Guido Viale - Note per l'intervento del 5 maggio.

In queste note cerco di tener conto delle tesi del mio contraddittore virtuale, Stephen Smith, di cui non ho letto il libro, ma conosco le posizioni.

 

IL PROBLEMA

 

1.               Perché il problema profughi e migranti è quello centrale per ogni strategia politica?

  • Divide, disgrega e scompagina l’UE. Ogni governo cerca di scaricare sugli altri l’”onere” dell’accoglienza, perché nessuno ha una soluzione unitaria da proporre
  • Mette il vento in poppa alle destre razziste e fasciste “costringendo” le maggioranze di governo a inseguirle, scomparendo o dissanguandosi
  •  Crea sconcerto in tutti noi: non vogliamo respingere; non sappiamo come accogliere

2.               E’ un processo destinato a crescere, a causa dei cambiamenti climatici, del degrado ambientale, politico e sociale, delle guerre e dei conflitti armati provocati da questi processi nei paesi di origine. Non mette di fronte solo Africa ed Europa: profughi e migranti arrivano numerosi anche dall’estremo e dal medio oriente e in Africa gli sconquassi maggiori li sta producendo la Cina

3.               E’ evidente la dimensione demografica: l’Europa perde abitanti (-100 milioni al 2050); l’Africa li raddoppia nel giro di trent’anni. Ma bisogna tener conto di queste considerazioni:

  •  L’Europa è stata ricostruita nel dopoguerra ed ha raggiunto il rango di potenza mondiale grazie al lavoro degli immigrati; senza di essi è destinata a una rapida decadenza
  • Un continente di vecchi è invivibile (anche se la cosa non ci riguarda)
  • Non tutti coloro che fuggono dalle loro terre puntano all’Europa; per lo più si insediano in zone e città vicine, in attesa di tempi migliori
  • A parte la tratta (quantitativamente mostruosa ma percentualmente insignificante) e i sempre più difficili ricongiungimenti familiari, la maggioranza dei migranti (ma anche dei profughi) è composta da maschi, giovani, relativamente istruiti e “benestanti”. Su questo Smith ha perfettamente ragione

4.               Lo sviluppo provoca emigrazione. E’ vero anche questo: perché distrugge posti di lavoro (tradizionali) più di quelli (“moderni”) che crea e perché mette in grado un certo numero di persone di affrontare costi e rischi dell’emigrazione. Ma quale “sviluppo”? Ne tratteremo alla fine

5.               Anche l’irreversibilità dell’emigrazione – dalla campagna alla città e dal paese di origine ai paesi di approdo – è legata agli attuali meccanismi dello “sviluppo” e non può essere eternizzata

6.               Ci sono in Europa 40 milioni di migranti di prima, seconda e terza generazione che si riconoscono più nella nazionalità o nella religione di origine che nella cittadinanza acquisita o ricercata. Di questi circa 20 milioni sono di religione musulmana

7.               Che cosa succede all’interno dei suoi confini se l’Europa dichiara di fatto guerra all’Islam e ai suoi vecchi o nuovi adepti in nome del contenimento dell’immigrazione e della lotta al terrorismo? E’ possibile ipotizzare sistemi di controllo di una moltitudine che sta per essere un decino della popolazione continentale al di fuori

 

CHE FARE?

 

1.               La risposta dell’establishment europeo, sia di destra che di centro o di “sinistra”, sia di governo che di opposizione - con poche eccezioni, che però non prospettano soluzioni alternative - è, a parte i toni (che pure sono importanti), sostanzialmente la stessa: respingere; elevare barriere sia fisiche che normative e burocratiche, ma anche, e sempre più militari (Frontex)

2.               I “flussi” comunque continueranno, addensandosi ai confini dell’Europa, che l’UE – capofila l’Italia: Gori: “Noi (PD) vogliamo difendere i confini dell’Europa in Africa” – pensa solo a respingere

3.               Gli snipers di Israele che fanno il tiro al bersaglio sui palestinesi inermi che si avvicinano alle barriere sono una rappresentazione plastica del futuro della “fortezza Europa”:

  • Da un lato un regime solido e prospero, fondato sull’apartheid, sulla guerra permanente, sull’accentramento dei poteri, sulla persecuzione degli oppositori, mascherato da una veste democratica sempre più solo formale
  • Dall’altro un popolo in continua crescita di profughi e di emarginati imprigionati nei paesi e nei territori (la Libia non è più uno Stato; Afrin è un esempio della soluzione adottata) a cui viene assegnato – fino a quando? – un ruolo di “contenimento”. Italia e Grecia rischiano di scivolare in questo ruolo, se già non ci sono dentro

4.               Naufragi e respingimenti (tipo vedette libiche) saranno sempre più frequenti ma non potranno arrestare i flussi a meno di militarizzare tutto il traffico commerciale in transito nel Mediterraneo

