Sanità neoliberismo all'opera

di Simonetta Astigiano

Luglio 2018

La sanità è un sistema complesso, regolato da normative nazionali, a cui si sovrappongono, a volte contrapponendosi, normative regionali, e su cui anche i Sindaci potrebbero avere voce in capitolo, essendo responsabili della salute dei propri cittadini. A tutto questo si aggiungono le scelte delle Aziende Sanitarie con la loro autonomia. Una materia complessa che, secondo il Patto per la Salute, nel 2019 dovrebbe (condizionale d’obbligo) essere finanziato con 114.396,00 milioni di euro,

un capitale che fa certamente gola a chi ricerca profitto.

Art. 32 Costituzione.

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

La salute quindi, per la nostra Costituzione, è un diritto fondamentale dell’uomo (come previsto anche dalla Carta dei Diritti Universali) e un parametro di benessere dell’intera comunità. Questo articolo ci mise 30 anni ad essere praticato, fino a quando cioè, il 23 dicembre 1978, non è nato il SSN, istituito con la legge 883 (al governo c’era Andreotti, Ministro della Salute era De Lorenzo) che individuava le

USL come servizi territoriali e il fondo sanitario nazionale, alimentato attraverso la

fiscalità generale. La riforma si ispirava ad uno modello universalistico e gratuito di

assistenza, ed introduceva l’educazione sanitaria e la prevenzione tra gli obiettivi.

Prima del 1978 il sistema sanitario italiano era basato su una forma di protezione

assicurativo-previdenziale (le mutue) in cui il diritto alla tutela della salute era

strettamente collegato alla condizione lavorativa e quindi non era considerato un

diritto di cittadinanza nel senso pieno del termine. E’ utile ricordare che gli anni ’70

furono anni di lotte e di conquiste sociali importanti, che certamente condizionarono

le scelte governative, di quello stesso anno sono la Legge 194 e la legge Basaglia.

Bisogna anche dire che, nonostante i principi su cui si basava la legge 883, solo tre

mesi dopo vennero introdotti i ticket sanitari.

La seconda riforma sanitaria è del 30 dicembre 1992, quando il governo Amato

approvò la legge 502, il padre era ancora Sua Sanità De Lorenzo, di lì a poco travolto

dalle inchieste di mani pulite.

In mezzo c’è stato, nel 1981, il divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro e, il 7 febbraio

1992, il trattato di Maastricht, nel mentre il rapporto debito/Pil raddoppia e passa da

59,4% nel 1978 a 105,5% nel ‘92. Erano gli anni del “privato è bello” e dell’ondata

privatizzatrice e liberalizzatrice che ha rivoluzionato il nostro paese. Con la legge 502

si introducono la figura del Direttore Generale, nominato dalle Regioni, quindi dal

potere politico, e le Aziende Ospedaliere, restano ancora le USL, mentre si da avvio

alla libera professione per i Medici e inizia la frammentazione del SSN con ampie

concessioni alle Regioni. La spesa sanitaria viene assoggettata ai vincoli di

bilancio mentre si spalancano le porte alle strutture sanitarie private, equiparate a quelle pubbliche attraverso il meccanismo dell’accreditamento che le rende a tutti gli effetti un pilastro del SSN. Vengono stabiliti i Livelli Essenziali di Assistenza, LEA, cioè i livelli minimi che ogni Regione dovrebbe garantire agli assistiti, ed i DRG, un sistema di classificazione dei pazienti utilizzato per finanziare le Aziende, sia pubbliche che private, che tante storture e abusi ha introdotto. Non più quindi finanziamenti a pioggia ma in base alle prestazioni effettuate (i DRG appunto).

Nel ’99 la legge 229 (Governo D’Alema con Bindi alla salute che tenta di togliere

la libera professione), modifica la 502, e introduce elementi positivi, come

appunto l’incompatibilità tra libera professione e lavoro nel pubblico e il

concetto della Medicina Basta sull’Evidenza Scientifica, ma completa

decisamente l’impianto privatistico dell’ordinamento sanitario. Le USL

diventavano ASL, vere e proprie aziende pubbliche dotate di autonomia

imprenditoriale e gestite dai Direttori Generali principalmente secondo criteri

di efficienza economica e “produttività”. L’opera viene completata nel 2000, con

legge 168 del 2 giugno (Governo Amato, Ministro Veronesi) che modifica

l’articolo di istituzione delle ASL come segue:

1-bis. In funzione del perseguimento dei loro fini istituzionali, le unità sanitarie locali

si costituiscono in aziende con personalità giuridica pubblica e autonomia

imprenditoriale; la loro organizzazione ed il funzionamento sono disciplinati con atto

aziendale di diritto privato, nel rispetto dei principi e criteri previsti da disposizioni

regionali. L'atto aziendale individua le strutture operative dotate di autonomia

gestionale o tecnico-professionale, soggette a rendicontazione analitica.15

Veronesi concede nuovamente ai dirigenti la possibilità di esercitare la libera

professione.

Il 18 ottobre 2001 il governo Berlusconi con la legge 3 riforma il titolo V della

Costituzione e, attribuendo nuovi poteri e autonomia alle regioni,

approfondisce ulteriormente la frammentazione e la disomogeneità dei servizi

erogati nei diversi territori. La sanità è stato il primo e più importante ambito di

sperimentazione di una gestione privatistica del welfare pubblico e del

federalismo, i cui risultati deleteri sono tutt’oggi evidenti agli occhi di tutti.

La legge 502 e la modifica del 1999 avevano reintrodotto l’istituto delle mutue

eliminate nel ’78, queste però erano totalmente a carico del soggetto privato che

voleva farsene una. Nel 2009 il libro bianco di Sacconi prevedeva la sostituzione

della sanità universalistica con un sistema multi-pilastro composto da assicurazioni,

sanità privata e ciò che resta della sanità pubblica. L’occasione per dare corpo a

quell’idea è l’accordo quadro sul lavoro pubblico (30 novembre 2016) con il quale “il

governo si impegna a sostenere la graduale introduzione di forme di welfare

contrattuale, con misure che integrano e implementano le prestazioni pubbliche.

All’impegno è seguita la sua attuazione, quindi un decreto legislativo (aprile 2016),

una circolare delle Agenzie delle entrate (n28/E), un accordo tra Confindustria e

Confederazioni (luglio 2016). Nel 2016, con la legge di stabilità, sono state introdotte

norme per cui le imprese possono detrarre il costo delle mutue sanitarie per i loro

dipendenti dal costo del lavoro, dunque le mutue sono finanziate dallo stato e il

“welfare aziendale” è diventato materia di contrattazione sindacale nelle procedure di

rinnovo dei CCNL. In buona sostanza, Renzi, complici i sindacati, anziché finanziare

la sanità pubblica ha finanziato l’assistenza sanitaria integrativa che fa comodo,

soprattutto, alla sanità privata.

