengono inoltre abolite le “materie di legislazione concorrente” che, se non ho capito male, sono quelle su cui lo Stato determina i principi fondamentali e le Regioni possono legiferare.

Leggendo il lungo elenco di competenze esclusive dello stato non ho potuto fare a meno di chiedermi quali funzioni resteranno a Regioni, Comuni e Città Metropolitane, se non quella di fare da cuscinetto per ammortizzare i conflitti (un po’ come fanno ora le Prefetture) emettere in pratica ciò che deciderà il governo. Questo stride decisamente con la dichiarata intenzione di garantire maggiore partecipazione alle autonomie locali: a che serve un Senato di autonomie se rappresenta amministrazioni che autonome non sono?

 

Rientrano nella competenza esclusiva dello stato:

m)….disposizioni generali e comuni per la tutela della salute, per le politiche sociali e per la sicurezza alimentare:

o) ….tutela e sicurezza del lavoro, politiche attive del lavoro……

u) disposizioni generali e comuni sul governo del territorio; sistema nazionale e coordinamento della protezione civile.

z) infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione.

 

Leggendo il paragrafo successivo emergono però alcune incongruenze, qua infatti  si elencano i casi in cui Spetta alle Regioni la potestà legislativa. Faccio solo due esempi, per brevità

 

· programmazione e organizzazione dei servizi sanitari e locali, ma le disposizioni generali e comuni per la tutela della salute e per  le politiche sociali spettano allo stato, quindi? Sarebbe a dire che le Regioni possono solo dire dove dislocare Ospedali e Servizi ma non come farli funzionare?

 

· pianificazione del territorio regionale e mobilità al suo interno, ma spettano allo stato la tutela e valorizzazione dei beni culturali, le disposizioni sulle attività culturali e sul turismo, le disposizioni generali sul governo del territorio, la protezione civile, infrastrutture e grandi reti di trasporto

Come si concilieranno le cose? Quanti contenziosi si genereranno? Difficile a dirsi, ma il rischio c’è ed è reale.

 

Infine, facendo un passo indietro, all’Art. 116 si introduce un meccanismo perverso, secondo cui le Regioni possono chiedere ed ottenere più autonomia purchè la Regione sia in condizione di equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio. Su questo stesso punto l’Art. 120 rincara la dose aggiungendo, tra i casi di sostituzione (commissariamento) lo stato di grave dissesto finanziario dell’ente. In poche parole lo Stato decide su tutto, stanzia i finanziamenti e alla Regione resta l’obbligo di mantenere il pareggio di bilancio, come dire, un ricatto costituzionalizzato. Non pare neanche fornire garanzie l’introduzione della necessità, da parte del Governo, salvo casi di motivata urgenza, di acquisire il parere del Senato. Prima di tutto, chi e come si definiscono i casi di motivata urgenza? Poi si acquisisce un parere (si direbbe non vincolante), da parte di Senatori che NON hanno il vincolo di mandato e, quindi, rappresentano solo sé stessi o il partito che li ha nominati.

 

C’è ancora una cosa che mi sfugge. Secondo l’Art.121 Il Consiglio regionale può fare proposte di legge alla Camera dei Deputati, ma queste non sarebbero oggetto di analisi da parte del Senato, come dire che una Regione può proporre una legge ma il ramo del parlamento che dovrebbe rappresentarla non ci può mettere becco. Mah?

 

Per concludere, difficile capire dove ci porterà questa roba perché le incertezze e le discrezionalità che introduce sono tantissime e ciò non promette nulla di buono. Ricordo però che le amministrazioni comunali e regionali sono quelle più vicine ai cittadini e da questi, pertanto, più facilmente controllabili (anche le Province lo erano), il Governo è un apparato lontano e faraonico, difficile da penetrare e da controllare. Come si concili tutto questo con la millantata volontà di aumentare la partecipazione dei cittadini resta un mistero.

