SANITA’: IL GOVERNO CONFERMA CHE SOLO I RICCHI POTRANNO CURARSI

di Vittorio Agnoletto

Sanità

Cambiare nome e chiamarli risparmi non cambia la realtà.

30 luglio 2015

Il governo Renzi deve reperire i fondi necessari a detassare la prima casa ed a tagliare le imposte, ne ha bisogno per riguadagnare il consenso perso nell’ultimo anno, sceglie quindi la strada più facile, tagliare la spesa sanitaria. Dieci miliardi in cinque anni significa mettere in ginocchio il Sistema Sanitario Pubblico e non poter più garantire l’assistenza a tutti. Secondo il Ministro Lorenzin si tratterebbe non di tagli ma di risparmi, ottenibili attraverso razionalizzazioni ed “efficientamenti”, peccato però che da diversi anni sia impossibile distinguere i tagli dai risparmi, dato che questi hanno prodotto un calo continuo della spesa sanitaria che nel 2014 è stata inferiore a quella del 2010. 

Nessuno nega che in sanità esistano sprechi che vanno sanati, ma è difficile credere che un provvedimento come quello di limitare burocraticamente il numero delle prestazioni che un medico di famiglia può compilare sia una razionalizzazione

Secondo l’OCSE la spesa sanitaria nel nostro paese è troppo bassa e mette a rischio la tutela dei cittadini, mentre l’ISTAT ci informa che l’11% degli italiani rinuncia a prestazioni sanitarie per ragioni economiche. La sanità nel nostro paese non ha bisogno di tagli ma di un cambio totale di prospettiva, che conduca ad eliminare profitto ed una gestione che privilegia le necessità di bilancio rispetto a quelle dei pazienti, a favore della trasparenza, unico modo per diminuire la corruzione e l’abuso, e della condivisione delle scelte. 

Noi pensiamo che nessuna vera razionalizzazione potrà essere fatta e resa efficace senza il diretto coinvolgimento degli operatori, delle comunità locali, dei cittadini e delle associazioni in grado di rappresentare i bisogni delle persone, e che il risparmio in sanità non possa che passare attraverso la prevenzione primaria e la tutela degli ambienti di vita e di lavoro.


COMUNICATO STAMPA

L’ALTRA LIGURIA

La sanità in Liguria è in una situazione difficile. I continui tagli alla spesa operati dal governo stanno mettendo a rischio i servizi sanitari. Nella nostra regione la programmazione sanitaria e la riorganizzazione dei servizi non brilla certo per l’efficacia degli interventi, nonostante ciò la giunta regionale, a pochi mesi dalle elezioni, si è preoccupata di far approvare una legge che consenta ai primari di svolgere la libera professione anche fuori dalle mura ospedaliere (fino ad ora i Primari potevano svolgere solo attività in intramoenia).

Un regalo a chi non ne ha certo bisogno, totalmente fuori luogo e sbagliato e che, evidentemente, serve solo a garantirsi consenso per le prossime elezioni regionali. 

L’Altra Liguria, che difende la sanità pubblica e l’assistenza universalistica è assolutamente contraria a questo provvedimento ritenendo  invece che la libera professione andrebbe limitata il più possibile anche per consentire l’accorciamento delle liste di attesa.

 

Genova 18 febbraio 2015

 

L’Altra Liguria – Gruppo Sanità

 

Per informazioni e contatti:

info@altraliguria.it


 

sanità e salute

Il diritto alla salute è un valore universale e l’Art. 32 della nostra costituzione riconosce la salute come diritto fondamentale dell’individuo ed interesse della collettività.

La salute e l’assistenza sanitaria sono beni comuni e costituiscono degli indicatori importanti del benessere della popolazione. La salvaguardia di questi beni è strettamente correlata con quella degli altri beni comuni, quali l’acqua, l’ambiente, il territorio, il welfare, i beni culturali e paesaggistici, il lavoro (che deve essere “lavoro utile”, orientato al benessere delle persone e della collettività, e alla tutela dell’ambiente).

La situazione demografica ed epidemiologica ligure, con il progressivo invecchiamento della popolazione e la sempre più elevata prevalenza delle malattie cronico-degenerative (come le malattie cardiovascolari, i tumori,  il diabete), causa un’enorme espansione dei bisogni, non solo sanitari, ma anche socio-sanitari e sociali. La presenza di queste malattie, insieme all’aumento della durata della vita, conduce fatalmente a situazioni di fragilità o di vera e propria disabilità che interessano una fascia sempre più ampia della popolazione. Per questi motivi la stessa sostenibilità del sistema di welfare socio-sanitario è a rischio.