Quindi con il governo Renzi il cerchio si chiude con un bel ritorno al passato: chi

lavora avrà un’Assicurazione privata, tanto migliore quanto più elevato sarà il

potere contrattuale, e potrà curarsi nelle strutture migliori, chi non lavora o ha

assicurazioni scadenti si dovrà accontentare del pubblico residuale,

esattamente come negli USA.

SPESA SANITARIA

Nel corso di questa evoluzione normativa, che segue il pensiero unico neoliberale, è

intervenuto un continuo aggiustamento al ribasso della spesa sanitaria. Solo

nell’ultimo triennio (2015-2018) c’è stata una riduzione cumulativa del

finanziamento del SSN di € 12,11 mld. Inoltre, il DEF 2018, riduce

progressivamente il rapporto spesa sanitaria/PIL dal 6,6% del 2018 al 6,4% del

2019, al 6,3% nel 2020 e 2021 (era del 6.9% nel 2013). A seguito del costante

definanziamento, la spesa sanitaria in Italia continua inesorabilmente a perdere

terreno con il progressivo avvicinamento ai livelli di spesa dei paesi dell’Europa

Orientale. In Europa l’Italia è fanalino di coda, insieme al Portogallo, tra i

paesi dell’Europa occidentale, l’arretramento è attestato soprattutto per la

spesa pro-capite totale, inferiore alla media OCSE ($ 3.391 vs $ 3.978),

che colloca l’Italia in prima posizione tra i paesi più poveri dell’Europa:

Spagna, Slovenia, Portogallo, Repubblica Ceca, Grecia, Slovacchia,

Ungheria, Estonia, Polonia e Lettonia.

Per l’anno 2017 sul consuntivo di € 113,599 miliardi di spesa sanitaria

pubblica la stima di sprechi e inefficienze è di € 21,59 miliardi.

Intanto, secondo il rapporto Censis, aumenta a 40 miliardi (+ 10% dal 2013 e

il 2017) la spesa sanitaria di tasca propria (farmaci, visite specialistiche, cure

dentali, occhiali), 7 milioni di italiani si indebitano per pagare cure e servizi

sanitari (2,8 milioni per farlo vendono casa) e nel 2016 11 milioni hanno

rinunciato a curarsi (erano 9 milioni nel 2012).

Nonostante ciò l’Italia resta uno dei paesi migliori a livello mondiale per

prestazioni sanitarie e per aspettativa di vita: secondo l’OMS (dati 2017) ricopre

ancora il 4° posto per aspettativa di vita dopo Giappone, Spagna e Svizzera,

Francia 6°, UK 21°, Germania 24°, USA 27°. Ma attenzione, perché, in contro-

tendenza con il resto dell’Europa, è in diminuzione l’aspettativa di vita in

salute! Tra il 2004 e il 2012 abbiamo perso 7 anni per le donne, 10 per gli

uomini (Dati Eurostat)

LIGURIA

In questo contesto si innestano le scelte regionali sulla rete sanitaria a cui la

Liguria non si sottrae. Se la nuova giunta di centro-destra si pone come

obiettivo l’emulazione della Lombardia, aumentando l’incidenza delle strutture

sanitarie private, la giunta precedente ha aperto la via rendendo il sistema

meno efficiente, chiudendo alcuni servizi importanti come il centro trapianti,

favorendo lo spostamento di stimati professionisti verso il privato, soprattutto

lombardo, seguiti dai loro pazienti. Una serie di deaziendalizzazioni fatte con il

mero scopo di cancellare l’autonomia delle strutture per favorire

l’accentramento delle scelte, e non come uscita dal sistema aziendalistico

come noi auspichiamo (Santa Corona, Villa Scassi), cessioni di rami

d’azienda (Voltri a Evangelico) e accorpamenti (IST-San Martino), scelte che

hanno favorito strutture sanitarie private come l’ortopedia ad Albenga (dal

2017 diretta dal Policlinico di Monza SpA), gare d’appalto in lotti per la

gestione di anziani e disabili, unite all’incapacità di gestire adeguatamente i

processi messi in campo (sugli errori nella fusione San Martino-IST potrei

scrivere un libro), hanno di fatto stimolato la migrazione dei pazienti verso

altre strutture e la sanità privata.

Negli anni della giunta Burlando la Liguria si è prontamente adeguata al

decreto Balduzzi determinando un taglio nel numero di posti letto senza

riguardo per la geografia, la demografia e l’epidemiologia del nostro territorio.

L’unico dato che ho trovato è la differenza tra il 2000 e il 2009, quando si

registra -18,4%. Su questa pratica di ridurre la complessità dell’assistenza

sanitaria a numero di posti letto il confronto tra la nostra regione e Milano è il

più calzante: 1.368.000 abitanti su 182 km quadri pianeggianti per la città di

Milano, 1.570.000 abitanti su 5.410 Km quadri tra costa e vallate nella nostra

Regione. Si possono trattare territori così diversi come se fossero uguali,

riducendo tutto a calcoli ragionieristici che servono solo a diminuire la spesa?

Per completezza di informazione, in Italia tra il 2000 e il 2009 il numero di

posti letto nelle strutture pubbliche è calato del 17,2%, nel privato accreditato

del 5,3%. Sarebbe interessante capire cosa è successo dal 2009 in avanti

dato che il decreto Balduzzi è del 2012.

La giunta di centrodestra oggi vuole continuare l’opera con la cessione ai

privati degli Ospedali di Bordighera, Cairo Montenotte e Albenga, e

dell’Ospedale del Ponente, andare avanti con il Nuovo Galliera e con la sanità

in convenzione. Ha centralizzato la gestione tramite A.Li.Sa. ma le liste di

attesa restano lunghe, e la convenzione con la Regione Lombardia favorisce

la migrazione sanitaria. Sulla mobilità sanitaria la Lombardia ha un attivo di

808.679.374€ (la prima tra le regioni, seguita da E-R con oltre 300 mln), la

Liguria ha un passivo di 56.913.309€. In effetti una sanità fortemente

sbilanciata sul privato costa molto e per sopravvivere ha bisogno del

finanziamento pubblico e di funzionare come un’idrovora, attirando pazienti

dalle altre regioni.

Sull’efficienza del sistema poi, guardando la mappa della distribuzione delle

strutture ospedaliere liguri salta agli occhi che sono tutte lungo la costa, con

ben poche eccezioni, ma chi sta a Pietra Ligure per alcune visite deve andare

a Cairo o a Savona e fare una TAC urgente a Genova in 10 giorni è

impossibile mentre le macchine restano chiuse per la riduzione dei servizi

estivi. I DEA di 2° livello sono tre in tutta la Regione, uno a Santa Corona, uno

a San Martino e uno al Gaslini (fino a 18 anni), chi sta agli estremi liguri viene

così invogliato ad andare verso i territori limitrofi. L’Ospedale di Lavagna resta

ridotto, con due piani chiusi.

