Derivati: il futuro in fumo

Un articolo di Marco Bersani, Attac

14 novembre 2017

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NUOVO BILANCIO SOCIALE

Di Marco Bersani - Attac

pubblicato il 13 dicembre 2015

Nuova finanza pubblica. La rubrica settimanale a cura di Nuova finanza pubblica
Nell´aprile 2012, il nostro Paese ha inserito il pareggio di bilancio in Costituzione (art.81). Per i mastini dell´Ue sarebbe bastata una legge ordinaria, ma erano i tempi del governo Monti e il «nostro» doveva dimostrare particolare solerzia nell´eseguire il compito per cui era stato scelto: attuare con determinazione le politiche di austerità richieste dall´Unione Europea.
Nel dicembre del medesimo anno è stata di conseguenza approvata la legge n.243/2012 di attuazione del principio del pareggio di bilancio. La legge avrebbe dovuto divenire operativa a partire dal gennaio 2016, ma, evidentemente preoccupato per l´esito delle prossime elezioni amministrative, il governo Renzi, non potendo in alcun modo modificarla (poiché si tratta di una legge «rafforzata», la cui riforma necessita della maggioranza assoluta di Camera e Senato), ha optato per una «proroga interpretativa» al 2017.
Di fatto, mentre il pareggio di bilancio, oltre a nuovi vincoli sulle possibilità d´indebitamento, impone agli enti locali di rispettare il pareggio nei saldi di parte corrente e finale, di cassa e competenza, a preventivo e a consuntivo (in pratica, la drastica riduzione di ogni spesa sociale e di ogni possibilità d´investimento), il governo Renzi ha stabilito che le novità si applicano a partire dai bilanci preventivi che in via ordinaria si approvano nell´arco del 2016, con conseguente operatività delle misure a partire dal 2017.
Un escamotage talmente debole da essere già stato «sanzionato» dalla Corte dei Conti, che con una recentissima delibera (n. 527/2015),
pone il suo macigno sulle mosse elettoralistiche del premier, evidenziando come gli enti locali debbano da subito attenersi a quanto stabilito dalla Legge 243/2012, e considerare il principio del pareggio di bilancio nella forma esaustiva prevista dalla normativa costituzionale.
Ci sarebbe da ridere, se non fosse che queste scaramucce interpretative hanno poi un risvolto concreto e drammatico per la vita delle comunità locali: significano tagli alle spese sociali, aumento delle tariffe sui servizi, svendita del patrimonio pubblico e del territorio, privatizzazioni. Con il paradosso di far ricadere sui Comuni -e quindi sui cittadini- oneri costruiti ad arte dall´ideologia liberista, che ha bisogno dello shock del debito pubblico per poter continuare le politiche di spoliazione della ricchezza sociale. Basterebbe attenersi ai dati per evidenziare la truffa.

Vediamone alcuni, tratti dal «Rapporto Ifel sulla finanza locale 2014»:

a) la spesa pubblica italiana, al netto della previdenza e degli interessi sul debito, è pari al 33,8 del Pil ed è di 4,8 punti in meno della media europea;

b) sulla spesa complessiva della Pubblica Amministrazione pari a 801 miliardi/anno, i Comuni incidono solo per il 7,8%;

c) sul debito complessivo dello Stato pari a 2.280 miliardi, i Comuni concorrono solo per il 2,7%.

Nonostante queste illuminanti percentuali, negli ultimi sette anni (2008-2014) agli enti locali sono stati sottratti 19 miliardi grazie al patto di stabilità e 12 miliardi di mancati trasferimenti erariali, mentre il personale ha subito una contrazione dell´11.1% (quasi 60.000 lavoratori in meno), facendo salire alle stelle il contributo complessivo dei Comuni alla stabilità finanziaria (+909%). Sono cifre, ma, dentro ogni città, sono vite e persone che hanno perso servizi, reddito, diritti, speranze. E che, dal prossimo anno, quando la trappola del patto di stabilità sarà sostituita dalla ancor più stringente gabbia del pareggio di bilancio, vedranno peggiorare ulteriormente le loro condizioni.