Intanto, nel dubbio, #IoVotoNo

21 novembre 2016


Prima le Persone

Roma, 1-2 ottobre 2016

La proposta di L'Altra Liguria

LEGGI

La confusissima fase politica attuale, caratterizzata dall'estremo individualismo e conseguente frammentazione, aggravata dalla caduta delle ideologie e perdita di punti di riferimento, e dall’antipolitica acritica e qualunquista, rendono difficile qualunque percorso di costruzione di un’alternativa che vada oltre la mera manifestazione di un disagio, o il raggiungimento di un obiettivo molto specifico. Questa situazione, unita all'illusione che molti di noi si sono fatti, che fosse possibile mettere insieme partiti e "società civile" o dare auto-rappresentanza ai movimenti, è ciò che ha impedito il passo avanti di Prima le Persone verso la costituzione in soggetto politico capace di elaborare proposte e progettualità totalmente nuove che ci facessero crescere. 

Le difficoltà che incontra PLP sono le stesse che sperimentiamo dentro L’Altra Liguria, amplificate dalla dimensione nazionale. Se a livello strettamente locale l’attivismo di poche persone (7 nel nostro caso) può essere sufficiente a fare attività ed a produrre qualcosa, che magari col tempo potrà dare dei risultati (si spera), in ambito nazionale è assolutamente necessaria una massa critica ben maggiore ed una migliore organizzazione. PLP si è voluta caratterizzare per il rifiuto della rappresentanza e della delega costituendosi in assemblea permanente, ma non ha saputo tenere sufficientemente conto che questo presuppone, come condizione necessaria, la partecipazione attiva e consapevole di tutti i propri soci e l’investitura di responsabilità diffuse. Tutte cose che non siamo stati in grado di fare, non per mancanza di volontà ma perché la partecipazione attiva non più è pratica del nostro tempo, perché richiede convinzione, tempo, spirito di sacrificio, capacità di ascolto e di mediazione, molta determinazione. Lo vediamo nel M5S che, pur riempiendo le piazze, non riesce a far partecipare più di qualche migliaio di attivisti alle proprie votazioni, e che ha fatto la propria fortuna basandosi sulla critica e la contrapposizione netta all'esistente in quanto tale, senza alcuna analisi né distinzione.

Di fronte ad un quadro tanto desolante è inevitabile che qualunque gruppo nuovo, privo di organizzazione, fondi, riferimenti istituzionali, riferimenti aggregativi (ad es. una persona carismatica, leader nel senso di saper interpretare e portare all'esterno efficacemente il nostro sentire) non possa fare altro che tenere insieme le tessere di un puzzle che non è certo che si potrà ricomporre. Del resto, è molto più semplice aggregare ed ottenere risultati perseguendo obiettivi semplici e molto definiti (acqua, NoTRIV, Costituzione….), che far comprendere che tutti questi obiettivi potranno ottenere sì qualche successo temporaneo (vedi referendum 2011) ma non arriveranno in fondo se non ci si allea per combattere il sistema nella sua globalità e dimensione sovranazionale. Possiamo anche riuscire a vincere il referendum sul NO alla Costituzione, ma se restano gli accordi internazionali, i patti di stabilità, la globalizzazione, così come pensata realizzata, la nostra carta continuerà a restare lettera morta. Per questo non possiamo limitarci al livello locale/nazionale accantonando quello europeo/internazionale, perché se è vero che è molto più difficile e che non ne abbiamo, al momento,  le forze è proprio da lì che si deve partire, ed in questo senso PlanB ha visto giusto anche se, pure lì, si paga lo scotto delle difficoltà nell’elaborare progetti comuni e nel trovare un livello minimo di organizzazione e partecipazione.

La nostra proposta per tentare di rilanciare il progetto di PLP è quella di partire dalla discussione di un manifesto politico che individui la nostra posizione politica, e da un regolamento che individui un livello organizzativo di minima con i compiti di ciascuno.

 

 

Proponiamo come data d’inizio il 1° di ottobre 2016 e di darci tempo fino al 31 dicembre 2017, dopo di che tireremo le somme e decideremo se PLP ha esaurito o meno la sua ragion d’essere.

 

 

OBIETTIVO 1.  Manifesto politico

Per poter essere attrattivi abbiamo bisogno di far sapere chi siamo, cosa vogliamo quali sono le nostre idee.

METODO. Gruppo di lavoro che lo elabori, discussione su forum, modifiche sul pad, passaggio su LQF e votazione.

TEMPI. Subito. 