Anche la ricerca sanitaria in Italia è finanziata poco e male. Faccio l’esempio

degli IRCCS, centri di ricerca biomedica, come IST e Gaslini. Istituiti molti

anni fa (1978 l’IST) e regionalizzati nel 2003, gli IRCSS erano 32 con 179

milioni di finanziamento, mediamente 5,6 mln/Istituto, distribuiti non a pioggia

ma in base ad una serie di parametri, tra cui la produttività scientifica, Nel

2005 sono diventati 37 con 150 milioni, oggi sono 50 (20 pubblici, 30 privati)

con 151 milioni, circa 3 miln/Istituto.

COSA PROPORRE

 La salute è un bene primario dell’uomo e, come tale, non assoggettabile

alle esigenze di bilancio.

 La salute deve essere al centro di tutte le decisioni politiche, industriali,

ambientali, economiche, sociali e fiscali.

 Occorre un riordino legislativo che restituisca un testo unico, ritorni alla

riforma sociale del ’78. e separi nettamente la sanità privata da quella

pubblica (scelta univoca tra pubblico e privato per i lavoratori, sanità

privata integrativa, non sostitutiva, come avvenuto con l’ortopedia) e

senza oneri per lo stato, cancellazione dei DRG.

 Lo stato deve avere capacità di controllo e verifica lasciando alle Regioni

il solo compito di valutare i bisogni di salute per organizzare al meglio i

servizi sul proprio territorio (Riforma titolo V).

 Occorre rifinanziare il settore socio-sanitario (consultori inclusi) e le cure

domiciliari.

 Puntare su prevenzione primaria, controlli ambientali ed epidemiologici

da sottrarre alle Agenzie regionali: registri, epidemiologia, chimica

ambientale in centri di ricerca indipendenti finanziati adeguatamente

dallo stato (piuttosto che finanziare la ricerca sui farmaci).

 Promuovere la salute in tutte le sue sfaccettature (controllo ambientale,

promozione di stili di vita sani, sicurezza alimentare e sui luoghi di lavoro,

prevenzione delle dipendenze…) anche attraverso un intervento diretto

nel campo dell’informazione e dell’educazione

 Finanziare ricerca e innovazione indipendenti.

 MMG, rivederne ruolo e rapporto con il SSN, diminuire il numero di

pazienti.

 Rilanciare le politiche sul personale, rivedere le professioni sanitarie e i

percorsi formativi, internalizzare i servizi.


Sanità

Cambiare nome e chiamarli risparmi non cambia la realtà.

30 luglio 2015 - 9:07

Il governo Renzi deve reperire i fondi necessari a detassare la prima casa ed a tagliare le imposte, ne ha bisogno per riguadagnare il consenso perso nell’ultimo anno, sceglie quindi la strada più facile, tagliare la spesa sanitaria. Dieci miliardi in cinque anni significa mettere in ginocchio il Sistema Sanitario Pubblico e non poter più garantire l'assistenza a tutti. Secondo il Ministro Lorenzin si tratterebbe non di tagli ma di risparmi, ottenibili attraverso razionalizzazioni ed “efficientamenti”, peccato però che da diversi anni sia impossibile distinguere i tagli dai risparmi, dato che questi hanno prodotto un calo continuo della spesa sanitaria che nel 2014 è stata inferiore a quella del 2010. 

Nessuno nega che in sanità esistano sprechi che vanno sanati, ma è difficile credere che un provvedimento come quello di limitare burocraticamente il numero delle prestazioni che un medico di famiglia può compilare sia una razionalizzazione

Secondo l’OCSE la spesa sanitaria nel nostro paese è troppo bassa e mette a rischio la tutela dei cittadini, mentre l’ISTAT ci informa che l’11% degli italiani rinuncia a prestazioni sanitarie per ragioni economiche. La sanità nel nostro paese non ha bisogno di tagli ma di un cambio totale di prospettiva, che conduca ad eliminare profitto ed una gestione che privilegia le necessità di bilancio rispetto a quelle dei pazienti, a favore della trasparenza, unico modo per diminuire la corruzione e l'abuso, e della condivisione delle scelte. 

Noi pensiamo che nessuna vera razionalizzazione potrà essere fatta e resa efficace senza il diretto coinvolgimento degli operatori, delle comunità locali, dei cittadini e delle associazioni in grado di rappresentare i bisogni delle persone, e che il risparmio in sanità non possa che passare attraverso la prevenzione primaria e la tutela degli ambienti di vita e di lavoro.


COMUNICATO STAMPA

L’ALTRA LIGURIA

 

La sanità in Liguria è in una situazione difficile. I continui tagli alla spesa operati dal governo stanno mettendo a rischio i servizi sanitari. Nella nostra regione la programmazione sanitaria e la riorganizzazione dei servizi non brilla certo per l’efficacia degli interventi, nonostante ciò la giunta regionale, a pochi mesi dalle elezioni, si è preoccupata di far approvare una legge che consenta ai primari di svolgere la libera professione anche fuori dalle mura ospedaliere (fino ad ora i Primari potevano svolgere solo attività in intramoenia).

Un regalo a chi non ne ha certo bisogno, totalmente fuori luogo e sbagliato e che, evidentemente, serve solo a garantirsi consenso per le prossime elezioni regionali. 

L’Altra Liguria, che difende la sanità pubblica e l’assistenza universalistica è assolutamente contraria a questo provvedimento ritenendo  invece che la libera professione andrebbe limitata il più possibile anche per consentire l’accorciamento delle liste di attesa.

 

Genova 18 febbraio 2015

 

L’Altra Liguria – Gruppo Sanità

 

Per informazioni e contatti:

info@altraliguria.it


 


sanità e salute

 

Il diritto alla salute è un valore universale e l'Art. 32 della nostra costituzione riconosce la salute come diritto fondamentale dell'individuo ed interesse della collettività.

La salute e l’assistenza sanitaria sono beni comuni e costituiscono degli indicatori importanti del benessere della popolazione. La salvaguardia di questi beni è strettamente correlata con quella degli altri beni comuni, quali l’acqua, l’ambiente, il territorio, il welfare, i beni culturali e paesaggistici, il lavoro (che deve essere “lavoro utile”, orientato al benessere delle persone e della collettività, e alla tutela dell’ambiente).

 

La situazione demografica ed epidemiologica ligure, con il progressivo invecchiamento della popolazione e la sempre più elevata prevalenza delle malattie cronico-degenerative (come le malattie cardiovascolari, i tumori,  il diabete), causa un’enorme espansione dei bisogni, non solo sanitari, ma anche socio-sanitari e sociali. La presenza di queste malattie, insieme all’aumento della durata della vita, conduce fatalmente a situazioni di fragilità o di vera e propria disabilità che interessano una fascia sempre più ampia della popolazione. Per questi motivi la stessa sostenibilità del sistema di welfare socio-sanitario è a rischio.