Forse è venuto il momento di far saltare collettivamente il banco e di rivendicare, dopo due decenni di ossessione finanziaria, il pareggio di bilancio sociale e la fine del deficit di diritti e democrazia.


ACQUA SOTTO ATTACCO

Un preoccupato articolo di Marco Bersani - Attac

per Nuova Finanza                  Pubblicato il 21 settembre 2015

Ad oltre quattro anni dalla vittoria referendaria sull´acqua, continua senza sosta l´indifferenza governativa verso quella straordinaria esperienza di democrazia diretta e proseguono con pervicacia i tentativi di consegnarne la gestione ai grandi interessi finanziari.

Come se non bastasse il combinato disposto normativo dello scorso anno, che fra Sblocca Italia (che ha sancito la gestione unica all´interno degli Ato), l´azione delle Regioni (volta ad accorpare le gestioni verso un unico Ato regionale) e la legge di stabilità (che incentiva la vendita dei servizi pubblici locali permettendo ai Comuni di spendere, fuori dal patto di stabilità, le somme ricavate), il
Governo Renzi si appresta a dare l´affondo finale con la prossima legge di stabilità.
Evidentemente e nonostante le facilitazioni, i meccanismi di privatizzazione continuano a non avere vita facile, grazie alla resistenza che il movimento per l´acqua continua a praticare in tutti i territori. Ed ecco allora in campo l´ulteriore mossa: con la prossima legge di stabilità verrà introdotto un tetto al numero delle partecipate in mano agli enti locali e soprattutto verrà introdotto un limite alla quota pubblica nel capitale sociale delle stesse. L´alibi per questa operazione di privatizzazione -in nulla diversa dal decreto Ronchi del governo Berlusconi, abrogato dal referendum- è già pronto: abbattere il carrozzone delle partecipate, contrastare la corruzione che si annida nelle stesse e via dicendo (tutte cose giuste, ma che se affrontate dal basso, darebbero risultati in direzione opposta); l´obiettivo è quello di costruire 4-5 campioni nazionali per farli competere anche sul mercato internazionale della gestione del servizio idrico. Primo sponsor dell´operazione, ça va sans dire, Confindustria, che, sul Sole24 Ore della settimana scorsa, ha già delineato la strategia: i colossi ai nastri di partenza (A2A, Iren, Hera e Acea) , la leva finanziaria già in campo (Cassa Depositi e Prestiti, attraverso il Fondo Strategico Italiano), il terreno di conquista definito (il mercato italiano e poi via verso Africa e Sud-Est asiatico), e il bottino che fa scorrere le pupille (15 miliardi di euro il valore complessivo). Poteva mancare il Presidente dell´Anci, Piero Fassino? Naturalmente no. Ed eccolo infatti, sempre sul Sole24 Ore, dare il proprio incondizionato assenso: "Ritengo che la creazione di grandi player necessiti di un quadro normativo e finanziario che deve trovare nella prossima legge di stabilità delle misure idonee". Perché va bene il libero mercato, ma se da solo non ce la fa, ecco Anci e Governo a soccorrerlo... Business regolato da tariffe (e che tariffe, in spregio al referendum!), flussi di cassa elevati, prevedibili e stabili nel tempo, titoli tendenzialmente poco volatili e molto generosi in termini di dividendi: ecco il banchetto pronto per i grandi capitali finanziari. Con la prossima legge di stabilità, il governo Renzi tenterà, anche nel campo dell´acqua, di realizzare quello che non è riuscito al governo Berlusconi, travolto dalla marea referendaria. L´obiettivo è dare due forti segnali. Il primo è quello di dimostrare come le istituzioni pubbliche debbano avere un solo compito: facilitare l´espansione della sfera d´influenza dei mercati finanziari sulla società e la vita delle persone. Il secondo è quello di chiudere la partita con ogni esperienza di democrazia diretta e di sovranità popolare, colpendo direttamente l´anomalia di un´esperienza come quella del movimento per l´acqua, unica in questi anni ad aver saputo coinvolgere l´intera popolazione in un diverso progetto di società. A tutte e tutti noi il compito di impedirlo.