PROPOSTA. Partiamo dall'analisi di ciò che si potrebbe fare per mettere in pratica la Costituzione, e dal programma di AET che, indipendentemente da come è stato gestito il progetto, era un ottimo programma. Facciamolo, ovviamente con occhio critico e pronti a proporre modifiche, anche alla Costituzione stessa.

 

OBIETTIVO 2.  Organizzazione.

Abbiamo bisogno di un’organizzazione semplice e molto chiara.

METODO. Gruppi territoriali regionali -  Gruppi di lavoro tematici - Gruppo comunicazione - Gruppo di Coordinamento

TEMPI. Entro fine anno.

PROPOSTA. I gruppi territoriali dovrebbero comprendere almeno 1 socio/iscritto alla piattaforma LQF. Occorre trovare una denominazione ed un logo comuni. Lavorano localmente in coerenza con il manifesto politico, ma sono autonomi nelle loro elaborazioni/decisioni. Possono votare come delegati del proprio gruppo, previa presentazione di una dichiarazione da parte di tutti i componenti….. 

I gruppi di lavoro dovrebbero comprendere 1 facilitatore e almeno 1 socio/iscritto alla piattaforma LQF. Possono essere regionali o interregionali. Gli argomenti dipendono dalle competenze presenti e da chi è disponibile a fare da facilitatore. Le elaborazioni, se interessano l’ambito strettamente locale, saranno inserite il LQF e rese disponibili a tutti i territori. Se avranno respiro nazionale o europeo dovranno essere sottoposte a tutti gli iscritti per eventuali modifiche e approvazione.

Il gruppo comunicazione si occupa di facebook (apriamo una pagina) e social e di tenere aggiornato il sito, tiene i rapporti con la stampa. Tutti possono scrivere comunicati ma il gruppo comunicazione si deve assumere la responsabilità di rivederli, approvarli e pubblicarli.

Il gruppo di coordinamento gestisce LQF, tiene il bilancio, facilita la comunicazione e il passaggio di informazioni tra i territori, rappresenta l'Associazione.

 

OBIETTIVO 3. Regolamento. 

Deve contenere lo schema organizzativo e definire responsabilità ed autonomia, deve stabilire cosa necessita di approvazione tramite LQF e cosa no. 

METODO. Sarebbe utile una piattaforma con una sezione nazionale collegata a varie sezioni territoriali autonome in modo che ogni gruppo possa autonomamente inserire le proprie proposte, elaborarle e, se necessario, passarle nella sezione nazionale. Tutto ciò che passa nella sezione nazionale dovrà essere votato il LQF prima di essere diffuso all’esterno Tutto ciò che viene approvato dovrà essere reso pubblico, a meno che non ci siano motivi, chiaramente espressi e discussi, per tenerli riservati.

I Comunicati, e i documenti di sintesi non dovrebbero necessitare di votazione.

TEMPI. Entro fine novembre.

PROPOSTA. Quella di Athos sul forum va bene. Dovrebbe prevedere anche un meccanismo di che consenta di adattarlo alle esigenze che dovessero emergere in futuro

 

OBIETTIVO 4. Crescere

Dovremmo cercare di arrivare ad avere almeno qualche centinaio di persone (diamoci un obiettivo realistico) che rappresentino buona parte delle regioni e che utilizzino LQF

METODO. Campagna di sottoscrizione/iscrizione

TEMPI. Un anno a partire dal 1° gennaio con verifica dopo 6 mesi.

 

PROPOSTA. Abbassiamo/diversifichiamo la quota associativa, semplifichiamo il metodo di iscrizione e facilitiamo l'uso della delega.


Morti bianche

Da inizio anno al 18 settembre si contano 464 morti sul lavoro, tre solo negli ultimi giorni. A questa cifra andrebbero aggiunti anche i quasi 500 morti in incidenti durante il tragitto da casa al luogo di lavoro. Una strage che nessuno sembra voler fermare, perché non bastano belle parole occorrono provvedimenti seri e noi temiamo che l'aumento della precarizzazione e l'eliminazione delle tutele possa peggiorare la situazione.