 

Bisogna ripensare il piano sanitario regionale (PSR) partendo da un'analisi attenta dei dati epidemiologici esistenti e dei determinanti di salute, non solo quelli biologici o legati agli stili di vita,  ma anche quelli legati all'ambiente fisico e socio-economico. Inoltre bisogna fare un censimento puntuale e preciso di tutte  le strutture e i servizi sanitari presenti sul territorio, compresi gli studi dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta.

Occorre anche incentivare la diffusione in tutte le province liguri di registri tumori,  mortalità e malattie e dei sistemi di sorveglianza sui fattori di rischio comportamentali (stili di vita). I dati raccolti, associati a studi sugli inquinanti ambientali condotti da strutture di ricerca indipendenti e pubbliche, potranno essere valutati da ricercatori  epidemiologi per evidenziare eventuali correlazioni fra malattie e fattori di rischio ambientali e comportamentali. Solo così si può fare vera prevenzione primaria, contrastando l’aumento delle patologie croniche e evitando nuovi casi ILVA o centrali a carbone.

 

La spesa sanitaria regionale costituisce mediamente il 70% del bilancio regionale. In un articolo di Gavino Maciocco (Salute internazionale.info, 2014-12-22) si afferma: "Da quattro anni che la spesa sanitaria pubblica italiana rimane bloccata o arretra. Il 2015 doveva essere l’anno del rilancio, ma la legge di stabilità appena approvata dal Parlamento annuncia nuovi, pesanti tagli, destinati a rendere sempre più precario il funzionamento del servizio sanitario nazionale e a ridurre progressivamente i diritti dei cittadini. La mancanza di un programma del governo su come gestire le ormai croniche misure di austerità rende ancora più grave e caotica la situazione nelle singole regioni, ognuna con le sue soluzioni o pseudosoluzioni (vedi megafusioni delle asl), ma alla fine si cadrà sempre lì: aumento dei ticket , tagli del personale, riduzione indiscriminata dei servizi.

Eppure, se vi fosse la volontà politica, non sarebbe difficile proporsi l’obiettivo di tenersi stretto un servizio sanitario nazionale equo e di qualità, pur in presenza di risorse scarse".

 

Noi immaginiamo un programma per la sanità ligure in quattro punti, tutti rigorosamente basati sulle evidenze (evidence based):

 

1. Priorità alla prevenzione

 

2. Rafforzare le cure primarie, l'integrazione ospedsle-territorio e l'integrazione socio-sanitaria

 

3. Scegliere saggiamente

 

4. Lotta alla corruzione

 

 

1. Priorità alla prevenzione

 

Noi crediamo che la principale via percorribile per contenere la spesa sanitaria sia quella di promuovere la salute. E’ quindi importante che la Regione e le Aziende sanitarie liguri recepiscano e realizzino gli obiettivi del recente Piano Nazionale della Prevenzione 2014-2018:

·         ridurre il carico prevenibile ed evitabile legato alle malattie croniche

·         ridurre le conseguenze dei disturbi neurosensoriali (ipoacusia/sordità e ipovisione/cecità)

·         promuovere il benessere mentale nei bambini e negli adolescenti

·         prevenire le dipendenze (sostanze e comportamenti)

·         prevenire gli incidenti stradali e ridurre la gravità dei loro esiti

·         prevenire gli incidenti domestici

·         prevenire infortuni e malattie professionali

·         ridurre le esposizioni ambientali potenzialmente dannose per la salute

·         ridurre la frequenza delle malattie infettive prioritarie

·         realizzare i controlli finalizzati a garantire la sicurezza alimentare e la sanità pubblica veterinaria.

 

A questo scopo bisogna sostenere la rete dei servizi distrettuali,  della medicina di base (medici di medicina generale o MMG e pediatri di libera scelta o PLS) e degli altri servizi deputati alla prevenzione e alla promozione della salute, anche in una prospettiva di promozione della salute in tutte le politiche e di integrazione socio-sanitaria.

La salute e il benessere della popolazione dipendono non soltanto da specifiche politiche sanitarie e socio-sanitarie, ma anche dalla partecipazione attiva della cittadinanza e del privato sociale e dalle decisioni che vengono prese nell’ambito di politiche “non sanitarie”, relative all’ambiente e all’urbanistica (strutture abitative, aree verdi, parchi e giardini), alle attività produttive (agricoltura biologica e di qualità, sicurezza alimentare, inquinamento industriale, qualità e disponibilità delle risorse idriche), alla tutela del territorio dai rischi chimici e idrogeologici, alla mobilità e ai trasporti. Bisogna effettivamente pensare alla salute come “costruzione sociale”, e non come responsabilità esclusiva del settore sanitario. Il compito del settore sanitario è però determinante, anche nell’esercitare una funzione di advocacy e nel favorire reti di collaborazione fra tutti i portatori di interesse.

 

La sostenibilità del sistema di welfare socio-sanitario deve essere garantita anche attraverso il superamento della frammentazione che a volte esiste tra le molteplici iniziative messe in atto dal settore pubblico e da quello del privato sociale. Questo può essere ottenuto attraverso lo sviluppo di “patti di sussidiarietà” e di iniziative di progettazione partecipata che coinvolgano insieme gli operatori dei diversi settori pubblici dedicati all’assistenza e i cittadini, anche attraverso le varie forme di associazionismo no profit.

 

 

2. Rafforzare le cure primarie, l'integrazione ospedale-territorio e l’integrazione socio-sanitaria

 

Questo è il vero nodo della sanità ligure: sono stati fatti molti tagli alla rete ospedaliera (spesso correttamente, altre volte secondo logiche non chiare), ma è mancata un’altrettanto seria revisione dell’allocazione delle risorse. Si è cioè mantenuto come riferimento la spesa storica dei tre ambiti della sanità pubblica (emergenza, ospedali, territorio) per applicare soluzioni di risparmio a prescindere da un reale ridisegno del sistema nel suo complesso.

E’ necessario uno spostamento sostanziale di energie (umane e finanziarie) dall’ospedale al territorio, senza trascurare di dedicare le giuste risorse, anche in termini di posti letto, alle patologie che richiedono un’alta intensità di cure. Si tratta di un’operazione che può essere fatta in un orizzonte di medio periodo “isorisorse” nel bilancio della sanità regionale, in una logica di uso più appropriato delle strutture ospedaliere che hanno un costo assai elevato.

