AFRIN, Siria

11 marzo 2018 - Informazioni diffuse dal collettivo NonUnaDiMeno

Da quello che si riesce a capire già verso le 20.30 l’esercito turco si era avvicinato fino a due chilometri dalla città di Afrin: QUI e nelle ultime ore i bombardamenti sono arrivati alla periferia della città: QUI in questa mappa si trovano, in tempo (quasi) reale,  gli avvenimenti questo è un account twitter aggiornato, mentre questo è un sito molto affidabile

Su twitter si susseguono gli appelli all’azione, scendere in piazza per protestare al più presto. Questo sia da parte di compangni e compagne curde, che da parte di internazionalst*.

 

Qui un riassunto della situazione ad Afrin, da far girare:

L’esercito turco, spalleggiato dalle bande islamiste, si trova alle porte di Afrin. Dalla città le testimonianze raccontano che, a cause dei bombardamenti, sembra di essere circondati. L’appello del mondo curdo, rappresentato dalla KCDK-E, è quello di scendere in piazza subito. 

Afrin, dall’inizio del conflitto in Siria, è stata una zona relativamente tranquilla. Per questo la popolazione è aumentata da 500.000 a 800.000 di persone, con l'arrivo di centinaia di migliaia di IDPs (internal displaced people). Anche a causa di questo, le religioni, etnie e lingue presenti sono molteplici.

Gli attacchi, che continuano dal 20 di gennaio, hanno colpito varie infrastrutture: solo fino al 20 gennaio si contavano 31 scuole danneggiate, e oggi le testimonianze dalla città spiegano che, essendo stati colpiti l’acquedotto e la linea elettrica, si trovano senza acqua e senza elettricità. Ci sono documenti dell’ospedale di Afrin che descrivono i sintomi di alcuni pazienti, in particolare soffocamento, irritazione alla pelle e agli occhi, dovuti con ogni probabilità ad armi chimiche. Sono stati bombardati siti archeologici per cancellare le testimonianze di una cultura matricentrica antica di migliaia di anni. Tra il 20 gennaio e il 23 febbraio, si contano 421 vittime, tra morti e feriti (78 bambini, 68 donne e 275 uomini), mentre all’8 marzo il conto dei civili uccisi dal conflitto è arrivato a 227 (32 bambini, 167 uomini e 28 donne). Questo, prima dell’inizio dell’ultima escalation. 

Gli attacchi ad Afrin sarebbero contro rivoluzione delle donne (QUI): ciò che lo Stato turco tenta di distruggere attaccando Afrin è il sistema organizzativo democratico che si sta costruendo,  è un attacco all’autogestione dei popoli. Oltre che da un punto di vista ideologico, le donne vengono colpite anche dal punto di vista fisico: si pensi a Barin Kobane, il cui corpo è stato mutilato e filmato dall’esercito turco dopo averla uccisa. È in questo contesto che la resistenza di combattenti come Avesta Xabur diventa fondamentale. Per questo le donne di Afrin chiedono alla comunità internazionale di rompere il silenzio (appello), per questo sono ad esempio le “mamme”, le signore, a prendere le armi. È per questo anche che dal cantone di Cizre sono arrivate più di 1200 donne in solidarietà, partite il 5 marzo e dall’8 marzo presenti nella città di Afrin.

Ad Afrin non si combatte solo una guerra in difesa dell’autodeterminazione della confederazione del nord della Siria, ma per l’autodeterminazione dei popoli nel mondo. È per questo che la solidarietà arriva anche, per esempio, dal congresso nazionale indigeno del Chiapas.

Al tempo stesso, in questi giorni, c’è un appello della KJK per l’unità delle donne contro il sistema patriarcale, e sta nascendo Jin TV22, la televisione delle donne. 

 

Gli appelli da parte del movimento delle donne si sono susseguiti durante tutto il periodo dei bombardamenti. Dilar Derik ritiene che difendere Afrin significhi difendere l’umanità, mentre Asiya Abdullah co-presidente del movimento per la società democratica (TEV-DEM) invita l’opinione pubblica a non distogliere lo sguardo. Difendere Afrin significa difendere la rivoluzione delle donne. 

Sa da un lato i legami tra lo Stato di Turchia e ISIS erano da tempo conosciuti, dall’altro quello che sta succedendo testimonia ancora una volta che dal punto di vista ideologico e pratico, gruppi come Al Nusra, ISIS, e lo Stato di Turchia non siano poi così distanti. Eppure, la Turchia non è affatto slegata da noi e usa anche armi di fabbricazione italiana, in particolare di Leonardo (già Finmeccanica) e Fincantieri.

La Turchia è membro NATO, e con la NATO si addestra anche in Italia;

la Turchia sta fermando i migranti scomodi per l’Europa (e per questo riceve lauti finanziamenti). Non a caso, Erdogan è benvenuto per le alte cariche dello Stato italiano, e della Chiesa cattolica a Roma.