5.               I rimpatri forzati saranno sempre e solo “simbolici”, cioè esemplari. L’Italia non è in grado di rimpatriare 600.000 irregolari (costa troppo anche per l’Europa) né di stringere accordi con i paesi di origine, che non sono in grado di riprenderli. Con i paesi forti (vedi Turchia) quegli accordi sono una fonte di ricatto e una minaccia permanente; con quelli deboli, un processo impraticabile

6.               Mano a mano che giungono a scadenza le procedure di riconoscimento dell’asilo (unico mezzo, oggi per entrare in Europa) e quale che ne sia l’esito, il numero di persone espulse dal sistema di accoglienza (foglio di via e abbandono in strada) è destinato a crescere ed a rendersi più visibile, aumentando insicurezza, criminalità e timori. E’ quello su cui prosperano le fortune degli avversari dell’accoglienza, che peraltro non propongono altro che questo

7.               Di fronte a loro il numero delle persone impegnate direttamente nell’accoglienza o nel suo sostegno è ancora molto ampio. Ma le loro organizzazioni sono disperse, scollegate e, soprattutto, sempre più in difficoltà per l’incapacità anche solo di prospettare soluzioni di lungo periodo. Per questo è assolutamente necessario avere dei luoghi fisici di riferimento, dove incontrarsi, scambiare esperienze e calore umano, sentirsi comunità. Il web queste cose non può farle

8.               Ma è evidente, data la centralità del problema, che sono le organizzazioni dell’accoglienza e della solidarietà il nucleo intorno a cui ricostituire un fronte di resistenza e di opposizione all’ondata oggi vincente del razzismo, della discriminazione, dell’affermazione di soluzioni autoritarie. Nessun altro problema sociale o politico, a partire da quelli del lavoro e del reddito, può essere affrontato senza mettere al centro il destino di profughi e migranti, che è il destino dell’Europa

9.               La “selezione” delle persone autorizzate a raggiungere l’Europa attraverso corridoi sicuri si può fare solo a monte: nelle ambasciate e nei consolati dell’Italia, dei paesi europei, delle agenzie dell’Onu, dove i profughi riescono a rifugiarsi e i migranti economici a presentare le loro candidature. A condizione che una volta in Europa siano liberi di circolare (abolizione di Dublino 3). Ma molti continueranno ad adire vie irregolari, a loro rischio, è questi non li si può respingere né “discriminare”

 

IL “DOPO”

1.               Il problema creato dall’arrivo, ma soprattutto dal rifiuto, di profughi e migranti non è quello dell’accoglienza, che pure è fondamentale e oggi è gestito sempre peggio, ma è quello del “dopo”; che ha due facce: quella dell’inclusione e quella della rigenerazione politica, sociale e ambientale dei loro paesi di origine. Entrambe sono presenti nel tema della rigenerazione dell’Europa.

2.               Nessuno di questi problemi può essere affrontato solo a livello nazionale: ciò che mette una pietra tombale su ogni prospettiva sovranista: Euro, uscita dall’UE, uscita unilaterale dalla Nato; sono tutti campi di battaglia di respiro europeo e non soluzioni praticabili a livello nazionale

3.               Non siamo al governo e non ci andremo presto, né noi né le forze con cui possiamo legare. E’ inutile quindi predisporre, anche su questo problema, una lista di “desiderata” per cui mancano le forze di attuazione. Quello che possiamo e dobbiamo fare è delineare un percorso che ci fornisca degli indirizzi teorici e pratici per progredire nel contesto sociale, politico e geopolitico in cui ci troviamo

4.               Quale che sia la nostra posizione nei confronti del lavoro e/o del reddito di base, non c’è prospettiva di inclusione sociale, né per profughi e migranti, né per giovani, donne, disoccupati e precari, al di fuori di una prospettiva occupazionale. Certo, possibilmente, non il lavoro attuale, ma un lavoro sicuro, più ridotto nell’orario, più coinvolgente nel suo svolgimento, più utile nelle sue finalità

5.               Il problema non è cercare o “difendere” il lavoro per il lavoro. Certamente vanno difesi i lavoratori, ma è un’altra cosa. La difesa del lavoro è il modo in cui vengono giustificate le peggiori operazioni e speculazioni da noi e il perseguimento di uno sviluppo fondato su rapina e dittature nei paesi di origine di profughi e migranti

6.               Il lavoro, anche come mezzo di inclusione sociale, va valorizzato solo se e per quel che serve; e noi oggi abbiamo di fronte un obiettivo generale e radicale il cui perseguimento richiede molto lavoro (di tutti i tipi e a tutti i “livelli”) e molte competenze, sia in Europa che nei paesi di origine di profughi e migranti

 

7.               Questo obiettivo è la riconversione ecologica, che riguarda tutti i settori portanti dell’economia (energia, edilizia, agricoltura, alimentazione, mobilità, abbigliamento, assetto del territorio, istruzione e cultura) e che non può essere perseguita se non nel quadro di una molteplicità di iniziative dal basso, dove e quando se ne presentino le condizioni, sempre tenendo conto, ovviamente, il quadro generale