Il termine Primary Care (PC) comprende tutti i servizi di medicina di base. Un'efficiente rete di medicina di base è necessaria per migliorare la salute ed al tempo stesso contenere o addirittura diminuire i costi, ne sono una prova i risultati emersi dai vari studi scientifici effettuati nella regione europea. Infatti la promozione di un efficace e coordinato sistema di assistenza primaria è indispensabile per migliorare il livello della salute pubblica in generale. Questo processo però non emerge spontaneamente. Il suo consolidamento richiede che determinati attributi siano presenti a livello di sistema sanitario nazionale e che nella pratica di tutti i giorni i vari attori coinvolti abbiano coscienza delle loro responsabilità’ nei confronti di tutta la popolazione.

Un simile riordino delle cure primarie in Liguria non è mai avvenuto, mentre doveva essere il contrappeso ai tagli ospedalieri per consentire il mantenimento dei livelli di cura ai cittadini.

L’immutabile schema di allocazione delle risorse rappresenta una dichiarazione di resa della funzione programmatoria regionale e si traduce inevitabilmente in tagli indiscriminati, che compromettono l’operatività dei servizi e la base stessa dell’universalismo sanitario.

Premessa indispensabile e ancora non realizzata è la messa in rete delle cure primarie con la rete ospedaliera. Ecco un’altra importante differenza tra il sistema ligure e quelli più evoluti: la sanità elettronica in Liguria è stata priva di regia, oltreché di trasparenza nel finanziamento. Ne sono prova i diversi modelli informativi che si stanno sperimentando in varie ASL  (Savonese, Tigullio, Spezzina) e la incomunicabilità tra le varie aziende nel territorio genovese.

Integrazione dunque tra i diversi settori della sanità ligure ma anche tra sanità e sociale, coinvolgendo in maniera sostanziale i Comuni. E integrazione tra i diversi presìdi di salute presenti sul territorio, comprese le forme associative evolute dei Medici di famiglia (medicine di gruppo, Aggregazioni Funzionali Territoriali, Unità Complesse di Cure Primarie).

Quindi è necessario un deciso sviluppo delle cure primarie a sostegno della continuità assistenziale e della gestione delle patologie croniche secondo il Chronic Care Model e la medicina di iniziativa.

 

Un problema molto serio è quello della dimissione protetta, dopo ricovero ospedaliero, di persone fragili dal punto di vista clinico e socio-familiare. Nella nostra regione sono state avviate alcune esperienze che consentono un sostegno temporaneo alle famiglie, attraverso la messa a disposizione di una “assistente familiare”, pagata per i primi 30 giorni con risorse pubbliche. Questa esperienza potrebbe essere ulteriormente implementata, dopo un adeguato studio di fattibilità, aumentando in maniera stabile il sostegno economico alle famiglie che si fanno carico, al momento della dimissione dall’ospedale, dell’assistenza ai propri congiunti fragili o disabili, con l’aiuto di assistenti familiari. Contemporaneamente si verrebbe a ridurre il bisogno di istituzionalizzazione di queste persone e quindi i relativi costi. E’ ragionevole pensare che l’assistenza a livello familiare consenta dei risparmi. Inoltre la qualità della vita delle persone assistite presso il proprio domicilio è sicuramente migliore rispetto a quella che si può avere in una residenza protetta o una residenza sanitaria assistita.

 

Un aspetto particolare riguarda i rapporti tra Aziende Ospedaliere e Facoltà di Medicina per cui bisogna rivedere la convenzione, scaduta ormai da diversi anni. Vi sono ovviamente meccanismi regolamentati da leggi nazionali, ma è ingiusto che la presenza di primari universitari impedisca l’eliminazione di strutture doppie. E’ necessario definire criteri oggettivi, quantificabili e verificabili che determinano le scelte sulle direzioni ospedaliere in maniera paritaria (concorsi per tutti). La convenzione regione-università è bloccata da almeno 10 anni perché la nostra regione non ha mai applicato la legge 517/99 e si è creato un contenzioso con gli universitari che reclamano soldi non percepiti. Occorre risolvere la questione facendo un accordo che tolga all’Università il potere di gestire la struttura ospedaliera. L’operazione di fusione IST- San Martino sta ora rivelandosi esattamente per ciò che  sospettavamo, la nascita di un Policlinico mascherato. Di fatto c’è uno spostamento di tutti i laboratori di ricerca sotto la direzione universitaria e si creano dei problemi anche per le strutture cliniche.

Proponiamo inoltre: rilancio del Centro Oncologico Regionale con sede presso l’IRCCS San Martino-IST; Centro Epidemiologico regionale per la Prevenzione primaria che si occupi dei registri tumori, mortalità e malformazioni, di ricerca di chimica ambientale anch’esso presso l’IRCCS e della sorveglianza sui determinanti della salute in generale.

 

 

3. Scegliere saggiamente

 

I costi, sempre crescenti, della “medicina difensiva” (accertamenti diagnostici e trattamenti clinici inutili, svolti in funzione di tutela da parte del personale sanitario) sono insostenibili per qualunque sistema: secondo l’OMS il peso economico delle prestazioni futili, quelle cioè che non danno nessun beneficio ai pazienti, rappresenta tra il 20 e il 40% della spesa sanitaria.

I medici tutti i giorni temono di sbagliare una seria diagnosi e di far precipitare un loro paziente in una tragedia evitabile. Nelle nostre società sempre più punitive i medici temono di essere lapidati pubblicamente.

Soprattutto i medici più giovani hanno paura dell’incertezza. Quindi ordinano sempre più test per cercare, spesso invano, di essere sicuri di ciò che vedono. In questo modo le risorse vengono deviate dai malati ai sani, cosicché la sovradiagnosi è inevitabilmente legata al sottotrattamento delle persone già malate. La sovradiagnosi dei sani e il sottotrattamento dei malati sono le due facce della moderna medicina.

La paura dei pazienti alimenta la paura dei medici e viceversa; specialmente nei sistemi sanitari frammentati che non presidiano la continuità delle cure. È solo all’interno di relazioni di fiducia che queste paure possono essere contenute.

E’ un cambio culturale prima ancora che organizzativo quello proposto dalla Slow Medicine, che promuove lo slogan “fare di più non significa fare meglio”.

Per contrastare la sovradiagnosi e l’inappropriatezza occorre puntare sulla presa in carico del paziente in un contesto di continuità assistenziale e di conseguente fiducia del cittadino nel sistema sanitario.

Si ritorna perciò alla centralità di assistenza e cura territoriali.

 

 

4. Lotta alla corruzione e al conflitto di interessi

 

Un recente documento dell’Unione Europea stima che il 10-25% della spesa pubblica globale sia persa in corruzione; mentre la Corte dei Conti italiana ipotizza addirittura un 40% di incidenza del malaffare sui costi di produzione nazionale.

È evidente che anche il settore sanitario ne sia investito in pieno, come testimoniano i continui episodi di malaffare e di conflitto d’interessi, nei quali sono coinvolti politici, amministratori, medici, imprese.