Per questo facciamo appello a tutte le organizzazioni sindacali, di base e confederali, affinché trovino un accordo per uno sciopero generale unitario, che interessi tutte le categorie di lavoratori, per sensibilizzare governo e popolazione su questo grave problema.

(I dati citati sono dell'Osservatorio Indipendente di Bologna http://cadutisullavoro.blogspot.it/)

18 settembre 2016


Il referendum costituzionale e le significative ingerenze dei "poteri forti

di Simonetta Astigiano

Per chi ha letto stralci della lettera della JP Morgan sulle costituzioni europee e per chi ha sentito parlare del progetto per l’Italia, descritto dal piduista Licio Gelli, era già abbastanza chiaro da dove viene la riforma costituzionale voluta dal governo Renzi. Per chi non era a conoscenza di quelle strane assonanze, passate in sordina sui media principali, a chiarire le cose ci hanno pensato in tanti, da Cristine Lagarde, del Fondo Monetario Internazionale, all’Agenzia di rating Fitch, passando per Marchionne, Confindustria, Angela Merkel, tutti in fila schierati per il sì al referendum costituzionale ed a descrivere scenari apocalittici nel caso si dovesse arrivare ad una bocciatura. Ora, proprio per aiutare i più distratti, dopo l'intervento dell’ambasciatore USA in Italia secondo cui, se la riforma non dovesse passare, l’instabilità di governo impedirebbe finanziamenti esteri nel paese, Angela Merkel ribadisce il concetto: il governo tedesco appoggia le riforme di quello italiano. A questo punto "...non manca più nessuno..." tutti i poteri forti si sono schierati per il sì, dimenticando che la scelta sulla Costituzione spetta esclusivamente ai cittadini italiani.

Questi segnali dovrebbero essere sufficienti a convincere molti degli indecisi che in questo provvedimento qualcosa non va, dato che a volerlo e sostenerlo sono proprio coloro che in questi anni hanno permesso e favorito la concentrazione del 50% della ricchezza mondiale nelle mani di appena il 10% della popolazione.

Del resto l’obiettivo è chiaro, questa bella parata da G20, che lancia anatemi e previsioni catastrofiche, l’abbiamo già sentita in occasione del referendum greco sul memorandum imposto dalla Trojka, sulla promessa di referendum spagnolo subito rinnegata da Rajoy, sul referendum Brexit. Ogni volta, insomma, che c’è da difendere lo status quo da questi cittadini che hanno l’ardire di pretendere di potersi esprimere su questioni che impattano pesantemente sulle loro vite, arrivano dichiarazioni che solo fino a qualche decennio fa avrebbero fatto esplodere casi diplomatici. Che caspita! Lasciate lavorare in pace lor signori, impegnati a demolire democrazie e stati sociali, troppe di queste cose, si sa, impediscono lo sviluppo del paese, cose che i comuni mortali non sono certo in grado di capire! 

 

Noi non ci stiamo, noi crediamo che lo sviluppo del paese sia impedito da molte altre cose: da una tassazione iniqua che cozza contro l’Art. 53 della Costituzione; da evasione fiscale e corruzione, che sottraggono ogni anno almeno 250 miliardi alle casse dello stato, e da un debito pubblico, largamente illegittimo, che costringe a pagare 85 miliardi di interessi all’anno che vanno prevalentemente a banche e istituti finanziari, due situazioni che impediscono l’attuazione dell’Art. 3 della Costituzione; da guerre che, nonostante l’Art. 11 della Costituzione, ci costano miliardi e spingono milioni di persone ad emigrare; a multinazionali che provocano devastazioni ambientali e sociali restando largamente impunite grazie a trattati internazionali che disattendono l’Art. 32 della Costituzione; ad una gestione criminale del territorio che è alla base di aumenti di malattie e disastri e che certo non rispetta l’Art. 9 della Costituzione; da una Commissione Europea in deficit di democrazia e supina ai poteri finanziari (come ben simboleggia il "caso Barroso"), che di Costituzione europea neanche vuole sentir parlare.…

Noi chiediamo che la nostra Costituzione sia applicata prima che riformata, e che, se di riforma vogliamo parlare, questa sia discussa all'interno di una larga maggioranza, rappresentativa di tutte le anime del paese (si chiama assemblea costituente)  e non imposta, a suon di voti di fiducia, da una minoranza diventata maggioranza grazie ad una legge elettorale anticostituzionale.

