Università di Attac

Roma 16-18 settembre

Chi è in debito con chi?


Il report di Danilo Zannoni

Come promesso riassumo le giornate di Roma dell’Università di Attac che si legano e sviluppano le tematiche espresse nella Carta di Genova stilata dopo il Covegno del 19 Luglio 2016. Devo dire, come premessa, che quella di Roma è stata un’epifania, era da tempo che concetti sparsi mi frullavano nella mente ponendomi quesiti ma non ricevendo risposte. A Roma, ascoltando i relatori, a poco a poco le tessere del mosaico si sono ricomposte e le risposte sono arrivate.

Per cui questo più che un report è una raccolta di pensieri stimolati dalla full immersion romana (Tre giorni all’università di Attac ed uno alla riunione del CDC.)

Partiamo da lontano, io sono nato nel 1955, in quell’anno la conferenza del Gruppo Bilderberg, tenutasi in Germania, discute l’agenda per creare l’Unione Europea e una moneta unica europea. Il documento sottolinea anche "la necessità di portare il popolo tedesco il più rapidamente possibile in un mercato comune europeo", aggiungendo che il futuro era in pericolo senza un "Europa unita".

I documenti che comprovano il fatto sono stati rivelati dal sito Wikileaks e sono relativi all’incontro del 23-25 Settembre 1955 avvenuto al Grand Hotel Sonnenbichl di Garmisch-Partenkirchen, Germania Ovest. Sono passati 61 anni.

L’Europa che abbiamo non è quella solidale e socialista sognata da Spinelli ed i suoi compagni a Ventotene, ma quella programmata a tavolino dal più pericoloso gruppo di potere esistente al mondo, il club Bilderberg. E come sono riusciti a realizzare tutto ciò? Col trucco più vecchio del mondo, usato dalle mafie e dagli usurai: il debito.

Tramite un’oculata narrazione hanno convinto i cittadini, ma anche le istituzioni, ad indebitarsi per consumare e per produrre a ritmo sempre più serrato, e più si consumava e più ci si indebitava, in una bulimia orgiastica. Ed intanto il debito dei cittadini e degli stati cresceva a dismisura, e generava altro debito per pagare gli interessi.

Era ovvio che non sarebbe potuto durare in eterno, ma la scuola di Chicago, truccando i dati, soffiava sul fuoco, dicendo che il mercato si sarebbe autoregolato e che la politica doveva stare fuori dai processi di mercato. E la politica si è sempre più ritirata cedendo spazio, prima al capitalismo industriale, poi alla finanza, infine alla finanza creativa.

Poi a Settembre del 2008 la prima bolla è scoppiata negli Stati Uniti con la crisi dei derivati.

Io non ho mai creduto alla teoria del grande vecchio o della Spectre internazionale, ma metto in fila alcuni fatti reali e documentati.

La scuola di Chicago che ho giù citato, “faceva capo a Milton Friedman e George Stigler. Gli insegnamenti della scuola di Chicago sono anche chiamati neoliberisti. Essi influenzarono e caratterizzarono le politiche economiche dei governi statunitensi del presidente Ronald Reagan e del governo inglese del primo ministro Margaret Thatcher.”(Wikipedia)

La loro base teorica è che i mercati si autoregolano in base alla concorrenza reciproca.

Oggi sappiamo che non è così, ma era facile immaginarlo anche decenni fa, i mercati tendono a fare cartello, ad accordarsi, per spremere dai cittadini del mondo quanti più quattrini possono, come ci dimostrano i tentativi portati avanti con i trattati internazionali, ad esempio col TTIP e col CETA, che mal sopportano che gli Stati mettano becco sulle loro decisioni. Infatti si adoperano perché gli Stati cedano potere ai mercati e quindi alla Finanza ed alle multinazionali.

La leva è il debito.

Mi permetto di citare uno stralcio da un mio vecchio articolo che credo renda l’idea del cappio che ci siamo stretti al collo.