Per la gravità morale e la dimensione economica del fenomeno la lotta alla corruzione dovrebbe entrare a pieno titolo nei programmi di controllo della spesa sanitaria, a livello regionale.

Ma ben poco si è fatto finora in questo senso nella nostra regione. A cominciare dalla trasparenza sugli atti, sulle procedure di accesso e selezione, sulle nomine operate ai diversi livelli di responsabilità.

La possibilità per i medici di esercitare la libera professione all’interno delle strutture pubbliche (intramoenia) è spesso alla base dell’allungamento delle liste d’attesa. E’ quindi necessario trovare meccanismi atti a regolare questo fenomeno. Si potrebbero, ad esempio, istituire delle liste uniche, o sospendere le attività intramoenia quando le attese superano un certo limite. Ma anche la libera professione verso strutture esterne (extramoenia) deve essere disincentivata in quanto costituisce un evidente conflitto di interessi.

 


Gruppo Tematico sanità e salute  Marzo 2015

 

14   sanità e salute

 

Il diritto alla salute è un valore universale e l'Art. 32 della nostra costituzione riconosce la salute come diritto fondamentale dell'individuo ed interesse della collettività.

La salute e l’assistenza sanitaria sono beni comuni e costituiscono degli indicatori importanti del benessere della popolazione. La salvaguardia di questi beni è strettamente correlata con quella degli altri beni comuni, quali l’acqua, l’ambiente, il territorio, il welfare, i beni culturali e paesaggistici, il lavoro (che deve essere orientato al benessere delle persone e della collettività, e alla tutela dell’ambiente).

 

La situazione demografica ed epidemiologica ligure, con il progressivo invecchiamento della popolazione e la sempre più elevata prevalenza delle malattie cronico-degenerative, causa un’enorme espansione dei bisogni, non solo sanitari, ma anche socio-sanitari e sociali. La presenza delle malattie, insieme all’aumento della durata della vita, conduce fatalmente a situazioni di fragilità o di vera e propria disabilità che interessano una fascia sempre più ampia della popolazione. Per questi motivi la stessa sostenibilità del sistema di welfare socio-sanitario è a rischio.

 

Bisogna ripensare il piano sanitario regionale (PSR) partendo da un'analisi attenta dei dati epidemiologici esistenti e da un censimento puntuale e preciso di tutte  le strutture e i servizi sanitari presenti sul territorio, compresi gli studi dei medici di medicina generale.

Occorre anche incentivare la diffusione in tutte le province liguri di registri tumori,  mortalità e malattie e dei sistemi di sorveglianza sui fattori di rischio comportamentali (stili di vita). I dati raccolti, associati a studi sugli inquinanti ambientali condotti da strutture di ricerca indipendenti e pubbliche, potranno essere valutati da ricercatori  epidemiologi per evidenziare eventuali correlazioni fra malattie e fattori di rischio ambientali e comportamentali. Solo così si può fare vera prevenzione primaria, contrastando l’aumento delle patologie croniche e evitando nuovi casi ILVA o centrali a carbone.

 

Il limite dell’attuale programmazione regionale è legato al rischio che, a fronte dell'enunciazione di principi validi, nella realtà si persegua soprattutto l’obiettivo del pareggio di bilancio attraverso il taglio della spesa.

E’ notizia recente il taglio di 2 miliardi rispetto ai finanziamenti del Fondo sanitario nazionale previsti dal Patto per la salute.

Inoltre nella nostra regione è stata realizzata una riduzione dei posti letto ospedalieri che in alcune situazioni (ad esempio nella Asl 1 Imperiese) può aver determinato un numero di posti letto per acuti inferiore a 3/1000 abitanti e un numero di posti letto per lungodegenti o per riabilitazione inferiore a 0,7/1000 abitanti. Molti posti letto di residenze sanitarie assistite vengono gestiti da strutture private convenzionate, con un costo molto alto per il Servizio sanitario regionale, pur in presenza di strutture pubbliche che attualmente sono rimaste inoccupate che avrebbero potuto essere destinate all’assistenza ospedaliera a bassa intensità di cura.

 

Noi crediamo che la principale via percorribile per tagliare la spesa sanitaria sia quella di promuovere la salute. E’ quindi importante che la Regione e le Aziende sanitarie liguri recepiscano e realizzino gli obiettivi del recente Piano Nazionale della Prevenzione 2014-2018:

·         ridurre il carico prevenibile ed evitabile legato alle malattie croniche

·         ridurre le conseguenze dei disturbi neurosensoriali (ipoacusia/sordità e ipovisione/cecità)

·         promuovere il benessere mentale nei bambini e negli adolescenti

·         prevenire le dipendenze (sostanze e comportamenti)

·         prevenire gli incidenti stradali e ridurre la gravità dei loro esiti

·         prevenire gli incidenti domestici

·         prevenire infortuni e malattie professionali

·         ridurre le esposizioni ambientali potenzialmente dannose per la salute

·         ridurre la frequenza delle malattie infettive prioritarie

·         realizzare i controlli finalizzati a garantire la sicurezza alimentare e la sanità pubblica veterinaria.

 

A questo scopo bisogna sostenere la rete delle strutture distrettuali e degli altri servizi deputati alla prevenzione e alla promozione della salute, anche in una prospettiva di promozione della salute in tutte le politiche e di integrazione socio-sanitaria.

La salute e il benessere della popolazione dipendono non soltanto da specifiche politiche sanitarie e socio-sanitarie, ma anche dalla partecipazione attiva della cittadinanza e del privato sociale e dalle decisioni che vengono prese nell’ambito di politiche “non sanitarie”, relative all’ambiente e all’urbanistica (strutture abitative, aree verdi, parchi e giardini), alle attività produttive (agricoltura biologica e di qualità, sicurezza alimentare, inquinamento industriale), alla tutela del territorio dai rischi chimici e idrogeologici, alla mobilità e ai trasporti. Bisogna effettivamente pensare alla salute come “costruzione sociale”, e non come responsabilità esclusiva del settore sanitario. Il compito del settore sanitario è però determinante, anche nell’esercitare una funzione di advocacy e nel favorire reti di collaborazione fra tutti i portatori di interesse.

 

La sostenibilità del sistema di welfare deve essere garantita anche attraverso il superamento della frammentazione che a volte esiste tra le molteplici iniziative messe in atto dal settore pubblico e da quello del privato sociale. Questo può essere ottenuto attraverso lo sviluppo di “patti di sussidiarietà” e di iniziative di progettazione partecipata (welfare 2.0).

 

Per quanto riguarda l’assistenza sanitaria, occorre migliorare la qualità e l’organizzazione dei servizi ripensando la rete ospedaliera e ambulatoriale in una logica che non sia di chiusure e risparmio ma di miglioramento dell’efficienza e dell’efficacia assistenziale e di integrazione ospedale-territorio.

