Errare è umano, perseverare diabolico

 

Questa la morale che dobbiamo trarre da quanto si accinge a fare il sindaco Doria in merito alla questione AMIU.

 

Il Sindaco Doria persevera nel continuare la narrazione, secondo la quale, se non ci sarà la vendita di AMIU, servizio di pubblica utilità e quindi bene inalienabile, alla multiutility IREN, SpA con finalità  meramente lucrative (distribuire  dividendi a azionisti e pagare profumatamente il consiglio di amministrazione), la tassa comunale sui rifiuti urbani (TARI) dovrà aumentare del 20%, mentre se la svendita ci sarà, l'aumento della TARI sarà solo del 5%.

 

Il problema è volutamente mal posto:

I genovesi paganti la TARI, a fronte di un risparmio temporaneo del 15%, si ritroveranno defraudati dell'azienda AMIU che passerà in via definitiva dalle mani pubbliche a quelle del privato. Chi garantirà poi nei prossimi anni che non ci saranno più aumenti della TARI, con AMIU nelle mani dell’amministratore delegato plenipotenziario di IREN? Un’imperscrutabile assemblaggio di scatole cinesi, nel quale il sindaco di Genova, ed il Consiglio comunale,  non potranno  più mettere becco a tutela dei cittadini? Se la sente il sindaco Doria di assicurare i cittadini genovesi che nel breve volgere di alcuni anni non avranno aumenti tali che supereranno tranquillamente il 20% qui indicato come un inaccettabile aumento?

Il sindaco Doria non vuole assumersi la responsabilità di far aumentare la TARI del 20% ma si prende serenamente quella enorme di immettere un bene pubblico, monopolio naturale, sul libero mercato.

 

L'argomento merita dunque un lungo e articolato ragionamento che qui ci apprestiamo a fare.

 

Massimo Cacciari ha dichiarato sulla vicenda AMIU: “Un piano giusto affossato da una sinistra arcaica” (Il Secolo XIX giovedì 9 febbraio 2017).

 

Le forze che vogliono a tutti i costi  la privatizzazione dei servizi pubblici hanno messo in campo Massimo Cacciari che, vale la pena ricordare, ha votato SI al Referendum costituzionale del 4 dicembre  2016 turandosi il naso, avallando la riforma  renziana e motivando la scelta con un affermazione di alta filosofia: “almeno prova a cambiare”.  Cambiare la Costituzione per quali fini però non lo specifica.

 

Allora lo spieghiamo noi.

Il cambiamento era funzionale ad avere una nuova Costituzione ritagliata sulle politiche neoliberiste (tutto il potere al libero mercato al cui servizio deve stare un’impotente amministrazione pubblica), un tentativo in atto da almeno 20 anni e che con il Si al referendum avrebbe portato al collasso definitivo la nostra economia, producendo massima diseguaglianza sociale e disastro ecologico. La nostra Costituzione sarebbe stata definitivamente archiviata, anche nella parte economica, e sostituita con quella “del totalitarismo del libero mercato” di UE, finanza e imprese multinazionali.

La “sinistra moderna” di Cacciari sembra né più né meno quella del PD di Renzi epigono di Blair. Noi invece siamo per il modello economico di cui al Titolo III della Costituzione: rapporti economici, e se questo è arcaismo per Cacciari, per noi è sano costituzionalismo.

 

Tutto ruota alla fin fine sulla contrapposizione tra quelli che vogliono le privatizzazioni anticostituzionali dei beni comuni e quelli che resistono a questa deriva neoliberista che le vuole imporre a tutti i costi, anche se tali privatizzazioni, come ben ci dimostra la gestione del servizio idrico, affidato ad IREN SpA tramite la controllata Mediterranea delle Acque, servono solo ad arricchire gli azionisti e, contemporaneamente, a far calare la qualità del servizio e delle manutenzioni con evidenti danni per gli utenti ed i lavoratori.

 

Noi, quelli della “sinistra arcaica”,

 

 siamo invece modernissimi nel pretendere di attuare la Costituzione in ogni sua parte: la Consulta, infatti, ha recentemente stabilito che i diritti insopprimibili dei cittadini previsti dalla Costituzione, non possono sottostare all'obbligo di pareggio di bilancio di cui al modificato articolo 81 attuato dal governo Monti delle larghe intese di cui il PD neoliberista era sostenitore convinto.

  

Siamo quelli che a livello nazionale hanno sostenuto il NO al referendum anti Costituzione, quelli per il NO alla legge elettorale truffa “Italicum” e siamo coerentemente, a livello locale, contro le privatizzazioni delle aziende pubbliche.