15 settembre 2016


I sindaci "arancioni" Pisapia, Doria e Zedda, spingono per alleanze di centro sinistra.

Noi la pensiamo così

pubblicato 11 dicembre 2015

È più che comprensibile che tre sindaci, la cui maggioranza è sorretta principalmente dal PD, si esprimano sponsorizzando quella stessa alleanza che ha permesso loro di vincere le elezioni qualche anno fa. Tuttavia, presentare quell'assetto come l'unico in grado di sbarrare la strada alle destre populiste, senza un minimo di analisi critica su quanto accaduto, appare come un'operazione da campagna elettorale fine a se stessa. Le destre in Francia hanno vinto perché Hollande non ha saputo mantenere fede a quanto promesso ed alla speranza di cambiamento che rappresentava, non ha saputo, insomma, mettere in campo vere politiche di sinistra attente al sociale, alla partecipazione, ai diritti di lavoratori e cittadini. Questo stesso motivo potrebbe essere alla base di una sonora sconfitta se alle comunali si tentasse di proporre la riedizione di un centrosinistra che di fatto non esiste più dato che contempla la presenza di un PD che della deriva acritica verso il neoliberismo ha fatto il proprio manifesto politico.

Come genovese possiamo giudicare solo il nostro sindaco, Marco Doria, che molti di noi hanno anche sostenuto e contribuito a far eleggere. Si presentò come la novità, come colui che avrebbe interrotto quella rete di potere che per troppo tempo ha governato Genova e la Liguria, che avrebbe reso la nostra città un avamposto della democrazia partecipata, che avrebbe saputo mettere un freno alla cementificazione del territorio ed alla privatizzazione di beni e servizi. Nulla di tutto ciò è stato realizzato, ed è  difficile non pensare che il peso del PD all'interno del consiglio comunale sia stato determinante nella "normalizzazione" di colui che, sostenuto da una lista civica e da molti cittadini lontani dai partiti, rappresentava un'anomalia ed una possibile rottura con il sistema. Pensare quindi di poter promuovere politiche innovative e progressiste restando legati mani e piedi al PD renziano suona veramente  come ingenuità o, peggio, una presa in giro.

Noi pensiamo che ciò che serve per le nostre città e la nostra nazione sia un patto tra cittadini che, consapevoli dei lacci e lacciuoli imposti da patti di stabilità e normative nazionali ed europee, rivendichino la piena applicazione della carta costituzionale e sappiano comunque lavorare per rispettare l'esito del referendum del 2011, mettere in atto forme di partecipazione attiva dei cittadini, a partire dal bilancio partecipato, proporre la messa in pratica in tempi brevi di un sistema per il riciclo spinto dei rifiuti, fermare la cementificazione del territorio, costruire progetti di mobilità sostenibile e di produzione diffusa di energia da fonti rinnovabili. Tutto questo non riteniamo sia possibile fino a quando gli attori resteranno gli stessi perché ormai è chiaro che il cambiamento, se ci sarà, dovrà arrivare dal basso.

Simonetta Astigiano

Danilo Zannoni

Coordinatori Associazione L'Altra Liguria


À LA GUERRE

“Non si combatte il buio con altro buio, serve la luce. Non si sconfigge l’odio con altro odio, occorre amore”

Martin Luther King

“Chi usa il nome di Dio per giustificare la violenza pronuncia una bestemmia”

Papa Francesco

 

Di fronte all’efferatezza ed alla violenza insensata del terrorismo si resta sgomenti ed è difficile dire parole che non siano già state dette, esprimere pensieri che non siano già stati espressi, riflessioni che non siano banali o scontate, ma voglio provare lo stesso a scrivere le mie riflessioni.

Ciò che dovremmo fare ogni giorno, non solo sull’onda dell’emotività del momento, è ricordare le vittime di tutti i terrorismi e le vittime di tutte le guerre. I 132 morti di Parigi non sono diversi dai 47 di Beirut, dai 147 studenti trucidati in Kenia, dai quasi 2000 morti in Niger, e sono uguali alle vittime di Kunduz, di Ankara, del popolo Curdo come di quello Palestinese e Israeliano. L’Afghanistan è come la Siria ma anche come il Ruanda e come il Congo e come tutti gli stati in cui guerre, terrorismo e violenza costituiscono la normalità di ogni giorno.