Bisogna ripensare il piano sanitario regionale (PSR) partendo da un’analisi attenta dei dati epidemiologici esistenti e dei determinanti di salute, non solo quelli biologici o legati agli stili di vita,  ma anche quelli legati all’ambiente fisico e socio-economico. Inoltre bisogna fare un censimento puntuale e preciso di tutte  le strutture e i servizi sanitari presenti sul territorio, compresi gli studi dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta.

Occorre anche incentivare la diffusione in tutte le province liguri di registri tumori,  mortalità e malattie e dei sistemi di sorveglianza sui fattori di rischio comportamentali (stili di vita). I dati raccolti, associati a studi sugli inquinanti ambientali condotti da strutture di ricerca indipendenti e pubbliche, potranno essere valutati da ricercatori  epidemiologi per evidenziare eventuali correlazioni fra malattie e fattori di rischio ambientali e comportamentali. Solo così si può fare vera prevenzione primaria, contrastando l’aumento delle patologie croniche e evitando nuovi casi ILVA o centrali a carbone.

La spesa sanitaria regionale costituisce mediamente il 70% del bilancio regionale. In un articolo di Gavino Maciocco (Salute internazionale.info, 2014-12-22) si afferma: “Da quattro anni che la spesa sanitaria pubblica italiana rimane bloccata o arretra. Il 2015 doveva essere l’anno del rilancio, ma la legge di stabilità appena approvata dal Parlamento annuncia nuovi, pesanti tagli, destinati a rendere sempre più precario il funzionamento del servizio sanitario nazionale e a ridurre progressivamente i diritti dei cittadini. La mancanza di un programma del governo su come gestire le ormai croniche misure di austerità rende ancora più grave e caotica la situazione nelle singole regioni, ognuna con le sue soluzioni o pseudosoluzioni (vedi megafusioni delle asl), ma alla fine si cadrà sempre lì: aumento dei ticket , tagli del personale, riduzione indiscriminata dei servizi.

Eppure, se vi fosse la volontà politica, non sarebbe difficile proporsi l’obiettivo di tenersi stretto un servizio sanitario nazionale equo e di qualità, pur in presenza di risorse scarse”.

Noi immaginiamo un programma per la sanità ligure in quattro punti, tutti rigorosamente basati sulle evidenze (evidence based):

 

1. Priorità alla prevenzione

 

2. Rafforzare le cure primarie, l’integrazione ospedsle-territorio e l’integrazione socio-sanitaria

 

3. Scegliere saggiamente

 

4. Lotta alla corruzione

 

1. Priorità alla prevenzione

 

Noi crediamo che la principale via percorribile per contenere la spesa sanitaria sia quella di promuovere la salute. E’ quindi importante che la Regione e le Aziende sanitarie liguri recepiscano e realizzino gli obiettivi del recente Piano Nazionale della Prevenzione 2014-2018:

·         ridurre il carico prevenibile ed evitabile legato alle malattie croniche

·         ridurre le conseguenze dei disturbi neurosensoriali (ipoacusia/sordità e ipovisione/cecità)

·         promuovere il benessere mentale nei bambini e negli adolescenti

·         prevenire le dipendenze (sostanze e comportamenti)

·         prevenire gli incidenti stradali e ridurre la gravità dei loro esiti

·         prevenire gli incidenti domestici

·         prevenire infortuni e malattie professionali

·         ridurre le esposizioni ambientali potenzialmente dannose per la salute

·         ridurre la frequenza delle malattie infettive prioritarie

·         realizzare i controlli finalizzati a garantire la sicurezza alimentare e la sanità pubblica veterinaria.

 

A questo scopo bisogna sostenere la rete dei servizi distrettuali,  della medicina di base (medici di medicina generale o MMG e pediatri di libera scelta o PLS) e degli altri servizi deputati alla prevenzione e alla promozione della salute, anche in una prospettiva di promozione della salute in tutte le politiche e di integrazione socio-sanitaria.

La salute e il benessere della popolazione dipendono non soltanto da specifiche politiche sanitarie e socio-sanitarie, ma anche dalla partecipazione attiva della cittadinanza e del privato sociale e dalle decisioni che vengono prese nell’ambito di politiche “non sanitarie”, relative all’ambiente e all’urbanistica (strutture abitative, aree verdi, parchi e giardini), alle attività produttive (agricoltura biologica e di qualità, sicurezza alimentare, inquinamento industriale, qualità e disponibilità delle risorse idriche), alla tutela del territorio dai rischi chimici e idrogeologici, alla mobilità e ai trasporti. Bisogna effettivamente pensare alla salute come “costruzione sociale”, e non come responsabilità esclusiva del settore sanitario. Il compito del settore sanitario è però determinante, anche nell’esercitare una funzione di advocacy e nel favorire reti di collaborazione fra tutti i portatori di interesse.