Riteniamo, ad esempio, che la costruzione di un ospedale del ponente genovese ad Erzelli (Sestri Ponente) non sarebbe funzionale alla città data la posizione non certo centrale e dato che dovrebbe sostituire il Villa Scassi (GE-Samperdarena) e servire anche la Valpolcevera. Riteniamo anche illogico il potenziamento dell’ente Galliera (Ospedale in convenzione) essendo ad appena 2 Km dal San Martino, la più grande struttura sanitaria della Liguria.

Le strutture sanitarie sul territorio devono essere distribuite secondo una logica di rete, utilizzando ove opportuno anche il modello “hub and spokes”, in modo da realizzare:

·         strutture ospedaliere (provinciali?) tecnologicamente elevate e strutturalmente efficienti, dotate di DEA di I livello, che comprendano anche la pediatria, in posizioni accessibili dal punto di vista viario;

·         strutture ospedaliere più piccole e diffuse sul territorio che possano gestire le emergenze in codice verde e bianco e la bassa complessità;

·         strutture distrettuali e case di salute, distribuite sui territori che offrano assistenza ambulatoriale e gestiscano le cronicità in stretto rapporto con i medici di medicina generale e con i pediatri di libera scelta, con i quali è necessario stabilire accordi affinché diventino dei veri tutor per i propri pazienti, se necessario anche diminuendo il numero degli assistiti in carico a ogni medico, e per evitare che gli studi associati si concentrino in alcune zone lasciandone scoperte altre;

·         strutture residenziali per anziani, centri riabilitativi e per lungo-degenti;

·         una rete di Hospice per accompagnare le cure di fine vita.

 

La possibilità per i medici di esercitare la libera professione all’interno delle strutture pubbliche (intramoenia) è spesso alla base dell’allungamento delle liste d’attesa. E’ quindi necessario trovare meccanismi atti a regolare questo fenomeno. Si potrebbero, ad esempio, istituire delle liste uniche, o sospendere le attività intramoenia quando le attese superano un certo limite. Ma anche la libera professione verso strutture esterne (extramoenia) deve essere disincentivata in quanto costituisce un evidente conflitto di interessi. Occorre studiare sistemi di avanzamento di carriera e di valutazione del merito che tengano anche conto di questi aspetti.

Occorre introdurre sistemi meritocratici e limitare la discrezionalità del potere politico nelle scelte sui vertici aziendali ed introdurre maggiore democrazia nella gestione delle riorganizzazioni delle aziende sanitarie.

Occorre introdurre meccanismi di valutazione e sistemi premianti in grado di dare il giusto riconoscimento ai risultati raggiunti dagli operatori e dai servizi.

Un aspetto particolare riguarda i rapporti tra Aziende Ospedaliere e Facoltà di Medicina per cui bisogna rivedere la convenzione, scaduta ormai da diversi anni. Vi sono ovviamente meccanismi regolamentati da leggi nazionali, ma è ingiusto che la presenza di primari universitari impedisca l’eliminazione di strutture doppie. E’ necessario definire criteri oggettivi, quantificabili e verificabili che determinano le scelte sulle direzioni ospedaliere in maniera paritaria (concorsi per tutti). La convenzione regione-università è bloccata da almeno 10 anni perché la nostra regione non ha mai applicato la legge 517/99 e si è creato un contenzioso con gli universitari che reclamano soldi non percepiti. Occorre risolvere la questione facendo un accordo che tolga anche all’Università il potere di gestire la struttura opsedaliera. L’operazione di fusione IST- San Martino sta ora rivelandosi esattamente per ciò che  sospettavamo, la nascita di un Policlinico mascherato. Di fatto c’è uno spostamento di tutti i laboratori di ricerca sotto la direzione universitaria e si creano dei problemi anche per le strutture cliniche.

Proponiamo inoltre: rilancio del Centro Oncologico Regionale con sede presso l’IRCCS San Martino-IST; Centro Epidemiologico regionale per la Prevenzione primaria che si occupi dei registri tumori, mortalità e malformazioni, e di ricerca di chimica ambientale anch’esso presso l’IRCCS.

 

 


Condivido la valutazione che Roberta Fantozzi  fa con il suo articolo su Syriza. 
 Studiamo-leggiamo di più e facciamo circolare le informazioni utili perché la disinformazione in generale, unita a veri e propri falsi, diventerà il pane quotidiano fornitoci dalla così detta " libera informazione ". 
Bisogna altresì impegnarsi più velocemente nella costruzione di una più efficiente organizzazione che permetta  "di fare i compiti a casa nostra", come dice Roberta,  fornendo il nostro pratico sostegno alle iniziative politiche del governo di Tsipras. Ad esempio a quella energica presa di posizione in favore della pace che Tsipras ha fatto, contestando alla Mogherini l' inasprimento  delle sanzioni economiche alla Russia (guerra fra economie capitaliste per il momento solo economica). Penso che domani a Bruxelles, su questo punto, sarà un giornata dura per il governo greco: manifestazioni in difesa della pace sarebbero un valido contributo che dovremmo dare (ma il movimento della pace dove è?).

Poiché i "compiti" sono diversi, dipendendo dalla storia e contesto economico di un paese mi permetto di riproporre un ragionamento sulla sanità. Le prestazioni sanitarie gratuite, fornite negli ambulatori medici "sociali" di Syriza, è stata una giusta attività portata avanti da quel partito dato il contesto sociale in Grecia. In Grecia per i tagli alla sanità il 30% della popolazione (pari a tre milioni di persone) non ha nessun tipo di copertura sanitaria. Trattandosi di un sistema mutualistico se perdi il posto di lavoro e non versi i contributi (almeno 3 mesi/anno) non hai diritto alla sanità pubblica. Dal 2009 il taglio del budget ospedaliero e farmaceutico è stato del 40% con conseguente licenziamento di 26 mila lavoratori della sanità e, oltre alla difficoltà di reperire alcuni farmaci, anche una semplice aspirina è diventato un farmaco costoso. Per i costi elevati parte della popolazione non si vaccina, non si fa più le cure chemioterapiche per i tumori; sono ricomparse malattie come la tubercolosi, la mortalità infantile è salita al 43 per mille e conseguentemente alla situazione sociale sono aumentate le depressioni e i suicidi. In una situazione catastrofica del genere, l'azione diretta di impegno sociale nel ambito sanitario, di Syriza, è stata una vera azione politica.