Sono, siamo, tutti vittime di un unico carnefice, un assetto mondiale che privilegia il profitto di pochi al diritto di tanti, anche a discapito del diritto primario ad una vita dignitosa, e chi fugge da quei paesi spesso cerca semplicemente questo, una vita dignitosa.

Per questo sono vergognose le strumentalizzazioni degli attentati di Parigi di chi scrive un titolo ad effetto per vendere più giornali, giustifica la costruzione di muri con il filo spinato, rifiuta ogni diversità culturale, etnica e religiosa, limita libertà, dichiara guerra. Dovremmo allora cominciare a porre delle domande con forza ai nostri governi, pretendere che si dica chi finanzia il terrorismo, chi fornisce loro armi e mezzi, chi li addestra, perché non si ferma questo commercio di morte, perché si continuano a fare accordi con l’Arabia Saudita quando è il maggior finanziatore dell’ISIS, perché si continua a dare credito a Erdogan che usa l’ISIS contro il popolo Curdo. Noi tutti abbiamo il dovere di chiederlo e di esigere delle risposte, perché noi tutti siamo vittime.

Nel frattempo il nostro impegno deve essere volto a vincere la paura, aiutare i profughi, contrastare il razzismo, lavorare per la pacificazione dei popoli. In sintesi, per usare le semplici parole di Vittorio Arrigoni, “restare umani”.

Simonetta Astigiano

Dicembre 2015


COSA HA DETTO VERAMENTE LO IARC SUL CONSUMO DI CARNE, ECCO IL COMUNICATO STAMPA (traduzione di Simonetta Astigiano)

n. 240 del 26 ottobre 2015

Lo IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro)  e l’OMS (Organizzazione Mondiale per la Sanità) hanno valutato la cancerogenicità del consumo di carne rossa e di carni lavorate.

 Carne rossa

Dopo aver accuratamente esaminato la letteratura scientifica accumulata, un gruppo di lavoro di 22 esperti provenienti da 10 paesi ha  classificato il consumo di carne rossa come probabilmente cancerogena per l'uomo (gruppo 2A), basandosi su evidenze limitate che il consumo di carne rossa provochi lo sviluppo di cancro negli esseri umani e su una forte evidenza meccanicistica a sostegno di un effetto cancerogeno.

Questa associazione è stata osservata principalmente per il tumore del colon-retto, ma associazioni sono state osservate anche per cancro al pancreas e alla prostata.

 Carne lavorata

E’ stata classificata come cancerogena per l'uomo (gruppo 1), sulla base di evidenze sufficienti che negli esseri umani il consumo di carni lavorate provoca il cancro del colon-retto.

 

Il consumo di carne ed i suoi effetti

Il consumo di carne varia moltissimo tra i diversi paesi, con incidenze che vanno da pochi punti percentuali fino al 100% della popolazione per la carne rossa e proporzioni leggermente inferiori per il consumo di carne lavorata.

Gli esperti hanno concluso che ogni porzione di 50 grammi di carne lavorata consumata ogni giorno il aumenta rischio di cancro colorettale del 18%.

 

"Per ciascun individuo, il rischio di sviluppare il cancro del colon-retto a causa del consumo di carne rimane piccolo, ma aumenta con la quantità di carne consumata ", spiega Kurt Straif, Testa del Programma Monografie IARC, tuttavia, "in considerazione del gran numero di persone che consumano carne elaborata, l'impatto globale sull’incidenza del cancro è rilevante per  la salute pubblica. "

 

Il gruppo di lavoro IARC ha valutato più di 800 studi che hanno indagato l’associazioni di più di una dozzina di tipi diversi di cancro con il consumo di carne rossa o carne lavorata in molti paesi e in popolazioni con diete diverse. La prova più importante è venuta da ampi studi prospettici condotti nel corso degli ultimi 20 anni.

