Art. 9 La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.

Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

 

Simonetta Astigiano (per L’Altra Liguria- Prima le Persone, Azione Civile) documento per Attuare la Costituzione.

 

Cureremo il cancro alla prostata in tre anni” Berlusconi 2010

Lanciamo un piano nazionale per la ricerca” Renzi 2016

20.000 posti per i ricercatori precari” Lorenzin 2016

 

Mi ha sempre intrigato la scelta da parte dei costituenti di mettere insieme la promozione dello sviluppo di cultura e ricerca e la tutela del paesaggio e del patrimonio della Nazione. E’ chiaro che la ricerca e la conoscenza siano basilari per la messa in campo di politiche efficaci per la tutela e valorizzazione del territorio e del nostro enorme patrimonio artistico, ma è altrettanto chiaro che la ricerca abbraccia una quantità molto più ampia di argomenti, ed uno di questi è certamente la salute. La ricerca sanitaria o biomedica è fondamentale per dare corpo all’Art.32 della Costituzione, che riesce magistralmente ad includere la complessità dell’argomento in quattro parole: diritto individuale e interesse collettivo.

La ricerca biomedica è il mio campo ed è quindi ciò su cui mi concentrerò, ma altri settori se la vedono altrettanto male, se non peggio.

 

La ricerca sanitaria si svolge in alcune strutture definite, Istituto Superiore di Sanità (ISS), Istituti Zooprofilattici (IZS), ASL e Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS), tutte dipendenti dal Ministero della Salute. Anche all’interno delle Università si fa ricerca biomedica o sanitaria naturalmente, ma questa dipende dal Ministero di Università e Ricerca ed è quindi tutto diverso: inquadramento contrattuale, accesso ai finanziamenti, normativa di riferimento, percorsi di formazione e possibilità di carriera. Si tratta tuttavia di due realtà che si incontrano, incrociano, e qualche volta si scontrano, ad esempio negli IRCCS, dove la quasi totalità dei Direttori Scientifici sono Universitari, Medici, e anche maschi, ma questo esula dal discorso. La ricerca sanitaria quindi è di per sé variegata, complessa e multidisciplinare (medici, biologi, chimici, ingegneri, fisici ecc…) e poiché nel nostro paese non esiste il ruolo della ricercatrice sanitaria, ma solo quello di Dirigente, distinto per laurea (Medico Veterinario, Sanitario, Tecnico Amministrativo) vi sono non pochi problemi, anche di pari opportunità e parità di trattamento (io biologa vengo pagata meno di una collega medico solo in base alla laurea). Cito queste problematiche, di carattere contrattuale perché significative dell’incapacità della politica (complice a volte anche un certo sindacalismo) di risolvere i problemi concreti, anche semplici. La dicotomia tra carriera universitaria e sanitaria, anche dove le due figure lavorino fianco a fianco, la mancata equipollenza dei titoli di specialità e di dottorato, ma anche il predominio della facoltà di Medicina tra i corsi scientifici, sono parte degli attuali problemi nella stabilizzazione delle ricercatrici precarie di lungo corso e nel reclutamento di personale.

(Uso termini al femminile perché oltre il 70% della forza lavoro in ricerca è costituita da donne, ma la percentuale crolla drammaticamente se si guardano le posizioni apicali).

 

Le difficoltà che vive la ricerca sono però legate prevalentemente alla carenza cronica di fondi ed all’idea che la ricerca debba produrre utili, quando l’avanzamento delle conoscenze non è diretamente monetizzabile.

Il grafico mostra l’andamento dei finanziamenti ministeriali (ricerca corrente) agli IRCCS. Nel 2003 32 Istituti ricevettero, 179 milioni €, nel 2016 49 IRCCS si sono spartiti 153 milioni. Tanto per fare un paragone, l’IIT, Fondazione Privata, ha preso ogni anno per 10 anni la stessa cifra concessa nel 2016 ai 49 Istituti. Di questi però ben 28 sono privati (San Raffaele, Fondazione Maugeri, San Camillo ne fanno parte) e, secondo un report della Corte dei Conti, tra il 2007 e il 2011 hanno assorbito ben due terzi delle risorse. (GRAFICO)

 

Per inciso nel 2003, quando si vede il picco di aumento nel numero di IRCCS (da 32 a 41 in soli due anni) è stata approvata la legge 288 che ha posto gli Istituti sotto il controllo delle Regioni, aperto alle Fondazioni e spinto verso la ricerca applicata, per intenderci quella appetibile per big pharma.

I 21 IRCCS pubblici impiegano 3500 precari dal futuro incerto dato che sono stati tagliati fuori da qualunque percorso di stabilizzazione e che, grazie alla Legge Madia, dal 1° gennaio 2017 non possono più avere accesso a nuovi co.co.co., la tipologia contrattuale più utilizzata in ricerca, ma solo rinnovare quelli in corso, e comunque non oltre il 31 dicembre 2018. Non ci si può quindi stupire se i dati degli ultimi due anni mostrino come, all’interno di questi enti, la “fuga dei cervelli” arrivi a  raggiungere punte del 30%.

 

Oltre ad essere finanziata poco e male dallo stato italiano, la ricerca sanitaria soffre anche per la continua spinta verso il privato, sia attraverso la promozione di ricerca applicata, a discapito di quella di base, che attraverso l’abitudine di finanziare progetti grossi e preferibilmente co-finanziati da industrie private. In buona sostanza, lo stato taglia i fondi pubblici alla ricerca per spingerla sempre più nelle braccia del privato che, ovviamente, non fa investimenti per amore del sapere ma per poterne trarre profitto. La beffa però sta nel fatto che la mancanza di turn over del personale e la contrazione dei fondi, uniti a scelte strategicamente sbagliate, fanno sì che le attività di ricerca si basino sempre più su lavoratrici dall’età media elevata e con conoscenze tecnologiche ed un parco macchine sempre più obsoleto, innescando quindi un circolo vizioso che rende sempre più difficile reperire fondi dall’esterno. Naturalmente esistono le eccezioni ma la situazione è comune a molti Istituti di ricerca pubblici, vedi ISPRA.

 

Quanto si è vissuto in questi ultimi 15 -20 anni è insomma l’applicazione del pensiero neoliberista alle attività di ricerca: il profitto e l’omologazione prima di tutto. Ciò che serve affinché la ricerca possa dare il suo contributo ad attuare gli articoli 9 e 32 della Costituzione è pensarla come bene comune pubblico da tutelare. Occorrerebbe aumentare il finanziamento pubblico ad almeno il 2,5 - 3% del PIL per rientrare nella media europea e garantire che le attività siano prive di condizionamenti esterni. Occorre il riconoscimento del ruolo dei ricercatori sanitari con l’individuazione di percorsi formativi adeguati, possibilità di carriera ed aggiornamenti congrui con l’attività svolta. Occorre garantire il rinnovo generazionale, fondamentale per un lavoro che è in continua evoluzione, attraverso prima la stabilizzazione di tutti i precari di lungo corso e poi l’individuazione di percorsi lavorativi integrati tra Università e strutture sanitarie. Occorrono anche sistemi di valutazione della ricerca che escano dalla dittatura della produttività a tutti i costi e premino la qualità piuttosto che la quantità, ma qua bisognerebbe aprire un altro lungo capitolo.

 

 

Genova. 22 settembre 2017