Per la sanità in Italia dobbiamo fare la stessa cosa? Io penso di no (ci sono già le associazioni religiose e laiche tipo  Emergency che stanno andando in soccorso del 12% della popolazione in difficoltà). Qui dove il movimento democratico dei lavoratori ha conquistato,  sul terreno legislativo, il Ssn (abolendo il sistema delle mutue), cioè una sanità uguale per tutti, la battaglia è per la difesa di questo sistema e la esigibilità dei diritti in esso sanciti: "Tutta la società si rende conto che il servizio sanitario nazionale è una delle più grandi conquiste della società e conservarla rappresenta una enorme sfida politica" ha scritto di recente il regista Ken Loach

Da un lato con i tagli al budget sanitario cui sono stati tolti 32 miliardi, e l'aumento dei ticket dall'altro (che sono passati da 1,6 Mld del 2007 a 3 Mld del 2013), fatti dal governo Berlusconi prima e Monti poi, quasi 10 milioni di persone hanno rinunciato alle cure  (ricordo che i costi per la raccolta dei ticket è circa 2 Mld pertanto l'attivo è inferiore al miliardo cioè i ticket possono essere drasticamente ridotti).
"Nel 2013 la spesa pubblica in sanità è diminuita...sia in termini assoluti (i 112,6 miliardi spesi rappresentano una riduzione dell'1,2% rispetto al 2012), sia in rapporto al Pil (passando dal 7,3% al 7,2%). Il disavanzo si è ridotto a circa l'1% della spesa corrente e anzi, se si contabilizzano le addizionali Irpef incassate nell'anno successivo a ripiano del deficit dell'anno precedente, si può addirittura contabilizzare un avanzo di 518 milioni nel 2012 e di 811 milioni nel 2013". Rapporto Oasi 2014

Questi dati ci fanno capire perché Letta (ministro economico Saccomanni) abbia eliminato, nella finanziaria del 2013, il taglio di 2,6 miliardi alla sanità previsto nelle bozze del Patto di stabilità (erano previsti tagli per 500 milioni per il 2014; 1040 Mln per il 2015 e 1110 Mln per il 2016) e disse "Per la prima volta non comincia con una sforbiciata di tagli e nuove tasse che servono per Bruxelles". Con il patto di stabilità del 2013 Letta (ministro economia Saccomanni) valutava necessaria una spesa sanitaria di 113,452 Mld per il 2015; di 117,563 per il 2016 e di 122.000 per il 2017Quindi fino a febbraio 2014 queste sono le necessità finanziarie previste e messe in bilancio per il SSN. A marzo il "mondo di sopra" ha urgenza, è impaziente e dà il buon servito a Letta (che per altro è uno che, in passato, aveva dichiarato che per rilanciare l'economia ci voleva il pilastro privato in sanità). La Troika, grazie a Napolitano, mette al governo Il Renzi (altro che il Tsipras italiano!!!). Così, dopo 4 mesi, a luglio (nel silenzio generale, silenzio che perdura!!!) con il patto per la salute 2014-2016 Renzi-Lorenzin (rimasta al suo posto quantunque le sue lodi alle decisioni in sanità di Letta) tagliano 3.509 Mld al bilancio sanitario di Letta (1.390 Mln nel 2015; 2.119 Mln nel 2016). Nel patto al art 1, oltre a questo taglio, firmato da tutti i presidenti di regione (anche le camice verdi che oggi si stracciano le vesti) "Al fine di garantire il rispetto degli obblighi comunitari e la realizzazione degli obiettivi di finanza pubblica per il triennio 2014-2016 il livello di finanziamento è.....salvo eventuali modifiche che si rendessero necessarie in relazione al conseguimento degli obiettivi di finanza pubblica e a variazioni del quadro macroeconomico".
 Il quadro macroeconomico un mese dopo è peggiorato (come ogni anno regolarmente da sei anni) e allora il Renzi (consapevole dell'art 1 del Patto per la salute appena firmato) a fine agosto, con il Patto di stabilità 2014, taglia 4 miliardi alle Regioni che però spendono tra il 70-80% in sanità, quindi taglia 3 mld (manovra furbetta tipica dell'uomo che, avendo dichiarato che non faceva tagli alla sanità li fa fare ai presidenti di regione). Oggi dalla stampa, sembra che le Regioni stiano per accettare un taglio per 2Mld che porterebbe il taglio finale a 5,5 Mld. A settembre la Lorenzin aveva dichiarato che un taglio del 3% del bilancio se limitato al Ministero è fattibile ma se si applica al bilancio sanitario la sanità non reggerebbe.

Ieri Zaia ha dichiarato "E' la legge di uno Stato che non sa che pesci pigliare e punta solo a tagli insensati in modo da far aumentare a Enti Locali e Regioni il livello di tassazione, che è già a livelli insopportabili. E' chiaro fin d'ora che con una legge come questa non si incentiva nessuna ripresa, né ci si può attendere che vengano risistemati i conti pubblici, ma solo tagli che ricadranno sulla testa dei cittadini, mettendo a rischio anche servizi fondamentali come quelli della sanità" . 
Naturalmente Zaia non spiega perché solo sei mesi fa ha accettato 3,5 Mld di tagli alla sanità, non spiega che i tagli si fanno perché lo impone la Troika come quando la Lega era al governo con Berlusconi; fa tutta questa manfrina perché da navigato politico rilancia la patata bollente dei tagli in sanità, richiesti dalla Troika e Confindustria, a Renzi e così lui, smarcandosi in vista delle elezioni, azzoppa la Moretti: è una battaglia per le careghe! Il popolo tanto invocato deve limitarsi a fare lo spettatore e votare a maggio fra i due principali contendenti.

Quale il nostro compito? Smascherare l'inganno dello scontro fra il partito unico e i finti oppositori

Dobbiamo difendere i diritti del nostro popolo come sancito dalla Costituzione  e nelle leggi che conseguentemente ha varato il Parlamento! (come ha fatto in modo concreto ma diverso, perché diverse le condizioni,  Syriza per il suo popolo)

Dobbiamo organizzarci subito per chiedere con forza che i ticket siano aboliti (non servono: la sanità è in pareggio se non in attivo. Servono a Bruxelles per sanare i guasti fatti dalle banche; mentre, invece, si apprestano a sostituirli con una franchigia)

Dobbiamo organizzarci subito per riaffermare che il Ssn è pubblico, solidale e universale pagato dalle tasse di tutti. Pertanto con il modulo-impegnativa del medico di medicina generale (è la rappresentazione della moneta sonante che abbiamo versato con le tasse) dobbiamo richiedere tempi certi e equi, rispetto alla libera professione, di erogazione delle prestazioni come dice la legge Turco (120/ 3 agosto 2007, art 1 comma 4 lettera g); dobbiamo chiedere prestazioni di qualità potendo scegliere il luogo di cura e dello specialista da cui farsi curare  come dice la legge Bindi (229/ 16 luglio 1999, art 8 bis comma 2; art 15 quinques comma 3). (il Ministero della salute ogni anno fornisce i dati PNE che mostrano come gli esiti della qualità delle cure siano diversi tra regione e regione e all'interno di una stessa regione fra ospedale e ospedale)


Download
Piano Nazionale Prevenzione 2014 - 2018
PNP Anteprima.pdf
Documento Adobe Acrobat 78.9 KB