8.               Le esperienze di inclusione, soprattutto nel campo del lavoro, oggi servono a dimostrare che una diversa pratica di accoglienza è possibile, perché al lavoro segue quasi sempre un livello di accettazione sociale molto più diffuso. Certamente queste pratiche sono “di nicchia” e non sono in grado di cambiare il quadro generale

9.               Per questo vanno accompagnate da un intenso lavoro di definizione delle forme e dei modi della conversione ecologica che prospetti soluzioni locali da rivendicare nel quadro di una prospettiva generale che le renda realistiche: la rivitalizzazione dei borghi e dell’agricoltura montana, la riconversione di una fabbrica, il risanamento di un’area, ecc. Per metterle a punto occorre il concorso di tutti – o quasi - gli attori sociali e istituzionali di un territorio

10.            Sulle tracce di Gallino, questo programma è un piano di riconversione nei settori indicati capace di mobilitare diversi milioni di lavoratori aggiuntivi ogni anno: per intenderci, un piano da almeno 1000 miliardi di euro all’anno: meno di quanto la BCE spende ogni anno per cercare di salvare le banche

11.            Per rendere ben accetti profughi e migranti a livello locale occorre, come insegnano le esperienze di politiche attive del lavoro, che ognuno di essi alla ricerca di un impiego si fornito di una “dote”. Questa dote può essere il finanziamento dei progetti che rientrano nel quadro della riconversione nella misura di due assunti tra i cittadini/e europei/e per ogni migrante assunto. Nessun migrante assunto, nessun finanziamento ai progetti di riconversione locale

 

IL RITORNO

 

1.               L’unico modo per non farsi spaventare dal problema degli squilibri demografici tra Europa ed Africa (e dalle scemenze della “sostituzione etnica” o del “Piano Kalergi”) e sempre tenendo conto del fatto che l’Europa ha bisogno di almeno 100 milioni di nuovi ingressi in 30 anni se non vuole scomparire come entità politica e sociale dalla carta geografica, è quello di lavorare per rendere possibile il ritorno nei loro paesi di origine dei profughi e dei migranti che lo desiderano (che non sono e non saranno tutti, ma nemmeno una ristretta minoranza).

2.               Non è una prospettiva utopistica: quanti profughi siriano non tornerebbero in Siria a ricostruire il loro paese se solo se ne presentassero le condizioni. Eppure, di tutte le nazionalità, sono forse quelli che in Europa si sono “sistemati” meglio

3.               Oggi, come nota anche Smith, l’emigrazione non è, nelle intenzioni, “per sempre”. In molti puntano al ritorno. Ma soprattutto, grazie al web e – se possono muoversi liberamente – ai frequenti ritorni i n patria, mantengono dei rapporti molto stretti con le comunità di origine

4.               A fronte di un’emigrazione prevalentemente maschile, la maggioranza delle donne sono rimaste nei paesi di origine e sono le custodi dei segreti e dei meccanismi che presiedono al funzionamento delle loro comunità e del loro territorio. Per questo sono le protagoniste potenziali della loro rigenerazione

5.               La rigenerazione ambientale e sociale di cui hanno bisogno i paesi di origine dei flussi migratori è la stessa di cui abbisogna l’Europa. Simili sono le tecnologie e l’organizzazione sociale e imprenditoriale per portarla avanti: ovviamente, adattandola alle condizioni sociali del territorio. Per questo la conversione ecologica europea potrebbe essere una grande scuola di competenze tecniche e gestionali per i migranti che desiderano far ritorno nel loro paese, se e quando se ne presenteranno le condizioni

6.               Nessun altro “soggetto” o attore sociale può farsi carico del risanamento di quei paesi: non i loro governi dittatoriali, sorretti dalle armi e dall’appoggio delle Grandi potenze mondiali. Non le multinazionali a cui viene attualmente affidata la prospettiva del loro sviluppo. Quello sviluppo è avvelenato e quelle multinazionali sono all’origine della devastazione di quei paesi. Non la cooperazione allo sviluppo che oggi lavora con progetti di nicchia più per sostenere se stessa e i suoi interlocutori che per raggiungere dei risultati

7.               Solo un movimento organizzato di profughi e migranti insediati e inseriti in Europa può mettere in campo le conoscenze del territorio, i rapporti con le comunità di origine, le competenze tecniche e gestionali acquisite nei paesi di arrivo, le relazioni con comunità e imprese europee necessarie a prospettare dei piani di pacificazione e di rigenerazione dei loro territori, se li aiuteremo e gli permetteremo di farlo

8.               Oggi questa è una battaglia soprattutto culturale, anche se ha la sua base ineludibile nella pratica dell’accoglienza, della solidarietà e della loro aggregazione.


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Le immagini di Roberta Ferruti


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