La sostenibilità del sistema di welfare socio-sanitario deve essere garantita anche attraverso il superamento della frammentazione che a volte esiste tra le molteplici iniziative messe in atto dal settore pubblico e da quello del privato sociale. Questo può essere ottenuto attraverso lo sviluppo di “patti di sussidiarietà” e di iniziative di progettazione partecipata che coinvolgano insieme gli operatori dei diversi settori pubblici dedicati all’assistenza e i cittadini, anche attraverso le varie forme di associazionismo no profit.

 

2. Rafforzare le cure primarie, l’integrazione ospedale-territorio e l’integrazione socio-sanitaria

 

Questo è il vero nodo della sanità ligure: sono stati fatti molti tagli alla rete ospedaliera (spesso correttamente, altre volte secondo logiche non chiare), ma è mancata un’altrettanto seria revisione dell’allocazione delle risorse. Si è cioè mantenuto come riferimento la spesa storica dei tre ambiti della sanità pubblica (emergenza, ospedali, territorio) per applicare soluzioni di risparmio a prescindere da un reale ridisegno del sistema nel suo complesso.

E’ necessario uno spostamento sostanziale di energie (umane e finanziarie) dall’ospedale al territorio, senza trascurare di dedicare le giuste risorse, anche in termini di posti letto, alle patologie che richiedono un’alta intensità di cure. Si tratta di un’operazione che può essere fatta in un orizzonte di medio periodo “isorisorse” nel bilancio della sanità regionale, in una logica di uso più appropriato delle strutture ospedaliere che hanno un costo assai elevato.

Il termine Primary Care (PC) comprende tutti i servizi di medicina di base. Un’efficiente rete di medicina di base è necessaria per migliorare la salute ed al tempo stesso contenere o addirittura diminuire i costi, ne sono una prova i risultati emersi dai vari studi scientifici effettuati nella regione europea. Infatti la promozione di un efficace e coordinato sistema di assistenza primaria è indispensabile per migliorare il livello della salute pubblica in generale. Questo processo però non emerge spontaneamente. Il suo consolidamento richiede che determinati attributi siano presenti a livello di sistema sanitario nazionale e che nella pratica di tutti i giorni i vari attori coinvolti abbiano coscienza delle loro responsabilità’ nei confronti di tutta la popolazione.

Un simile riordino delle cure primarie in Liguria non è mai avvenuto, mentre doveva essere il contrappeso ai tagli ospedalieri per consentire il mantenimento dei livelli di cura ai cittadini.

L’immutabile schema di allocazione delle risorse rappresenta una dichiarazione di resa della funzione programmatoria regionale e si traduce inevitabilmente in tagli indiscriminati, che compromettono l’operatività dei servizi e la base stessa dell’universalismo sanitario.

Premessa indispensabile e ancora non realizzata è la messa in rete delle cure primarie con la rete ospedaliera. Ecco un’altra importante differenza tra il sistema ligure e quelli più evoluti: la sanità elettronica in Liguria è stata priva di regia, oltreché di trasparenza nel finanziamento. Ne sono prova i diversi modelli informativi che si stanno sperimentando in varie ASL  (Savonese, Tigullio, Spezzina) e la incomunicabilità tra le varie aziende nel territorio genovese.

Integrazione dunque tra i diversi settori della sanità ligure ma anche tra sanità e sociale, coinvolgendo in maniera sostanziale i Comuni. E integrazione tra i diversi presìdi di salute presenti sul territorio, comprese le forme associative evolute dei Medici di famiglia (medicine di gruppo, Aggregazioni Funzionali Territoriali, Unità Complesse di Cure Primarie).

Quindi è necessario un deciso sviluppo delle cure primarie a sostegno della continuità assistenziale e della gestione delle patologie croniche secondo il Chronic Care Model e la medicina di iniziativa.

Un problema molto serio è quello della dimissione protetta, dopo ricovero ospedaliero, di persone fragili dal punto di vista clinico e socio-familiare. Nella nostra regione sono state avviate alcune esperienze che consentono un sostegno temporaneo alle famiglie, attraverso la messa a disposizione di una “assistente familiare”, pagata per i primi 30 giorni con risorse pubbliche. Questa esperienza potrebbe essere ulteriormente implementata, dopo un adeguato studio di fattibilità, aumentando in maniera stabile il sostegno economico alle famiglie che si fanno carico, al momento della dimissione dall’ospedale, dell’assistenza ai propri congiunti fragili o disabili, con l’aiuto di assistenti familiari. Contemporaneamente si verrebbe a ridurre il bisogno di istituzionalizzazione di queste persone e quindi i relativi costi. E’ ragionevole pensare che l’assistenza a livello familiare consenta dei risparmi. Inoltre la qualità della vita delle persone assistite presso il proprio domicilio è sicuramente migliore rispetto a quella che si può avere in una residenza protetta o una residenza sanitaria assistita.