 Salute pubblica

"Questi risultati supportano ulteriormente le attuali raccomandazioni a limitare l'assunzione di carne", spiega Christopher Selvaggio, direttore dello IARC. "Allo stesso tempo la carne rossa ha un valore nutrizionale riconosciuto, pertanto questi risultati sono importanti per consentire a governi e agenzie internazionali di condurre valutazioni sul  rischio al fine di bilanciare il rapporto rischi/ benefici derivante dal consumo di carne rossa e carni lavorate e poter così fornire le migliori raccomandazioni dietetiche possibili. "

 

DEFINIZIONI

Carne rossa si riferisce a tutti i tipi di carne da muscolo di mammifero, come la carne di manzo, vitello, maiale, agnello, montone, cavallo,e capra.

Carni lavorate si riferisce alla carne che è stata trasformata attraverso salatura, stagionatura, la fermentazione, il fumo, o altri processi utilizzati per aumentarne il sapore o migliorare la conservazione. La maggior parte delle carni lavorate contengono carne di maiale o manzo, ma possono anche contenere altre carni rosse, pollame, frattaglie o sottoprodotti come il sangue.

Esempi di carni lavorate sono hot dog (wurstel), prosciutto, salsicce, carne salata, e biltong (carne essicata, marinata, speziata, diffusa in alcuni stati africani), così come carne in scatola e preparati e sughi a base di carne.

 

Una sintesi delle valutazioni finali è disponibile online in The Lancet Oncology, e il dettaglio valutazioni saranno pubblicate come Volume 114 del Monografie IARC.


Il discorso di Altra Liguria a San Torpete

13 febbraio 2015

 

L’Altra Liguria si é costituita in Associazione a settembre in continuità con il comitato territoriale de L’Altra Europa con Tsipras che si era formato durante le elezioni europee. La scelta di costituire un’Associazione, dotata di statuto, è stata determinata dalla necessità di avere un minimo di organizzazione ed un contenitore che potesse facilitare le attività sul territorio, non è stata una scelta fatta per tagliare fuori qualcuno ma un tentativo di fare chiarezza. L’appello che abbiamo lanciato è infatti un richiamo all'unità rivolto a tutte le persone e organizzazioni che si riconoscono nel percorso e nel programma europeo, un percorso che vuole essere alternativo al centrosinistra (e al centrodestra), e che vuole anche andare oltre la sinistra per parlare a tutto quel mondo, che è maggioranza, che sta "sotto", per usare il termine adottato da Podemos.

Siamo convinti europeisti e certi di dover cambiare l'Europa per poter cambiare l'Italia e la Liguria, per questo abbiamo messo al centro delle nostre prime iniziative delle campagne europee come la raccolta firme per l'ICE New Deal 4 Europe e contro il TTIP, ed abbiamo organizzato venerdì il presidio a sostegno della Grecia. La loro battaglia per la democrazia ed i diritti è la nostra battaglia.

Questi mesi sono stati faticosi ma siamo cresciuti ed ora abbiamo comitati in tre province (la quarta è in dirittura di arrivo) ed un gruppo consiliare nel Municipio di Centro-Est.

La nostra forza e novità è stata la scelta del metodo ed il ribaltamento di un paradigma tipico della politica: noi non abbiamo costruito un programma perché volevamo partecipare alle regionali, anche se quell’appuntamento ci ha aiutati a focalizzare ed a rendere più concreto il nostro lavoro,  ma abbiamo deciso di partecipare alle regionali perché abbiamo definito un programma e, questo programma, è stato un lavoro a più mani e partecipato, che invito tutti a guardare sul nostro sito, e che è ancora un lavoro in corso passibile di modifiche. Chi avrà la pazienza di leggerlo tutto si accorgerà che è disomogeneo, proprio perché si tratta di un un collage, di un contenitore di idee e proposte che può essere arricchito da chiunque ritenga di avere delle cose da dire e da proporre.

Il primo punto è proprio il Metodo, che abbiamo voluto sottolineare perché rappresenta il nostro biglietto da visita e sottende  tutto il nostro agire politico, da noi il detto, troppo spesso detto, appunto, e non praticato, "una testa un voto" è realtà, e spiace dover riscontrare, a volte, delle difficoltà da parte di alcuni ad accettarlo.