 

Tutti NO perfettamente in linea con il  Sì all'applicazione della Costituzione.

 

I Comuni e le Province italiane sono in gravi sofferenze di governabilità per effetto delle attuali restrizioni economiche pretese dal Governo italiano in ossequio ai diktat del cosiddetto “fiscal compact” della Commissione europea e si trovano ad essere costrette a svendere tutto quanto è possibile, beni e servizi pubblici essenziali.

 

Il sindaco Doria, affetto da sindrome legalitaria che si appunta da solo la medaglia del rispetto rigoroso di tali vincoli di bilancio, in questi anni avrebbe dovuto consultarsi con De Magistris invece che invocare l'appoggio generico di Pisapia o, ancor peggio, farsi certificare da l'ex sindaco di Venezia che i suoi oppositori sono “sinistra arcaica”.

 

Noi ci facciamo certificare di essere osservanti della Costituzione, ancora vigente, da ben altri personaggi, eccellenti costituzionalisti come Gustavo Zabrebelsky e Paolo Maddalena (vedasi il suo ultimo libro “Gli inganni della finanza”) che confermano l'obbligo costituzionale, da parte di sindaci e consigli comunali, di tutelare i beni pubblici, che gestiscono pro-tempore in nome e per conto dei cittadini, unici proprietari di beni e servizi pubblici inalienabili.

 

Mantenere pubblica l'AMIU è dunque impegno di assoluta priorità costituzionale, e bocciata l’annessione di IREN in AMIU si aprono le porte a soluzioni più rispettose degli interessi collettivi e dei lavoratori.

 

Contrariamente a quanto si dice, noi non ci limitiamo ad opporre solo dei NO, vogliamo pertanto provare a indicare una soluzione di emergenza all'interno dei vincoli attuali di bilancio subdolamente imposti.

 

Ecco quindi un progetto, per salvare il servizio pubblico, che propone una soluzione virtuosa in termini di economia circolare e a tutela dei diritti di cittadini e lavoratori

 

Per quali motivi un’azienda come IREN è interessata ad entrare in AMIU, l‘Azienda Multiservizi di Igiene Urbana di Genova?

 

Non ci sono dubbi: per poter gestire, nel proprio interesse, il ricco e garantito “portafoglio”, costantemente alimentato dalla Tassa Rifiuti (TARI), circa 127 milioni di euro all’anno, pagati da famiglie e aziende genovesi.

 

Abbiamo l’impressione che ad IREN, ed a gran parte degli eletti presenti nel consiglio comunale di Genova, sfugga che gli interessi in gioco stiano velocemente cambiando, grazie anche al nuovo piano di gestione dei materiali post consumo prodotti a Genova e nell’area Metropolitana, voluto dal Presidente Castagna e votato dal Consiglio Comunale.

 

Con questo piano, che punta al massimo recupero di materia, a partire dagli scarti dei genovesi, il vero valore economico di AMIU diventa la capacità dei suoi dirigenti, tecnici, maestranze, di gestire la “miniera urbana” che ogni giorno mette a disposizione oltre 600 tonnellate di acciaio, allumino, rame, cellulosa, vetro, polimeri di sintesi, biopolimeri ecc…, materiali che, separati alla fonte, hanno un elevato grado di purezza, il valore aggiunto delle lavorazioni che le hanno prodotte,  ed un loro reale valore di mercato, quello della nuova economia circolare.

L’altra ricchezza da riconoscere, valorizzare ed incentivare è la diffusa capacità delle famiglie e delle aziende genovesi di separare alla fonte i loro scarti: nei quartieri dove si è avviata la nuova raccolta (porta a porta e prossimità) la percentuale di differenziazione è nettamente aumentata, come pure la qualità delle frazioni separate.

 

Questo impegno e questi risultati non ammettono ulteriori ritardi all’approvazione della Tariffazione Puntuale, quella che, grazie al porta a porta e alla identificazione di chi conferisce le diverse frazioni, permette di introdurre sostanziosi sconti per chi differenzia di più e produce meno scarti.

 

I gravi ritardi nell’attivazione del piano di raccolta differenziata “porta a porta” e nella realizzazione delle quattro isole ecologiche che ancora mancano all’appello non sono casuali, sono il frutto di una accorta regia che ha voluto approfittare della crisi di Scarpino per deprezzare AMIU e spalancare le porte al privato “salvatore”.

 

Scarpino

Anche per l’ammaccata discarica di Scarpino le cose non stanno come si vuol far credere.

La discarica, infatti, anche chiusa al conferimento di scarti indifferenziati produce reddito, sotto forma di metano, derivante dalla bio-degradazione degli scarti organici dei genovesi, accumulati qui da oltre 40 anni.