Un aspetto particolare riguarda i rapporti tra Aziende Ospedaliere e Facoltà di Medicina per cui bisogna rivedere la convenzione, scaduta ormai da diversi anni. Vi sono ovviamente meccanismi regolamentati da leggi nazionali, ma è ingiusto che la presenza di primari universitari impedisca l’eliminazione di strutture doppie. E’ necessario definire criteri oggettivi, quantificabili e verificabili che determinano le scelte sulle direzioni ospedaliere in maniera paritaria (concorsi per tutti). La convenzione regione-università è bloccata da almeno 10 anni perché la nostra regione non ha mai applicato la legge 517/99 e si è creato un contenzioso con gli universitari che reclamano soldi non percepiti. Occorre risolvere la questione facendo un accordo che tolga all’Università il potere di gestire la struttura ospedaliera. L’operazione di fusione IST- San Martino sta ora rivelandosi esattamente per ciò che  sospettavamo, la nascita di un Policlinico mascherato. Di fatto c’è uno spostamento di tutti i laboratori di ricerca sotto la direzione universitaria e si creano dei problemi anche per le strutture cliniche.

Proponiamo inoltre: rilancio del Centro Oncologico Regionale con sede presso l’IRCCS San Martino-IST; Centro Epidemiologico regionale per la Prevenzione primaria che si occupi dei registri tumori, mortalità e malformazioni, di ricerca di chimica ambientale anch’esso presso l’IRCCS e della sorveglianza sui determinanti della salute in generale.

 

3. Scegliere saggiamente

 

I costi, sempre crescenti, della “medicina difensiva” (accertamenti diagnostici e trattamenti clinici inutili, svolti in funzione di tutela da parte del personale sanitario) sono insostenibili per qualunque sistema: secondo l’OMS il peso economico delle prestazioni futili, quelle cioè che non danno nessun beneficio ai pazienti, rappresenta tra il 20 e il 40% della spesa sanitaria.

I medici tutti i giorni temono di sbagliare una seria diagnosi e di far precipitare un loro paziente in una tragedia evitabile. Nelle nostre società sempre più punitive i medici temono di essere lapidati pubblicamente.

Soprattutto i medici più giovani hanno paura dell’incertezza. Quindi ordinano sempre più test per cercare, spesso invano, di essere sicuri di ciò che vedono. In questo modo le risorse vengono deviate dai malati ai sani, cosicché la sovradiagnosi è inevitabilmente legata al sottotrattamento delle persone già malate. La sovradiagnosi dei sani e il sottotrattamento dei malati sono le due facce della moderna medicina.

La paura dei pazienti alimenta la paura dei medici e viceversa; specialmente nei sistemi sanitari frammentati che non presidiano la continuità delle cure. È solo all’interno di relazioni di fiducia che queste paure possono essere contenute.

E’ un cambio culturale prima ancora che organizzativo quello proposto dalla Slow Medicine, che promuove lo slogan “fare di più non significa fare meglio”.

Per contrastare la sovradiagnosi e l’inappropriatezza occorre puntare sulla presa in carico del paziente in un contesto di continuità assistenziale e di conseguente fiducia del cittadino nel sistema sanitario.

Si ritorna perciò alla centralità di assistenza e cura territoriali.

 

4. Lotta alla corruzione e al conflitto di interessi

 

Un recente documento dell’Unione Europea stima che il 10-25% della spesa pubblica globale sia persa in corruzione; mentre la Corte dei Conti italiana ipotizza addirittura un 40% di incidenza del malaffare sui costi di produzione nazionale.

È evidente che anche il settore sanitario ne sia investito in pieno, come testimoniano i continui episodi di malaffare e di conflitto d’interessi, nei quali sono coinvolti politici, amministratori, medici, imprese.

Per la gravità morale e la dimensione economica del fenomeno la lotta alla corruzione dovrebbe entrare a pieno titolo nei programmi di controllo della spesa sanitaria, a livello regionale.

Ma ben poco si è fatto finora in questo senso nella nostra regione. A cominciare dalla trasparenza sugli atti, sulle procedure di accesso e selezione, sulle nomine operate ai diversi livelli di responsabilità.

La possibilità per i medici di esercitare la libera professione all’interno delle strutture pubbliche (intramoenia) è spesso alla base dell’allungamento delle liste d’attesa. E’ quindi necessario trovare meccanismi atti a regolare questo fenomeno. Si potrebbero, ad esempio, istituire delle liste uniche, o sospendere le attività intramoenia quando le attese superano un certo limite. Ma anche la libera professione verso strutture esterne (extramoenia) deve essere disincentivata in quanto costituisce un evidente conflitto di interessi.

Lascia un commento

avatar
  Subscribe  
Notificami