“Ma siccome in Italia non vogliamo farci mancare nulla, ci siamo appesi un’altra pietra al collo. Abbiamo approvato, al grido : “L’Europa ce lo chiede!” il Pareggio di bilancio in Costituzione.

Nel 2011 i premi Nobel Kenneth Arrow, Peter Diamond, William Sharpe, Eric Maskin e Robert Solow, in un appello rivolto al presidente Obama, hanno affermato che «Inserire nella Costituzione il vincolo di pareggio del bilancio rappresenterebbe una scelta politica estremamente improvvida. Aggiungere ulteriori restrizioni, quale un tetto rigido della spesa pubblica, non farebbe che peggiorare le cose”; soprattutto “avrebbe effetti perversi in caso di recessione. Nei momenti di difficoltà diminuisce il gettito fiscale e aumentano alcune spese tra cui i sussidi di disoccupazione.

Inoltre, «anche nei periodi di espansione dell’economia, un tetto rigido di spesa potrebbe danneggiare la crescita economica, perché gli incrementi degli investimenti a elevata remunerazione – anche quelli interamente finanziati dall’aumento del gettito – sarebbero ritenuti incostituzionali se non controbilanciati da riduzioni della spesa di pari importo.

Un tetto vincolante di spesa, poi, comporterebbe la necessità, in caso di spese di emergenza (per esempio in caso di disastri naturali), di tagliare altri capitoli del bilancio pubblico mettendo in pericolo il finanziamento dei programmi non di emergenza».

«è pericoloso tentare di riportare il bilancio in pareggio troppo rapidamente. I grossi tagli di spesa e/o gli incrementi della pressione fiscale necessari per raggiungere questo scopo, danneggerebbero una ripresa economica già di per sé debole”».

Critico anche l’economista e premio Nobel Paul Krugman, il quale ritiene che l’inserimento in Costituzione del vincolo di pareggio del bilancio possa portare alla dissoluzione del Welfare state.

Nell’aprile del 2012 il parlamento italiano ha definitivamente introdotto, come principio costituzionale nell’ordinamento giuridico italiano, il pareggio di bilancio (modificando gli artt. 81-117-119-97 della Costituzione italiana) con la legge costituzionale 20 aprile 2012 n. 1.

La norma è stata approvata sia dalla Camera dei Deputati che dal Senato della Repubblica a maggioranza dei due terzi nella seconda votazione, precludendo così la possibilità di un referendum costituzionale dei cittadini. La riforma è stata approvata interamente da PD, PDL, Terzo Polo.

È’ ovvio che se le condizioni rimangono queste la possibilità di uscire dalla crisi sono pressoché nulle. Se continuiamo a buttare risorse nel calderone della Banca Centrale Europea (BCE) non riusciremo mai a fare quegli investimenti, nel lavoro, nella sanità, nella cura del territorio, nelle energie rinnovabili che potrebbero tirarci fuori dalla crisi.

A proposito, è bene chiarire che la BCE non è un organo dell’Unione europea, è una banca di interesse privato ed è di proprietà delle banche centrali dell’eurozona che, a loro volta, sono indipendenti dai governi nazionali, nel senso che non ne prendono gli ordini. Sono guidate da Consigli di soggetti privati.

L’euro non appartiene quindi né all’UE né ai governi nazionali, ma a un cartello di banchieri indipendenti dai governi.”

L’Unione europea non può ordinare niente alla BCE, ma viceversa la BCE ha il potere di farlo all’interno dell’UE.

Quindi è da questi punti fondamentali che deve partire la battaglia, da qui possiamo muovere i passi necessari a ridare dignità ai popoli dell’Europa e contenere lo strapotere della finanza.”

Questa è la trappola del debito, imporre il pareggio di bilancio per comprimere lo stato sociale e drenare risorse alle banche ed alle finanziarie, riuscendo a pagare a malapena gli interessi su di un debito che continua a crescere.