Naturalmente non posso descrivere tutto il programma, e mi limito ai punti che riteniamo discriminanti:

la scelta di mettere insieme ambiente e lavoro, nella convinzione che sia giunto il momento di chiudere con l’idea che si tratti di due questioni contrapposte (cosa che, bisogna darne atto, gli ambientalisti dicono da molti anni). Secondo i ricercatori siamo sull’orlo di una catastrofe climatica mondiale e stiamo rapidamente arrivando al punto di non  uno di quei punti che nelle ere geologiche é stato alla base di fenomeni di estinzione di massa di cui i dinosauri sono solo i più noti protagonisti . Occorre quindi il coraggio di mettere al centro di tutte le politiche, comprese quelle del lavoro, il rispetto dell’ambiente e della salute, la qualità del lavoro, l’ecosostenibilità delle attività produttive. Basti pensare a quanto si risparmierebbe in sanità se si facesse una vera prevenzione primaria, cioè l'abbattimento delle cause ambientali all'origine di tante malattie.

Tutto questo va di pari passo con la contrarietà alle grandi opere (TAV, Gronda Bretella Borghetto), a cui contrapponiamo la proposta di un grande piano di piccole opere per la difesa e messa in sicurezza del territorio, la conversione ecologica degli edifici pubblici, la manutenzione, l’abbattimento delle barriere architettoniche ecc… Va insieme anche ad un piano che favorisca lo sfruttamento delle fonti di energia rinnovabile e preveda la riconversione delle centrali a carbone in tempi certi. Prevede, naturalmente, una ferma opposizione politica allo Sblocca Italia, una legge a consumo di territorio zero che metta fine all’inganno delle varianti dei piani urbanistici, agli oneri di urbanizzazione, alle valorizzazioni e cambi di destinazione d’uso degli  sempre associati ad aumenti delle volumetrie.

Una sezione piuttosto sviluppata del nostro programma riguarda la  valorizzazione e difesa dell’entroterra e delle produzioni agricole locali, lo sviluppo di un turismo consapevole, criteri stringenti per lo sfruttamento dei boschi (vedi strade forestali).

Ma la Regione ha un bisogno impellente di liberare risorse, e quale mezzo migliore di una politica che elimini privilegi, non solo della casta politica ma anche, e soprattutto, di quella dei dirigenti-burocrati, una politica che metta in atto una lotta serrata a corruzione ed evasione fiscale che, a livello nazionale sottraggono quasi 200 milioni di risorse ogni anno, una politica che sappia programmare, razionalizzare, riorganizzare e non si limiti a tagliare ed esternalizzare i servizi come, ad esempio, è stato fatto in sanità. 

Risorse che dovranno poi essere impiegate per la salvaguardia dei beni comuni: ripubblicizzazione del servizio idrico come decretato da 14 milioni di italiani attraverso il referendum, trasporti, sanità, gestione rifiuti. Beni pubblici che devono essere salvaguardati con una opposizione serrata alla legge di stabilità, con l'appoggio alla raccolta firme per la legge di iniziativa popolare sull'acqua, contrastando con decisione ogni provvedimento che vada verso la privatizzazione dei servizi ed attuando forme di gestione partecipata.

Importante anche la democrazia partecipata: modifica dello statuto (commissioni, audizioni, imposizione ai comuni di un bilancio partecipato, tavoli di confronto permanenti con i cittadini….)

Infine, ma importantissimo, il metodo sulla scelta delle candidature: no a logiche spartitorie, costruzione dal basso trasparente e, soprattutto, una candidatura per la presidenza che sia di rottura non solo con un sistema di potere che si basa su una rete di amicizie, conoscenze, interessi privati, che spesso coinvolgono non direttamente i politici ma tante persone che lavorano nell’ombra e che con i politici spartiscono il potere. Quindi una candidatura che sia totalmente fuori da questi giochi. Ma anche nella formazione delle liste provinciali occorre stabilire criteri che tengano fuori i professionisti della politica ed un codice etico- comportamentale.

In sintesi proponiamo una politica che sia di discontinuità con pratiche passate e ormai obsolete e sia fatta di innovazione coraggiosa dei metodi e dei linguaggi, e di partecipazione attiva dei cittadini.