Con questo gas, che alimenta sei motori endotermici, si producono annualmente circa 69 milioni di kWh che, immessi in rete, in quanto energia rinnovabile, ricevono generosi incentivi, pari ad una decina di milioni di euro, denari che potrebbero tranquillamente coprire i costi annuali dell’impianto di pretrattamento del percolato prodotto dalla discarica.

Peccato che tutti questi soldi, da dieci anni, finiscano nelle casse della società Asja, concessionaria dello sfruttamento del giacimento di biogas di Scarpino, per improvvida decisione della dirigenza AMIU, in cambio di modeste royalties.

In base alle informazioni disponibili il contratto con Asja è in scadenza e stavolta AMIU e i genovesi che quel metano hanno contribuito a produrre non possono perdere l’occasione: contrattare con Asja una breve proroga, alla condizione che maestranze AMIU si affianchino a quelle Asja per garantire l’operatività dell’impianto quando, chiuso definitivamente il contratto, l’impianto e le infrastrutture di captazione del gas potranno essere interamente ceduti ad AMIU.

In questo modo AMIU potrà mettere a bilancio la vendita dell’elettricità prodotta con il biogas della discarica che, presumibilmente, potrà essere ancora sfruttato per qualche decina di anni e potrà, in tal modo, coprire le future spese del trattamento del percolato, la cui quantità si ridurrà progressivamente di pari passo con la riduzione della produzione di biogas.

Ma Scarpino oggi produce anche 30.000 chilowattora all’anno di energia solare ed eolica, grazie ad alcuni impianti fotovoltaici ed eolici realizzati al suo interno.

Al momento le potenze installate sono limitate, ma la grande superficie disponibile, l’elevata insolazione e ventosità del sito fanno ritenere che Scarpino possa diventare una importante centrale ad energia rinnovabile a servizio della città, un ulteriore valore aggiunto a questo sito che, in ogni caso, ancora per diversi anni avrà il ruolo strategico di discarica di servizio per le frazioni inerti non ancora economicamente sfruttabili.

Come è noto l’impossibilità di conferire scarti indifferenziati a Scarpino, e l’assenza di impianti per le frazioni organiche e di indifferenziato, ci costringe ad “esportare” fuori regione circa 200.000 tonnellate all’anno di scarti indifferenziati, con un extra costi (trasporto e smaltimento) di 28 milioni di euro.

Sono circa 140 euro a tonnellata, il doppio del costo che avremmo sostenuto con impianti gestiti da AMIU, impianti che, nella migliore delle ipotesi saranno disponibili tra due-tre anni.

Per evitare di scaricare sulla TARI questi extra-costi esiste una soluzione: rendere operativi i numerosi progetti di riduzione alla fonte, approvati nel lontano 2009 dalla provincia di Genova e finalizzati a produrre meno scarti, per passare, il più rapidamente possibile, dagli attuali circa 550 chili pro capite a 100 chili a testa, un obiettivo che è reso possibile da adeguate scelte di contrasto all’usa e getta, scelte assolutamente possibili ed auspicabili.

 

 

Il rifiuto che non c’è

Il rifiuto che non c’è, non si deve raccogliere, non si deve trasportare, non si deve trattare, non si deve smaltire e quindi non si devono pagare tutti questi costi che, per alcuni anni a Genova saranno maggiorati, sia perché dobbiamo trasportare i nostri scarti fuori regione, sia perché il sistema di smaltimento sarà prevalentemente la “termovalorizzazione” quello più costoso.

Ogni tonnellata di scarto che i genovesi riusciranno a non produrre più ci farà risparmiare un centinaio di euro, quindi ben vengano campagne di promozione del compostaggio domestico e di comunità che, coinvolgendo le 80.000 famiglie genovesi già dedite al giardinaggio permetteranno, in pochi mesi, di ridurre del 3-4 % la produzione di organico; altrettanto importante sarà attuare le scelte per ridurre gli insostenibili sprechi alimentari nella grande distribuzione e nella ristorazione.

Si tenga inoltre presente che togliendo i cassonetti dalle strade si avrà un’automatica riduzione di circa il 20% dei rifiuti di risulta non trattabili o riciclabili (detriti, mattoni cemento, sanitari ecc)

 

Affinchè tutto questo avvenga si dovrà riconoscere un congruo sconto TARI a chi, famiglia o azienda, metterà in pratica qualcuna delle numerose iniziative già ampiamente previste dal Piano Provinciale per la riduzione dei rifiuti e l’ammontare dello sconto dovrà essere quantomeno pari ai maggiori oneri per lo smaltimento fuori regione.