Éric Toussaint del Cadtm (Commissione per l’abolizione del debito illegittimo), commissione che per inciso ha fondato il 16 Settembre all’Università la Sapienza la sua filiale italiana, ha spiegato molto bene nella sua esposizione il caso della Grecia.

Il Paese non era così esposto, il debito era al 100% del Pil, mentre in Italia, per capirci era al 110 % l’economia stava lentamente riprendendosi, la commissione di Audit da lui presieduta e voluta dalla presidente del senato aveva dimostrato che il pugno di ferro non era necessario ma la Trojca, con una decisione ingiustificata e tutta politica ha voluto colpirne uno per educarne cento, come diceva un simpatico dittatore un po’ di anni fa.

Dati questi presupposti generali il passo successivo ed ovvio in un piano che stava dispiegandosi era il cambiamento e l’inasprimento della narrazione.

Spezzate le reni alla Grecia, terrorizzati gli Stati europei, si passa alla seconda fase.

Il bastone era stato proficuamente usato quindi si passa alla carota, si erogano prestiti anche agli stati cattivi pagatori.

Fingendo magnanimità ma stringendo ancor di più il cappio attorno al collo dei Pigs, come elegantemente con un acronimo signorile vengono chiamati gli stati Mediterranei (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna.) meno male che la Yugoslavia non esiste più sennò l’acronimo sarebbe stato Gipsy, e si sarebbero fatti un mucchio di risate.

Il "CASO" ISLANDA

Cito un bell’articolo di Andrea Degl’Innocenti apparso sul Fatto quotidiano il 14 aprile 2014.

“ L’isola è stata fra gli ultimi paesi occidentali ad aprirsi ai mercati internazionali e alla finanza globale, ma lo ha fatto totalmente e senza protezioni. Una classe politica che si ispirava alle teorie neoliberiste di Milton Friedman (al punto da invitare il fondatore della scuola di Chicago a Reykjavik per “istruirli”) è salita al potere al principio degli anni novanta, con l’obiettivo dichiarato di rivoluzionare l’impianto economico, politico e sociale del paese.

Nel rapido volgere di pochi anni una società paritaria e coesa, con un’economia chiusa e locale, retta da un senso comunitario molto forte e poggiata su uno stato sociale particolarmente sviluppato, si è trasformata in una società competitiva, dalle enormi differenze interne, basata sul consumismo e sull’estrema finanziarizzazione dell’economia.

Poi tutto è finito di colpo. È bastato che i mercati finanziari globali si contraessero in seguito alla crisi dei mutui subprime statunitensi perché le tre principali banche del paese -privatizzate in blocco nei primi anni Duemila- crollassero fragorosamente nel giro di pochi giorni.

Fu uno shock per gli islandesi, che si ritrovarono di colpo sommersi di debiti, senza sapere cosa fosse successo né come. Dalle macerie però, nacquero nuove spinte di tendenza opposta. Ed ecco che l’Islanda divenne incubatrice di un modello alternativo: una serie di rivolte costrinsero il governo alle dimissioni, assieme alle istituzioni di controllo finanziario. Seguirono conquiste straordinarie, fra cui il rifiuto di socializzare il debito lasciato in eredità dalle banche fallite, la stesura di una nuova costituzione scritta in crowdsourcing, nuove leggi sulla libertà d’espressione su internet.”

Giova ricordare che ci sono voluti due referendum per rintuzzare gli attacchi delle banche inglesi ed Olandesi che esigevano il pagamento del debito ma alla fine l’Islanda l’ha spuntata, la corte europea le ha dato ragione ed i creditori sono stati costretti a recedere ed a pagare le spese processuali, i banchieri responsabili dell’azione sono stati denunciati per alto tradimento verso il popolo islandese e sono state applicate loro misure restrittive.

 

(segue)



I video degli interventi