 

Inoltre occorre attivare, senza ulteriori colpevoli ritardi, la realizzazione delle restanti quattro isole ecologiche per la gestione degli scarti ingombranti, assolutamente necessarie e previste da tempo.

 

Una volta a regime il sistema di isole ecologiche e, incrementato il compenso economico per chi conferisce in questi siti i suoi scarti ingombranti e elettronici, si può facilmente prevedere che la raccolta differenziata di Genova potrà fare un balzo in avanti di oltre il 20 %, avvicinandosi a quella soglia del 65% di raccolta differenziata che in molti continuano a farci credere sia invalicabile.

 

Porta a porta

Per ridurre la produzione di scarti, come previsto dal piano CONAI, è necessario anche offrire subito ai genovesi il servizio porta a porta e di prossimità con la tariffazione puntuale.

E’ ormai certo che in questo modo si riduce di oltre il 20 % la produzione di rifiuto, si raggiungono raccolte differenziate superiori al 65% ed economie di scala che riducono significativamente i costi per abitante.

I progetti pilota di porta a porta nel levante cittadino, oltre a confermare il rapido incremento della percentuale della raccolta differenziata, hanno evidenziato un interessante fenomeno: l’elevata evasione totale della TARI, la presenza di numerose famiglie e aziende fantasma che non pagano il servizio!

Un motivo in più per rompere gli indugi e passare, senza incertezze e ripensamenti, al “porta a porta”.

 

Nuovi impianti

Infine, vediamo come sia possibile realizzare i nuovi impianti per attivare forme di economia basate sul ciclo della materia.

 

Per la gestione degli scarti genovesi, l’attuale piano industriale di AMIU, approvato dal Comune prevede:

Un digestore-compostatore per il trattamento delle frazioni organiche.

Un trattamento meccanico per la valorizzazione merceologica delle frazioni differenziate (ampliamento dell’attuale impianto operativo a Saldorella). 

Un trattamento meccanico biologico per il recupero di materia dalle frazioni secche non direttamente riciclabili.

Caratteristica di questi impianti è quella che tutti producono materie seconde già lavorate, più pregiate delle materie prime, con un reale valore commerciale, che nel mercato libero può essere anche più remunerativo ed esteso di quanto oggi offra il Consorzio Nazionale Imballaggi.

Nel 2015, con una misera raccolta differenziata al 35%, AMIU con la vendita dei materiali differenziati ha avuti ricavi per 4,3 milioni di euro.  E’ ovvio che è possibile fare meglio e di più.

Le materie seconde, che i nuovi impianti produrranno e permetteranno di vendere sono: metano ad elevato grado di purezza; ammendanti agricoli con un importante contenuto di fertilizzanti; rame; alluminio; acciaio; plastiche mono-componenti e miste; carta e cartone; vetro…

La vendita di questi materiali permette di avere importanti guadagni, guadagni che di fatto appartengono ai cittadini che quegli scarti hanno prodotto e in gran parte contribuito a separare con la loro raccolta differenziata.

 

Il giorno dopo la bocciatura della delibera IREN è giunta la notizia che AMIU stia decidendo che questi impianti possano essere realizzati secondo lo schema del finanziamento a progetto (project financing) che, in genere, cede al privato una proprietà pubblica, in cambio dei soldi investiti.

Sarebbe preferibile adottare il più virtuoso metodo previsto dalle Compagnie per i Servizi Energetici (Energy Service Company -ESCO):  l’azienda privata, con proprie risorse economiche, realizza gli impianti, ottimizzando i loro consumi energetici e la loro produzione di materia utile, li gestisce con personale AMIU adeguatamente addestrato, e copre le proprie spese di investimento e di gestione con la vendita dei materiali prodotti e con una adeguata quota  della Tassa Rifiuti.

 

Dopo un congruo numero di anni (stimabile tra 5 e 10 anni, a seconda degli impianti), recuperati gli investimenti e realizzato un giusto reddito, gli impianti tornano alla gestione pubblica con personale AMIU che, nel frattempo, avrà acquisito tutte le professionalità necessarie per una loro corretta gestione.

Ovvimente, nelle casse comunali rientreranno a pieno titolo tutti i guadagni derivanti dalla vendita dei materiali recuperati, guadagni che saranno investiti nel rinnovamento degli impianti e in nuovi servizi a favore della comunità.

 

 

Genova, 14 febbraio, 2017

 

Documento redatto da Luigi Fasce e Federico Valerio

Gruppo tematico Ambiente e Lavoro

Genova In Comune

 

 

 

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